Il MOTIVO EPIDEMICO/PANDEMICO E LA CRISI ATTUALE. Per un abbozzo di conclusioni

di Paolo Quintili

La riflessione «cartesiana» di Alain Badiou, seguita da una serie di numerose «repliche» di interlocutori critici, rimbalzata anche per « creative commons » nelle pagine web del «Rasoio di Occam» (Micromega), in sole due settimane ha avuto un’ampia risonanza, com’è giusto che sia per un pensatore attuale e discusso, che ha saputo (e sa) riassumere le istanze di un pensiero «marxofrancese» ancora ricco di suggerimenti critici utili, soprattutto oggi, a leggere la nostra realtà. La realtà di un presente estorto, martoriato nella quotidianità e nello stesso orizzonte di senso che quella quotidianità pare aver smarrito quasi del tutto, nel momento dell’«emergenza coronavirus». È inutile nasconderselo, per quanto il potere di persuasione dei media si sforzi di addolcire la pillola (#andràtuttobene ecc.), il «nulla di nuovo sotto il sole» – nel senso preciso che questa catastrofe è stata preceduta, e ampiamente annunciata da altre si meno gravi, ma numerose e lontane dall’opulento Occidente –, ha mostrato la vanità delle politiche recenti che l’Europa si è data per far fronte alla crisi climatica, alla devastazione dell’habitat naturale/umano e per chiudersi a riccio (ha tentato di farlo), da diversi anni, alle migrazioni e agli spostamenti di esseri umani. E nelle dinamiche della globalizzazione è finalmente un microrganismo letale a diffondersi, al di là di ogni frontiera, a dimostrarne la debolezza. Non c’è immunità che tenga di fronte alla contraddizione tra determinazioni naturali e determinazioni politico-sociali dell’evento, come ha mostrato con grande acume Badiou.

Accanto a ciò, la nozione di frontiera e la questione politica delle frontiere (al plurale) è un tema degno di più attenta riflessione. Il «motivo epidemico» – per etimologia: qualcosa (di estraneo?) che «attraversa (epì) il (un solo) popolo (dèmos)» – si è allargato a «pandemico», coinvolgendo tutti (pàn) i popoli (dèmoi). Il passaggio della frontiera – ciò che insieme divide, distingue e allontana – è un motivo legato alla pandemia, le frontiere (plurale politico) continuano ad esistere e anzi sono state oramai sigillate da ogni stato nazionale, ma la frontiera no, è da gran tempo caduta insieme alle illusioni securitarie e sovraniste che tentano di sostanzializzarla. Questa contraddizione dialettica è al cuore del ragionamento di Badiou attorno alla duplice determinazione, naturale e storico-sociale dell’evento pandemico. E mi pare sia la considerazione più perspicace dell’analisi della «situazione» generale in cui ci troviamo.

Il «modello» politico-economico capitalista iper-liberista non regge, si mostra del tutto inadeguato a sostenere la sfida dei tempi. Occorre una «disciplina» nuova dei rapporti sociali – il saggio di G. Cesarale affronta con grande finezza il problema – che possa immaginare un «capitalexit»[1] tale da consentire alla politica di entrare nella cabina di pilotaggio di quest’aereo suicida (l’iperliberismo) prima che vada a schiantarsi una volta per tutte. Non si tratta di catastrofismo, ma di sano, puro pessimismo della ragione, da riattivare con urgenza. Una buona parte degli interventi critici di risposta all’analisi di Badiou mi sembra vadano in questa direzione comune.

In primis, l’innocenza «francocentrica» che assolve il governo Macron (e altri governi locali e nazionali europei) da ogni responsabilità nella gestione dell’emergenza: è apparsa quanto meno inappropriata (l’analisi di M. Reale mette bene il dito su quest’aspetto); accompagnata da una certa visione oserei dire «romantica» della borghesia europea di oggi, che sarebbe pronta a sacrificare di nuovo i suoi tenenti e capitani nella «guerra» in corso; non ci pare fedele allo stato dei fatti. Questa borghesia del secolo XXI è piuttosto post-moderna, pronta a mandare al macello i soli lavoratori e operai delle fabbriche, pur di garantire la continuità della produzione e degli scambi (nihil sub sole novum! ancora). E a tenere bene al caldo i propri «capitani», con annessa retorica di «eroi» e «martiri» della battaglia in corso (il popolo dei medici in prima linea). Indifferenza e cinismo dominano su questo fronte, altro che romantico sacrificio (pure temporaneo) all’Universale! Senz’altro è condivisibile  la critica di Badiou all’ingenuità dei gauchistes, francesi e non, i quali vedono all’orizzonte una palingenesi liberatoria che occorre solo sapere cogliere e assecondare al momento giusto. Il «nuovo» politico che avanza? No, certo, non da quel versante. La novità, come rileva bene V. Giacopini («una cosa così, inutile farla lunga, non s’era mai vista… cifre del 24 marzo 2020, due miliardi e seicentomila persone al mondo sono segregate in casa»), sta nella reclusione mondiale imposta – a forza e (medicalmente) a ragione – dalle autorità di tutti i paesi, secondo modalità più o meno anti-democratiche (Orban  docet). È questo il punto essenziale: tutto ciò che sta accadendo è una specie di messa in letargia della democrazia liberale. Divieti di spostamenti, isolamento e abbrutimento dei malati non di coronavirus (gli anziani nelle case di riposo, abbandonati a medici e infermieri, senza assistenza dei loro cari), controlli sulle app, droni, posti di blocco, elicotteri, sospensione di tutte le attività politiche e sociali non-parlamentari. A vantaggio del solo discorso economico del «come cavarsela» (alla fine, nella maniera peggiore: battendo moneta non coperta da attività lavorative e da valore reale). S’è calata l’intera popolazione mondiale nelle parti di una sceneggiatura che raggiunge e oltrepassa l’immaginario della fantascienza post-apocalittica;  i cittadini si ritrovano, loro malgrado, a interpretare il ruolo di survivors di un flagello planetario. I tiranni di mezzo mondo, qui, gongolano e alzano la testa. Che senso politico e filosofico dare dunque a tutto questo? Al di là del senso medico dell’emergenza?

