L’EQ PER MIGLIORARE IN AMBITO LAVORATIVO – IN PRINCIPIO CI FU L’INTELLIGENZA EMOTIVA

IQ

Sentiamo ormai sempre più spesso parlare di EQ (Emotional Quotient), ovvero d’intelligenza emotiva, cosa ben diversa dall’IQ (Intelligence Quotient), ovvero l’intelligenza logico-deduttiva; esatto: logico-deduttiva. Le misurazioni dell’IQ non possono rilevare l’intelligenza tout court ma la predisposizione e/o l’abitudine all’utilizzo del pensiero astratto. Nei test della Commissione Europea, infatti, questo tipo di misurazione è, appunto, conosciuto come “abstract reasoning”. Non si tratta, quindi, soltanto di semplice predisposizione ad apprendere[1] ma della capacità di ragionare per astrazioni e di servirsi del pensiero logico/deduttivo; per queste motivazioni i matematici (ma anche i filosofi) sono avvantaggiati in queste misurazioni, non per una maggiore intelligenza in toto (e in realtà difficilmente misurabile), ma semplicemente per un maggiore “allenamento”, trattandosi del proprio campo di studi. L’istituzione del Mensa[2] si basa appunto sulla volontà di riunire ai fini di una condivisione delle conoscenze quelle persone che, nei test sull’IQ dimostrano, appunto, una spiccata predisposizione a formulare concetti.

IQ o EQ?

Per anni le aziende e/o le istituzioni, oltre alla dimostrazione di possedere le richieste conoscenze di contesto, hanno selezionato i propri candidati basandosi sulle misurazioni dell’IQ per garantirsi migliori performance, ma così non è stato; già, perché le migliori performance hanno questo in comune: un EQ (non un IQ) alto.

Ma cos’è questa intelligenza emotiva? Si tratta della nostra prima forma d’intelligenza.

Neonati, macchine pensanti, animali

Se osserviamo i neonati constatiamo che il loro apprendimento passa attraverso le emozioni, catalogandosi, le emozioni, come l’umana prima forma di apprendimento[3] che si attua percorrendo un percorso inverso rispetto a quello, ad esempio, percorso dagli automi e dalle macchine nei romanzi e nei film di fantascienza, e che mutano in persone attraverso un esercizio del logos che si trasforma in coscienza; lo vediamo anche nel regno animale in quanto l’apprendimento, ad esempio, in un animale domestico, è correlato in primo luogo a stimoli sensoriali e a emozioni legate a un particolare evento (tenendo presente sempre il tipo d’intelligenza di specie e senza cadere vittime, anche se accade troppo spesso, di misurare e quindi fraintendere l’intelligenza dei nostri pet attraverso parametri umani di misurazione come fanno le ricerche di Stanley Coren che è un neuropsichiatra e non un etologo; la sua indagine non può che essere antropocentrica). Sin dalla celebre teoria della linea del filosofo Platone, la conoscenza non è soltanto una questione di livelli, ma di gradi, e il primo stadio, quello emotivo-sensoriale che si avvale di immagini, è la base, la molla da cui gli altri possano partire o meno. Un altro filosofo, Spinoza ci parlerà poi, e invece, di una coesistenza di logos e passioni come strumenti di conoscenza; non più gradi, quindi, ma vie parallele e complementari necessarie l’una all’altra; al fine, appunto, di ridurre la visione limitata che, in quanto esseri limitati, possediamo.
 Non è un caso che logos e mythos abbiano la stessa radice rintracciabile nel “raccontare”.

Non ci sarebbe quindi, come sosteneva ancora un altro filosofo, Hegel, una gradualità di conoscenza che vede il predominio del logos sul mythos, ma due “racconti” paralleli e complementari.
Pertanto, si avrebbe un primo approccio, un avvicinarsi che è emotivo-sensoriale, che resterebbe poi da substrato e via parallela alla coscienza di sé partorita dal logos.

La macchina pensante nasce invece da un logos e si autodefinisce prendendo coscienza di sé, atto anch’esso di logos; esseri viventi e macchine percorrono un processo inverso nel diventare persone[4]: verso la presa di coscienza i viventi, e dalla presa di coscienza le macchine (le emozioni per gli umani sarebbero pertanto il primo stadio; per le macchine l’ultimo); paradossalmente, tanti esseri umani potrebbero presentarsi come privi di una sorta di autocoscienza; a differenza delle macchine, però, provano dolore; questo punto, quello del dolore appunto, è la strada che è stata percorsa nel tempo per arrivare a parlare dei diritti degli animali, o meglio di “persone” animali.

