Democrazia inquinata

di Antonio Martone

Doppio inquinamento

Esiste un inquinamento ambientale, e per fortuna se ne parla: purtroppo, se ne parla soltanto poiché il capitalismo post-industriale ha pur bisogno di “gestire” le proprie contraddizioni più palesi (al fine di addomesticarle) ma qualche volta – almeno – se ne discute. Tuttavia, la questione dell’inquinamento è molto più ampia. Occorre sottolineare, infatti, che gli elementi tossici che possono investire l’uomo non si limitano agli agenti inquinanti esterni. A fronte della spazzatura e di rifiuti di ogni tipo che ormai impregnano l’ecosistema, esiste infatti una psico-sfera umana “impasticcata”, al punto da richiedere cure urgenti. Il vuoto che molti cercano di colmare con droghe, psicofarmaci, con un atteggiamento aggressivo e prevaricante nei confronti degli altri o, più in generale, con la propria falsa coscienza andrebbe affrontato politicamente come il problema centrale del nostro tempo. E, invece, non si fa. È palese a tutti, anzi, che si vada nella direzione contraria. 

È chiaro, peraltro, che fra le due forme di inquinamento esista un nesso strettissimo. È del tutto ovvio, per fare un esempio immediatamente comprensibile, che gli abitanti delle periferie del mondo, assediati da ecomostri di ogni tipo, privi di spazi pubblici e di aree ove sia possibile prender parte ad un’intesa sia pur minima con il dato naturale, e dove ammalarsi di cancro è più facile che mandare i figli a scuola la mattina, difficilmente potranno contare su una salute “psichica” degna di questo nome. Va detto, tuttavia, che anche l’altra estremità degli abitanti del mondo occidentale, composta da donne ed uomini che risiedono tutto sommato “al centro”, coloro cioè che riescono a portare i figli a scuola con normale regolarità e loro stessi ci sono andati, non sono immuni da processi di inquinamento. La formazione prevede, infatti, che sempre più l’insegnamento attraversi metodi e nozioni “istituzionalizzate” da burocrati ed esperti che vengono posti in atto spesso attraverso insegnanti zelanti e proni al sistema. Da questo punto di vista, già qualche decennio fa, si poteva osservare che la nostra epoca: «Sarà ricordata come l’Era della Scolarizzazione, in cui alle persone per un terzo della loro vita venivano imposti i bisogni di apprendimento ed erano addestrate ad accumulare ulteriori bisogni, cosicché, per gli altri due terzi della loro vita, divenivano clienti di prestigiosi  “pusher” che forgiavano le loro abitudini […] l’epoca in cui le opinioni delle persone erano una replica dell’ultimo talk-show televisivo serale e alle elezioni il loro voto serviva a premiare imbonitori e venditori perché potessero fare meglio i comodi propri».

Certamente rispetto al tempo in cui è vissuto Illich – non lontanissimo ma, dato l’incremento del fattore velocità a cui siamo sempre più soggetti, sembra oggi davvero un altro tempo – l’aumento esponenziale del numero e del peso specifico dei media è in grado di provocare “distrazioni di massa” dai temi che più contano: per esempio l’inquinamento del pianeta, la strutturazione del potere politico reale e non quello esposto dalla propaganda pubblica, la formazione di una psico-sfera nella quale il bombardamento mediatico non lascia alcuno spazio per il pensiero critico, rendendo incapaci di discernere il vero dal falso.

Dipendenze

Nel fondo oscuro della nostra intimità risiedono emozioni importanti che appaiono incomunicabili. Il paradosso è che si tratta proprio di quelle che meriterebbero più di tutte di essere condivise e chiarite nelle loro cause scatenanti. Mi riferisco alle dipendenze – alcool, sesso, psicofarmaci, droghe, gioco, manie, iperlavoro. Noi stessi – nei casi migliori – le percepiamo per quello che sono, ossia delle vere e proprie debolezze. Sono indicibili proprio per questo: non possiamo ammettere a cuor leggero, soprattutto davanti agli altri, che siamo deboli al punto da non poter padroneggiare le nostre azioni. L’incapacità d’ammettere la carenza di potere, o addirittura la sua totale mancanza, rimane un connotato peculiare dell’uomo. Lo è ancor di più in un tempo storico quale il nostro, caratterizzato fondamentalmente dai miti della potenza egoica, della conquista rampante del mondo, dell’individualismo autarchico, blindato in se stesso e che compara – in maniera assai fallace – il proprio valore umano alle possibilità concrete che il denaro gli permette di acquisire. L’antropologia tardo-americana del self-made-man, oggi perfezionata in neoliberismo radicale, non a tutti svela il suo tratto ingannevole e, anzi, viene trasformata in ideologia che naturalizza la competizione selvaggia, rendendola normalità esistenziale.  

L’antropologia dell’homo (post) democraticus, pertanto, appare caratterizzata da ammiccanti affabulatori che intendono mostrare, attraverso una sorta di autopromozione propagandistica, un’immagine seducente di sé, piuttosto che la perdita dei propri diritti e della dignità di se stessi in quanto esseri critici. Come possiamo distinguere la verità dalla finzione – ci si dovrebbe chiedere – quando il concetto stesso di realtà è stato cancellato (o comunque seriamente ridimensionato) e quando, anzi, quest’ultimo viene costantemente (ri)prodotto, avendo come matrice la finzione stessa.  E, del resto, come possiamo discernere la realtà dalla rappresentazione in una fase storica nella quale siamo regolarmente alla ricerca dell’intrattenimento e dell’impatto emozionale? Cercare una via d’uscita dalle acque melmose della nostra quotidianità, tentare di emergere dall’artificialità spettacolarizzata e nevrotizzata entro cui è finita la nostra giornata, significherebbe forse uno sforzo troppo grande, da sostenere spesso da soli, senza gli altri, se non contro gli altri. 

Falsa coscienza

La società globale rappresenta la fase storica nella quale domina il conformismo e il leaderismo. Gli individui sono prevalentemente “entità” accomunate dal sentimento della paura e, per vincere quest’ultima, tendono a rinchiudersi nel cerchio magico della massa. Essere individuo, del resto, significa apparire visibili e dunque vulnerabili. Nella massa, invece, è possibile nascondersi, assumendo un atteggiamento metamorfico. In un orizzonte socio-politico simile, non può che prosperare il leaderismo (che non si può neppure più definire con l’antica e blasonata espressione di cesarismo) di massa.

