Riflessioni e osservazioni sulla stagione che viviamo

Parlerò “fuori dai denti” e anche con espressioni “fuori dai denti”. La situazione internazionale sta avendo una accelerazione estremamente pericolosa.

1. La questione turca.
In questa si tocca con mano la pochezza del ceto governante europeo, che ora si straccia le vesti per la “vendetta” di Erdogan e lo minaccia di chiudere definitivamente le sue aspirazioni europeistiche. Non ha capito forse che “quello”, di queste minacce, “se ne sta fottendo”? Per anni i governanti europei hanno civettato con lui, fino a dargli in mano l’arma di ricatto del fenomeno migratorio, con quella stessa miopia che i medesimi governi ebbero negli anni ‘30 con Hitler. E Erdogan ha aspirazioni “imperiali” da sultano ottomano. La sua possibile intesa con Putin, altro aspirante “imperatore” (ex sovietico), chiuderà l’Europa in una morsa tra Mediterraneo a Sud-Est e Russia a Nord-Est. Se questa è una prospettiva estremamente possibile, Erdogan diventa una spina nel fianco della NATO e può ricattare chi vuole e sicuramente rimanere insensibile ai “richiami” dell’Europa. Qui poi un’altra ipocrisia: quella di condannare i colpi di Stato. Mieli che sul Corriere scrive che i cambi di governo avvengono sempre per via elettorale! Sì, certo, in regimi politici stabilmente democratici; ma quello di Erdogan lo era e lo è? o non era solo un regime? e basta!. E poi. La caduta di Saddam e Geddafi non sono stati forse colpi di Stato? E prima ancora: l’avvento della Repubblica in Italia non è stata preparata forse dalla Resistenza; il “plebiscito” è avvenuto quando il vecchio ordine era stato eliminato con la forza e perché la guerra è stata vinta! In questa vicenda si vede come il male europeo, la dipendenza dalle agenzie di rating con tutte le conseguenze nefaste che ha prodotto nella coscienza della gente e sulla relativa “qualità della vita”, sta conducendo ad una possibile implosione della Unione. Le chiacchere, insomma e purtroppo, stanno a zero. Il fatto è che non disponiamo da tempo di una classe dirigente di effettivo profilo “politico” e nel mondo è venuta meno quella istanza di dialogo e di pace che aveva alimentato la politica del dopoguerra, anche in presenza della “guerra fredda”. E’ una classe dirigente formatasi nel clima del dominio della negoziazione affaristica e del capitalismo finanziario, che vive il giorno per giorno. E’, infatti, il modello operativo affermatosi con la negoziazione affaristico-finanziaria, poiché essa realizza i suoi fini di lucro proprio nel “giorno per giorno”. L’unità di tempo non è quella della progettualità politica, ma quella delle “variazioni speculative” calcolate sull’immediato: il contingente, appunto. Il che si riverbera, ovviamente, anche nelle modalità di esecuzione della politica interna. Ma di questo tra poco.

2. La questione della democrazia partecipativa come “forma di governo” .
Sarò “politicamente scorretto”. Ogni forma di governo è valutabile non per ragioni “ontologiche”, ma per caratteristiche funzionali: il modello è efficace, quando riesce a fronteggiare le aspettative di ordine sociale proprie del paradigma del “politico”. Occorre, quindi, guardare al contesto “fattuale” nel quale va ad operare. Nelle democrazie il contesto di effettività che misura l’efficacia funzionale è quello rappresentato dalla “partecipazione”. Perché quest’ultima funzioni, sia come desiderio della gente di far sentire la propria voce (partecipazione al voto), sia come qualità del consenso-dissenso, occorre quella preliminare omogeneità dell’ambiente sociale, fatto di stabilità e diffusività di “visione del mondo”, nella quale valutazioni valoriali, culturali e identitarie, e le relative aspettative di vita, costituiscono un cemento che viene immediatamente vissuto, prima ancora che elaborato intellettualmente. Ne segue che la democrazia partecipativa è un modello “gestionale”, non fondativo (non lo è mai stato nella storia), ed è inidoneo a fronteggiare mutamenti che possono essere anche epocali. I mutamenti, quelli veri (vedi le rivoluzioni!), sono sempre stati compiuti da élites intellettuali, capaci di progettare per un tempo che vada oltre il semplice presente. E al popolo non è mai stato chiesto di votare; lo si chiede dopo: a mutamento avvenuto nel quadro di un costituita stabilità. Nel quadro, cioè, di una nuova “effettività”. Perché una democrazia partecipativa svolga il suo ruolo regolativo occorrono, allora, due condizioni di fatto: la prima, già detta, è quella di una sufficiente omogeneità sociale, che determini un’auto-comprensione identitaria sufficientemente stabile nella sua cornice esterna di riferimenti. La seconda, strettamente connessa, consiste nella presenza di enti intermedi (soprattutto i partiti nel senso vero della parola) come mezzi per realizzare “idealmente” la mediazione tra istanze individuali e bisogni collettivi costruiti certamente da diversi orizzonti ideali, ma all’interno di comuni regole del gioco.

3. Altra questione: il “mercato”.
Anche questo è un modello che, per essere positivamente efficace, ha bisogno di un contesto di fatto nel quale funzionare. Finora ci siamo scannati, nelle modalità espressive che le diverse sedi imponevano, nella polemica mercato privato / intervento pubblico. Oggi è una alternativa priva di senso interpretativo. Il punto è altrove. Mi spiego. Perché il mercato mostri la sua capacità economicamente regolativa occorre che, nei fatti, vi siano soggetti sufficientemente omogenei, per capacità produttiva e per regole imprenditoriali e gestionali, rispetto alle quali la disciplina del lavoro è parte integrante. In altre parole, perché il profitto sia un fine positivo soprattutto a fini sociali, deve realizzarsi tra soggetti pari e in un comune quadro di regole del gioco. Lo Stato nazionale, nel quale il mercato nacque nella “modernità” e si è sviluppato fino al XX secolo, fino ad essere invocato come toccasana delle economie dei paesi liberi ed anche come “ostacolo” per la realizzazione di una effettiva giustizia sociale ne è stata la cornice ordinamentale, sia interna che internazionale. A questo proposito, si tenga conto dell’importanza che ha avuto sulla stabilizzazione delle democrazie parlamentari del secondo dopoguerra quel riformismo che aveva come obiettivo la stabilità sociale attraverso la redistribuzione del reddito. La globalizzazione economica, spazzando via, nei fatti, i “confini” ha messo nel nulla la cornice-condizione delle “regole del gioco” e della sufficiente parità delle “squadre” che partecipano ad un medesimo campionato. La globalizzazione, allora, ha trasformato il mercato in una competizione a tutto campo nel quale l’unico fine dei contendenti è quello di diventare sempre più forti per essere competitivi e vincere. Che saltino le regole del gioco è la conseguenza logica della mutata situazione di fatto, con i riflessi ovvi sulle politiche sociali e del lavoro, che producono fragilità sociale per l’incertezza delle aspettative di vita dell’uomo comune. Insomma il nuovo mercato è una lotta a coltello, nel quale il più forte vince. Le regole? Si è mai visto che le norme abbiano davvero impedito l’affermarsi del “fatto”? Perché le norme realizzino la loro funzione regolativa occorre che vi sia una “credenza nella legalità” nell’ambiente che le ospita. Con la globalizzazione, che costituisce il tramonto del paradigma ordinamentale, le cose non stanno più cosi. L’equilibrio negoziale spinge i contendenti ad essere sempre più potenti; le regole non contano! 4.La questione italiana. La domanda è: come si riflette tutto questo sulla situazione italiana? (e non solo, ma mi occupo solo di noi). I sintomi li conosciamo: alto astensionismo, incertezza nell’interpretazione dei risultati elettorali: populismo, protesta, voglia di nuovo, crisi di un modello di sinistra, voglia di più sinistra, voglia di destra conservatrice e così via… Direi che occorra cambiare il punto di osservazione interpretativa e guardare a come si andato trasformato l’ambiente sociale italiano. Il dato che appare (almeno a me) è che quella italiana è non sia più una “società”, ma un semplice ambiente umano sfibrato. Le cause mi sembrano essere due. La prima. L’affermarsi di una diffidenza reciproca unita ad un integrale calcolo utilitaristico (aspetti che stanno rovinando soprattutto la crescita e la formazione umana e culturale dei giovani), a cominciare dai rapporti privati, ha fatto venir meno la voglia di stare insieme: l’esito è il radicarsi, nella mentalità comune, di un individualismo assoluto che ha come obiettivo il far fronte quotidianamente alla incertezza e precarietà della propria situazione personale. La mancanza di quel modello partitico, di cui ho detto sopra, impedisce che l’individualismo diffidente e competitivo possa trasformarsi in una rinnovata istanza di socialità, certamente arricchita dalle diverse “visioni del mondo”, e che si ripristini una “credenza nella legalità” che è andata perduta da tempo. Per esempio: quanti conoscono la parola “ordinamento”? Credo ben pochi, forse solo coloro che lo praticano per ragioni professionali; quando lo conoscono, e non sono solo esperti, invece, di micro-settori normativi (ma questo è ancora un altro discorso). Secondo punto. La partecipazione al voto del cittadino comune è determinata dalla percezione che egli ha del tempo e dello spazio che formano il proprio contesto di vita: è quel “quotidiano”, del quale ha percezione e quindi controllo. I tempi e gli spazi della politica sono “altri”: sono quelli, o meglio dovrebbero essere “altri”. Quelli propri della “progettualità”, che vanno oltre la percezione del quotidiano. Una classe effettivamente politica si misura propria sulla sua capacità di andare oltre il quotidiano ed elaborare una progettualità socio-politica. I Partiti “veri” servono a questo: a colmare lo scarto tra la percezione della realtà del cittadino comune ed la progettualità politica. Nell’epoca dei sondaggi e nella connessa trasformazione dei partiti in agenzie elettorali, votate ad inseguire il quotidiano, questa funzione è venuta meno, determinando quella solitudine dell’uomo comune, che non avverte più se stesso come cittadino. Resta attratto dalla possibilità di far sentire la propria voce, ma non più come appartenente ad una “società”, ma come individuo che fa quotidianamente i conti nella propria tasca. Insomma si afferma la politica dell’ “orto di casa” di casa propria. E questo vale per l’Italia come per l’Europa e anche per gli Stati Uniti. Questa è una delle cause della pochezza di una classe politica interna ed internazionale di cui hi detto sopra; che si aggiunge a quella prodotta dalla potenza direttiva delle agenzie di rating, che, sia pure per ragioni diverse, hanno ridotto la politica all’inseguimento del “profitto”, ovviamente nel quotidiano. Ancora come conseguenza, ne deriva l’aridità pragmatica dell’agire nel puro contingente, che dirige sia le scelte dell’uomo della strada, sia quelle del politico di professione. Un’ultima osservazione relativa al caso italiano. L’assenza di una appartenenza sociale emerge anche un altro fattore: l’anglofilia lessicale, soprattutto nel ceto governante, è la dimostrazione di una insipienza culturale. Una lingua, infatti, non è solo un fatto lessicale; è, assai diversamente, la trasformazione semantica di una cultura che si esprime in un modello di pensiero. La lingua inglese, nelle caratteristiche determinatesi soprattutto nel ‘900, veicola una visione del mondo economicistico-pragmatica e tecnologica del tutto “fuori” dalla visione del mondo europeo-continentale. Ne segue che l’anglofilia linguistica non è solo un imbastardimento lessicale, ma diviene un meticciato culturale, privato della propria “storia”, nel quale si resta colonizzati dalla cultura che si afferma attraverso la lingua. Chi frequenta i metodi referaggio universitari questo lo sperimenta continuamente. In definitiva, uno degli aspetti per i quali la politica evapora al rimorchio dei potentati finanziari è perché non ha più una sua identità culturale, testimoniata dalla lingua. Con una differenza, però, tra il caso italiano e quello degli altri paesi europei. Spagna, Francia e Germania non hanno rinunciato né imbastardito il proprio idioma nella trattazione degli affari interni; l’Italia, invece, usa l’Inglese per qualsiasi attività, sia pubblica che privata; anche le pubblicità commerciali o le insegne dei negozi parlano all’inglese. Questo è un altro e gravissimo indizio che non esiste più, nell’uomo comune, il senso di una appartenenza  sociale e di una consapevolezza storico-culturale.

Costruire lo spazio dei diritti e della cooperazione

La proposta di Bruno Montanari mi sembra decisiva da più di un punto di vista. Innanzitutto, perché coglie una delle maggiori urgenze del nostro tempo: quella di costruire un soggetto collettivo che, di fronte alla crisi dei sindacati, dei partiti e delle istituzioni intermedie che mediavano fra la sovranità e la società, sappia costruire, all’interno della mercificazione totale ad opera del mercato, un nuovo orizzonte di relazione e di cooperazione. In secondo luogo, Montanari coglie la valenza politica di tale processo. Destrutturando l’organizzazione sociale messa in atto dal capitale, si pongono le basi per una riappropriazione della politica e per la costruzione di istituzioni che riconoscano sostanzialmente dignità e diritti fondamentali, assumendo la centralità dei beni comuni e della cooperazione sociale.