La relazione

La prima forma di apprendimento e la prima forma di intelligenza si sviluppano, pertanto all’interno di quella prima relazione “madre (o qualsiasi altro caregiver[5])/bambino”.

I primi tre anni di vita[6] sono fondanti e fondamentali per la nostra personalità e intelligenza futura (sia EQ che IQ) di ognuno di noi, essendo l’apprendimento per emozioni all’interno di una relazione, e sentendoci accettati in essa, diventa la “base sicura” per lo sviluppo dell’EQ prima e dell’IQ poi.

Dal concetto di “base sicura” parte la nota “teoria dell’attaccamento” spesso confuso con “alto contatto”. Come ha già rilevato il pediatra spagnolo Carlos González nel suo Cresciendo juntos (Temas de hoy, Barcelona 2013), il termine “alto contatto” è ispirato, tramite traduzioni non felici, alla teoria dell’attaccamento di John Bowlby, l’attachment theory. Tale teoria sostiene che tutti i bambini (tranne, forse, alcuni casi patologici) stabiliscono un legame di attaccamento che potrebbe essere sicuro o insicuro. L’attaccamento sicuro o insicuro non dipendono tanto dal contatto fisico o meno ricevuto (o almeno non solo da quello), quanto dalla prontezza della risposta ai bisogni principali di un neonato.

In realtà il vero scopritore della “teoria dell’attaccamento” fu l’etologo Konrad Lorenz che notò qualcosa di molto più importante dell’imprinting per cui è ricordato: notò appunto la relazione (di cui il fenomeno dell’imprinting è una parte) come “base sicura” per il legame e per i primi apprendimenti.

Se stiamo parlando di primi apprendimenti ricordiamoci anche che il pensiero dei bambini rispetta questi tre parametri: è pratico, è magico, è legato al movimento.

I primi apprendimenti all’interno di una relazione sono innanzi tutto essenzialmente emotivi e basati sull’accettazione; inoltre, in quanto pensieri legati al movimento, ci permettono pertanto di muoverci e agire nell’immediato, qui e ora.

L’intelligenza emotiva che si nutre di relazione e si sviluppa nella relazione (in particolar modo in quella primaria relazione caregiver/bambino), ha anche il carattere dell’azione e di quella decisione immediata che anticipa l’azione stessa; essa è anche, pertanto intelligenza decisionale (di solito, infatti, i grandi leader possiedono anche un levato EQ) legata sempre alla situazione contingente; non è un caso che i test della Commissione europea che cercano di rilevare l’EQ si chiamino, appunto, situational judgment, e sono ormai diventati parte integrante (assieme alle conoscenze di contesto, quelle tecniche e la misurazione dell’IQ) del processo di selezione dei candidati per lavorare nell’Unione Europa.

In questa tipologia di test sono valutate 8 tipologie di competenze: Analysis and Problem Solving, Communicating, Delivering Quality and Results, Learning and Development, Prioritising and Organising, Resilience, Working with Others, Leadership.

Le 8 tipologie di competenze elencate rientrano nell’intelligenza emotiva, ed è ora sempre più chiaro in che modo possa influenzare le performance di un’azienda.

La prima vera “competenza” per la vita è, come abbiamo visto, l’EQ; essa ci permette di comportarci adeguatamente in ogni situazione e ci aiuta a districarci in circostanze apparentemente senza via d’uscita; va di pari passo con la felicità; i primi tre anni di vita sono importanti per quest’apprendimento che s’imprime grazie alla “mente assorbente” (Montessori).

Sono state le ricerche di Peter Salovey e Jack Mayer, che hanno definito il QE come concetto scientifico; un grosso numero di studi suggeriscono che le capacità emotive spiegano in misura significativa il successo personale e professionale. Se per molti anni la tradizione del pensiero le ha ignorate e soffocate, adesso le emozioni sono riconosciute come ricchezza, fonte d’informazione, gui- da autentica nei processi decisionali, e saperle gestire riveste un’importanza fondamentale; e in tutto questo ci ricolleghiamo nuovamente al filosofo Spinoza che affidava tale gestione a conoscenza e consapevolezza.

La consapevolezza e la conoscenza sono “aperti” al nuovo e non tentano di ridurre a definizioni la complessità del reale.

Maslow sempre attuale

La consapevolezza, in quanto “aperta”, rimanda a quell’autorealizzazione che è apertura e che è posta in cima alla famosa piramide di Maslow; l’autorealizzazione comprende la moralità, la creatività, il problem solving, l’accettazione e l’assenza di pregiudizi. Questo modo di essere dell’autorealizzazione ricalca quasi le caratteristiche che abbiamo sin qui viste associate a un’alta intelligenza emotiva.