Ciò accade fondamentalmente perché l’uomo (post)democratico non ha la forza di affrontare le conseguenze ultime delle proprie azioni. L’uomo è un animale servile e mimetico perché fondamentalmente irresponsabile e incapace di lungimiranza: in altre parole, egli appare spesso indegno della sua libertà. Stando così le cose, finire nelle braccia di un qualsiasi tecno-fascismo diviene una possibilità concreta. Del resto, gli stessi uomini che sostengono pubblicamente una causa sono poi totalmente incapaci di comprendere che tanto spesso, nei confronti di quella causa, sono stati aizzati da qualcuno. Più in piccolo (ma mica tanto), ogni volta che si compra un prodotto (solitamente inutile se non dannoso), quanti sono consapevoli di esser stati coartati o perfino spaventati, affinché quella “cosa” venisse comprata? Inutile dire che nel nostro tempo fa parte del comprare una merce anche il votare un qualsiasi personaggio politico, solitamente un imbonitore che vuole vendere a tutti i costi il proprio prodotto – la merce cioè che darà potere a lui e dipendenza ai suoi incauti elettori. Le stesse donne e i medesimi uomini che si lamentano quotidianamente di questo stato di cose sono proprio quelli che preferiscono la chiacchiera, la polemica sterile, la divisione da stadio in partiti contrapposti, il chiudersi dentro le proprie ossessioni nevrotiche, anziché lo studio e che rifuggono, con altrettanta forza, sia il pensiero critico sia la lettura di un semplice testo di filosofia.

E così, alla prova del nostro operare (che è poi l’unico possibile), rifuggiamo azioni concrete, poiché queste ultime ci sembrano al di sopra delle nostre possibilità e delle nostre forze. E così, lasciamo che le cose procedano a loro modo, ossia nella maniera in cui vuole il sistema, non sempre comprendendo che le rivoluzioni autentiche non si fanno “nella sala della pallacorda”, e che, anzi, i mutamenti sostanziali vanno perseguiti tenendo conto delle nostre capacità di intervenire ed operare negli eventi (economici, politici, culturali, emozionali), non escluso affatto, pertanto, il nostro piccolo microcosmo. Il luogo stesso dell’esperienza è stato abbandonato, favorendo l’abolizione di una differenza che omogeneizza l’individuo all’interno di una massa indifferenziata incapace di produrre distanza: «La globalizzazione degli scambi non è dunque economica, come ci si compiace di ripetere dopo lo sviluppo del mercato unico, è innanzitutto ecologica e non interessa unicamente l’inquinamento delle SOSTANZE,  con, per esempio, l’effetto serra atmosferico, ma anche l’inquinamento delle DISTANZE e dei rinvii che compongono il mondo dell’esperienza concreta».

Tutto ciò si stenta a comprenderlo e dal punto di vista della comunicazione pubblica nulla aiuta a elaborarlo, dal momento che il messaggio che dai media si impone chiede di blandire il narcisismo di tutti, non certo l’eroismo etico da parte di qualcuno. Le conseguenze di questo stato delle cose hanno tutte una direzione unica: il rischio reale di diventare una società teleguidata, schiava delle mode, delle ossessioni e di nevrosi imposte, in un mondo in cui non vi è più spazio per qualcosa che ricordi il tessuto sociale e i beni comuni. 

Che cosa rimane? Agli animi spauriti del nostro tempo rimane allora soltanto un generico point d’honneur morale, se non moralistico: placebo per la coscienza, finalizzato a dormire tranquilli la notte se non addirittura a rivendicare superiorità morale rispetto agli altri. Buoni propositi e rappresentazione di sé a tutto tondo positiva: “il mondo è cinico e baro ma io no, io sono diverso”. Insomma, falsa coscienza, dimenticanza utile alla sopravvivenza, arte grossolana per eludere gli aspetti deteriori del proprio opportunismo e della propria codardìa. Storditi dalle paure, siamo difesi da un esercito costantemente crescente di menzogne, capaci di creare un campo esistenziale laddove  l’incoerenza e il disagio la fanno da padroni, mentre il sistema stesso le nutre, accentuandole e guidandole verso mete anodine che, dunque, ne neutralizzano gli aspetti potenzialmente eversivi. La bugia verso noi stessi costituisce il sintomo di un inquinamento destinato a radicarsi sempre di più. 

In questo orizzonte, sarebbe necessario interrogarsi sul senso del disagio, sulle sue ragioni di fondo e sulle possibilità di, non dico superarlo, ciò che forse non è umano, ma almeno, come dovrebbe essere giusto, di fronteggiarlo. Non mi pare che ciò accada. Mi sembra, infatti, evidente che anche il disagio – di tanti ormai, fuori dall’Occidente ma anche al suo interno -, piuttosto che essere affrontato in vista di una risoluzione che passi attraverso un mutamento effettivo delle condizioni tanto politico-economiche, quanto, soprattutto, antropologico-culturali, diviene più profondo e raggiunge limiti soltanto ieri impensabili. Più occorrerebbe dare senso al vuoto, alle condizioni depressive, agli stati di malessere nevrotici, al fine di controllarli e incanalarli, più essi – invece – si estendono e si radicano. Si tratta evidentemente di un circolo vizioso… Quando non saremo più neppure in grado di vederlo, ebbene, allora non sarà possibile tornare indietro e il vuoto – chissà – ci avrà inghiottiti nelle sue spire – come sabbie mobili che fatalmente risucchiano il viandante incauto.

La fatica della comunità

E, tuttavia, non c’è dolore, anche il più intimo, anche il più intenso, che non possa essere metabolizzato, ricoperto, trasfigurato. Non c’è dolore, né disagio che non possano essere sopportati e sublimati a condizione che li si “curi” con un’aura di bellezza, di opportunità creative, insomma, di vie d’uscita. Tali “soluzioni”, tuttavia, per manifestarsi, per aprire le proprie porte, hanno bisogno di essere costruite, implementate, rese accessibili. Non esiste una via d’uscita dal dolore e dal disagio che non passi attraverso il potenziale di vita raccolto nel proprio contatto con la comunità dei propri simili. La comunità è balsamo vitale per gli esseri umani e lo è ancora di più per l’uomo sofferente, e ci si augurerebbe che avesse davvero ragione Spinoza quando il filosofo olandese affermava che “l’uomo è un Dio per l’uomo”. 