Il capitale ha sempre fatto leva sulla sovranità e sulle sue istituzioni per fare presa sulla società. Esse, però, favorendo la costituzione di soggettività collettive, hanno sempre al contempo costituito delle minacce alla sua stabilità. E’ stata questa contraddizione a determinare il progressivo passaggio dalla sovranità ad un potere che, con Foucault, potremmo definire governamentale, diffuso e decentrato. Sul fronte del lavoro e della produzione, l’emergere di una molteplicità di soggetti non riconducibili figura del lavoratore garantito, inquadrato stabilmente in un posto e in una mansione, ha rotto il compromesso fordista su cui si reggeva l’architettura costituzionale, che aveva sottratto il lavoro al piano negoziale attraverso la contrattazione collettiva. Oggi la produzione è connessa con capacità cognitive e relazionali che si sviluppano soprattutto al di fuori del posto di lavoro e le aziende organizzano persino la cooperazione delle comunità di utenti, che divengono serbatoi di identità. Con la mercatizzazione totale della società e la privatizzazione di settori più ampi della sfera pubblica, il diritto non scompare ma, piuttosto che tendere all’omogeneizzazione degli status giuridici e delle forme della produzione, controlla le differenze e moltiplica i dispositivi in senso governamentale. C’è però un fenomeno a cui bisogna prestare attenzione. Nascono dappertutto in Europa esperienze di cohousing, coworking, di condivisione e cooperazione che si pongono sempre più spesso al di fuori dell’architettura istituzionale fondata sulla dicotomia pubblico/privato e producono forme di autogestione e autoregolazione. Esse non solo, attraverso il mutualismo e la solidarietà, suppliscono alle carenze di un welfare ancora tarato sulla figura del cittadino lavoratore padre di famiglia, ma rompono la valorizzazione capitalista, senza rifugiarsi in una qualche idea di autenticità perduta. Essi costruiscono valore nella crisi, si riappropriano dei diritti dal basso, creano forme di relazione e di senso senza sottrarsi alle contraddizioni del mercato. Diviene necessario, come scrive Montanari, tradurre il sociale nel politico, per fare in modo che le istituzioni esprimano la complessità del lavoro e della produzione e riconoscano la capacità della cooperazione di produrre valore e beni comuni. Tale processo costituente non può che avere di mira il piano europeo, in cui una governance trans-nazionale si è negli ultimi anni verticalizzata nelle forme del comando e dell’imposizione. La troika, attraverso il ricatto del debito, si è servita delle politiche nazionali per tradurre le categorie dell’austerity e delle privatizzazioni nell’unica formula concepibile di risposta alla crisi. La vicenda greca ci mostra come solo un fronte internazionale anti-austerity può mordere i rapporti di forza sul piano europeo e innescare un processo costituente. Non è tempo per piangersi addosso o per rifugiarsi in qualche isola felice da cui guardare le brutture del mondo. E’ il momento di riappropriarsi dello spazio della politica, di riconoscere la forza di produrre valore e diritti da basso e di innescare un processo costituente che porti le istituzioni europee a riconoscere diritti, dignità e democrazia per tutti.

Ridare un futuro ai giovani. L’elogio alla follia.

di
Luciano Monti

 

Il disagio delle generazioni più giovani è sotto gli occhi di tutti, come il fallimento di ogni tentativo volto a scardinare i diritti acquisiti da coloro che si sono precostituiti rendite e privilegi palesemente non sostenibili nel medio lungo periodo e i cui oneri gravano e graveranno sulle generazioni future. Basti pensare, tra i molti, al debito pubblico, al sistema previdenziale, ai costi connessi ai mutamenti climatici e al conseguente adattamento, alle rendite di posizione di caste e potentati economici o finanziari.
Una follia sotto il profilo scientifico, non essendovi apparentemente solidi appigli per costruire un modello che possa “misurare” in concreto il costante ritardo nel quale vivono i giovani chiamati a realizzare le loro aspettative e, lasciata la scuola, a entrare nel mondo del lavoro.
Una follia sotto il profilo giuridico, pensare che sia possibile scalfire la solida costruzione di diritti acquisiti da coloro che, più fortunati, hanno potuto beneficiare di decenni di crescita economica e di ricorso facile alla finanza. Diritti in difesa dei si è posta la Corte Costituzionale con numerose sentenze delle quali non tanto la legittimità, ma l’equità appare questionabile.
Una follia sotto il profilo politico, perché provare a porre sul tavolo il tema della solidarietà generazionale e conseguente ridistribuzione delle ricchezze è dai media considerato sconveniente e politicamente scorretto. I maggiori interessati, cioè i giovani, sono il larga parte politicamente inattivi e scarsamente consapevoli.
Ora, però si può dire che quel pizzico di follia è stato, in larga misura, premiato. Non è certo possibile affermare che è stata trovata la soluzione, o meglio le soluzioni possibili per ricostruire quel “contratto sociale” che vorrebbe ogni generazione lasciasse a quella successiva un mondo migliore o comunque non peggiore di quello da loro vissuto. Un contratto non scritto, che in nome dell’equità generazionale impone di preoccuparsi anche di coloro che, perché non ancora nati, non possono avere diritti sulla carta, ma devono averne nei nostri cuori.
Grazie agli spunti emersi da un’esperienza analoga maturata da qualche anno in Inghilterra con l’introduzione dell’Intergenerational Fairness Index (indice di equità intergenerazionale) e dalle rilevazioni dello Youth development Index (YDI) elaborato dal Commonwealth Youth Programme (CYP) in collaborazione con Institute for Economics and Peace (IEP), con un gruppo di colleghi e ricercatrici ho messo a punto un nuovo indicatore, chiamato Indice di Divario Generazionale (o GDI acronimo inglese di Generational Divide Index) frutto dell’esame di ventisette indicatori elaborati con serie storiche di dati provenienti da fonti istituzionali, tutti misurabili annualmente e basato sul concetto di generational divide (divario generazionale). Una definizione quest’ultima che potrebbe apparire paradossale e pure contraddittoria; soprattutto negli Usa questo termine è usato riferendosi alla forte propensione dei giovanissimi a fare ricorso a strumentazione e piattaforme elettroniche multimediali, assolutamente sconosciute ai propri genitori, qui invece non si prende in considerazione l’aspetto tecnologico ma quello economico e sociale, e in posizione di divide sono i giovani, non i più gli adulti. Un concetto, quello di “ritardo” che induce a considerarne anche i costi, sia in termini individuali sia sociali che i giovani dovranno sostenere.
Il termine divide è, a mio modo di vedere, molto appropriato, perché contiene in sé due elementi che bene circostanziano l’attuale difficile sfida che attende i giovani. Il primo elemento è il costo per recuperare il ritardo accumulato: l’essere in ritardo implica, infatti, degli sforzi addizionali per recuperare il tempo e il terreno perduto; sforzi che a loro volta generano costi maggiori, come, per esempio il ricorso a un mezzo di trasporto più rapido ma più oneroso.
Il secondo elemento è il rischio di non arrivare per tempo a prendere il treno/ opportunità che la vita ci offre. Un rischio che potrebbe quindi escludere dalla collettività un numero sempre maggiore di giovani.
Così il termine divide è qui utilizzato nella accezione di distanza dal percorso ideale e non invece come metro di paragone con lo standard di vita di differenti generazioni (in quel caso si parla di differenza o gap generazionale). Il confronto con gli indicatori di benessere di altre generazioni non è dunque il fine ma semplicemente un mezzo per misurare l’intensità del ritardo accumulato da una generazione che stenta a trovare la via.
Il set di indicatori individuato è dunque molto articolato e mette in relazione il tasso di disoccupazione giovanile, per dirne uno molto noto, al tasso di percezione dello stato di salute, per dirne uno meno noto, e va ben oltre quello utilizzato dal YDI e dall’IF sopra citati e il cui obiettivo principale è quello di comparare differenti realtà paese.
La costruzione del set di indicatori che ha condotto al GDI parte dunque da tre considerazioni. La prima è stata la necessità di dare maggior peso etico alla costruzione dell’indicatore di divario generazionale, grazie a una rifondazione degli elementi che possono/devono contribuire a un sereno e adeguato sviluppo delle generazioni più giovani, quelle, per intenderci, che sono nella delicata fase del ciclo di vita in cui prima ancora che le aspettative, sono le capacità e le vocazioni a essere coltivate. Quella fase in cui “si sviluppa” la maggior parte del capitale umano, cioè quel contenitore nel quale, se solido e capiente, andranno a sedimentarsi, mano a mano, le conoscenze e le esperienze che la vita riserverà a ciascuno. Da questo riesame, gli originari “domini” sono stati arricchiti da altre dimensioni, come quella dell’accesso al mercato, della domanda di mobilità e dal clima di legalità: valori senza i quali altri indicatori, come la spesa in educazione, la salute o la stessa occupazione avrebbero poco significato.
In particolare, relativamente all’accesso al mercato, si è voluto concentrare l’indicatore sulla disponibilità di credito da parte dei giovani e delle famiglie giovani (con capofamiglia under 35) Questo per due ragioni: la prima è che solo con un corretto accesso al mercato del credito è possibile “investire” nel proprio futuro pianificandone le tappe; la seconda è che il credito è uno dei principali volani per rilanciare i consumi.
La seconda considerazione attiene alla necessità di adeguamento della misurazione alle fonti istituzionali disponibili nel nostro paese. Il criterio adottato è stato quello di ricorrere a fonti primarie, come ISTAT e Banca d’Italia, che costituiscono la più attendibile piattaforma di dati e serie storiche. Solo dove non disponibili, si è fatto ricorso ad altre fonti.
Ne è sortita una batteria di indicatori e sotto-indicatori molto articolata che certamente non agevola la comparazione con altre realtà paese (che è lo scopo dichiarato degli indicatori IF e YDI), ma può essere considerato un valido strumento di misura per il nostro paese o realtà locali nelle quali si voglia verificare in concreto la sostenibilità intergenerazionale di un’azione di riforma o di un intervento specifico. E’ questa la terza considerazione a base dell’indagine, che ha l’obiettivo appunto non tanto di comparare, ma di misurare l’impatto di determinate azioni sul divario generazionale e provare a creare le basi per intervenire sul destino delle giovani generazioni che, aldilà dei già pur allarmanti dati sulla disoccupazione giovanile e sui Neet, impongono soluzioni tempestive e soprattutto “calate” nel contesto specifico.
Troppe volte, e questo è anche l’errore in cui spesso cadono anche gli amministratori di Bruxelles, si è pensato che una medicina possa andare bene per tutti i pazienti. L’impasse in cui si è venuta a trovare la Garanzia Giovani (strumento di politica attiva del lavoro per accompagnare i giovani) proprio nella sua fase di avvio in alcune delle regioni italiane più colpite dalla disoccupazione giovanile, ne sono la testimonianza acclarata.
Torna allora la domanda iniziale e cioè se non sia folle provare a misurare un complesso di situazioni che per loro natura sono difficilmente comparabili. Eppure, quel senso di dismisura che pervade molte testimonianze di giovani ai quali è pure negato il diritto di sognare una vita, ebbene proprio allora si è capito che dismisura non equivale a non misura. Una cosa è talmente lontana da non poter essere vista, ma non per questo non è detto non possa essere raggiunta.
Immaginando che un giovane normodotato possa percorrere una strada piana di cinque o sei chilometri in circa un’ora, dobbiamo presupporre che se la stessa è irta di ostacoli (muri, fiumi senza ponti, boschi ecc.) il tempo necessario possa dilatarsi sino, teoricamente, ad arrivare all’infinito se un ostacolo si dimostra invalicabile.
Così, il GDI non pretende di “misurare” quanto tempo sia necessario per raggiungere la meta, ma quanto alti sono gli ostacoli e quanto tempo sarà perso per superarli. Una specie di misurazione al contrario, che, infatti, abbiamo chiamato “ritardo” generazionale.
E’ stato così possibile cominciare a misurare l’aggravarsi della situazione generale nei confronti delle giovani generazioni e in modo inaspettato, scoprire che questo indicatore “peggiora” molto di più dell’economia nel suo complesso. Un indicatore che, questo è un altro fattore importante, ha iniziato a sancire il declino delle giovani generazioni ben prima dell’avvento della attuale crisi.
Fatto 100 il 2004 dunque, ecco come il ritardo aumenta negli anni che seguono, con maggiore intensità dall’avvento della crisi. Nel 2012, ultimo anno di rilevazione con tutte le fonti disponibili per costruire gli indicatori prescelti, questo indice è salito a 135. Lo stesso, seguendo delle previsioni attendibili e presupponendo non intervengano correttivi agli attuali trend, sale a 171.
Immaginiamo che se un giovane di 24 anni nel 2004 avesse impiegato 10 anni per acquisire un lavoro sufficientemente redditizio, l’acquisto, ancorché con mutuo di una casa e costituirsi una vita autonoma da quella della famiglia di provenienza, lo stesso giovane, nel 2020 ci metterebbe 17,1 anni in più. Cosa non da poco, dire a un giovane che sarà “grande” solo ultraquarantenne.
Possiamo però immaginare che la misura del GDI non sia temporale ma spaziale e dunque proviamo a pensare allo stesso giovane di 24 anni che sulla sua strada si trova un muro alto 1 metro. Se si tratta di un giovane normodotato e in salute, con un po’ di fatica e inventiva riuscirà a superarlo. Ma se il muro diventa di 135 cm., solo i giovani “atletici” riusciranno a farlo. Questo significa che un certo numero di giovani non arriverà mai all’obiettivo. E se il muro è alto 171 cm., solo un atleta vero e proprio riuscirà a saltarlo. E gli altri? Ci riuscirà soltanto chi potrà contare su un amico che gli faccia da scaletta, e qui entra in gioco il familismo e in taluni casi estremi la devianza. Dunque chi non ha un amico o non vuole scendere a compromessi, rimarrà al di qua del muro.
I milioni di giovani Neet italiani testimoniano che sono sempre di più quelli che si trovano in questa triste situazione. Il GDI non porta però solo le brutte notizie perché, se è vero, come dicevo, che questo indicatore non ci indica ancora la soluzione, esso è in grado di verificare la bontà o meno di una politica o di una soluzione proposta per uscire dalla crisi e cioè per abbassare il muro o accorciare il tempo per raggiungere la meta, come si preferisce vederla.
Volendo fare ancora un paragone con la Medicina, potremmo affermare che il GDI non è l’antibiotico, ma il termometro che misura la febbre e che, somministrata una qualsivoglia cura, permette di stabilire se l’infezione in corso è sedata o meno.
Continuando dunque con una buona dose di follia bisogna quindi sperare che ora avvenga un miracolo, cioè che questo nuovo indicatore diventi di dominio pubblico ed entri a far parte del dibattito politico e poi, anche nell’azione politica.
Ci sono pagine e pagine di giornali che discutono di spread tra i nostri buoni del tesoro e quelli tedeschi e spagnoli; la folle speranza è che ora si mettano a discutere anche di come e perché dalla crisi bisogna uscire senza sacrificare un’intera generazione. Con la speranza che il GDI sia il termometro della guarigione di una collettività che dall’equità generazionale deve saper ripartire.