La piramide di Maslow dei bisogni[7] umani è molto nota a chiunque si occupi psicologia, di risorse umane e/o mastichi di project management. È del 1954 la pubblicazione di Motivazione e personalità, in cui Maslow ha esposto e definito una teoria concernente una gerarchizzazione dei bisogni e delle motivazioni; alla base della piramide sono inseriti i bisogni e le motivazioni originate dai bisogni primari (fisiologici), e al vertice compaiono bisogni e motivazioni più alti e votati alla piena realizzazione del proprio potenziale umano, ovvero l’auto-realizzazione. Secondo la piramide di Maslow il passaggio a uno stadio superiore può avvenire solo previa soddisfazione dei bisogni di grado inferiore. La base di partenza per lo studio dell’individuo è quindi la sua considerazione come insieme di bisogni/motivazioni. Poter garantire una politica e un’assistenza efficace e centrata sulla persona deriverebbe quindi dall’essere capaci di riconoscere i bisogni/motivazioni di quell’individuo cogliendone la sua attuale posizione nella piramide. Si parte dall’assunto dell’unicità e irripetibilità degli individui a differenza dei bisogni che sono comuni e permetterebbero una migliore vita ove soddisfatti. Maslow elenca e cataloga i bisogni in “fondamentali” (fisiologici) e “superiori”, ritenendo questi ultimi quelli psicologici e spirituali. I bisogni fondamentali (fisiologici o elementari) non appagati non possono consentire l’appagamento di quelli superiori. Maslow ci consente d’effettuare autocritica poiché solo analizzando la nostra personale capacità di soddisfare i propri bisogni possiamo essere in grado di comprendere (e anticipare) le necessità degli altri.

Allenamento

L’IQ, per quanto “allenabile” a seconda dell’abitudine al ragionamento logico-deduttivo, è tendenzialmente alquanto stabile, senza cambiamenti significativi a distanza di mesi, ad esempio; si può dire più o meno lo stesso circa la nostra personalità pur essendo, per natura, creature mutevoli e votate al cambiamento che è nel corso naturale delle cose.

L’EQ può variare persino a distanza di pochi mesi; situazioni di grande stress emotivo, isolamento, solitudine, educazione punitiva che causa ansia e paura costante, mobbing e/o altro possono riscrivere completamente la situazione generale del nostro EQ, causandoci comportamenti disfunzionali e non adatti alle circostanze e/o situazioni e, in quanto tali, di basso EQ.

Viceversa, un clima accogliente, l’accettazione nel contesto, il percepire di essere una parte importante dell’ingranaggio, aumentando la stima di sé, possono, portare a innalzamenti dell’EQ.

Pertanto, sebbene tendenzialmente “stabile”, sull’IQ possiamo intervenire direttamente mentre l’EQ può sfuggirci di mano sia per avversità che per aiuti esterni e che contemplano, sempre, una relazione.

La stessa autonomia del bambino che impara i primi passi si costruisce nella relazione e non interrompendo la relazione.

Il neuropsichiatra infantile Winnicott[8] descrive un bambino che gattona allontanandosi dalla madre che resta comunque in un determinato raggio d’azione. Iacono A. M., studiando Winnicott, è arrivato a riformulare questa evidenza empirica come “teoria della coda dell’occhio”: il bambino, con la coda dell’occhio appunto, muovendo i primi passi verso l’autonomia, si accerterebbe che la propria madre si mantenga comunque in una distanza visibile, accessibile e raggiungibile; che sia una base sicura, appunto. La madre, del resto, si comporta in modo simile: anch’essa, con la coda dell’occhio, ha chiaro il raggio d’azione di quei primi esperimenti d’autonomia. La relazione c’è, eccome!

La figura del coach aziendale esterno

Possiamo abituarci ad assumere comportamenti differenti nelle varie situazioni che siamo chiamati quotidianamente ad affrontare. Questo può allenare il nostro EQ. Si allena con i comportamenti e nelle situazioni, dentro il contesto, e non con gli esercizi logico-deduttivi in solitario come può accadere con l’IQ. Si tratta di assumere un habitus differente dinanzi alle varie situazioni.

In ogni caso, sia che il nostro comportamento possa essere disfunzionale o meno, abbiamo bisogno di un ausilio esterno che, nella relazione, ci possa indicare le vie che percorreremo in autonomia nell’esercizio comportamentale teso ad innalzare l’EQ.