Per attingere al senso della comunità, tuttavia, sarebbe indispensabile uscire da sé. Un individualismo iperblindato come quello contemporaneo, in larga misura costruito dal tecno-capitalismo, si mostra incapace di aprire le immense possibilità che il contatto “confidente” con il proprio “fuori” consente. In fondo, a pensarci bene, la “salvezza” non è quasi mai collocata nel recinto chiuso d’una soggettività, poiché si trova piuttosto nel punto di congiunzione fra il proprio interno e un esterno che costituisce l’universale umano. Accade però che, nel tempo della globalizzazione, fase storica che si proclama aperta e libera, in realtà, le nazioni si allontanino, gli uomini si avvicinino soltanto per ridursi a massa ma appaiono sostanzialmente distanti gli uni dagli altri, i protezionismi economici aumentano e così pure i dazi e le paure globali. La frammentazione fra uomini, fra competenze, fra generi sessuali, all’interno delle medesime famiglie non sono più eccezioni ma s’impongono come la regole stessa del mondo globale. La politica nella sua interezza langue sotto l’impero della tecno-finanza. Gli uomini non soltanto sono lasciati soli ma appaiono addirittura aizzati l’uno contro l’altro da una disperante competizione che provoca guerre fra poveri e lotte quotidiane fra penultimi che non vogliono diventare ultimi, sotto gli occhi grassi e obesi di nuove élite ignoranti e tracotanti, ciniche e ottuse, buone ormai soltanto ad inventare strumenti di menzogna sempre nuovi. 

La maggioranza dei cittadini è convinta di cambiare le proprie condizioni di vita in virtù del voto. Dopo un sacrale giretto nell’urna, l’homo democraticus ritorna però alla sua vita, senza che nulla sia stato modificato nelle sue azioni. La democrazia, un regime politico delicatissimo, un sistema che può rinunciare a tutto meno che ad un potere costituente autonomo e, almeno in linea generale, razionale, si fonda invece su un individuo incapace di modificare i propri comportamenti più semplici e quotidiani e che si mostra costantemente etero-diretto.  Evidentemente, dobbiamo dedurne che il sistema non vuole cambiare e che, anzi, è il sistema stesso che si difende da elementi eversivi (se non reali almeno potenziali) attraverso la passivizzazione delle masse. E si difende assai bene. Il sistema capitalistico è sopravvissuto a crisi epocali gigantesche e a contorcimenti e spasmi che hanno forgiato una forza titanica. Alleato con la democrazia, il sistema di produzione capitalistico ostenta una condizione di libertà, fa mostra di concedere a ciascuno il proprio spazio, nella direzione di un autogoverno ben radicato nell’etimo stesso della parola demo-crazia. Si tratta evidentemente di una finzione. Abbiamo a che fare con una struttura molto sofisticata – che si avvia a forme assai elaborate di eugenetica -, dominata da forme di razionalità strumentale esclusivamente volte all’aumento di una potenza che passa attraverso il profitto da parte di un’oligarchia (sempre più) ristretta di ricchi. Il capitalismo, sistema niente affatto rozzo e grossolano, dopo le plurisecolari esperienze della sua storia, ha imparato a fondo una lezione formidabile, indispensabile ai sistemi politici complessi: la flessibilità, la duttilità e l’estremo pragmatico, capace di appropriarsi delle forze antagonistiche e di farne motore per il proprio dinamismo. In tal modo, esso si mostra in grado di “sussumere” in sé anche le opposizioni che inevitabilmente scaturiscono dalle contraddizioni che esso produce.  

Il limite della sedicente libertà democratica, tuttavia, non è percepito fino a quando qualcuno rompe i canoni imposti dalla società, testando su di sé le contromisure utili adottate dal sistema per riportarlo sulla “retta” via. Del resto, è noto: ciò che costituisce davvero l’essenza del potere (è una frase attribuita a Voltaire) coincide esattamente con ciò che non si può contestare. L’ordine sociale si mantiene attraverso una continua esposizione ad apposite indicazioni che indottrinano, distraggono, manipolano, corrompono, tanto da rendere tollerabile l’insostenibile, democratico l’arbitrario, vera la menzogna.  

E così, inevitabilmente, stupefacenti, ansiolitici, antidepressivi e psicoanalisti si arrogano il diritto di ricoprire la (potenziale) gioia della comunità e della condivisione di emozioni con una coltre opaca e appiccicosa di inganno triste, ed uomini non repressi ma depressi celebrano le tristi liturgie della nuova dialettica costituita dall’inclusione (nella mangiatoia) e dall’esclusione da essa.  

Contro la frammentazione

In un tempo in cui gli uomini, in quanto singoli e in quanto specie, appaiono adagiati su un terreno che di stabile non ha più nulla, in un periodo storico che vede ciascuno di noi come un piccolo quanto insignificante ingranaggio d’un apparato tecnico sempre meno controllabile dal suo costruttore, in questo tempo, occorre ricordarsi che l’uomo è strutturato su un’identità che ha un centro psico-fisico unitario e che la comunità degli uomini non può essere frammentata senza produrle danni irreversibili.

L’uomo è un intero e l’umanità stessa non può essere concepita se non nella sua interezza. In un tempo segnato dalle grandi conquiste della tecnica, peraltro, l’uomo è ancor di più parte costitutiva ed essenziale dell’intera umanità: in un periodo storico segnato dalla globalizzazione culturale, sociale, economica, tutto ciò è del tutto (e a tutti) evidente. Ancor più evidente e decisiva, però, è l’interrelazione ambientale quando si assuma con chiarezza che viviamo in una fase temporale nella quale un qualsiasi “incidente” di tipo tecnico, qualsiasi evento che si registri in un determinato continente, prima o poi è in grado di diffondersi su larga scala, producendo danni catastrofici e spesso irreversibili. Per quanto riguarda poi il fenomeno dell’immigrazione transcontinentale, vero e proprio fenomeno esodale del contemporaneo, è sotto gli occhi di tutti che la mancanza d’una geopolitica globale e di istituzioni internazionali in grado di andare al di là di logiche spazio-temporali miopi e spesso ottuse e meschine, e dunque incapaci della sia pur minima lungimiranza, hanno prodotto e produrranno inesorabilmente fenomeni che minacciano di azzerare l’intero campionario dei diritti umani nella cui elaborazione si è affaticato l’Occidente da secoli.