Bibliografia

MONTI L.,Ladri di Futuro,La rivoluzione di giovani contro i modelli economici ingiusti, Luiss University Press, Roma 2014
MONTI L.(a cura di), Divario Generaziole. Il senso della dismisura, Ricerche Comitato Scientifico Fondazione Bruno Visentini, Alter Ego edizioni, 2015

Alcune considerazioni sulla «potenza» della prassi politica. La fragilità del presente e il blocco del passato.

Questo breve contributo intende partire da un passaggio importante dell’intervento di Bruno Montanari in cui egli ci spiega che «la frantumazione del legame sociale nel suo complesso è il prodotto più ravvicinato, nella sua attuale visibilità, della destrutturazione della temporalità nella mentalità dell’uomo comune», e auspica «la ri-proposta della temporalità storico-esistenziale nella mentalità della gente comune». Per elaborare una risposta soddisfacente a tale ordine di questioni, può essere utile riflettere sul rapporto problematico che intercorre tra la politica intesa come «potenza» (la pura potenzialità di un passato ancora irrealizzato) e il suo esercizio storico nella decisione risolutiva presa da parte di un leader. Entro tale contesto, il conflitto politico viene ad assumere un ruolo decisivo, proprio in ragione della coincidenza storica fra una certa prassi politica (ad esempio quella rivoluzionaria) e la potenzialità insita nel passato. Nei suoi momenti più celebri, la storia della filosofia politica mostra chiaramente come la dinamica del conflitto sia potuta diventare una vera e propria «arte» nel significato classico del termine: una tékne, un sapere pratico, proiettato, nel suo «valore d’uso» descrittivo o normativo, sulle esigenze e contraddizioni del presente, il quale, non sempre, è il risultato (effettuale, in senso hegeliano) del passato. Nel quadro storico segnato dalla Rivoluzione scientifica moderna, Machiavelli porta avanti una linea investigativa dell’ontologia sociale in termini prettamente naturalistici, orientata a definire le modalità in cui l’organismo politico può efficacemente conservare ed estendere il proprio potere entro una condizione di permanente concorrenza ostile tra i soggetti. D’altronde Machiavelli, nelle sue riflessioni politiche, deve molto a Lucrezio. Se è vero che il desiderio di conquista cresce attraverso le passioni asociali quali l’invidia, l’ingratitudine e l’infedeltà, vediamo che nell’indagine di Machiavelli la natura umana viene a delinearsi come una relazione di reciproca sfiducia tra simili, relazione che riporta al centro del dibattito politico attuale il problema dei limiti del potere, come è possibile evincere, ad esempio, dalle considerazioni del Segretario fiorentino su Girolamo Savonarola, concepito certamente come un grande politico, ma nello stesso tempo come un uomo dalla debole capacità di imporsi. Vediamo così che nella lotta infinita per l’autoconservazione dell’organismo biologico è già inscritto il desiderio di ordine e la ricerca di un agire efficace per il conseguimento del potere decisionale sui propri simili. Ciò è confermato dall’uso che fa Machiavelli della terminologia medico-biologica dell’epoca (addirittura, quando non basta la legge, il principe deve comportarsi come una bestia), in special modo della teoria degli umori come l’odio, la paura, l’invidia o l’ambizione. Dopo le conquiste teoriche di Galileo e Descartes, Hobbes concepisce l’uomo in modo meccanicistico e mostra la condizione generale che verrebbe a realizzarsi tra gli uomini (il bellum omnium contra omnes) qualora venisse ritirato dalla vita sociale ogni organismo politico di controllo. Con l’esplodere della guerra civile (1642-1651) Hobbes sente infatti come imminente la fine della sovranità. Per ottenere il rispetto delle leggi naturali e per sottrarsi alla condizione di guerra permanente è necessario l’uso della forza, la quale può derivare soltanto dalla creazione di quell’«uomo artificiale» o «Dio mortale» che è il Leviatano. La ragione che spinge gli uomini a farsi sudditi del sovrano è dunque il fine della protezione: «The end of obedience, scrive Hobbes, is protection». Una siffatta tendenza, tipica della filosofia politica moderna, a ridurre l’agire statale ad un’affermazione strategica e strumentale del potere come decisione risolutiva di un’autorità, è stata messa in discussione da Rousseau e, più in particolare, da Hegel.
Rousseau compie una «cesura antropologica» utile a spiegare il passaggio dall’amour propre all’amour de soi e finanche all’io sociale, ovvero ad un modello di alterità dipendente da interessi immediatamente coincidenti con quelli della comunità. Nella vita comunitaria, infatti, l’abisso incolmabile tra «essere» e «apparire» viene in qualche misura colmato dal bisogno di identità intesa come sinonimo di autenticità. Rousseau intende pertanto legittimare il contratto pensando la condizione di «alienazione totale» di ciascun singolo individuo nella comunità non come il risultato di una repressione secca dell’amour de soi (la quale determinerebbe solo lo scatenarsi del potere distruttivo dell’amour propre, del gretto egoismo che giustifica l’autoritarismo del decisore), quanto come l’effetto automatico di una sublimazione non repressiva del più originario amour de soi. Riprendendo le parole di Rousseau, al posto della singola persona di ciascun contraente, quest’atto di associazione politica dà la vita a un «corpo morale e collettivo» e da questo stesso atto tale corpo riceve la sua unità, il suo «io comune», la sua vita e la sua volontà. Si tratta pertanto di convertire, attraverso la dinamica del riconoscimento declinato nella modalità dello «sguardo» che valuta e stabilisce cosa sia la stima, l’amour de soi individuale in amour de soi sociale, per poter declinare nell’apprezzamento pubblico gli effetti corrosivi, conflittuali e patologici di ogni amour propre lasciato a se stesso. Concentrando l’attenzione sulla dinamica del «reciproco riconoscimento», Hegel, soprattutto nel periodo di Jena, fonda la storicità del soggetto, lo fa emergere e lo istituisce nella sua identità processuale, ponendolo in rapporto problematico con una potenzialità insita nel passato storico depositato nell’Erinnerung, nel ricordo. Hegel spiega il conflitto come un meccanismo di socializzazione, sviluppando una sorta di «contro-critica» teorica al modello di Hobbes. Come mostra bene Kojève, con il concetto di lotta per la vita e per la morte nella dialettica di signoria e servitù, Hegel ha connesso la possibilità della vita e della libertà individuale alla condizione della certezza anticipata della propria morte. Se il «merito» di Rousseau, lo si è appena visto, è stato quello di aver stabilito come principio dello Stato la volontà, secondo lo Hegel dei Lineamenti di filosofia del diritto l’«errore» di Rousseau sta nel considerare la volontà soltanto nella forma determinata della volontà singola e la volontà universale non come il razionale «in sé e per sé» della volontà. Secondo Hegel l’unione vivente degli individui è il vero fine, e non può essere abbassata ad un mezzo di realizzazione dei loro interessi particolaristici. Entro questa cornice, il concetto di Bildung riveste un ruolo centrale: occorre formare la «società civile» (che secondo Hegel è la «palestra dell’individualismo») attraverso la liberazione del lavoro e dal lavoro, contro ogni tendenza orientata all’«omogeneizzazione», proprio nel significato che a questo concetto ha voluto attribuire Charles Taylor. Se allora ci rivolgiamo a Marx, vediamo che, nelle società di massa, il problema del mutamento sociale, culturale, economico e politico assume contorni sempre più precisi. A tal proposito, Wendy Brown, nel suo volume La politica fuori dalla storia, richiamandosi tra l’altro alle analisi di Derrida in Spettri di Marx, mostra come il suo spettro sia in realtà un revenant, ciò che ritorna da un passato più che remoto e immemoriale, che passa dalla porta dell’avvenire come il fantasma del materialismo storico e dialettico, e che ci impone di tenere in dovuta considerazione le sue imprevedibili manifestazioni.
Non è un caso che, proprio a cavallo tra Otto e Novecento, un outsider della filosofia come Nietzsche, il quale considerava Kant ed Hegel degli «operai della filosofia», abbia scritto che «per ogni agire ci vuole oblio», giacché un eccesso di memoria paralizza l’azione e blocca il futuro, e abbia potuto parlare dell’arte come di una Gegenbewegung, ossia di un «contromovimento». Certo, nel passaggio storico e teorico dalla modernità alla ipermodernità, il conflitto si è indissolubilmente legato non solo alla genealogia e alla metamorfosi del potere in quanto potenza (inteso appunto come una pura potenzialità insita nel passato), ma anche all’atto della sua visibilità nel «qui ed ora» della decisione presa da parte di un leader. A tutt’oggi il problema consiste nel fatto che ogni decisione risolutiva deve misurarsi con un dato talvolta inemendabile: il riversarsi del passato in blocco sul presente, proprio nei casi in cui le sue potenzialità non sono state ancora pienamente attuate. L’indagine della potenza, anche nell’accezione nietzschiana, consente pertanto di verificare come la politica sia, ancora oggi, il «luogo privilegiato» in cui il passato storico continua a riversarsi in blocco sul presente. Ciò è ben esemplificato dalla lettura del concetto bergsoniano di «pura durata» come storia da parte dello storico francese Henri Berr, il quale, a sua volta, influenzò i due fondatori e primi direttori delle Annales d’histoire économique et sociale, Marc Bloch e Lucien Febvre. Occorre dunque rinforzare l’azione politica collettiva dilatando il presente tanto verso il futuro che verso il passato, senza fare tabula rasa della memoria. Perché il conflitto, essendo vincolato al corpo del potere come sua potenzialità esclusiva, è ancora pervasivo della nostra dimensione politica su più livelli: economico, culturale, estetico e normativo. Se il potere possiede, nella sua «attuosità», un corpo che facilita la rappresentazione biopolitica della sua forza (attraverso la quale si generano altri corpi che ne riproducono fatalmente le logiche), occorre allora fare largo a una pratica del «convivere», nel significato dato a questo termine dal sociologo contemporaneo Alain Caillé. L’«arte del vivere insieme» deve poter enfatizzare il «noi» piuttosto che l’«io», ovvero un modello di relazione comprensivo delle potenzialità di ciascuno. Certo, se è vero che il conflitto è plurale, la riflessione filosofica intesa come praxis, non può mai venir meno al suo compito normativo (questo aspetto lo mette bene in chiaro, tra l’altro, Jacques Rancière) di accogliere la difficoltà, l’aporia o il «disagio» della politica. È proprio rilanciando una concezione «alta» della giustizia secondo la sua matrice platonica e aristotelica che la filosofia può e deve ancora oggi interrogarsi sul disaccordo che, come una ferita mai cicatrizzata, continua a infettare il corpo politico. Ferita «antisocratica» per eccellenza che in molti luoghi della storia è replicata da individui tiranni subordinati alla legge della forza, i quali seguono il principio trasimacheo esposto nella Repubblica platonica, secondo cui «il giusto è la volontà del più forte» che è chiamato a decidere, tagliando di netto con la potenzialità insita in ogni passato plurale ancora irrealizzato. Attualmente, giacché tutta la società è investita da una «deriva signorile», il potere è divenuto più facile da conquistare ma più difficile da esercitare e più semplice da perdere. Sulla base di questa consapevolezza, siamo tutti chiamati a compiere una vera e propria «resa dei conti» col presente della società di rete, con le forme svariate della politica mediatica globale che plasma la mente del pubblico, a volte neutralizzando, a volte fomentando il conflitto, mettendo seriamente in crisi la legittimità della politica democratica dei partiti ereditata da due secoli di guerre e battaglie politiche. La crisi resta dunque «aperta» nel futuro del presente come lo è stata nel passato del presente, ponendo la democrazia dentro la dissociazione sistemica tra potere della comunicazione e potere rappresentativo. È in questa «dissociazione» che si apre lo spazio critico della riflessione non solo per lo scienziato sociale ma soprattutto per il filosofo politico.

Alcuni riferimenti bibliografici

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La Ricerca del Centro

La Ricerca del Centro
Politica e Finanza

Lo spunto offerto dall’amico Montanari col suo Osservatorio è di grande stimolo per alcune riflessioni che possono aprire un utile dibattito su un problema di attualità molto sentito da tutti.