Pensiamo alle aziende che sul potenziamento dell’EQ investono da tempo con risultati performanti straordinari: svetta fra tutti Google, di cui è ormai storia nota l’innovativo approccio alle risorse umane che unisce incentivi economici e strategie di conciliazione tra la propria vita privata e il lavoro, tra i quali ci sono 5 mesi aggiuntivi di maternità retribuita. C’è inoltre attenzione alla gestione in completa autonomia di una parte del tempo lavoro da parte di ogni singolo dipendente. Si condividono gli spazi di lavoro e si coinvolgono i dipendenti nelle nuove assunzioni al fine di creare opportunità di condivisione delle idee e dei progetti; in questo modo s’instaurano meccanismi atti a stimolare la creatività e a incoraggiare l’iniziativa personale. Si può lavorare fuori dall’ufficio, in mobilità, per organizzare il proprio orario secondo quanto richiesto da un determinato progetto in un determinato momento.

Nelle aziende in cui l’organizzazione non è ripensata completamente come accade in Google ma in cui è avvertita la necessità di migliori performance, l’ausilio di un coach aziendale esterno può intervenire in tal senso, facilitando la via per un potenziamento dell’EQ e della soddisfazione dei dipendenti.

Bisogna tuttavia essere aperti al cambiamento (senza dover attuare uno stravolgimento stile “Google”) perché questo tipo di coach che ci farà migliorare le nostre performance non si relaziona e non agisce solo sui singoli team come fanno, ad esempio, i vari counselor dell’analisi transazionale spesso chiamati nelle aziende per percorsi di benessere organizzativo.

Il coach aziendale esterno deve essere in grado di affermare una metodologia quantitativa e qualitativa che abbracci l’intera esperienza di ogni azienda e/o organizzazione e di ciò che offre sul mercato; questo tipo di coach teso a un miglioramento delle performance tramite potenziamento dell’EQ non si limita alla sola gestione dei “knowledge worker” ma è in grado di fornire una risposta continua e soddisfacente a ogni livello del sistema azienda.

Questa figura deve essere in grado di offrire un approccio all’Innovazione che focalizzi l’intero ciclo di sviluppo di prodotto sulla collaborazione efficace con il fine di creare valore per tutti gli attori coinvolti; solo così si possono trasformare astratte idee di business in opportunità di business tramite team performanti.

 

L’EQ è la chiave per performance sempre migliori[9] e il coach aziendale esterno (di solito un business coach[10]) è la chiave sia per innalzare l’EQ e la soddisfazione generale, sia per migliorare le proprie performance e le performance aziendali.

Il triangolo vincente è pertanto EQ, (business) coach e performance.

Sentiamo ormai sempre più spesso parlare di EQ; è giunta l’ora di applicarla per migliorare le performance e, soprattutto, per vivere meglio.

 

[1] Vedere al riguardo l’articolo on line: http://www.huffingtonpost.com/entry/5952a975e4b0326c0a8d0bd2

[2] https://www.mensa.org/

https://www.mensa.it/

[3] Vedere, ad esempio:

  • Abbott, L. & Hevey, D. Training to work in the early years, in G. Pugh (ed.) Contemporary Issues in the Early Years. London: Paul Chapman Publishing inassociation with Coram Family, 2001.
  • Abbott, L. & Pugh, G., Training to Work in the Early Years: Developing the Climbing Frame. Buckingham: Open University Press, 1998.
  • Ball, C., Start Right – The Importance of Early Learning. London: Royal Society for the Encouragement of Arts, Manufacturers and Commerce, 1994.
  • DES, Starting with Quality, Report of the Committee of Inquiry into the Quality of the Educational Experiences Offered to 3 and 4 Year Olds, Chaired by Mrs Angela Rumbold CBE. London: HMSO, 1990.
  • DfES, Birth to Three Matters. London: DfES Publications, 2002.
  • Hevey, D. & Curtis, A., Training to work in the early years, in G. Pugh (ed.) Contemporary Issues in the Early Years, 2nd edn. London: Paul Chapman, 1996.
  • HM Treasury, Every Child Matters. London: The Stationery Office, 2003.
  • Langston, A., Birth to Three Matters, Training of Trainers, Final Report, 7 May. Manchester: Manchester Metropolitan University, 2004.
  • Langston, A. & Abbott, L., Birth to Three Training Matters, Interim Report, Esme ́e Fairbairn/Manchester Metropolitan University Research Project. Manchester: Manchester Metropolitan University, 2004.
  • QAA, The Framework of Higher Education Qualifications in England Wales and Northern Ireland. London: QAA, 2001.
  • QCA, Early Years Education, Childcare and Playwork. A Framework of Nationally Accredited Qualifications. London: QCA, 1999.