Sulla base di considerazioni di questo tipo – forse troppo semplici per poter essere intese nella loro importanza epocale – occorre allora ripensare radicalmente l’essere dell’uomo, riconnettendolo strettamente con le sorti del suo mondo. Non c’è uomo senza mondo, mentre al contrario il mondo senza l’uomo è pensabile sia logicamente sia storicamente. In questa luce, dobbiamo aver chiaro che, se è senz’altro vero che è l’essere umano a produrre il mondo, è ancora più vero che il mondo possiede delle leggi che non possono essere alterate senza che l’umanità nel suo complesso ne debba risentire.

Entrando dunque in una logica di questo tipo (nulla è più necessario in sede politica di tali consapevolezze), una delle prime conclusioni a cui è necessario giungere è che le discipline settorializzate – così come gli interessi regionalistici – costituiscono un’espressione disastrosa del nichilismo imperante. Dividere le scienze e gli ambiti della produzione umana (simbolica o reale che siano), impedire la loro comunicazione essenziale, cioè, risulta del tutto irresponsabile ed è totalmente sbagliato. Così come è sbagliato e politicamente criminale costruire aree geopolitiche caratterizzate da crisi (economiche e politiche) permanenti, se non da vere e proprie guerre locali. In altri termini, tutto ciò va a costituire l’antefatto teorico di un tempo che, non occupandosi più del mondo, non è più in grado di curare neppure gli interessi fondamentali dell’uomo.

In modo particolare per le discipline filosofiche, inoltre, da sempre considerate a giusta ragione il collante di tutte le scienze, oltre che l’attività principale dell’uomo in quanto essere pensante, bisognerebbe entrare nell’ottica secondo la quale la conoscenza o è “integrale” o non è affatto. Nessuna particella dell’umano, in questo senso, può rendersi autonoma in maniera anarchica, nella convinzione che l’intero non reagisca.

L’impero della tecno-finanza estesa a livello planetario, tuttavia, va in direzione diametralmente opposta. È del tutto ovvio che rientra negli interessi precipui del capitale dividere uomini, Stati, aree geopolitiche e saperi. Assistiamo così al sempre più incalzante processo di disgregazione individualistica a cui fa seguito da presso una costruzione artatamente costruita di conflitti fittizi messi in scena ad uso e consumo del capitale e delle classi dominanti. Donne contro uomini, bianchi contro neri, guerre fra poveri, sovranità assoluta di visioni del mondo antisociali e grette come il neo-liberismo prima e l’ordo-liberismo a seguire. Evidentemente, tutto ciò nel mentre asserisce di incorporare una verità storica, alle sensibilità più acute si manifesta per quello che è, ossia un tentativo di distruggere le masse orizzontali e compatte della modernità nella direzione di un’atomizzazione sociale sempre più estesa. Nulla sembra più evidente, infatti, di quanto i processi di soggettivazione contemporanei stiano costruendo un uomo senza alcuna appartenenza: fuori da tessuti comunitari e da radici ambientali. Sta emergendo e sempre più consolidandosi un modello (post)umano passivizzato, senza passato e senza futuro, interamente appoggiato sulla tecnica e con addosso una crescente sensazione di superfluità. Inutile far notare come individui di tale sorta (atomizzati ed irrelati) non possano in alcun modo sfuggire alla presa irresistibile del potere tecno-finanziario. Inutile sottolineare, altresì, quanto un dispositivo di “verità” di questo tipo sia del tutto funzionale all’edificazione e al consolidamento progressivo di una massa di “diseguali” che ha tutti i vantaggi dalle divisioni interne che vengono operate nelle masse di “uguali”.

In questo quadro, credo che debba essere la filosofia, anzitutto, a segnalare la necessità di un cambio radicale d’orizzonte. Ovviamente, non parlo della filosofia da “torre d’avorio”. Meno ancora di quella autoreferenziale che gioca i propri narcisismi nelle conferenze per élite sempre meno significative sul piano pubblico o che imperversa all’interno delle ritualità annose ed inveterate del potere accademico. Mi riferisco, molto diversamente, alla filosofia che ha per oggetto il pensiero e l’unità dello spirito umano che al pensiero corrisponde. Credo, infatti, che, da questo punto di vista, la filosofia sia anzitutto una politica. Una politica degna di questo nome, infatti, sa bene che il suo compito è quello di guardare alla comunità (lato sensu) nel suo complesso e al rapporto originario fra gli uomini, nel quadro di un bisogno ineludibile di costruzione del “luogo” del loro stesso abitare. Non c’è politica adeguata a se stessa che non sappia coinvolgere nella sua prassi quotidiana la filosofia, ossia l’unica disciplina capace di disporre di una visione complessiva dell’uomo in quanto singolo e in quanto specie. L’uomo che deve essere preso in considerazione, inoltre, non può più essere “il soggetto razionale” della tradizione illuministica, o il “cittadino” della tradizione statualistica moderna, né tantomeno l'”agente economico” tipico delle posizioni liberali, bensì un essere peculiare che si caratterizza essenzialmente per un’esposizione radicale all’evento della sua stessa esistenza.

Per giungere ad un approdo di questo tipo è chiaro che tutte le scienze sono utili e necessarie: anche quelle che non avevano mai raggiunto la dignità di “scienza accademica”. A patto, però, che tutte loro possano essere riconnesse al senso filosofico più generale ed originario possibile. Ad esempio, costituirebbe una buona filosofia quella che ritornasse a porre domande ingenue, come quelle dei bambini o dei poeti, o comunque di coloro che sanno proporre “uno sguardo straniero” sul mondo. Una buona filosofia è tale quando si mostra capace di porre in un colpo solo davanti ai tanti paradossi e alle innumerevoli contraddizioni che caratterizzano l’esistere.

In conclusione, dunque, credo che sarebbe necessario che la filosofia diventasse una visione dell’uomo esprimibile attraverso una politica internazionalistica. Per converso, occorrerebbe una politica capace di stringere una nuova, sacra alleanza con la filosofia.

Sarebbe urgente che la filosofia mutasse il suo senso e la sua ispirazione settorializzata e divenisse “antropologia politica”.