Lo sviluppo di un welfare molto avanzato nel corso della c.d. Prima Repubblica, si reggeva su uno sviluppo economico basato su aiuti interni ed esterni  a tutta l’attività produttiva del Paese.

Tale sviluppo era per lo più costruito sul debito pubblico che via via lievitava a dismisura. Nessuno ci imponeva allora  “i compiti a casa” , eravamo padroni di noi stessi e potevamo manovrare a nostro piacimento le leve della politica economica del nostro Paese : la leva di spesa, quella monetaria e  quella delle entrate. Col passaggio, prima dal MEC alla UE e, poi, all’EURO, ci siamo spogliati della politica monetaria, abbiamo accettato limiti rigidi di spesa e ridotto la possibilità di operare dal lato delle entrate. Sostanzialmente vi è stata una vera e propria cessione, sia pur parziale, ma certamente significativa, di sovranità ad un organismo, la UE, che non ha specifica sovranità costitutiva sugli Stati membri, perlomeno nella forma, ancora sovrani.

Non può destare, quindi, sorpresa alcuna che nel deficit di potere dell’organismo composito lo Stato più forte si arroghi di fatto poteri di rappresentanza che non ha, che mai alcuna base elettorale ha conferito, bensì poteri di rappresentatività.

Nella impossibilità di attuare una vera e propria politica economica a tutto tondo, non vi è dubbio alcuno che le forze politiche trovano nei limiti della situazione, da un lato, l’emergere della logica dello Stato più forte e, dall’altro lato, il farsi avanti di poteri non elettivi, in specie quelli finanziari, che condizionano sensibilmente le politiche economiche e di bilancio degli Stati.

Tale situazione, si badi bene, è stata creata da molti di coloro che ancora occupano posti di potere politico con qualcuno che comincia a dimostrare però qualche ripensamento e, addirittura, fa finta di non essere mai stato partecipe e corresponsabile di tale processo. Se approfondite il motivo per il quale il parametro deficit/pil fu determinato al 3% o il cambio lira/marco quasi al doppio del valore, nessuno vi saprà dare una spiegazione economica esaustiva. Eppure ci siamo “impiccati ” a tali parametri come sacri dogmi indiscutibili. Guai a chi osa mettere in discussione tale “verità rivelata”. La grande depressione nella quale tutti, chi più o chi meno, ci troviamo è la prova lampante della crisi dell’intero sistema. Parlare di revisione dei parametri e dei trattati è atto di lesa maestà nei confronti di un sistema burocratocentrico in salsa teutonica.

Di fronte alle logiche puramente contabili, crollano gradualmente l’economie dei Paesi e le loro attività produttive  e, quindi, diminuendo il gettito da valore aggiunto, anche la tenuta dello stato sociale.

Prendono il sopravvento le logiche individuali e gli egoismi di classe, o meglio, nel nostro caso, gli egoismi corporativi. La Politica così come l’abbiamo vissuta, quale impegno sociale e partecipazione, resta mero esercizio di potere, business per chi vive di questo. Se sono impossibilitato a partecipare perché il mio voto non decide nulla nemmeno sul bene costituzionale più caro, la Sovranità Popolare, perché occuparsi di simili questioni?

È evidente che sto affrontando a spanne argomenti che richiederebbero ben altra trattazione,  ma non è questa la sede.

Ed allora, tornando al problema che ci siamo posti e trattandosi di un luogo il cui nome, Filosofia in Movimento, non può prescindere dall’Uomo, occorre porsi una domanda alla quale prima o poi tutti i Paesi della pseudo Unione non potranno sfuggire: dobbiamo porre al centro dei sistemi politici l’UOMO o il bilancio, la finanza, il capitale, il profitto, l’interesse particolare di Stati e poteri?

Possiamo, o meglio potranno, anche eludere tale domanda, ma i fatti e la storia gli saranno avversi.

Se la risposta è l’UOMO, né discendono analisi e soluzioni diverse da quelle sino ad oggi considerate e praticate. Ricordate nella Storia qualche nazione che ha pagato l’intero debito accumulato? No, vero ne sia che la stessa pseudo Unione lo sa bene tanto da aver stabilito di riportare il deficit debito/pil non a zero ma al 60%.

Se si vuole tenere conto dell’uomo occorre più elasticità. Le vere riforme non sono quelle che deprimono le economie dei Paesi e distruggono vite e speranze, ma quelle che rivedendo tale assurdo modo di procedere trasformino l’ Unione contabile finanziaria in Unione politica Umana.

Diversamente non ci sarà un futuro di prosperità e allora addio giustizia sociale perché non più sostenibile.

Non dico che non si debba tener conto della finanza e dell’economia, sarebbe utopico, ma certamente si è rotto un equilibrio tra l’uomo e i suoi strumenti di vita, che va ristabilito. Si sono invertiti i valori: l ‘Uomo non più padrone degli strumenti ma questi, in mano a pochi, padroni dell’Uomo. E ciò è stato possibile grazie alla miopia di forze politiche che praticano il garantismo delle politiche contabili tese a garantire certi ambienti finanziari e predicano la giustizia sociale. Occorre spendersi per il benessere dell’uomo, partendo dalla dignità del lavoro, cui il nostro costituente ebbe l’ambizione di porre quale evento fondante della nostra comunità.

Senza tali obiettivi, prenderà il sopravvento l’oligarchia e non la democrazia, l’autoritarismo sulla libertà, la disoccupazione sul lavoro e, nella sostanza, quella forma politica che da alcuni viene definita, con felice neologismo, la “democratura”, dittatura travestita da democrazia.

Osservatorio

di 
Bruno Montanari

Episodi recenti: politiche greche e del Regno Unito; regionali italiane e spagnole. Evaporazione della democrazia parlamentare, astensione su larga scala, radicalismi anti-europei e genericamente “antagonisti”. In breve: la “pancia” vince sulla “testa”.

L’analisi ormai è chiara e diffusa: il potere delle centrali finanziarie produce un potere tecnocratico che si sovrappone, dominandolo, all’intero ambito della sfera del “politico” tradizionalmente inteso. Occorre però aggiungere che il principio fondante tale “dominio” non coincide solamente con il disinteresse per la politica e per i progetti di crescita sociale, ma consiste in un interesse contrario. Mira, cioè, all’annientamento del “politico”, così come si è costruito nel Secondo Novecento, con la stabilizzazione delle democrazie parlamentari, attraverso l’istituzionalizzazione dello “Stato sociale”.

Con espressione sintetica: l’ “effettività” del potere finanziario si fonda sull’ “ineffettività” della politica.

Il pragmatismo politico, succeduto alla stagione dell’ideologismo, si è trasformato, nell’epoca della globalizzazione finanziaria e tecnocratica, in un affarismo di sistema, indifferente al colore politico, ed in un lobbismo che permea trasversalmente la vita stessa delle istituzioni. Ricaduta, questa, sul piano operativo, della mentalità nella quale si sono formate, negli anni ’90, le generazioni che oggi occupano lo scenario pubblico.

Se si sposta questo quadro dal piano della “macrofisica” della globalizzazione a quello della “microfisica” della vita quotidiana, la dominanza dei poteri finanziari si alimenta e si consolida proprio in forza del conseguente radicarsi e diffondersi, nella mentalità dell’uomo comune, della “ineffettività” della politica sotto forma di idea della sua “inutilità”. Individualismo ed inaffidabilità, diffidenza nelle relazioni umane, antagonismo intergenerazionale, chiusura dei ceti, corruzione eretta a sistema… in breve: frantumazione del legame sociale. E di tutto questo le generazioni che oggi hanno vent’anni mostrano lucida comprensione, che genera però, come uniche reazioni, solitudine ed impotenza progettuale.

Da un punto di vista “filosofico”, al di sotto di quello che ho definito principio fondante del potere finanziario vi è un “principio” ancora più profondo e che ha del “demoniaco”: il dominio dell’uomo sul tempo, realizzatosi con il’ “culto” dell’ istante, che destruttura la sequenza temporale passato – futuro, la quale, invece, è condizione e misura della possibilità stessa del progettare umano nel presente.

L’istante (sotto la forma comune di una temporalità ridotta a simultaneità, a momento, a qui e ora) prende il posto, in modo subliminale ed inavvertito, della  temporalità esistenziale e storica. La “percezione”, nell’uomo comune e nella comunicazione pubblica, si sostituisce al “ragionare”. L’impatto alla riflessione.

Infatti.

La “scommessa monetaria” vive del calcolo sull’immediato e del risultato che deve essere altrettanto immediato; al contrario, il “politico” si nutre della conoscenza, della critica e della elaborazione intellettuali. Si nutre, cioè, di passato e futuro nello snodo del presente. In breve: La “scommessa monetaria” ha il suo principio costitutivo nell’istante, al contrario il “politico” si nutre della temporalità storico – esistenziale, che si realizza nel produrre un’“opinione pubblica” ed una progettualità, capace di dare forma ad una società, come pluralità di idee ed unità di appartenenza.

In sintesi.

La frantumazione del legame sociale nel suo complesso è il prodotto più ravvicinato, nella sua attuale visibilità, della destrutturazione della temporalità nella mentalità dell’uomo comune: dall’assenza di un’opinione pubblica, con capacità critica, alla incapacità di elaborazione di un pensiero argomentato ed articolato, all’affermarsi della “pancia”; in breve dai twitter ai sondaggi, l’ambiente umano appare appiattito su di una orizzontalità priva di confini, dove ogni realtà è significativa solo se è assertiva, asciutta, ed esiste solo nella sua icastica immediatezza di azione – reazione.

Come uscirne?

Difficile rompere una stratificazione del vivere comune fatta di acriticità, individualismo, diffidenza, antagonismo generazionale.

Provarci, in pratica, significa incidere, ribaltandoli, proprio sugli aspetti del vivere comune appena nominati e quindi: rilancio del “pensiero critico”, associazionismo di base, affidabilità interpersonale, rispetto tra le generazioni mediante la trasmissione di un sapere formatosi attraverso una diversa e forse più culturalmente ricca esperienza esistenziale.

In definitiva, provarci significa fronteggiare la logica dell’ “istante” con la ri-proposta della temporalità storico-esistenziale nella mentalità della gente comune.

Pensando soprattutto ai ventenni di oggi.

Via i notai!

di
Mino Vianello

 

Matteo Renzi si scaglia contro gli interessi costituiti che bloccano la modernizzazione di questo paese. Gli propongo una sfida: cancellare una delle corporazioni più agguerrite che, proprio perché numericamente piccola ed omogenea per formazione culturale e tecnica, si presenta compatta e in grado d’intervenire efficacemente su tutte le forze politiche. Nessuno finora ha osato  attaccarla, pur essendo evidente l’impatto negativo ch’essa ha sulla vita economica del paese: la corporazione dei notai.

La scusa ch’essa esiste in diversi altri stati non giustifica la sua sopravvivenza come professione “privata”, a parte la considerazione che le norme che la governano nei paesi dell’Europa continentale (in Gran Bretagna come negli Stati Uniti non esiste proprio) sono ben diverse da quelle che nel nostro paese le consentono di accumulare come forse nessun’altra ricchezza e potere.
Le giustificazioni da essa addotte ricordano quelle messe avanti da un’altra anomalia italiana: quella della corporazione dei farmacisti, che si richiamano con sfacciataggine unica alla tutela della salute pubblica (quasi che nei paesi anglosassoni, dove la vendita dei farmaci è assimilata alla vendita di qualsiasi altro prodotto,  la salute pubblica non sia tutelata!).  Le giustificazioni addotte dai notai si riassumono sostanzialmente in due.
La prima riguarderebbe la fiducia cui può abbandonarsi chi, per esempio,  compra un immobile, che deriverebbe dall’ imparzialità del notaio, da una preparazione giuridico-fiscale di alto livello a seguito di un  concorso severo, dalla sua natura di pubblico ufficiale,  che, malgrado si presenti come un privato professionista,  lo rende garante della veridicità e della legalità degli atti (senza con questa accorgersi dell’incoerenza d’una commistione, “privato professionista con funzioni di pubblico ufficiale”,  da Ancien Régime,  cui la Rivoluzione Francese aveva messo fine).
La seconda giustificazione serve a giustificare le tariffe. Consiste nel fatto che il notaio,  esercitando la sua funzione non da dipendente statale, ma come libero professionista, deve affrontare notevoli spese per assicurare ai clienti rapidità nella  predisposizione degli atti e delle formalità richieste e nella loro trasmissione per via telematica ai pubblici registri, per cui deve fare  investimenti molto costosi in personale e in strumenti informatici. Ne consegue che è giusto che si  faccia  pagare profumatamente.
Ovviamente, tra le attività importanti da loro svolte, vengono elencate,  oltre alle immancabili successioni, la  compra-vendita di beni immobili: case, uffici, terreni, capannoni,  navi e fino a ieri automobili (equiparati  paradossalmente  da noi  ai beni immobili, forse perché forniti d’un tetto!…) e i passaggi più  rilevanti  relativi alla costituzione di società commerciali.

