[ANTEPRIMA] Cinema e globalizzazione – Il libro: estratti, terza parte

In accordo con l’Autore e con l’Editore, pubblichiamo in anteprima assoluta per i lettori di Filosofia in movimento alcuni estratti tratti dal volume Cinema e globalizzazione: costruire la democrazia, di Giorgio De Vincenti (d’imminente uscita per le Edizioni Kappabit). Questi estratti esemplificano per i lettori i contenuti del libro, in particolare il rapporto tra i film e i loro contesti (per rendere agevole la lettura, sono indicati i capitoli di provenienza ma non i tagli apportati).

DAL CAP. 1 - LO SVILUPPO CINESE E IL QUADRO ORIENTALE

Nel febbraio 2017 esce in Italia The Great Wall, blockbuster miliardario sino-americano girato interamente in Cina, in lingua inglese e mandarino, con Matt Damon come protagonista e diretto da Zhang Yimou, il regista cinese più noto in patria e all’estero. Realizzato tra il 2015 e il 2016, è il primo film del “Cinema Orientale”, la “Hollywood Cinese” in costruzione a Qingdao dal 2013 e inaugurata nell’aprile 2018 con il nome “Qingdao Movie Metropolis”. Il suo inventore è Wang Jianlin, uomo tra i più ricchi della Cina, fondatore e direttore di un gigantesco conglomerato – il Dalian Wanda Group – le cui attività vanno dalle costruzioni all’albergazione, dalla gestione di giganteschi mall alla cultura e allo sport.

DAL CAP. 2 - HOLLYWOOD NUDA E VITALITÀ DEGLI “INDIPENDENTI”

L’8 marzo 1983 Ronald Reagan definisce l’URSS come “impero del male”.

Il 26 settembre dello stesso anno, soltanto l’intelligenza – e la disobbedienza – del tenente colonnello dell’armata rossa Stanislav Evgrafovic Petrov evita un erroneo (forse) e fatale attacco missilistico sovietico agli Stati Uniti. Petrov (1939-2017) sarà punito dal governo del suo Paese con l’emarginazione da ogni incarico di rilievo, e più tardi opterà per la pensione anticipata. In seguito riceverà diversi premi internazionali come riconoscimento per la sua opera, tenuta segreta per dieci anni, e raccontata anche in due documentari: The Red Bottom (2011, Polonia-USA) di Ewa Pieta e Miroslaw Grubek, e The Man Who Saved the World (2014, Danimarca) di Peter Anthony.

DAL CAP. 3 - IL CINEMA NEL CUORE DELLA GUERRA

Il Libano del nuovo Millennio presenta non pochi registi e registe impegnati sulle complesse dinamiche militari, politiche e sociali che sconvolgono il Paese, in particolare sulla non-riconciliazione di palestinesi e cristiani maroniti.

Quello che probabilmente è il più noto regista del cinema turco, Yilmaz Güney (1937-1984), di famiglia curda, divise la sua vita tra le carceri turche e la Francia, dove morì in esilio nemmeno cinquantenne. A lui si devono film, in parte girati da amici registi su sue indicazioni mentre era in prigione, che sono stati acclamati in festival come Locarno e Cannes e che fino al 1992 sono stati proibiti in patria.

DAL CAP. 4 - LE CULLE DELL’ODIO: ARABIA SAUDITA E IRAN

Il Regno dell’Arabia Saudita è una monarchia assoluta, ha un alto tasso di povertà e il denaro è concentrato in poche famiglie miliardarie. Non si danno visti turistici. Vi si entra solo con un permesso lavorativo. I lavoratori stranieri sono numerosi: filippini, bangladesi, indiani, pakistani, egiziani, sudanesi, indonesiani superano complessivamente il numero di quattro milioni.

Tra i reati per i quali è prevista la pena di morte figurano: adulterio, omosessualità e apostasia (cioè rinuncia alla religione islamica, come accadde per Sadeq Mallallah, decapitato ventiduenne nel 1992, dopo cinque anni di prigione per aver tirato sassi contro un’auto della polizia nel 1988: durante la prigionia avrebbe “insultato Allah, il santo Corano e il profeta Maometto”). Le esecuzioni avvengono pubblicamente e tramite decapitazione (la modalità più usata, seguita talvolta dalla crocifissione o dall’esposizione pubblica del corpo sospeso mediante una fune), impiccagione, lapidazione; le donne possono scegliere di essere uccise con un colpo di pistola alla nuca per non scoprire il capo.

DAL CAP. 5 - IL CINEMA E I NUOVI EQUILIBRI NEL NORD-AFRICA ISLAMIZZATO

La Libia non ha mai avuto e non ha una cinematografia. Recentemente si è segnalata l’attività del trentaseienne Khalifa Abo Khraisse (noto anche come Kelly e per il twitter @KellyAbokris), documentarista e collaboratore del nostro Andrea Segre per L’ordine delle cose, il film italiano del 2017 sugli intrecci di politica e malavita nel traffico dei migranti nel Mediterraneo, di cui parleremo nel prossimo capitolo. Khalifa Abo Khraisse abita a Tripoli, sua città natale, e realizza riprese video in strada, oltre a scrivere le “Cartoline da Tripoli” per la rivista “Internazionale”, in cui fa un diario settimanale della vita a Tripoli, impegnandosi nel far conoscere la realtà mediante una comunicazione indipendente.

DAL CAP. 6 - L’EUROPA DI FRONTE AL MEDITERRANEO E L’EST-EUROPA

Tra le cineaste e i cineasti che, in particolare nell’ultimo ventennio, hanno contribuito a una riflessione sulle temperie degli anni della globalizzazione, segnaliamo una quarantina di nomi e titoli, oltre quelli già ricordati, per avere una misura dell’interesse del nostro cinema più giovane sull’argomento: migrazione, confronto tra culture e trasformazione dell’Italia, tema dei diritti, “casi” di guerra, mafia e terrorismo che hanno segnato l’opinione pubblica, ruolo delle televisioni nel potere berlusconiano.