Antonio Martone

 

 

Dalla cattedrale ai non-luoghi. Soggettività globali

La libertà moderna aumenta di pari passo con la creazione di nuove forme di soggettività e queste ultime tendono, sempre più e sempre meglio, a svincolarsi dalle identità “segnate” tradizionali che non permettevano – era questa la logica “cattedralistica” premoderna – di fuoriuscire dallo spazio entro la quale esse risultavano da sempre inscritte. Nel passaggio fra il moderno e l’attuale, il processo dromologico si è radicalizzato e si è dovuto confrontare con l’emergere quasi inavvertito di una nuova entità che è diventata progressivamente sempre più autonoma rispetto all’azione dagli uomini.

Autonomia e secessioni: la Catalogna e le altre

I recenti indipendentismi (o addirittura secessionismi) invocati da più parte in Europa, a mio modo di vedere, rappresentano un errore clamoroso. Essi dipendono da una doppia inefficienza: quella dello Stato da una parte e quella delle istituzioni sovranazionali dall’altra. Gli indipendentismi sono connessi, altresì, agli egoismi irresponsabili delle comunità monoculturali. Stiamo andando nella direzione esattamente contraria a quella di una sana e quanto mai auspicabile integrazione europea.

In questo quadro, credo sia impossibile occuparsi della “questione catalana” senza porre quest’ultima in un contesto storico e politico più ampio. Sono convinto, anzi, che tale crisi sia incomprensibile se non la si considera alla luce della globalizzazione – intendendo quest’ultima come lo stadio estremo della storia occidentale moderna.

 

  1. Globalizzazione

Dal 1945 al 1989 i confini interni dei paesi europei non sono cambiati. Alla caduta del muro di Berlino, invece, annose quanto irrisolte questioni culturali e politiche sono riemerse con prepotenza. A partire dalla fine della guerra fredda, infatti, sono venute alla ribalta questioni etniche e nazionalistiche che hanno provocato spesso conflitti dolorosi. Tutto ciò, del resto, alla maggior parte degli osservatori è apparso non facile da spiegare dal momento che molte dei problemi riaffiorati – peraltro talvolta in maniera estremamente cruenta – erano parsi superati da una nuova e più pacifica fase storica. E così, la dissoluzione della ex-Iugoslavia avvenuta nel sangue, negli anni Novanta, è stata la prima grande lacerazione, esplosa peraltro nel cuore stesso dell’Europa, che ha riportato alla luce il problema della convivenza pacifica fra etnie diverse.

Questi fenomeni – come detto – sono particolarmente complessi da valutare e anche gli analisti politici fanno fatica poiché ci sono buoni motivi per ritenere che le spinte indipendentistiche costituiscano delle secessioni illegali (o addirittura dei tradimenti), ma si può ammettere anche che esse rappresentino il coronamento libertario di un sogno cullato da tempo.

Ciò che è certo, tuttavia, è che viviamo in un tempo in cui la frammentazione socio-politica – per non parlare di quella esistenziale, familiare, istituzionale – costituisce una questione di estrema rilevanza. Sul piano geopolitico il referendum catalano, così come quello svoltosi nel Kurdistan iracheno, insieme alle molteplici manifestazioni indipendentistiche in diversi Paesi del globo, mostrano in quale misura il nazionalismo a base mono-etnica o mono-culturale riguardi ormai tutti i continenti. Per rimanere nella vecchia Europa, e citando soltanto en passant le rivendicazioni nostrane relative alla Sardegna e soprattutto al Lombardo-Veneto, come non menzionare in Spagna, oltre alla questione catalana, il focolaio indipendentistico basco, quello corso in Francia, quello relativo alle Fiandre in Belgio e, anche, le richieste autonomistiche delle Isole Far Oer per quanto riguarda la Danimarca?

Se dunque alla fine del bipolarismo USA-URSS vanno riemergendo, magari con rinnovata virulenza, antichi conflitti etnici, mi sembra che si possa giungere già ad una conclusione teorica: il processo di globalizzazione, nel momento in cui si prende atto che non riesce a coniugare insieme l’universale dello Stato e delle istituzioni sovra-nazionali con le spinte identitarie delle appartenenze locali, fallisce il suo intento e anzi si risolve drammaticamente in un potente stimolo verso ulteriori frammentazioni più o meno cruente.

 

  1. Comunità europea

Il dato su cui dobbiamo lavorare, dunque, è molto chiaro: la globalizzazione ha coinciso con una nuova e ancor più rigida ripresa dei nazionalismi particolaristici. Diventa di somma importanza, allora, verificare quali elementi siano venuti meno dal lato dell’universalismo, ossia dello Stato e delle comunità sovranazionali nate nel tempo della globalizzazione.

A questo proposito, vorrei citare qualche rigo di un libro che io stesso, in quanto appassionato di letteratura e soprattutto come uomo del sud, ho sempre amato. Carlo Levi, in Cristo si è fermato ad Eboli, riferendosi al governo fascista nell’Italia degli anni ’30 del Novecento, scrive quanto segue: “Pare infatti che il governo avesse da poco scoperto che la capra è un animale dannoso all’agricoltura, poiché mangia i germogli e i rami teneri delle piante: e aveva perciò fatto un decreto valido ugualmente per tutti i comuni del Regno, senza eccezione, che imponeva una forte imposta su ogni capo, del valore all’incirca della bestia. Così, colpendo le capre, si salvavano gli alberi. Ma a Gagliano non ci sono alberi, e la capra è la sola ricchezza del contadino, perché campa di nulla, salta per le argille deserte e dirupate, bruca i cespugli di spine, e vive dove, per mancanza di prati, non si possono tenere né pecore né vitelli. La tassa sulle capre era dunque una sventura: e, poiché non c’era il denaro per pagarla, una sventura senza rimedio. Bisognava uccidere le capre, e restare senza latte e senza formaggio”[1].

Nella potente suggestione della pagina di Levi, mi pare che un punto debba essere sottolineato con forza. Il potere centrale – in particolare quello dei governi democratici – ha il dovere di conoscere e di “rappresentare” l’intero territorio entro il quale gli è stata attribuita la sovranità. Ebbene, è storia antica e sempre rinnovata che ciò non avvenga, o avvenga in maniera parziale o addirittura del tutto insufficiente. Venendo alla situazione che si è venuta determinando nei nostri giorni, la comunità europea appare maggiormente inclinata verso la promozione di fatti burocratico-finanziari i quali, in larga misura, non vengono compresi come propri da tutte le micro-regioni che fanno parte integrante dell’Unione. Le decisioni dell’Unione Europea vengono viste anzi dai territori locali, soprattutto quelli più poveri, più o meno come veniva considerato il governo fascista e la politica di Roma dai contadini del sud al tempo di Levi, e cioè come un fenomeno lontano se non addirittura ostile.