[4] Recentemente, il 12-01-2017, gli eurodeputati di Strasburgo hanno votato e approvato una relazione «recante raccomandazioni alla Commissione concernenti norme di diritto civile sulla robotica»; si richiede, in parole povere, di disciplinare automi e intelligenza artificiale fornendo alcune norme che possano regolamentare unità senzienti elettroniche, ovvero macchine in grado di sentire, pensare e agire. Sono le raccomandazioni del gruppo di lavoro in materia dei diritti da riconoscere ai robot-umani che auspica una legge che si preannuncia essere una pietra miliare. La Commissione ne discute da maggio 2016 quando è stato presentato un draft report con le richieste in merito il 31-05-2016 [Committee on Legal Affairs – European Parliament, Draft Report with recommendations to the Commission on Civil Law Rules on Robotics (2015/2103(INL), 31.05.2016] e su cui la Commissione si era già espressa con un’opinione il 23-11-2016 [(Opinion of) Committee on on Civil Liberties, Justice and Home Affairs for the Committee on Legal Affairs – European Parliament, with recommendations to the Commission on Civil Law Rules on Robotics (2015/2103(INL)), 23.11.2016]. Dal punto di vista giuridico se ne occupa da tempo un PhD dell’Università europea di Roma, Scialdone M., i cui riferimenti si trovano in Il diritto dei robot (slide della lezione tenuta l’8 luglio 2016 nell’ambito del master di II Livello in Diritto dell’Informatica e Teoria e Tecnica della normazione presso l’Università La Sapienza di Roma, 2016).

[5] Letteralmente “dispensatore di cure”.

[6] Maria Montessori, educatrice, pedagogista, filosofa, medico, neuropsichiatra infantile e scienziata italiana, in quasi tutti i suoi scritti insisterà sull’importanza dei primi tre anni di vita, durante i quali la mente è definita “assorbente”.

[7] Si crede che la nascita del termine bisogno si sia avuta durante il medioevo quando si provò a latinizzare la parola di origine franca bisõnnon che significava sia cura che necessità. Da qui l’idea del bisogno come mancanza di cui si sente necessità.

[8] Celebre pediatra e psicoanalista inglese. Le presenti considerazioni sono tratte dalle sue opere maggiori:

  • Winnicott D.W., Clinical Notes on Disorders of Childhood. Heinemann, London, 1931
  • Getting To Know Your Baby. Heinemann, London, 1945
  • The Child and the Family. Tavistock, London, 1957
  • The Child and the Outside World. Tavistock, London, 1957
  • Collected Papers: Through Paediatrics to Psychoanalysis. Tavistock, London, 1958
  • The Child the Family and the Outside World. Pelican Books, London, 1964
  • The Family and Individual Development. Tavistock, London, 1965
  • Maturational Processes and the Facilitating Environment: Studies in the Theory of Emotional Development. Hogarth Press, London, 1965
  • Thinking about children, A Merloyd Lawrence Book, Massachusetts 1966
  • Playing and Reality. Tavistock, London, 1971
  • Therapeutic Consultation in Child Psychiatry. Hogarth Press, London, 1971
  • The Piggle: An Account of the Psychoanalytic Treatment of a Little Girl. Hogarth Press, London, 1971
  • Playing and Reality, Tavistock Publications Ltd, New York 1982

[9] Sia chiaro che si tratta una conditio sine qua non. Dietro un alto EQ ci sono performance migliori, ma un alto EQ non significa necessariamente performance migliori. Per questo la figura del coach è molto importante.

[10] Che magari conosca le più moderne teorie e pratiche di Design, Management, Comunicazione e Coaching.