Le obiezioni vengono alle labbra immediate. Perché mai ci sarebbe bisogno d’un servizio che costa fior di quattrini ai contraenti, quando i mezzi oggi a disposizione consentono di collegarsi in tempo reale, per esempio,  con gli uffici competenti per accertare l’esistenza d’un’eventuale ipoteca sul bene che si vuole acquistare?  Perché un pubblico ufficiale può celebrare un matrimonio e non, invece, ricevere e certificare un testamento? Perchè per avere un conto corrente in banca o ottenere un prestito basta un funzionario della banca stessa, mentre per un mutuo c’è bisogno d’un notaio? Per accendere l’ipoteca? È ovvio che oggi, con i mezzi tecnici di cui disponiamo che riducono al minimo il rischio d’imbrogli,  questa funzione può essere espletata dalla banca stessa, sottoponendo l’atto alla convalida d’un pubblico ufficiale così come si fa per la registrazione dei matrimoni.
Ci sono certo negozi giuridici che richiedono esperienza, come la costituzione d’una società commerciale: ma perché, in questi casi, non fare ricorso al commercialista o all’avvocato, che poi  può provvedere a registrarne l’atto?
Vuole  Matteo Renzi aiutare ad aumentare gli investimenti e i consumi? Ecco un modo semplice per metter a disposizione della gente fior di quattrini: perché tutti sappiamo a quanto ammontino le tariffe notarili.

Ma non basta. Ciò che fa emergere chiaramente la fisionomia medievale che accomuna questa all’altra corporazione esistente in Italia, quella dei farmacisti, è il numero programmato sul territorio, che assicura ad ambedue una posizione monopolistica, garanzia, oltre che  d’una rendita cospicua, d’una posizione  feudale che facilita la trasmissione familiare del “mestiere”.

Partirà con la lancia in resta il cavaliere senza macchia e senza paura? C’è il dubbio che l’armatura di cui si ricopre sia quella del Cavaliere della Mancha : che alla fine, rivelatasi di latta, gli fece fare brutta figura. Le lobbi sono attive e potenti in tutte le forza politiche.   Sono destinate a restare tali nel PD? O sarà questo disposto a fornirgli altra più robusta corazza?  A quanto sembra, c’è da dubitare.

Sistemi elettorali e rappresentanza politica. Considerazioni a margine dell’ “Italicum”

di
Gabriele Molinari

 

Premessa.

I sistemi elettorali servono a trasformare le opinioni politiche esistenti all’interno di una comunità (anch’essa quindi, appunto, politica) in rappresentanze elettive.
Nel perseguire questo scopo i predetti sistemi devono garantire – almeno in linea teorica – che gli eligendi organi complessi (ovvero quelli collegiali; il problema naturalmente non si pone per le cariche monocratiche) possano correttamente assolvere all’esercizio della propria funzione deliberativa.
Tanto meglio riescano a provvedervi – quindi nella conseguente determinazione di definite e stabili maggioranze assembleari – tanto più sarà perseguito e raggiunto l’obiettivo primo di ogni comunità politica, ovvero il governo della stessa.

Il presente lavoro, tuttavia, non si propone solo di indagare la relazione esistente tra i predetti sistemi (nelle loro diverse tipologie) e i livelli possibili di governabilità, quanto pure di stabilire quale sia e come si configuri, a seconda dei modelli adottati, il rapporto tra le rappresentanze elettive – ed in specie quelle parlamentari – e gli interessi portati dal corpo elettorale.
L’interesse a questa riflessione muove dalla considerazione del fatto che il sistema maggioritario e quello proporzionale, per loro intrinseca natura, generano una diversa rappresentazione elettiva di quegli interessi, ed un ancor più diverso bilanciamento dei medesimi.
Soprattutto, l’interesse muove dai recenti sviluppi dell’attività parlamentare, dal momento che si sta discutendo un disegno di legge di revisione costituzionale e che è stato approvata una nuova legge elettorale, entrambi destinati a modificare radicalmente l’ordinamento della Repubblica.
La variazione del sistema elettorale induce a verificare l’eventuale, corrispondente, sussistenza di una variazione nel meccanismo di rappresentanza istituzionale.

 

Introduzione. I sistemi elettorali.

Prima di ogni considerazione, è utile ricapitolare le caratteristiche dei sistemi elettorali vigenti nelle principali democrazie del mondo.

La tipologia più semplice è la legge proporzionale: ciascun partito ottiene una quantità di seggi in Parlamento in base al numero di voti ottenuti. Si afferma generalmente che il sistema proporzionale garantisca appieno la rappresentanza dell’elettorato, ma è il meno idoneo ad assicurare la governabilità. In effetti, in una democrazia parlamentare – in cui il Governo ha bisogno della fiducia del Parlamento – l’azione di governo può avere un indirizzo univoco solo qualora un insieme di partiti, compatibili fra loro sul piano ideologico e programmatico, ottenga la maggioranza assoluta dei voti. In caso contrario, il Governo dovrebbe contare su una maggioranza parlamentare eterogenea, con il rischio che i veti incrociati rendano impossibile l’assunzione delle necessarie scelte.
Per attenuare gli effetti negativi in termini di governabilità, è possibile adottare alcuni correttivi, generalmente mirati alla diminuzione quantitativa dei partiti rappresentati in Parlamento, con conseguente aumento dei seggi attribuiti ai partiti maggiori.
Il principale rimedio è lo sbarramento: solo i partiti che superano una soglia numerica di voti possono ottenere seggi in Parlamento. Così dispone, ad esempio, la legge elettorale vigente in Germania: i partiti che, a livello nazionale, ottengono più del 5 per cento si spartiscono i seggi della Dieta federale. Analogo sistema è adottato in Russia, ove è necessario ottenere il 7 per cento per accedere alla Duma; sono comunque riservati seggi in numero fisso per i partiti compresi fra il 5 e il 7 per cento dei voti.
Un’alternativa consiste nell’assegnare i seggi non su base nazionale, ma all’interno delle circoscrizioni elettorali. Poiché in ciascuna di esse è assegnato un numero limitato di seggi, il numero di partiti che accederanno alla distribuzione dei seggi risulta inferiore. Così prevede la legge elettorale in Spagna.
In Italia, dal 1948 al 1993, la legge elettorale era di tipo proporzionale, senza sbarramento. Più esattamente, i senatori erano eletti in collegi uninominali: la legge prevedeva l’elezione diretta del candidato vincente in ciascun collegio, a patto che questi raggiungesse il 65 per cento dei consensi; in mancanza, i seggi erano ripartiti secondo il metodo proporzionale. In seguito al referendum abrogativo del 1993, il Parlamento, con due successivi interventi legislativi, ha introdotto il metodo maggioritario. Nel 2014, con la sentenza n. 1/2014, la Corte Costituzionale è intervenuta sulla legge elettorale, dichiarando l’illegittimità di alcune disposizioni; il risultato è una legge proporzionale, con sbarramento del 4 per cento alla Camera e dell’8 per cento al Senato; è previsto uno sbarramento inferiore per le liste coalizzate, ma l’assenza di un premio di maggioranza non incentiva la formazione di coalizioni. Come vedremo, a partire dal 1 luglio 2016, questa legge non sarà più in vigore per l’elezione della Camera dei deputati.

Se i sistemi proporzionali, più o meno corretti, assicurano piena tutela alla rappresentanza elettorale a scapito dell’univocità dell’azione di governo, avviene l’inverso nel caso dei sistemi maggioritari.
Il più diffuso fra essi è il maggioritario di collegio. Il territorio nazionale è suddiviso in circoscrizioni elettorali, in numero pari ai parlamentari da eleggere (i cc. dd. “collegi uninominali”), di modo che ogni partito presenti, per ogni circoscrizione, uno e un solo candidato. Poiché il seggio in palio in ogni collegio è uno solo, e uno solo sarà il candidato eletto: questo sistema avvantaggia – in linea di principio – i partiti che sono in grado di raccogliere una quantità di voti sufficienti a garantire loro la maggioranza.
Sono possibili diversi metodi per determinare la maggioranza necessaria all’elezione. Laddove vige il c.d. first past the post voting, è eletto, in ciascun collegio, il candidato che ottiene la maggioranza relativa.
Questo tipo di sistema maggioritario è tradizionalmente adottato negli Stati di tradizione anglo-americana: Regno Unito e Stati Uniti d’America; Canada, India, Sudafrica. Inoltre, è stato introdotto anche in Italia, fra il 1993 e il 2005 1, con una variante: la legge italiana assegnava il 75% dei seggi in collegi uninominali, distribuendo i restanti – secondo un criterio proporzionale – tra i partiti che superavano il 4 per cento dei voti.
È evidente come un siffatto sistema elettorale sacrifichi la rappresentanza. Innanzitutto, il maggioritario first past the post consente di attribuire la maggioranza assoluta a un partito, a condizione che questo disponga di una maggioranza relativa di voti, omogeneamente distribuita sul territorio; in astratto ciò è possibile anche qualora il partito in questione sia molto distante dalla maggioranza assoluta 2. Addirittura, in alcuni casi-limite, questo sistema può agevolare la formazione di un governo guidato da un partito privo della maggioranza relativa 3. Del resto, il maggioritario nasce nei contesti politici britannico e statunitense, laddove – in origine – la competizione era limitata a due partiti, uno dei quali necessariamente destinato a raggiungere la maggioranza assoluta dei voti e, di norma, anche la maggioranza assoluta dei seggi.
A ciò si aggiunga che il maggioritario di collegio rafforza la rappresentanza di partiti il cui consenso è scarso a livello nazionale ma particolarmente concentrato in un’area geografica determinata.
A fronte di ciò, paradossalmente, questo maggioritario “secco” non assicura neanche la governabilità. Dal momento in cui ogni voto è potenzialmente decisivo per conquistare la maggioranza relativa – e, di conseguenza, l’elezione nel collegio – i partiti maggiori saranno incentivati alla ricerca di un accordo con i partiti minori. Il sistema maggioritario, dunque, favorisce la formazione di coalizioni.
In alternativa, si ricorre alla c.d. “desistenza”: in un certo numero di collegi, uno o più partiti minori ritirano le proprie candidature, dando indicazione di voto per un partito più forte, il quale a sua volta farà altrettanto in altri collegi. Ne consegue che, con il maggioritario tradizionale, le probabilità che i partiti piccoli e medi siano rappresentati in Parlamento – condizionando le scelte degli altri partiti – restano ferme, e anzi, potenzialmente, aumentano rispetto a quanto accadrebbe adottando un sistema proporzionale corretto 4; un partito con il 2 per cento dei voti non potrà mai essere rappresentato in un sistema proporzionale in cui lo sbarramento sia fissato al 5 per cento, mentre potrà esserlo in un sistema maggioritario, laddove raggiunga un’intesa con altri partiti.
Per di più, gli accordi sono conclusi “al buio”: nel quadro di una coalizione, o di un patto di desistenza, i seggi spettanti ai partiti piccoli e medi sono assegnati senza conoscere il loro reale peso politico. Il risultato è che, in taluni casi, questi partiti possono ottenere seggi in misura ben superiore ai loro voti, dando origine ad una ulteriore distorsione della rappresentanza, che si affianca a quella che avvantaggia i partiti maggiori, ma che non è giustificabile con le esigenze della governabilità, e anzi è dannosa anche sotto questo profilo 5.
Un rimedio parziale agli inconvenienti del maggioritario first past the post è rappresentato dal maggioritario di collegio a doppio turno, come quello previsto per l’elezione dell’Assemblea Nazionale in Francia. In ogni collegio, è immediatamente eletto il candidato che raggiunge la maggioranza assoluta dei voti: 50 per cento, più uno. Qualora ciò non avvenisse, gli elettori di quel collegio saranno chiamati ad un secondo turno elettorale (ballottaggio) al quale accederanno solo i candidati che ottengono una determinata quantità di voti 6: il candidato che avrà il maggior numero di voti sarà eletto.
In termini di rappresentanza, va segnalato che il doppio turno impone ai partiti maggiori di ottenere voti in una misura pari alla maggioranza assoluta al primo turno, e – quantomeno – vicina alla maggioranza assoluta nel ballottaggio: non è più sufficiente la maggioranza relativa in sé. Nondimeno, proprio per questa ragione, questo tipo di sistema maggioritario accresce il potenziale dei partiti più forti, i quali, al ballottaggio, potranno disporre di quei voti che, al primo turno, erano stati tributati ai partiti piccoli e medi. Pertanto, al prezzo di un ulteriore detrimento per la rappresentatività, il maggioritario di collegio a doppio turno apporta visibili benefici alla governabilità, assunto che essa dipende – in ogni caso – dallo stato di salute del sistema politico 7. Resta fermo che i partiti maggiori necessitano, anche in questo caso, di concludere accordi con i partiti piccoli e medi, il che favorisce il ricorso alle desistenze e la formazione di coalizioni 8.

È importante rilevare che il maggioritario di collegio non è l’unica tipologia di legge elettorale maggioritaria 9.
Si può adottare il criterio maggioritario anche laddove la legge elettorale preveda l’esistenza di liste plurinominali di candidati e il riparto dei seggi sia proporzionale ai voti di ciascuna lista, a condizione che una quota di seggi sia sottratta al riparto, e venga attribuita alla lista che ottiene il maggior numero di voti (c.d. “premio di maggioranza”).
È su questo metodo che si fonda la legge elettorale italiana, recentemente approvata dal Parlamento e promulgata dal Presidente Mattarella 10: l’“Italicum” (e, prima ancora, il “Porcellum”).