Vi è inoltre da considerare un altro elemento estremamente importante, ossia le crescenti disuguaglianze in abito europeo che vengono registrate e perfino incrementate.

Per limitarci al caso della Catalogna, vorrei elencare alcuni dati particolarmente significativi. In questa bellissima regione spagnola, quasi il 20% delle importazioni arrivano dalla Germania: un numero decisamente superiore a qualunque altro paese. Basterebbe già questo a mostrare l’importanza decisiva che assume per questa regione il rapporto con la potente economia tedesca. Ma c’è dell’altro. La Germania è il secondo più grande acquirente delle esportazioni catalane. In Catalogna, inoltre, oltre il 10 per cento degli investimenti provengono dalla Repubblica Federale. La regione, infine, è il principale punto di appoggio per le aziende in Spagna, dal momento che circa la metà delle 1600 aziende spagnole con partecipazione tedesca hanno la loro sede in Catalogna. Fra queste BASF, Bayer, Böhringer, Henkel, Merck e Siemens.

Sotto il profilo della collaborazione commerciale con la Germania, oltre all’esempio catalano, è possibile, anzi doveroso, ricordarne altri: tutti molto significativi dal punto di vista delle richieste di autonomia. Una situazione simile, infatti, vige anche nei rapporti tra la Germania da una parte e la Lombardia e le Fiandre dall’altra. Esistono canali esclusivi e privilegiati che connettono insieme “economie forti”, indifferenti, se non ostili, ad economie più deboli. Tutto ciò – è evidente – ha provocato un aumento considerevole delle disuguaglianze in ambito europeo e infra-nazionale. E ciò si comprende assai bene: mentre giocavano un ruolo decisivo nell’espansione della già forte economia tedesca, tre regioni economicamente rilevanti come Catalogna, Fiandre e Lombardia aumentavano il già consistente divario con le zone più povere di Spagna, Belgio e Italia.

Esiste, infine, un altro elemento che crea disuguaglianza. All’interno della comunità europea, vi sono accordi fra regioni più ricche, tesi a tagliare fuori le regioni meno sviluppate. Va detto, inoltre, che tali collaborazioni fra economie forti non è soltanto – come forse vorrebbero i liberali – una faccenda “naturale”; una situazione, cioè, che risponde a dinamiche spontanee del mercato. Molto diversamente, essa rientra in un preciso disegno politico. Un esempio significativo è costituito dalla comunità di lavoro denominata “Quattro motori per l’Europa”, fondata nel 1988. Di tale comunità fanno parte – manco a dirlo – il Land tedesco del Baden-Württemberg, la Catalogna, la Lombardia e il Rodano-Alpi. Tale comunità si propone il non trascurabile obiettivo di estendere la cooperazione economica delle aree consociate. Insomma, si prevede una stretta collaborazione fra ricerca, investimenti e tecnologia sul campo: l’accordo era infatti quello di intessere una relazione fra le quattro regioni suddette nei campi della scienza, della ricerca, dell’istruzione, dell’ambiente, della cultura e in altri ancora.

 

  1. Indipendentismo

In una situazione di questo tipo, e cioè in una situazione di forte e crescente disuguaglianza, è chiaro che le élite regionali hanno fatto (e faranno) di tutto per condizionare il flusso di redistribuzione nazionale dei fondi statali, chiedendo a viva voce maggiore autonomia o, in ultima analisi, perfino la secessione. E pazienza – così come è avvenuto nel referendum sull’autonomia catalana – se tutto ciò impone uno strappo profondo del dettame costituzionale e non potendo contare neppure sulla maggioranza interna che sia favorevole alla secessione.

L’età moderna – ciò che è nato con la fine delle guerre civili di religione e la fondazione degli Stati nazionali – aveva colmato il vuoto che si era aperto fra gli uomini, quando le comunità tradizionali si erano sgretolate, con i grandi apparati politico-burocratici nei quali si identificavano, in fondo, le costituzioni delle “nazioni”. Lo Stato aveva ricondotto, cioè, ad unità quelle soggettività frammentate, irrelate, atomizzare e fondamentalmente solitarie che rivendicavano uguaglianza e libertà meramente individuale se non individualistica. Nel nostro tempo, ora che lo Stato appare bypassato da sovranità sovra-nazionali da una parte, infra-nazionali dall’altra, il vuoto riemerge allora in tutta la sua forza.
In una condizione geopolitica nella quale la finanziarizzazione dell’economia elide le sovranità statuali classiche, oltre alle loro abituali prerogative, accade pertanto che piccole comunità etniche – appunto, più ricche di altre – rivendichino piena autonomia politica. Tali richieste vorrebbero andare nella direzione della libertà: in realtà rappresentano un’espressione inconsapevole e pericolosa delle disuguaglianze, degli egoismi e delle inefficienze delle istituzioni statuali – in fondo, dunque, esse non sono altro che l’espressione dello stesso vuoto che le ha generate.

La forma caratteristica della soggettività moderna fa sì che gli individui entrino soltanto in quanto unità astratte e sradicate nelle masse storiche (di consenso o di partecipazione) che di volta in volta si costituiscono. Gli individui a noi coevi, però, non dispongono di alcuna massa o, meglio, le masse contemporanee vengono formate rapidamente e repentinamente si dissolvono. E tutto questo grazie all’ausilio di una tecno-scienza che informa di sé, nel profondo, tutte le forme di vita dell’attuale. L’individualismo diventa così polverizzazione estrema del fatto sociale e lo sradicamento raggiunge livelli inauditi nella storia dell’uomo.

Slegati da qualsiasi contesto comunitario, privi di un potere centrale capace di porsi da collante, vincolati esclusivamente alle regole della finanza e a quelle del capitalismo tecnocratico, è inevitabile, allora, che forze regionalistiche provino, in ogni modo, a far prevalere i propri egoismi ai quali, del resto, non si contrappone altro che l’egoismo simmetrico dei poteri centrali – magari collocati in maniera supina e subalterna rispetto ad organizzazioni sovra e transnazionali.

