[ANTEPRIMA] Cinema e globalizzazione – Il libro: estratti, quarta parte

In accordo con l’Autore e con l’Editore, pubblichiamo in anteprima assoluta per i lettori di Filosofia in movimento alcuni estratti tratti dal volume Cinema e globalizzazione: costruire la democrazia, di Giorgio De Vincenti (d’imminente uscita per le Edizioni Kappabit). Questi estratti esemplificano per i lettori i contenuti del libro, in particolare il rapporto tra i film e i loro contesti (per rendere agevole la lettura, sono indicati i capitoli di provenienza ma non i tagli apportati).

DAL CAP. 1 - LO SVILUPPO CINESE E IL QUADRO ORIENTALE

Il film di Zhao Liang Behemoth ci porta nelle miniere di ferro e nelle fonderie.  Zhao ci mette davanti alla verità di un Paese che non conosce garanzie sindacali. Non lontano dalle nuvole di ceneri che uccideranno gli operai e dal frastuono delle mine che devastano il territorio nascono città nuove di zecca: decine e decine di grattacieli in serie, grandi strade dotate di prati verdi perfettamente curati. Ma sono strade e grattacieli deserti: le città fantasma, che in Cina sono già più di dieci, enigmatici prodotti del neocapitalismo finanziario e probabili indicatori di prossime trasmigrazioni all’interno del Paese. E poiché la Cina costruisce città anche in Africa, dove da più di dieci anni esporta propri lavoratori (inizialmente scelti tra i detenuti nelle proprie prigioni) e acquista diritti sulle ricchezze energetiche e minerarie (per esempio le miniere di cobalto della Repubblica del Congo), non è impossibile immaginare emigrazioni di massa, che costituiranno parte essenziale del nuovo mondo globalizzato.

DAL CAP. 2 - HOLLYWOOD NUDA E VITALITÀ DEGLI “INDIPENDENTI”

Il cinema statunitense degli ultimi trent’anni si presenta dunque come un gigantesco e variegato melting pot, del quale purtroppo solo la parte più istituzionale è distribuita nelle nostre sale, con eccezioni circoscritte a quelle d’essai e ai pochi cineclub ancora attivi.

Un’ulteriore prova della dinamicità di quel melting pot e del muro che i media italiani hanno costruito affinché difficilmente essa possa arrivarci è costituita dalla scarsa distribuzione italiana del documentario Una scomoda verità (2006) di Davis Guggenheim, sul problema del riscaldamento globale. Solo dopo le aperture di Obama – peraltro deboli e ben presto messe in discussione da Trump – alla Conferenza di Parigi del 2016, anche le radio e le televisioni italiane hanno cominciato a parlare del surriscaldamento terrestre, con trent’anni di ritardo rispetto ai primi allarmi internazionali ufficiali sul tema (quelli esclusivamente tecnici risalgono a mezzo secolo fa): risale infatti al 1990 il primo rapporto dell’IPCC, la Commissione Intergovernativa per il Cambiamento Climatico istituita dall’ONU nel 1988.

DAL CAP. 3 - IL CINEMA NEL CUORE DELLA GUERRA

La ricostruzione dell’omicidio del 1995 è offerta da Rabin, The Last Day (2015) del più autorevole regista israeliano, Amos Gitai, che in questo film prosegue il suo “scomodo” discorso sulla politica del suo Paese: una riflessione che accompagna tutta la sua opera e che gli ha alienato le simpatie di molti dei suoi concittadini, costringendolo a un decennale esilio volontario dalla metà degli anni Ottanta alla metà del decennio successivo.

DAL CAP. 4 - LE CULLE DELL’ODIO: ARABIA SAUDITA E IRAN

La forza di una tradizione culturale antichissima è tale che anche nell’Iran fondamentalista sono fiorite due generazioni di donne registe, le cui opere hanno conquistato il pubblico internazionale non meno di quelle dei registi, vincendo numerosi premi nei festival internazionali. E’ di genitori iraniani la cinquantenne Sudabeh Mortezai, cui si devono due interessanti film di finzione, di cui il secondo – Joy (2018) – sul traffico di schiave sessuali tra la Nigeria e Vienna. Il finale di Joy indica come questa realtà, che la regista ha studiato accuratamente per anni, sia presente anche in Italia, e come il traffico sia organizzato in Nigeria da nigeriani con l’esplicito assenso delle famiglie (complici non di rado in malafede) e delle stesse ragazze che vi si prestano: nella cattolicissima Vienna queste saranno vendute alle “madames”, nigeriane anche loro ed ex-prostitute. Il film insiste sulle gravi lacune della legislazione austriaca in ordine all’eventuale dissociarsi delle prostitute dal traffico.

DAL CAP. 5 - IL CINEMA E I NUOVI EQUILIBRI NEL NORD-AFRICA ISLAMIZZATO

In Enquête au Paradis Allouache prosegue il suo discorso sulle attuali condizioni del Paese, attraverso l’inchiesta di una giornalista sul concetto di paradiso che è proprio dell’uomo della strada e degli intellettuali algerini. In particolare, la domanda verte sull’idea islamica delle settantadue vergini che attendono in paradiso i martiri del jihad. In questi colloqui si osserva anche che sono più di mille i siti web rivolti a “educare” i giovani algerini, e sui quali l’Arabia Saudita investe da anni ingenti finanziamenti. E quanto ciò sia rilevante risulta evidente se si considera che la popolazione algerina è quadruplicata negli ultimi sessant’anni e che è formata per la metà da giovani al di sotto dei vent’anni: una generazione che in questo e in altri film appare completamente islamizzata.

DAL CAP. 6 - L’EUROPA DI FRONTE AL MEDITERRANEO E L’EST-EUROPA

In una direzione molto diversa vanno i dieci giovani registi (cinque uomini e cinque donne, tutti diplomati a Mosca) che hanno dato vita al film collettivo Winter, Go Away!, realizzato nel 2011 e 2012 seguendo le manifestazioni degli oppositori alla rielezione di Putin. Tra gli episodi del film c’è anche la performance delle punk rock Pussy Riot nella cattedrale di Cristo Salvatore di Mosca che è costata a due delle ragazze del collettivo la condanna a due anni di carcere senza la condizionale. Al caso sono stati dedicati fin dal 2013 diversi film anti-regime, anche di giovani registi russi, come Pussy Riot: A Punk Player di Maxim Pozdorovkin e Mike Lerner, co-produzione Russia/Gran Bretagna, premiato al Sundance 2013 e proibito in Russia.