Nel caso del c.d. “Italicum” – come nel caso della legge n. 270/2005, il c.d. “Porcellum” – i seggi del premio di maggioranza non sono determinati in numero fisso; sono pari alla differenza fra il 55% dei seggi totali della Camera – i quali sono sempre assicurati alla lista vincente – e i seggi che spetterebbero alla lista di maggioranza relativa se si adottasse il criterio proporzionale.
Dal momento che, con la sentenza n. 1/2014, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del “Porcellum”, vale la pena illustrare le differenze fra la legge del 2005 e l’attuale.
Il “Porcellum” – come anticipato – si fondava sul principio del premio di maggioranza, assegnando il 55% dei seggi alla lista, o alla coalizione di liste, che otteneva la maggioranza relativa. Al Senato il premio di maggioranza era assegnato alla coalizione vincente su base non nazionale, bensì regionale; questa disposizione rendeva difficoltoso individuare un vincitore a livello nazionale: in due occasioni – XV e XVII legislatura – impediva la formazione di una maggioranza univoca al Senato. La legge incoraggiava la formazione di coalizioni, prevedendo una soglia di sbarramento inferiore per le liste coalizzate. Gli eletti erano individuati sulla base di liste bloccate in 27 circoscrizioni – nel caso della Camera – e in 20 circoscrizioni coincidenti con le Regioni, nel caso del Senato.
Come anticipato, la Corte Costituzionale ha giudicato illegittimo un simile premio di maggioranza. Il principio della sovranità popolare ex art. 1 Cost. – nonché il disposto dell’art. 67 Cost.: i membri del Parlamento hanno la funzione di rappresentare la Nazione – vieta un’eccessiva alterazione della rappresentanza, nonostante il legislatore possa legittimamente perseguire l’obiettivo di agevolare la formazione di una maggioranza stabile e coesa. Ne deriva che la legge elettorale non può attribuire la maggioranza assoluta a una forza politica il cui consenso corrisponda ad un’esigua maggioranza relativa nel voto popolare, e tanto meno può farlo senza richiedere alla lista o alle liste di maggioranza il conseguimento di una soglia minima di voti 11.
Inoltre, la Corte ravvisa un ulteriore profilo di illegittimità nel premio di maggioranza “regionale” assegnato al Senato. Vero che – ex art. 57, comma 1, Cost. – il Senato “è eletto su base regionale”. Nondimeno, poiché il sistema istituzionale delineato dalla Costituzione del 1948 è fondato sul principio del bicameralismo paritario – in relazione alla funzione legislativa e al rapporto fiduciario con il Governo – non è ammissibile che il legislatore consenta il rischio della formazione di maggioranze diverse fra i due rami del Parlamento 12.
L’ “Italicum” adotta, a sua volta, il sistema del premio: la lista di maggioranza ha diritto al 55% dei seggi della Camera dei deputati; nella proposta, però, non è più prevista la possibilità che le liste si coalizzino. Non è più disciplinata l’elezione del Senato della Repubblica, dal momento che il Parlamento sta discutendo una proposta di revisione costituzionale volta a trasformarlo in Camera non elettiva. La legge entrerà in vigore alla data dell’1 luglio 2016 13. Il legislatore presume che, in quel momento, il processo di revisione costituzionale si sarà già concluso.

Resta da verificare se la scelta del legislatore di ricorrere nuovamente al premio di maggioranza sia o meno coerente con le affermazioni della Corte Costituzionale.
In effetti, l’ “Italicum” condiziona il premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minima di voti, fissata inizialmente al 37 per cento e, in seguito, al 40.
A taluni critici ciò non sembra sufficiente a superare le perplessità che la Consulta aveva espresso sul “Porcellum”.
Si ricorda che la legge Acerbo – approvata dal Parlamento nel 1924, su proposta del Governo Mussolini – assegnava un abnorme premio, pari al 66 per cento dei seggi, alla lista di maggioranza assoluta, ma solo qualora questa non ottenesse meno del 25 per cento dei voti. Un’eventuale riedizione della legge Acerbo sarebbe da considerarsi legittima, sapendo che essa consente “ad una formazione che ha conseguito una percentuale pur molto ridotta di suffragi in quella che raggiunge la maggioranza assoluta dei componenti dell’assemblea”? Cosa si intende per “molto ridotta”? Esiste un parametro oggettivo di tipo matematico per stabilire se il premio rispetta o meno il principio di proporzionalità, o questa valutazione è affidata al solo buon senso del giudice costituzionale?
Stante l’impossibilità di una risposta univoca a questa domanda, l’introduzione della soglia minima non aiuta a dissipare i dubbi sul premio di maggioranza. Sotto questo profilo, però, il reale elemento di novità risiede in un’altra disposizione dell’ “Italicum”, laddove si stabilisce che – qualora nessuna lista raggiunga la soglia – il premio venga assegnato in un secondo turno elettorale, al quale hanno diritto a partecipare la prima e la seconda lista per numero di voti. Così, si impone che la lista di maggioranza abbia il 50 per cento più uno dei votanti al ballottaggio: una maggioranza assoluta dei voti, per la maggioranza assoluta dei seggi. Il ballottaggio, insomma, introduce una rilevante differenza qualitativa rispetto al “Porcellum”. Infatti, cambia la natura della maggioranza richiesta per accedere al premio: da relativa ad assoluta.
Inoltre, diversamente dal maggioritario di collegio, l’ “Italicum” assicura la rappresentanza parlamentare anche per i partiti che non avrebbero, in alcuna area geografica, un numero di voti sufficiente per conquistare un seggio. Ne consegue un rafforzamento del pluralismo parlamentare: e, altresì, una riduzione dei seggi per i partiti che, pur godendo di scarso consenso su scala nazionale, sono fortemente insediati a livello locale, partiti generalmente avvantaggiati dal maggioritario di collegio a turno unico 14. Si tratta di un elemento positivo, se si considera che la sovranità appartiene al popolo, e non ai singoli territori.
Infine, l’ “Italicum” – come anche il “Porcellum” – non conferisce una maggioranza di seggi superiore al 55%. Dunque, non consente la formazione di quelle maggioranze schiaccianti che talora hanno contraddistinto le legislature francesi e britanniche.
Tutto ciò considerato, si può concludere che la legge appena approvata dal Parlamento italiano è connotata da un maggior tasso di rappresentatività sia se confrontata alla legge a suo tempo proposta dall’ex ministro Calderoli, sia – per certi aspetti – rispetto al sistema maggioritario tradizionalmente adottato in altri Paesi dell’Occidente.

Riassumendo, la sentenza n. 1/2014 della Corte Costituzionale non subordina il premio alla maggioranza assoluta dei voti; non vieta che esso sia attribuito ad una lista di maggioranza relativa.
Ciò che davvero vincola il legislatore è il rispetto del principio di proporzionalità, evitando che la rappresentanza sia eccessivamente sacrificata con l’attribuzione di una quantità di seggi fuori misura rispetto al risultato elettorale. Non è agevole determinare con certezza se il premio assegnato ad una lista di maggioranza relativa sia o meno adeguato sotto questo profilo. Tuttavia, qualora la “maggioranza relativa” sia inferiore al 40 per cento, l’ “Italicum” costringe le due liste più votate a un ballottaggio, il che equivale a subordinare il premio del 55 per cento dei seggi alla maggioranza assoluta dei voti. Così, per la prima volta nella storia della Repubblica, la legge elettorale consente la formazione di una maggioranza parlamentare assoluta, senza che sia sufficiente il mero raggiungimento di una maggioranza relativa di voti.

È doverosa un’ultima considerazione riguardo al Senato. Poiché nella sentenza n. 1/2014 si afferma che la legge elettorale deve consentire la formazione di una maggioranza omogenea fra le due Camere, è ragionevole affermare che, nel momento in cui il legislatore opta per il metodo del premio di maggioranza nazionale, questi ha non solo la facoltà, bensì l’onere di prevedere un premio su base nazionale per l’elezione di entrambi i rami del Parlamento, Senato compreso.
Nel momento in cui tace riguardo al Senato, il legislatore evita la complessa incombenza di conciliare l’esigenza di un premio nazionale, dettata dal bicameralismo paritario, e la disposizione ex art. 57 Cost., a proposito del Senato “eletto su base regionale”. Resta però fermo che il presupposto di questa scelta del legislatore – la revisione costituzionale – non è, per il momento, una norma giuridica, né tanto meno un atto giuridicamente dovuto; è una mera ipotesi, in attesa che si concluda l’iter di revisione; il quale – in astratto – potrebbe concludersi con la bocciatura della proposta da parte del corpo elettorale in sede di referendum. Piaccia o no, la Costituzione vigente continua a fondarsi sul bicameralismo paritario, e il Senato continua a essere elettivo; nell’attuale situazione, la legge elettorale non può che disporre di conseguenza.
Viceversa, qualora – alla data dell’entrata in vigore dell’ “Italicum” – il Senato fosse ancora elettivo, esso sarebbe eletto secondo la legge modificata dall’intervento della Consulta nel 2014 e non alterata dal legislatore del 2015: una legge proporzionale. Le due Camere avrebbero quasi certamente due maggioranze differenti, così contrastando con il dettato della Corte Costituzionale.

 

La relazione fra sistemi elettorali e forme di governo.

Per valutare l’effetto dell’ “Italicum” sull’ordinamento istituzionale, è necessaria un’operazione di comparazione, allo scopo di verificare l’esistenza di una correlazione fra sistemi elettorali e forme di governo.
Preliminarmente, è ragionevole inserire l’ “Italicum” – così come il “Porcellum” – nel novero dei sistemi elettorali maggioritari. Nonostante i candidati eletti non siano individuati nei collegi uninominali, la caratteristica che accomuna la nuova legge eletorale italiana, le leggi di tradizione anglo-americana e il doppio turno francese è l’idoneità a trasformare la maggioranza relativa dei voti in maggioranza assoluta dei seggi.
Con l’approvazione dell’ “Italicum” l’Italia è una Repubblica parlamentare dotata di una legge maggioritaria per l’elezione del Parlamento.
Le forme di governo vigenti nelle principali nazioni che adottano il maggioritario non potrebbero essere più differenti: gli Stati Uniti d’America sono una Repubblica presidenziale; la Francia è una Repubblica semi-presidenziale; il Regno Unito è una monarchia parlamentare.
In tutti questi casi, la legge favorisce la formazione di una chiara ed omogenea maggioranza in Parlamento, ma in ciascuno di questi ordinamenti il Parlamento ha un diverso rapporto con l’esecutivo. Nel Regno Unito, la maggioranza parlamentare determina integralmente le scelte dell’esecutivo e la sua sopravvivenza, dal momento che la Camera dei Comuni può sfiduciare il Governo. Negli Stati Uniti, viceversa, l’esecutivo è guidato dal Presidente, eletto dai cittadini; il Congresso non ha il potere di sfiduciarlo. L’Assemblea Nazionale francese può sfiduciare il Governo, ma non il Presidente della Repubblica, il quale detiene ampi poteri: presiede il Consiglio dei Ministri (art. 9 Cost.) 15; può sottoporre a referendum popolare le leggi riguardanti determinate materie (art. 11 Cost.) e rifiutare di firmare le ordinanze e i decreti deliberati nel Consiglio dei ministri (art. 13 comma 1 Cost.); può assumere poteri eccezionali in caso di grave minaccia alla Nazione e interruzione del funzionamento dei poteri costituzionali (art. 16 Cost.) 16.

Ogni diversa forma di governo determina un diverso ruolo del Parlamento, ma anche del Capo dello Stato: questi è capo dell’esecutivo negli Stati Uniti, figura di garanzia nel Regno Unito, figura ibrida in Francia 17.
Il diverso ruolo del Capo dello Stato comporta, fra l’altro, una profonda differenza in termini di rappresentanza. Mentre nella monarchia costituzionale britannica il monarca – tale per diritto divino e designato in via ereditaria – è necessariamente super partes, le Repubbliche presidenziali, come gli Stati Uniti, si caratterizzano perché il Capo dello Stato è, allo stesso tempo, il capo del potere esecutivo 18. Il Presidente degli Stati Uniti giura di “preservare, proteggere e difendere la Costituzione” (art. 2 sez. 1 Cost.), ma il capo dell’esecutivo ha il diritto e il dovere di assumere scelte di natura politica: scelte, inevitabilmente, di “parte”.
Ne consegue che, nelle Repubbliche presidenziali in cui la legge elettorale è maggioritaria, è difficile rintracciare una figura in grado di rappresentare pienamente tutti gli interessi e le sensibilità della Nazione: la distribuzione dei seggi in Parlamento è alterata a vantaggio della lista più forte; il Capo dello Stato assume scelte politiche non neutrali. Inoltre, il maggioritario di collegio rischia di conferire alla rappresentanza parlamentare una natura “localistica” 19.

Tenendo conto di tutte queste peculiarità, è possibile individuare un elemento comune a tutti gli ordinamenti in cui il legislatore ha optato per il sistema elettorale maggioritario: il Parlamento ha una maggioranza definita, ma il Capo dello Stato non è espressione della maggioranza parlamentare, e può dunque costituire un contrappeso rispetto ad essa. O il Capo dello Stato è eletto direttamente dai cittadini, oppure – all’inverso – è del tutto svincolato da ogni istituzione, come nel caso della Corona del Regno Unito 20.
Viceversa, nella maggioranza degli ordinamenti in cui il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento, il sistema elettorale è proporzionale 21. Nell’Unione europea, fanno eccezione la Grecia 22 e l’Ungheria 23; quest’ultima – peraltro – è l’unica Nazione, fra quelle precedentemente appartenenti al Patto di Varsavia, in cui la Costituzione non contempla l’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Fuori dall’Unione, la Costituzione dell’India – ove il sistema elettorale è il maggioritario di collegio a turno unico – non prevede l’elezione diretta del Presidente federale; questi, però, è eletto da un collegio che non comprende solo i membri del Parlamento, allargato ai membri delle Assemblee legislative di tutti gli Stati della Federazione 24.
In quasi tutti i casi in cui l’elezione del Capo dello Stato è affidata al Parlamento, si ha cura che non sia affidata alla sola maggioranza del Parlamento.