L’utile, la “Buona Scuola” e il diritto alla noia

Un tempo il totalitarismo era politico e circoscritto in uno o più Stati. Oggi è la politica a essere sotto scacco di un totalitarismo più potente e più invisibile che pervade ogni settore e che valica i confini statali per divenire globale. Per questo anche l’istruzione è merce, segue le regole del Mercato, del guadagno, di ciò che questa società controllata dal Mercato considera “utile”. Non si studia più per piacere o diletto, non si amano più i libri, ma si usano come mezzi e fonti di guadagno. Se in un processo educativo si premia (e/o si punisce) per un risultato scolastico, lo studio diviene mezzo e non più fine, è merce di scambio per qualcos’altro e non fine a se stesso, per il puro piacere del libro. Questo porta a una svalutazione (non solo monetaria) delle facoltà umanistiche, considerate come un “parcheggio” per ricchi che possono permettersi queste “perdite di tempo” (perché il tempo, si sa, è denaro). Il Mercato non si accontenta più di indirizzare gli adolescenti, ormai adocchia persino i bambini e i lattanti da nido con spot mirati per loro e rispettivi caregiver. Uno dei progetti che meglio risponde a queste “logiche” è, in Italia, quello della “Buona Scuola” (Legge 107/2015)[1].      L’utile, il produttivo, è assunto a Legge, al punto da volerne permeare l’infanzia stessa, ovvero quel terreno che è sempre stato lontano dall’utile in quanto libero; in effetti, l’utilità è l’essenza della morale degli schiavi per dirla con Nietzsche. C’è un motivo per il quale l’infanzia è territorio di libertà[2]: è formazione a vivere, non è formazione per sviluppare una competenza particolare. La formazione a vivere include il gioco[3] che non è solo una mera “palestra di vita” ma creatività, creazione, intuizione, coscienza di sé, libertà. La prima vera “competenza” per la vita è il Q.E. (l’intelligenza emotiva) che ci permette di comportarci adeguatamente in ogni situazione e ci aiuta a districarci in circostanze apparentemente senza via d’uscita; va di pari passo con la felicità; i primi tre anni di vita sono importanti per quest’apprendimento che s’imprime grazie alla “mente assorbente”[4] (Montessori). Per questo motivo, come aveva già rilevato Montessori un secolo fa, la mente del bambino è diversa in varie fasce d’età, e a volte persino opposta a seconda dell’età. Le principali fasce sono 0-3 anni (la cosiddetta “mente assorbente”); 3-6 anni e 6-12 anni. Ogni fascia necessita di un approccio diverso se non addirittura opposto. La “Buona Scuola”, ignorando pietre miliari della pedagogia[5] date illusoriamente per acquisite accomuna due fasce in un’unica fascia, la 0-6 anni, dimenticando che tra 0-3 anni e 3-6 anni l’approccio è persino opposto.   Si ignorano i bisogni di base dei bambini[6] in nome del profitto, dell’utile che è la morale degli schiavi, o forse proprio per quello, perché a questo il totalitarismo del Mercato mira in modo neanche tanto implicito. Si pensa esclusivamente allo sviluppo del Q.I., che altro non è che “allenamento” a risolvere situazioni tramite deduzioni “logico-matematiche”, competenze non sempre ancora del tutto acquisite a 6-7 anni, figuriamoci prima (per queste e molte altre ragioni non hanno senso le prove INVALSI). L’utile, il produttivo, è anche, paradossalmente, il fabbricatore del superfluo, del “surrogato”, spacciato come indispensabile. La nostra è, a ben vedere, l’epoca del surrogato , in cui, invece che soddisfare le richieste della prima infanzia, che sono fisiologiche, si sostituisce quell’appagamento mancato con un surrogato. Il surrogato ha varie forme: può essere un ciuccio (che riproduce il bisogno di suzione e di rassicurazione del neonato, senza avere, tuttavia, quel calore e quel “ritmo” del battito cardiaco materno e/o del “caregiver”); un biberon (che oltre alla non paragonabile qualità dell’alimento, non ha valore di nutrimento che è anche relazionale; esso è solo un “mezzo”, un distante, freddo e a-ritmico mediatore e non un contatto diretto); una coperta e/o una culla (surrogati dell’abbraccio come risposta a quel bisogno di contenimento, di essere avvolti e abbracciati in una relazione) ; oppure un distante passeggino che, come mezzo di trasporto, non possiede la forma “fisiologica” di una fascia porta-bebè che fa sentire protetti e sicuri, “pelle a pelle”, con il “caregiver”, cullati dai suoi movimenti; sono questi movimenti che favoriscono l’acquisizione della conoscenza del proprio corpo, del proprio sé, della propria autonomia. Sono parte dell’educazione alla libertà di montessoriana memoria, fortemente in contrasto con l’educazione alla schiavitù dell’utile. I bambini portati in fascia, come accade ancora in molte zone dell’Africa, sanno stare seduti già a 4 mesi e camminano a 9 mesi[7].“Il bambino ha bisogno di essere dipendente dalla madre per la conquista della propria autonomia con i suoi tempi. La dipendenza serve per sperimentare la sicurezza e l’accettazione da parte della madre, oltre che per allenarsi entrambi in una comunicazione non-verbale fatta di sguardi, gesti, pianto, e istinto che determina già in sé l’evolversi della relazione! Pochi hanno fiducia nella capacità di autoregolazione del neonato e nella competenza materna nel comprendere e rispondere in modo appropriato ai suoi bisogni. Nella nostra cultura viviamo il paradosso di voler rendere i bambini autonomi da subito, facendo esattamente il contrario di ciò che serve a loro per esserlo!”[8].

