Antropologia politica

di Antonio Martone

Come è già stato segnalato in grande stile da alcuni grandi classici del pensiero occidentale (Tocqueville, Stirner, Nietzsche, Jünger, Heidegger), la metafisica dell’Occidente, insieme ai suoi valori fondanti, ha pressoché esaurito il proprio percorso, lasciando sul terreno soltanto la tecnica e varie declinazioni della volontà di potenza.

In questo quadro, la visione del mondo tradizionale ha smarrito il proprio senso, rendendo necessario un diverso approccio che renda conto in maniera nuova degli intrecci inediti che vanno costituendosi fra natura e cultura, fra storia e potere.

L’antropologia politica – pertanto – si pone come un sapere di frontiera, capace di attingere ad un terreno originario che, mentre sollecita un confronto critico con i sistemi politici moderni e contemporanei, prende in considerazione altresì gli innumerevoli elementi universali dell’umano presenti nelle culture storiche. Essa, infine, ritiene necessaria una concezione ampia e non rigidamente accademica e settoriale della filosofia.

L’antropologia politica, inquadrata secondo questo punto di vista, è in grado di riflettere ad ampio raggio sul politico, proprio perché visualizza quest’ultimo a partire da un’angolazione prospettica che non si limita ad una critica normativa, pur necessaria, delle istituzioni politiche e della democrazia, ma cerca le motivazioni e le strutture profonde del potere nelle varie espressioni dell’essere-in-comune – di volta in volta considerato

Democrazia inquinata

Doppio inquinamento

Esiste un inquinamento ambientale, e per fortuna se ne parla: purtroppo, se ne parla soltanto poiché il capitalismo post-industriale ha pur bisogno di “gestire” le proprie contraddizioni più palesi (al fine di addomesticarle) ma qualche volta – almeno – se ne discute. Tuttavia, la questione dell’inquinamento è molto più ampia. Occorre sottolineare, infatti, che gli elementi tossici che possono investire l’uomo non si limitano agli agenti inquinanti esterni. A fronte della spazzatura e di rifiuti di ogni tipo che ormai impregnano l’ecosistema, esiste infatti una psico-sfera umana “impasticcata”, al punto da richiedere cure urgenti. Il vuoto che molti cercano di colmare con droghe, psicofarmaci, con un atteggiamento aggressivo e prevaricante nei confronti degli altri o, più in generale, con la propria falsa coscienza andrebbe affrontato politicamente come il problema centrale del nostro tempo. E, invece, non si fa. È palese a tutti, anzi, che si vada nella direzione contraria. 

Contro la frammentazione

L’uomo è un intero e l’umanità stessa non può essere concepita se non nella sua interezza. In un tempo segnato dalle grandi conquiste della tecnica, peraltro, l’uomo è ancor di più parte costitutiva ed essenziale dell’intera umanità: in un periodo storico segnato dalla globalizzazione culturale, sociale, economica, tutto ciò è del tutto (e a tutti) evidente. Ancor più evidente e decisiva, però, è l’interrelazione ambientale quando si assuma con chiarezza che viviamo in una fase temporale nella quale un qualsiasi “incidente” di tipo tecnico, qualsiasi evento che si registri in un determinato continente, prima o poi è in grado di diffondersi su larga scala, producendo danni catastrofici e spesso irreversibili.

Autonomia e secessioni: la Catalogna e le altre

ll contributo mira ad analizzare la “questione catalana” visualizzata attraverso un ampio sguardo politico-filosofico. E’ convinzione dell’A. che la crisi catalana sia incomprensibile se non la si considera alla luce dell’antropologia politica tipica della globalizzazione – intendendo quest’ultima come lo stadio estremo della storia occidentale moderna.