 

“Italicum” e ordinamento costituzionale italiano.

Il confronto con gli ordinamenti degli altri Stati dell’Unione europea – e con alcuni fra i principali Stati extraeuropei – consente di trarre alcune conclusioni.
Il sistema maggioritario, di per sé, è adottato in Stati con diverse forme di governo. Fra questi, figura la Gran Bretagna, Stato democratico di notoria e antica tradizione parlamentare.
In linea di principio, questa circostanza autorizza a ritenere che l’adozione di un sistema maggioritario in Italia non contrasta con l’ordinamento delineato dalla Costituzione del 1948, la quale istituisce una forma di governo di tipo parlamentare.
Nondimeno, l’ordinamento britannico – e, nel quadro di una forma di Stato repubblicana, anche quello indiano – presenta alcune peculiarità, essenziali per garantire la coesistenza fra parlamentarismo e legge maggioritaria.
Il principale effetto collaterale delle leggi maggioritarie è – per definizione – l’alterazione del rapporto fra seggi e voti e, quindi, della rappresentatività del Parlamento. L’introduzione del maggioritario in Italia, in un momento in cui – per effetto della decisione della Consulta – vige una legge elettorale proporzionale, comporta una riduzione della rappresentatività, nonostante l’impianto dell’Italicum – in comparazione con gli effetti di una legge maggioritaria di collegio – contribuisca ad una sua parziale salvaguardia.
Di fronte a un Parlamento che assicura solo in parte la rappresentanza di tutte le opinioni e di tutti gli interessi organizzati del Paese, è necessario individuare un organo che possa adempiere a questa funzione.
Non può trattarsi che del Capo dello Stato, il quale rappresenta l’unità nazionale a norma dell’art. 87 della Costituzione. Egli, tuttavia, è eletto – a norma dell’art. 83 Cost. – da un’assemblea in cui i membri del Parlamento sono largamente preponderanti sul piano numerico; soprattutto, a partire dal quarto scrutinio, il Presidente può essere eletto dalla maggioranza assoluta.
È evidente che il combinato disposto fra l’ “Italicum” e la Costituzione vigente consente che tanto il Parlamento, quanto il Presidente della Repubblica siano espressione della stessa entità, e cioè della maggioranza elettorale.
I possibili rimedi per un simile rischio sono due. Entrambi richiedono una revisione costituzionale.
Si può introdurre l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, mantenendone le funzioni di garanzia che gli sono attribuite dall’attuale Costituzione, sul modello di quanto avviene in alcuni Paesi europei 25; analoga proposta era contenuta nella proposta di revisione costituzionale che la c.d. Commissione D’Alema aveva avanzato nel 1997. Tuttavia, anche in questo caso, il Capo dello Stato non rappresenterebbe che una maggioranza elettorale, sebbene essa – in astratto – possa differire rispetto a quella che risulta dalle elezioni parlamentari.
Altra soluzione può essere rappresentata da un mero allargamento della base elettorale per l’elezione del Presidente della Repubblica: senza giungere al suffragio universale e diretto, si potrebbero includere nell’Assemblea i membri di tutti i Consigli regionali, eventualmente integrati da delegati dei Comuni.
In ulteriore alternativa, si può innalzare il quorum, in modo che non siano sufficienti i voti dei parlamentari di maggioranza e dei delegati regionali del medesimo colore politico. A tale proposito, va sottolineato che l’attuale disegno di legge di revisione costituzionale modifica l’art. 83, richiedendo il quorum dei tre quinti dell’Assemblea; ciononostante, la novità non riguarderebbe che il quarto, il quinto e il sesto scrutinio, cosicché, a partire dal settimo, la situazione sarebbe invariata, restando sufficiente la maggioranza assoluta.
In questo quadro, non va dimenticato che il Parlamento, oltre ad eleggere il Capo dello Stato, ha il potere di eleggere alcuni membri della Corte Costituzionale e del Consiglio Superiore della Magistratura. Anche in questi casi, sarebbe opportuno un innalzamento del quorum.

In definitiva, ogni valutazione sull’ “Italicum” deve innanzitutto tenere conto della sua natura di legge maggioritaria.
Tutte le leggi maggioritarie, per definizione, riducono la rappresentatività del Parlamento, avvantaggiando i partiti di maggioranza a scapito delle minoranze.
Di conseguenza, una simile scelta del legislatore deve necessariamente contestualizzarsi in una forma di governo che accentui la funzione di garanzia di taluni organi – a cominciare dal Capo dello Stato – in modo che essi rappresentino un efficace contrappeso rispetto alla maggioranza parlamentare.
Resta che nessuna legge elettorale di questo tipo ha mai condotto ad una “svolta autoritaria” nei Paesi in cui è stata adottata: l’evidenza storica dimostra in pieno la democraticità del sistema.
Addirittura, l’ “Italicum” limita il premio di maggioranza al 55% dei seggi, ponendo un limite alla distorsione della rappresentanza che è tipica del maggioritario. Inoltre, distribuisce i seggi di minoranza in proporzione ai consensi ottenuti da ciascuna lista su tutto il territorio nazionale, evitando che le forze politiche siano penalizzate dalla distribuzione geografica dei loro voti, come avviene generalmente nel maggioritario di collegio. Infine l’ “Italicum” supera il principale limite del “Porcellum”, imponendo un ballottaggio fra le due liste più votate nel caso nessuno raggiunga il 40% dei voti al primo turno, e quindi – tendenzialmente – subordinando l’attribuzione del premio alla conquista della maggioranza assoluta dei voti.
L’ “Italicum” non è incompatibile con la democrazia parlamentare, né tantomeno con la democrazia tout court. Esso è finalizzato alla realizzazione di una democrazia governante: ben sapendo che al consolidamento del potere del Governo e della sua maggioranza deve corrispondere un consolidamento di quegli organi che controllano – e limitano – la sua azione. In caso contrario, lo Stato costituzionale cessa ipso facto di esistere per avvicinarsi allo Stato assoluto: con o senza elezioni.

Notes:

  1. Leggi nn. 276 e 277 del 1993 (cc.dd. leggi Mattarella o “Mattarellum”), poi radicalmente modificate dalla legge n. 270/2005.
  2. Nel 2005, alle elezioni per il rinnovo della Camera dei comuni nel Regno Unito, il Partito Laburista ottenne 355 seggi su 646, con il 35,2% dei voti.
  3. Nel 1948, alle elezioni parlamentari in Sudafrica, il Partito Nazionale Riunificato ottenne il 45.5% dei seggi con il 37.7% dei voti; lo United Party, il 42.5% dei seggi con il 49.2% dei voti. La maggioranza parlamentare eletta nel 1948 – formata dal partito vincitore e da un partito minore, l’Afrikaaner Party – diede l’avvio alla politica di segregazione nota come apartheid.
  4. Il caso italiano è eloquente. Le elezioni del 2001 furono le ultime svoltesi con il sistema misto previsto dalla legge Mattarella. Il 25% dei seggi attribuito con la quota proporzionale fu distribuito fra 5 partiti. I partiti presenti alla Camera dei deputati, all’inizio della legislatura, erano 13: infatti, i partiti minori avevano eletto i loro rappresentanti nei collegi uninominali, sotto le insegne delle due principali coalizioni.
  5. In Italia, all’inizio della XII legislatura, il gruppo più numeroso presso la Camera dei deputati era quello della Lega Nord, la quale, con l’8,3% dei voti, aveva eletto 117 deputati su 630 (18.6%).
    La Lega Nord uscì dalla coalizione di governo pochi mesi dopo le elezioni, determinando la formazione di una diversa maggioranza a sostegno di un governo tecnico.
    Nel 2001, il gruppo del CCD e dei CDU contava su 40 deputati (il 6.3% dei seggi) a fronte del 3.2% dei voti; il gruppo di Alleanza Nazionale, su 99 deputati (15.7% del totale) con il 12.0% dei voti.
  6. In Francia, il ballottaggio è riservato ai candidati che, in ciascun collegio, raggiungono una quantità di voti pari al 12,5% degli iscritti nelle liste elettorali.
  7. Nel 1993, alle elezioni per il rinnovo dell’Assemblea nazionale francese, la coalizione RPR-UDF (neogollisti e liberali) vinse con una maggioranza di 472 seggi su 577, pari all’81.8% dei seggi: al primo turno, la coalizione vincente disponeva del 43.3% dei voti; al secondo, del 58.0%. La legislatura non giunse alla sua scadenza naturale: il Presidente Chirac sciolse l’Assemblea nazionale nel 1997, con un anno di anticipo.
  8. Alle elezioni francesi del 2012, l’Alliance centriste, partito della coalizione di centro-destra, ha eletto 2 deputati, con lo 0.6% dei voti al primo turno. Il Front national, che non ha stretto alcun accordo con altri partiti, ne ha eletti altrettanti, con il 13.6% dei voti al primo turno.
  9. Allo stesso modo, peraltro, esistono sistemi proporzionali che prevedono l’esistenza di collegi uninominali.
    In Germania – come si è già scritto sopra – l’attribuzione dei seggi del Bundestag a ciascun partito avviene integralmente secondo il metodo proporzionale, tenuto conto di una soglia di sbarramento. Tuttavia, anche la legge elettorale tedesca prevede l’esistenza di collegi uninominali – pari alla metà dei parlamentari da eleggere – con la finalità di determinare i candidati che saranno eletti. L’altra metà dei candidati si presenta in liste circoscrizionali, senza che ci sia possibilità di esprimere una preferenza per qualcuno di essi: i candidati sono eletti secondo la loro posizione all’interno della lista, posizione prestabilita nel momento in cui la lista viene presentata (cc. dd. “liste bloccate”). L’elettore ha a disposizione due voti: uno per i candidati nei collegi, un altro per i candidati nelle liste circoscrizionali.
    Innanzitutto, sono ammessi al riparto dei seggi anche i partiti che, pur non raggiungendo la soglia di sbarramento, riescono ad eleggere candidati in tre collegi uninominali.
    Inoltre, tutti i candidati che ottengono la maggioranza relativa nei rispettivi collegi ottengono un seggio al Bundestag. A quel punto, occorre confrontare la quantità dei seggi spettanti a ciascun partito – i quali sono sempre calcolati in base al sistema proporzionale – con il numero dei candidati di quel partito che vincono la competizione nei collegi.
    Se i primi sono inferiori ai secondi, i rimanenti seggi sono assegnati ai candidati delle liste circoscrizionali bloccate, ovviamente in base alla loro posizione nella lista: se restano da assegnare X seggi, saranno eletti coloro che sono candidati nelle prime X posizioni.
    Nel caso inverso, i candidati eletti nei collegi saranno comunque eletti. Questo è possibile, in quanto il numero dei deputati del Bundestag non è stabilito in misura fissa, bensì in misura minima (598). A titolo di esempio, qualora un partito dovesse ottenere 200 seggi in base al riparto proporzionale, ma riuscisse a ottenere la maggioranza in 250 collegi uninominali, quel partito eleggerà al Bundestag 50 deputati in più; essi saranno qualificati come “mandati in sovrannumero” (Überhangmandaten) e saranno aggiunti al numero complessivo dei deputati da eleggere, che non saranno più 598, ma 648 (598+50).
  10. Legge n. 52 del 2015 (Gazzetta Ufficiale, Serie Generale n.105 del 8-5-2015).
  11. In altri termini, le disposizioni in esame non impongono il raggiungimento di una soglia minima di voti alla lista (o coalizione di liste) di maggioranza relativa dei voti; e ad essa assegnano automaticamente un numero anche molto elevato di seggi, tale da trasformare, in ipotesi, una formazione che ha conseguito una percentuale pur molto ridotta di suffragi in quella che raggiunge la maggioranza assoluta dei componenti dell’assemblea. Risulta, pertanto, palese che in tal modo esse consentono una illimitata compressione della rappresentatività dell’assemblea parlamentare, incompatibile con i principi costituzionali in base ai quali le assemblee parlamentari sono sedi esclusive della ‘rappresentanza politica nazionale’ (art. 67 Cost.), si fondano sull’espressione del voto e quindi della sovranità popolare”. Corte Costituzionale, sentenza 13-I-2014, n. 1.
  12. Nella specie, il test di proporzionalità evidenzia, oltre al difetto di proporzionalità in senso stretto della disciplina censurata, anche l’inidoneità della stessa al raggiungimento dell’obiettivo perseguito, in modo più netto rispetto alla disciplina prevista per l’elezione della Camera dei deputati. Essa, infatti, stabilendo che l’attribuzione del premio di maggioranza è su scala regionale, produce l’effetto che la maggioranza in seno all’assemblea del Senato sia il risultato casuale di una somma di premi regionali, che può finire per rovesciare il risultato ottenuto dalle liste o coalizioni di liste su base nazionale, favorendo la formazione di maggioranze parlamentari non coincidenti nei due rami del Parlamento, pur in presenza di una distribuzione del voto nell’insieme sostanzialmente omogenea. Ciò rischia di compromettere sia il funzionamento della forma di governo parlamentare delineata dalla Costituzione repubblicana, nella quale il Governo deve avere la fiducia delle due Camere (art. 94, primo comma, Cost.), sia l’esercizio della funzione legislativa, che l’art. 70 Cost. attribuisce collettivamente alla Camera ed al Senato. In definitiva, rischia di vanificare il risultato che si intende conseguire con un’adeguata stabilità della maggioranza parlamentare e del governo. E benché tali profili costituiscano, in larga misura, l’oggetto di scelte politiche riservate al legislatore ordinario, questa Corte ha tuttavia il dovere di verificare se la disciplina legislativa violi manifestamente, come nella specie, i principi di proporzionalità e ragionevolezza e, pertanto, sia lesiva degli artt. 1, secondo comma, 3, 48, secondo comma, e 67 Cost.”. Corte Costituzionale, sentenza 13-I-2014, n. 1.
  13. Art. 1, comma 1, lettera i), legge n. 52/2015.
  14. In tal senso, è eloquente – per citare il caso più recente – il risultato dello Scottish National Party alle elezioni per il rinnovo della Camera dei Comuni britannica, tenutesi il 7 maggio 2015.
  15. Va precisato che anche il Presidente della Repubblica portoghese presiede il Consiglio dei Ministri, ma solo se sollecitato dal Primo ministro (art. 133 Cost.).
  16. Questo potere è stato esercitato una volta sola (dal 23 aprile al 29 settembre 1961, sotto la presidenza di C. De Gaulle).
  17. Ove il Presidente della Repubblica presiede il Consiglio dei Ministri, ma non dirige la politica del Governo (questo potere è attribuito al Primo Ministro dall’art. 50 Cost.) ed è pressoché irresponsabile di fronte al Parlamento. Questa è la caratteristica peculiare che distingue il semi-presidenzialismo dal presidenzialismo. “La difficoltà di fondo sta soprattutto nel rischio, che l’adozione del modello presidenziale comporterebbe, di pregiudicare la doppia natura del Presidente della Repubblica ed in particolare di desacralizzarne il ruolo di Capo dello Stato, trasformandolo in via definitiva ed esclusiva in un una personalità politica di parte. A ben vedere, anche alla salvaguardia di questa doppia natura è volta la presenza di un Primo ministro che svolge di regola la funzione di schermo e di filtro delle critiche alla politica presidenziale, offrendosi come agnello sacrificale sull’altare della irresponsabilità del Capo dello Stato”. M. Volpi, Relazione introduttiva al seminario La riforma della Costituzione in Francia, Roma – Fondazione Astrid, 19 novembre 2008.
  18. In tutte le Repubbliche che prevedono l’elezione diretta del capo dell’esecutivo, questi è anche Capo dello Stato. L’unica eccezione ha riguardato lo Stato di Israele, dal 1996 al 2003: in quel caso, il popolo eleggeva direttamente il Capo del Governo, lasciando al Parlamento (Knesset) il potere di eleggere il Presidente (Capo dello Stato). Dal 2003, Israele è una Repubblica parlamentare, come lo era dalla sua fondazione fino al 1996.
  19. Torno ora al punto che le elezioni maggioritarie portano, o possono portare, a una politica centrata sul localismo e sul ‘servire’ il collegio. (…) Ma se tutta la politica è locale, come si ottiene una gestione decente della politica nazionale, della politica per tutti? Siccome un sistema presidenziale può neutralizzare le spinte centrifughe e localistiche meglio di un sistema parlamentare, gli americani non percepiscono ancora le difficoltà che si profilano per il loro sistema di governo qualora la politica del Congresso degeneri in una ‘politica al dettaglio’ ispirata da interessi collegio-serventi (…) Una politica collegio-servente è incompatibile con una politica imperniata su due grandi partiti nazionali: se il localismo si afferma, la condizione stessa del bipartitismo si dissolve“. G. Sartori, Ingegneria Costituzionale Comparata, Il Mulino, 2004.
  20. Sebbene i poteri della Corona si siano ridotti con il passare dei secoli – è fin troppo nota la formula di Bagehot, per cui il sovrano ha tre poteri: “quello di essere consultato, quello di incoraggiare, quello di mettere in guardia” – essa non è del tutto impotente di fronte all’esecutivo: v. R. Brazier, Constitutional Practice, Oxford University Press, 1988. Ma v. anche G. Grasso, La teoria delle forme di governo nella Costituzione inglese di Walter Bagehot. Una rilettura critica, Università dell’Insubria, 2000, working paper n. 13.
  21. Nell’Unione Europea, si vedano i casi di Germania, Estonia, Lettonia, Malta; ma anche la legge elettorale italiana fino al 1993.
  22. La legge elettorale vigente in Grecia attribuisce un premio di maggioranza di 50 seggi alla lista più votata; in sostanza, esiste una soglia implicita per il conseguimento del premio, premio che – comunque – non garantisce la maggioranza assoluta.
  23. Nel sistema elettorale ungherese, i 199 seggi dell’Assemblea nazionale sono assegnati con un sistema misto: 106 deputati sono eletti con il maggioritario di collegio a turno unico, i restanti 93 sulla base di un riparto proporzionale fra liste bloccate nazionali.
  24. Art. 55 Costituzione indiana.
  25. Tra cui Austria e Finlandia, ove – però – la legge elettorale è proporzionale: ad un Capo dello Stato necessariamente di parte, corrisponde un Parlamento che rappresenta tutte le diverse sfumature dell’elettorato nazionale.