Se vogliamo traghettare questo mondo fuori dal nichilismo della globalizzazione – credo sia evidente a tutti – dobbiamo cercare un’altra strada.

 

 

  1. Lungimiranza

La civiltà europea si è caratterizzata da sempre in virtù d’una peculiarità decisiva. Essa, cioè, si è perennemente posta come una forma culturale “particolare” che ha in sé l’”universale”. La nostra cultura ha mostrato una singolare attitudine che soltanto apparentemente sembrerebbe andare in direzione auto-contraddittoria: essa, infatti, disgrega l’unità nella differenza proprio mentre si mostra disponibile a dare delle differenze una visione unitaria. È questa la nostra storia, ed è in questo dato che risiede anche la nostra grandezza. In un quadro simile, allora, è del tutto ovvio che porre la questione di identità etnicamente stabili e monolitiche in Europa sia una impresa destinata al fallimento anche soltanto per ragioni di tipo culturale – per non parlare di quelle economiche che vi si connettono. Nel nostro continente, nel corso dei secoli, nulla è stato più massiccio ed influente della contaminazione e di un fruttuoso incontro/scontro di valori. In fondo, a rifletterci bene, non stiamo parlando soltanto della storia ma anche dell’essenza stessa della libertà e della democrazia nate all’interno di quella storia. Non c’è libertà o democrazia – appunto – senza un confronto fra differenze da ricondurre all’unità della rappresentazione/rappresentanza. Per rimanere sul piano storico, tuttavia, occorre ribadire fortemente che la cultura occidentale è diventata la forma di vita più forte del pianeta non certo per il suo integralismo, meno che mai per la difesa rigida e ottusa delle sue innumerevoli forme culturali, ma piuttosto per la sua capacità di metterle in gioco. È diventata forte, cioè, per la sua portata democratica e perfino “anarchica” – per la sua capacità di emancipare gli individui e di considerare tutti, a prescindere dalle etnie e dalle convinzioni individuali, ugualmente preziosi per la comunità. La cultura europea – in estrema sintesi – fa del pluralismo il motore propulsivo della propria azione nel mondo.

Se tutto questo è vero, mi sembra ineludibile il bisogno di contrastare il gretto provincialismo che sembra dettare legge ormai nelle egocentriche (piccole o grandi) capitali europee: è del tutto ovvio, infatti, che non si possa fare affidamento soltanto sulle solite logiche di potenza economica particolaristica che, mentre favoriscono alcune zone dell’Europa, lasciano indietro le altre, incrementando ferali disuguaglianze che, prima o poi, non potranno che produrre frutti avvelenati. Se si vuole creare o consolidare un’identità politica, io credo, è invece assolutamente necessario indicare dei valori comuni capaci di integrare i territori e le diverse identità, lasciandole essere per quello che sono, nella convinzione che soltanto chi possiede una propria identità può metterla in gioco sul piano pubblico a beneficio di tutti.

Da questo punto di vista, pertanto, un’entità geopolitica che possiede da sempre una vocazione differenzialistica e universalistica insieme – come l’Europa appunto – potrebbe offrire un contributo decisivo al mondo globale. Al di là e oltre un’Unione Europea concentrata quasi esclusivamente su questioni finanziarie, e indifferente ad elementi che dovrebbero essere fondamentali quali la ricerca dell’uguaglianza e del confronto politico fra uguali, sono convinto che la politica, nazionale e internazionale, abbia il compito ineludibile di riprendere a praticare un valore come la “democrazia lungimirante”. Senza la capacità di con-vergere su un fronte unico, infatti, e senza “guardare lontano”, non c’è alcuna speranza di affrontare i fenomeni e gli eventi di un mondo sempre più complesso che richiede tutta la nostra attenzione e i nostri sforzi.

Le politiche che, per inseguire il loro interesse particolaristico, mostrino una pervicace incapacità di guardare al domani e tengano conto soltanto della logica del consenso a breve termine, della ricchezza del “noi” isolati dagli altri, sono viziate in partenza e gli effetti negativi non tarderanno a farsi sentire.

È necessario perciò – ora più che mai – ripensare con forza ad una “grande politica” europea. All’interno di un mondo sempre più interrelato, infatti, quale potrebbe essere il destino di una regione, magari oggi più ricca delle altre, ma che, slegandosi dalla nazione nella quale è cresciuta e si è sviluppata, rischia di tagliare lo stesso ramo sul quale è seduta?

Ancora una volta, dunque, credo sia assolutamente necessario l’uso d’una virtù consustanziale ad ogni “grande politica”: ciò che rappresenta una dote imprescindibile per ogni uomo politico o classe politica degni di questo nome, ossia – come detto – la lungimiranza.

 

ANTONIO MARTONE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] C. Levi, Cristo si è fermato ad Eboli, Einaudi, Torino 1990, pag. 42.

Antropologia politica (una considerazione preliminare)

La nostra vita quotidiana ce lo testimonia incessantemente: viviamo impulsi talmente imperiosi – quasi sempre legati alla sfera materiale – da farne apparire indispensabile la soddisfazione. Non se ne può fare a meno ma i desideri che ci possiedono appaiono spesso in contraddizione l’uno con l’altro: bisognerebbe necessariamente rinunciare a qualcuno di loro. Come fare, però, se essi appaiono tutti – davvero – indispensabili? Indispensabili ma impossibili da cogliere contemporaneamente – incompossibili. Si vede, tuttavia, che si tratta d’una condizione al limite della follia. Come immaginare dunque una scala gerarchica, un ordine di importanza? Quali criteri utilizzare?
Sarebbe necessario de-cidere. Fendere. Tagliare una parte di noi. Farlo però non è possibile, poiché ciò significherebbe un sacrificio che, in un tempo antisacrificale quale il nostro, l’uomo non può permettersi.