L’imperativo della produttività, dell’utile, coinvolge le parti del globo più industrializzate e non soltanto l’Occidente; sarebbe interessante vedere se la distanza colmata con oggetti al posto delle relazioni sia presente in ogni contesto industrializzato o se sia solo una prerogativa occidentale.
Di solito le società non consumistiche, non votate all’”utile” e alla “produttività” sono anche ad alto contatto[9]. Prescott J. W., psicologo dell’età evolutiva, nel 1975 pubblicò Baby pleasure and the origins of violence in cui, analizzando gli stili di accudimento in 49 culture nel corso del tempo, riscontrò futuri maggiori episodi di violenza e di aggressività nei soggetti e nelle culture che nel corso della prima infanzia erano stati accuditi a basso contatto fisico. La società occidentale è un esempio di società a basso contatto. Le relazioni sono mediate da oggetti, gli oggetti sono la base della produzione, dell’utile. Attualmente, nella occidentale Europa, un Horizon Prize, cerca idee da premiare volte a prevenire la mortalità e morbilità materna e neonatale nei paesi poveri; sono usati dei preamboli volti a far intendere come le soluzioni debbano essere non solo “close-to market” come si dice in questi casi, ma anche una sorta di “esportazione” del modello occidentale, dell’utile e produttivo, nei paesi poveri. Alla faccia della modestia! Questa è colonizzazione, e per giunta paternalista! L’intento di per sé sarebbe fantastico e molto importante se non ci fossero quei sottintesi, nemmeno tanto impliciti. A che serve, quindi, una facoltà umanistica? Già porre questa domanda è frutto della società dei consumi, del surrogato, del Mercato globale. Una facoltà umanistica (e non si parla solo a livello universitario, ma generale) è lo sforzo di pensare, di osservare in maniera critica la realtà mediante strumenti che forniscono una visione d’insieme che le “competenze tecniche” non hanno; è lo sforzo di non essere schiavi, di resistere al totalitarismo del Mercato tramite il continuo esercizio della ragione. I tecnicismi e la produttività nella primissima infanzia sono il tentativo di minare le basi di questa capacità di sforzarsi a pensare per resistere a certe forme di schiavitù ed essere attori (e non spettatori) della propria realtà. Anche alcuni progetti di “project management nella scuola primaria”, nonostante le buone intenzioni, possono rientrare nella casistica del tecnicismo precoce, soprattutto quando è il bambino/a stesso/a a voler saltare l’intervallo per terminare il progetto nei tempi[10]; soprattutto nelle scuole primarie, la ricreazione è un diritto: serve a staccare e scaricare energie; è un darsi una pausa per apprendere nelle migliori condizioni possibili (come dovrebbe essere l’apprendimento, soprattutto in quella fascia d’età). Dietro l’imperativo dell’utile e della produttività a qualunque costo è nato anche il progetto MAAM (Maternity as a Master), di cui si riporta un estratto dal sito web di presentazione:

“Da centinaia di migliaia di anni, la natura lavora per affinare le capacità di cura delle madri, in funzione di preservare la prole e perpetuare e migliorare le specie. Già dalla gravidanza, il cervello della madre inizia a lavorare di più e in modo più efficace; quando il figlio arriva le energie aumentano: nonostante il carico di lavoro e di responsabilità, nonostante la mancanza di sonno, il genitore sviluppa una sensibilità speciale, quasi dei “super poteri”. Non lo dicono le madri, lo dicono studi antropologici e scientifici e lo può sperimentare chiunque, anche senza procreare. Non è infatti l’atto generativo ad innescare il cambiamento, ma l’esperienza di cura. Immaginiamo ora di portare le competenze necessarie alla cura fuori di casa, per esempio sul lavoro: autorevolezza, intensità di relazione, investimento continuo sull’altro, capacità di ascolto, strategie motivazionali.”

COSA SUCCEDEREBBE?