DOCUMENTO PROGRAMMATICO

di
Bruno Montanari

Premessa

Particolarmente diffusa è l’opinione circa l’inutilità dei cosiddetti studi umanistici, degli interessi ad essi associati, dei progetti da essi ispirati. Ma, a fronte di questa asserita inutilità, qualcuno dovrebbe spiegarci come mai, nonostante il primato della tecnica, dello scientismo e della prospettiva economicistica, si assista ad un evidente disorientamento generalizzato, ad una crisi che non è soltanto economica ma anche sociale, visto il degrado del tessuto e delle relazioni umane. Inoltre, l’impressione è che la progressiva affermazione del capitalismo finanziario, sostituitosi al classico capitalismo industriale e produttivo, coincida con una speculazione sulla crisi e sulla decrescita. In altre parole, più si sta male più margini di profitto sembrano esserci per coloro che, in nome del puro economicismo, giocano guadagnando sulla crisi. Crisi, che di giorno in giorno mostra sulla scena del mondo i suoi possibili profili catastrofici, dalla fame alle guerre, in atto o in potenza.

A ciò si aggiunga che il diffondersi, e l’affermarsi come esclusivi, dei modelli di pensiero “scientifico”, per la struttura delle categorie di ragionamento che necessariamente comporta, impedisce l’affermarsi di un pensiero “critico”.

Se le cose stanno così, occorre ribaltare l’intera prospettiva, poiché la complessità della società attuale, irriducibile a modelli di comprensione esclusivamente tecnico-economici, chiama in causa l’approccio umanistico quale chiave di lettura imprescindibile. Certo, è bene essere consapevoli di come ragionare in questo senso equivalga ad una dichiarazione di resistenza culturale. Il primato tecnologico, infatti, ha condotto a misurare l’impiego del nostro tempo e della nostra fatica esclusivamente su criteri materiali di natura esclusivamente quantitativa (poiché la “quantità” è l’unica dimensione “misurabile”), quali l’immediatezza, la rapidità, l’utilità, l’efficienza. In realtà, seguendo tali criteri di misura si rischia di guardare ad un agire pratico tipicamente funzionale alla performatività del sistema, senza spazi critici. Il pericolo di questa distorsione consiste nel costruire retoriche dell’azione, del calcolo e della prassi letteralmente insignificanti: un’azione funziona forse oggi per l’obiettivo presente ma, visto che non ci assumiamo l’onere di comprenderne il significato, non ci aiuta né a leggere né a governare la realtà a medio e lungo termine.

Se per garantire il funzionamento, oggi e soltanto per oggi, di un’azione, può bastare raccogliere dati e collezionare informazioni, per leggere, governare e orientare la realtà, secondo autentici fini generali, bisogna conoscere la realtà stessa e non solo esserne informati. Bisogna affrontare il quotidiano con metodo, consapevolezza storica e sensibilità culturale, insomma con l’approccio tipico degli studi umanistici. Ciò che è in questione, quindi, è il modello di conoscenza: non solo non ne esiste uno solo, ma ogni modello assolve a finalità diverse. Quello scientifico ha funzioni prevalentemente applicative, il modello di tipo umanistico serve a sollecitare la capacità sociale di critica, ed entrambi hanno uguale cittadinanza nella formazione del sapere.

Di quest’ultimo tipo di conoscenza si avverte la necessità in un Paese, come il nostro, in cui si assiste ad una crisi delle infrastrutture sociali. Una crisi, cioè, del tessuto delle relazioni tra gli uomini che tiene insieme una comunità nazionale e rende possibili le imprese dei singoli, da quelle economiche a quelle sociali, dai progetti materiali a quelli spirituali, individuali e collettivi. La democrazia non è infatti riducibile ad una forma di governo. Si tratta, piuttosto, di una concezione etica fondata sulla comunicazione consapevole. Per questo gli strumenti potenzialmente democratici, dai partiti ai media, per esser tali devono essere veri luoghi di formazione. Se questo è uno scenario condivisibile, allora occorre ripensare a ciò che può trasformare un semplice ambiente sociale anonimo, ove vige l’individualismo egoistico di massa, in una vera e propria “società”, che possa esprimersi con un’ “opinione pubblica” propriamente intesa. In questa operazione sono in gioco più di cento anni di storia: dalle istituzioni democratiche ai sistemi di protezione sociale, passando per le riforme del mercato economico, del lavoro e per una riconfigurazione del sistema partitico e sindacale. Questo percorso non può non avvalersi di forze diverse, di diversa provenienza professionale e culturale, capaci di indicare direzioni, proprio a partire da quel rilancio della ricerca e della riflessione di tipo umanistico in grado di diffondere una maggiore consapevolezza delle coordinate storiche e concettuali entro cui le nostre vite, le vite di tutti, si inquadrano. Un tale sforzo potrà fornirci nuove lenti per scrutare il nostro fumoso orizzonte.

Proposta

Del resto, quest’orizzonte andrebbe non soltanto scrutato ma anche compreso. L’obiettivo è, infatti, sapersi orientare di fronte ad uno spazio indistinto. Ma il punto è che una tale opera di orientamento e, quindi, di azione, presuppone l’esistenza di un ambiente sociale riconducibile ad una identità di “soggetto”, riconoscibile per un tessuto culturale, relazionale ed economico-produttivo, comune. Una tale ricostituita “soggettività” del sociale sarebbe nelle condizioni (così come è avvenuto nella storia moderna) di far sentire il proprio peso quando si tratta, come oggi, di ripensare il modello stesso della convivenza. A questo proposito, al di là delle diverse opzioni politiche ed ideologiche, l’esigenza posta di recente di dar vita ad un soggetto sociale non riducibile ai partiti e neppure al sindacato, in grado comunque di incidere sulla scena politica, coglie proprio il senso di una necessità storica. La necessità, cioè, di opporsi ad una frammentazione ambientale esasperata ed al pulviscolo di interessi e lobby incapaci di pensare ad un quadro condiviso di scelte sociali di fondo. Una tale frammentazione, privando la società di qualsiasi forma soggettiva di coesione, conduce all’isolamento sociale delle istituzioni e ad una loro progressiva delegittimazione, cui contribuisce anche una sorta di autorefenzialità lobbistica.

Occorre, allora, concentrarsi sull’obiettivo di fondo: la ricostituzione di un soggetto sociale, che non vuol dire “pensiero unico”, ma, al contrario, luogo entro il quale possano svilupparsi e prendere forma quelle diverse “visioni del mondo”, che alimentano una democrazia parlamentare.  “Luogo” che consente di tenere fermo un nucleo simbolico di esperienze e principi condivisi da tutti.

In definitiva si tratta di recuperare il “peso” della Politica sulle regole imposte dall’economia finanziaria, cui segue la tensione, che viviamo quotidianamente, tra democrazia parlamentare e scenari sovranazionali.

Bruno Montanari

VIDEO – La fragilità del Potere

Il potere è fragile e oneroso. È fragile, perché dipende dagli “altri”, che pur deve materialmente dominare. È oneroso, perché l’obbedienza ha un suo prezzo: la minaccia o la lusinga, la paura o il consenso. Appartiene all’uomo, alla sua ambizione e alla sua ignoranza. L’ambizione lo spinge alla conquista, l’ignoranza gli cela la causa della precarietà di ciò che ha ottenuto. Tutto dipende dall’uomo, dalla sua mente, dal suo carattere, dalla sua psiche, dalla sua immaginazione, dalla sua parola, dai suoi muscoli, dalla sua destrezza: dalla sua “testa” e dal suo “corpo”. Vi sono epoche in cui l’uomo onora l’esistenza, pur vivendo in mezzo alla miseria ed alle persecuzioni; e tempi nei quali non sperimenta altro, ad ogni livello, che la propria mediocrità. Il saggio è pensato, dunque, in una chiave, che definisco “antropologico-esistenziale”: il potere, infatti, è una dimensione esclusivamente umana, che ha la sua cifra nel non accettare la propria finitudine. Non è effettivo se non si pensa “assoluto”, ma la tensione dell “io” per realizzare quell’assolutezza incontra sul suo percorso l'”alterità”; e la incontra sempre di nuovo, nonostante ogni tentativo per eluderla, schiacciarla, renderla inoffensiva e impotente. Di qui una ineliminabile “fragilità”: il potere che l'”io” accumula, quali che siano le forme materiali in cui si manifesta, incrocia strutturalmente l'”alterità” e da essa, oggettivamente, dipende.