Alla fine della cultura cristiana – cultura monoteistica – riemerge dunque la tragedia del politeismo. Ma di quale politeismo sto parlando? A guardar bene, non vi è, né può esservi oggi alcun politeismo. Non esiste, infatti, alcun tempo ciclico su cui appoggiarsi – cosi com’era, ad esempio, per i greci. Il tempo ciclico è indispensabile per aprire una dimensione religiosa di tipo politeistico. Ora il tempo (ancora cristiano) rimane lineare, e orientato verso un fine – verso “la fine” dei tempi. Epperò, mentre la forma è rimasta la stessa, è andata via la sostanza: viviamo in un mondo che ha rinunciato al telos ma è ancora convinto che bisogna andare avanti nella dominazione del mondo perché il nostro Regno appartiene ad un altro mondo. Il dramma morale della società contemporanea nasce appunto da questo…
Oggi, tuttavia, diversamente da quanto accadeva nel politeismo antico, nessuna “misura” ci può aiutare: la bella armonia classica ha lasciato il posto al desiderio irrefrenabile del Kaos. Come il politeismo, lo stesso monoteismo si è svuotato e le nostre vite appaiono appoggiate oggi, inesorabilmente, sul vuoto dell’assenza.

E’ necessario ammetterlo: gli antichi Dei hanno ripreso, nel nostro petto, nella nostra emotività più riposta, la loro eterna contesa ma Nemesi è morta e Giove non domina più sulle cime dell’Olimpo.

Il limite è stato oltrepassato…

L’oltrepassamento del limite ha due grandi protagonisti, la tecnica e il denaro: il denaro in quanto tecnica e la tecnica in quanto denaro. Davanti a queste divinità, immani volontà di potenza del nostro tempo, l’uomo appare in una funzione estremamente gregaria. Anche ad una analisi sommaria, i nostri contemporanei si mostrano come piccoli quanto insignificanti ingranaggi d’un apparato tecnico sempre meno controllabile dal suo costruttore. Gli uomini oggi sono poggiati, in quanto singoli e in quanto specie, su un terreno che di stabile non ha più nulla.

Proprio in questo tempo, tuttavia, e proprio perché esso sembra procedere in direzione specularmente opposta, occorre ricordarsi dell’interezza dell’uomo e del destino comune a tutti noi.

Ogni comunità storica implica un peculiare modo di essere al mondo. Ciascuna di esse non potrebbe (non avrebbe potuto, non potrà) sopravvivere se non costruendo un “cerchio magico” intorno a cui sia possibile de-finire la propria visione del mondo. Il cerchio magico significa valori di riferimento, realtà introiettate e ritenute auto-evidenti tanto da costituire dispositivi di verità strutturati in quanto edificio di vita e di senso. Non si può in alcun modo rinunciare ad un ethos condiviso; meno ancora si può supporre che la frammentazione globale possa fare a meno d’una visione dell’intero, ossia un patrimonio di “beni comuni” e risorse pubbliche.

L’uomo è – appunto – un intero. Non solo. In un periodo storico segnato dalle grandi conquiste della tecnica, va ricordato che esso non può che essere e rimanere parte costitutiva dell’intera umanità: in un tempo segnato dalla globalizzazione culturale, sociale, economica, ciò è del tutto evidente sul piano socio-politico. Ancor più evidente e decisiva dovrebbe apparire, però, l’interrelazione ambientale in una fase storica nella quale un qualsiasi “incidente” di tipo tecnico è in grado di diffondersi su larga scala, producendo danni catastrofici quanto irreversibili.

Occorre pertanto ripensare insieme l’uomo e il suo mondo. E’ necessario farlo, però, con la consapevolezza che è senz’altro l’uomo a produrre il proprio mondo ma che il mondo stesso possiede delle leggi che non possono essere alterate senza che gli individui ne debbano risentire.

A tal fine, pertanto, non bastano più le discipline settorializzate. In modo particolare per le scienze filosofiche, bisogna entrare nell’ottica secondo la quale la conoscenza serve all’uomo “integralmente” e che nessuna particella di essa può rendersi autonoma in maniera anarchica, nella convinzione che l’intero non reagisca.

Per pensare adeguatamente il proprio tempo non è sufficiente concentrarsi sulle istituzioni politiche e sulle forme della sovranità, sulla configurazione del diritto e sulla gestione dell’economia. Non vi è dubbio: un’analisi specifica e interstrutturale di questi settori è imprescindibile. Si tratta, però, di una condizione necessaria ma non sufficiente.

L’analisi degli ambiti suddetti, infatti, per quanto tecnicamente raffinata possa essere, non serve a niente se non si osserva, comprende e descrive, nella maniera più accurata possibile, il modello umano – di donna e di uomo – che un determinato tempo è in condizione di esprimere. È necessario, pertanto, compiere un lavoro ulteriore: al fine di risalire ad una prospettiva fedele e mettere capo ad uno sguardo lucido sul reale, diventa indispensabile retrocedere fino alle passioni più intime dell’uomo contemporaneo. Occorre, cioè, entrare nelle dinamiche emozionali, comprendere nello stesso modo le forme dell’amore e quelle dell’odio, concentrarsi sulle modalità della cura. Tutto ciò costituisce presupposto indispensabile per un’indagine scientifica affidabile. A saper guardare, dice molto di più, della qualità e del tipo di comunità, una visita in una corsia di ospedale che uno studio pluriennale di ingegneria costituzionale.

Credo dunque che, da questo punto di vista, la filosofia sia anzitutto una politica. Per converso, ritengo anche che quest’ultima non abbia e non debba avere alcun valore riconosciuto se non coinvolge nel suo senso la filosofia, ossia una visione complessiva sull’uomo in quanto singolo e in quanto specie. L’uomo che deve essere preso in considerazione non può più essere il soggetto razionale della tradizione illuministica, o il cittadino della tradizione statualistica moderna, e neppure l’agente economico tipico delle posizioni liberali, bensì un essere peculiare che si caratterizza essenzialmente per un’esposizione radicale all’evento della sua stessa esistenza.

In questo senso, pertanto, vanno valorizzati studi ed esperienze le più diverse: anche quelle che non avevano mai raggiunto la dignità di “scienza accademica”. A patto, però, che tutto questo reticolo scientifico possa essere riconnesso al senso filosofico più generale e originario possibile.

Costituirebbe una buona filosofia quella che ritornasse a porre domande ingenue, come quelle dei bambini o dei poeti, tali cioè da porre in un colpo solo davanti ai tanti paradossi e alle innumerevoli contraddizioni dell’esistere. Sarebbe altresì necessario che la filosofia diventasse una visione dell’uomo esprimibile attraverso una politica. Sarebbe urgente che la filosofia si mutasse in antropologia politica.