Aumenterebbero l’empatia, le capacità di relazione e di delega. Il gruppo diventerebbe più forte e coeso: in sintesi, più efficace.           Si potrebbe arrivare a dire dunque che l’esperienza di cura sia a tutti gli effetti un percorso formativo, un allenamento sul campo di autentica leadership. In una parola: un master. Maam – maternity as a master, ribalta drasticamente il modo di pensare alla maternità sul lavoro e rivoluziona l’idea stessa di leadership. Le aziende spendono denaro per costruire contesti artificiali dove i manager possano esercitarsi alla leadership, quando la maggior parte di loro ha già una palestra di provata efficacia in casa propria. Le aziende perdono il capitale umano costituito dalle donne che abbandonano il lavoro dopo i figli, proprio nel momento in cui diventano più competenti. L’esperienza di maam dimostra che investire sulle neomamme può aumentare la competitività di un’azienda”.[11]

L’idea in sé sembrerebbe sensata, carina e originale ma è, in larga parte, solo una risposta di sopravvivenza a una colpevole carenza di politiche adeguate a sostegno della maternità. Invece che lottare per pretendere politiche adeguate si fa il gioco del Mercato e si parla il suo linguaggio: quello della produttività. Nel progetto c’è solo l’adulto, l’adulto occidentale produttivo per forza e non il bambino, l’adulto di domani, con le sue esigenze che cozzano, spesso e volentieri, con l’adulto occidentale. Fermo restando che una donna debba avere la possibilità di portarsi dietro il figlio/a piccolo/a ovunque, anche al lavoro, ove non ci fossero alti rischi di pericolo per la salute. Dietro al “produttivo” c’è l’utile per antonomasia: lo schiavo. Educare alla libertà è esercizio di pensiero critico che s’interroga, in autonomia, sul mondo. Ecco gli strumenti delle materie umanistiche! Dovrebbero essere un diritto, un bene comune, un patrimonio dell’umanità. Questi strumenti sono “intangibili”, ma non “invisibili”. Siamo così accecati dal surrogato, dai consumi del Mercato che ci concentriamo solo su cose “tangibili” e per questo ci poniamo la questione dell’utile. Se ci interrogassimo, invece, su “tangibile” e “intangibile” potremmo vedere quanto la questione stessa sia mal posta.

[1] Il testo definitivo della legge si può consultare qui: http://www.liceimanzoni.it/wp_manzoni/wp-content/uploads/2015/10/LaBuonaScuola2015_testo_definitivo_gazzetta.pdf

[2] Al riguardo si consiglia Educare alla libertà di Montessori M. (Mondadori, Milano, 2008)

[3] Sul gioco non c’è soltanto Homo ludens di Huizinga J. (Einaudi, Torino, 2002) tra i saggi più significativi, ma anche I giochi e gli uomini di Callois R. (Bompiani, Milano, 2000) e il pezzo Per una teoria del gioco e della fantasia in Verso un’ecologia della mente di Bateson G. (Adelphi, Milano, 1977).

[4] I primi cenni alla “mente assorbente” sono in Montessori M., La formazione dell’uomo, Garzanti, Milano, 1993.

[5] Basterebbe, oltre alla lettura di Montessori, anche solo una rapida lettura di un qualsiasi scritto del neuropsichiatra infantile Winnicott D., assieme a qualche pubblicazione di Bowlby J.

[6] A tal riguardo quasi tutta la produzione scientifica del pediatra spagnolo Carlos González è molto chiara.

[7] Vedere, al riguardo, le ricerche dell’etnopediatra Elena Balsamo nel suo Sono qui con te (Il leone verde, Torino, 2014), saggio divulgativo con un ricchissimo apparato di paper scientifici aggiornati a supporto.

[8] Negri P., Sapore di mamma-Allattare dopo i primi mesi , p. 137, Il leone verde, Torino 2009.

[9] Si è presa per buona l’interpretazione dominante di “alto contatto fisico”, sebbene non del tutto precisa a onor del vero. Come ha già rilevato il pediatra spagnolo Carlos González nel suo Cresciendo juntos (Temas de hoy, Barcelona 2013), il termine è tratto, tramite traduzioni non proprio felici, dalla teoria dell’attaccamento di John Bowlby, l’attachment theory . Tale teoria sostiene che tutti i bambini (tranne, forse, alcuni rari casi patologici) stabiliscono un legame di attaccamento che può essere sicuro o insicuro. L’attaccamento sicuro o insicuro non dipendono tanto dal contatto fisico o meno ricevuto, quanto dalla prontezza della risposta ai bisogni principali di un neonato. Il contatto fisico è molto importante, ma è una delle conseguenze della prontezza di risposta ai bisogni della prima infanzia.

[10] A tal riguardo, invito a questa lettura: http://www.pmi-nic.org/public/digitallibrary/Evento%20Parma%20-%20Presentazione%20WG.pdf

[11] http://maternityasamaster.com/