L’insieme degli interventi qui raccolti offre, ciascuno a suo modo, una via di risposta a questa richiesta di senso. E, per restare nel quadro del pessimismo ragionevole/razionale comune, il problema resta quello di evitare, in ogni modo, l’attentato suicida dell’iperliberismo, con la sua rinnovata barbarie, alle torri gemelle del Pianeta. L’immenso lunapark casalingo dei «social» e dei canali televisivi offerto come svago alla noia dello stare-in-casa – la pubblicità è la marca più eloquente di ciò, aprendo alla rappresentazione dei vari comportamenti relativi alla «nuova condizione umana», legittimandola non come sola «emergenza» –  è una regressione universale alla minorità, morale, intellettuale e politica (rileggiamo, rimeditiamo il Kant del Che cos’è Illluminismo? per favore), del cittadino il quale torna ad essere il suddito obbediente che deve adesso limitarsi a «rispettare le regole». Si certo, rispettiamo le regole, per carità. Ma c’è una dimensione per così dire meta-regolativa dell’agire così e così che deve fare appello alle condizioni che hanno reso possibile la regressione in atto: «1/ la dipendenza anche mentale dal virtuale, dai social, dallo sciame della rete: nel momento del confino questa ‘irrealizzazione’ dei rapporti umani viene allo scoperto ma il lockdown non la crea, la conferma e la asseconda; 2/ stare chiusi in casa è, come dire, il contrario di vivere la polis e nella polis. Accettarlo tranquillamente significa rivelare l’inconfessabile. Alla polis non ci crediamo più» (Giacopini). Questo stato di cose, in effetti, non può dirsi, come pretende Badiou, «politicamente neutro», neanche dal suo punto di vista marxista, quello della lotta di classe.

E cosa resta allora ?  Badiou fa cenno alla necessità di sfruttare in positivo il fronte avanzato di neo-keynesismo imposto dall’emergenza, per trarne delle avanzate democratiche radicali (se non socialistiche) : la sanità pubblica da rafforzare, la lotta alle disuguaglianze, il cui aspetto stridente viene alla luce in modo drammatico dallo «stiamo a casa» (e chi la casa non ce l’ha? O vive in 30 mq in cinque?), una politica di welfare esteso a livello sia locale che globale, l’emersione del lavoro nero, una maggiore attenzione all’ecologia ambientale, all’aria pulita ecc. Sono tanti i «fronti» di avanzamento dai quali occorre non tornare indietro. Per la prima volta il sistema «tecno-finanziario» (Ercolani) è sulla difensiva, ha ricevuto un sacro colpo (il finanziere Bernard Arnault, l’uomo più ricco di Francia, pare abbia perso qualche decina di miliardi di euro con l’emergenza), ora occorre togliergli il dominio di parola e di valore che ha saputo conquistare negli ultimi decenni di espansione incontrastata. In tal senso il virus lavora come la «vecchia talpa», l’azione critica trasformatrice, e la può aiutare a riconquistare all’umano il primato sulla logica del profitto. Il covid 19 che «bussa alla porta della barbarie, non del socialismo», può comunque aprire altre porte: a un percorso non di solo sprofondamento nella «nuova barbarie» che Ercolani a ragione paventa – indicando casi inquietanti, ma non rari, di perdita secca d’umanità («stiamo già leggendo di cure rifiutate ad anziani e disabili, come anche a persone che non possono permettersi gli altissimi costi della sanità americana (un ragazzo di 17 anni è morto negli USA in seguito a ciò)») – né di avvio di una improbabile «terza fase» del comunismo; ma un percorso senz’altro di recupero democratico in senso sociale/socialistico, di quelle conquiste di diritto (del genere umano) che il capitalismo tecno-finanziario sta (stava) definitivamente affossando.

Al riguardo, l’analisi di A. Infranca ha il merito di dir chiaro che qui, il «modello» su cui si fonda il sistema iperliberistico, «è una concezione eugenetica della politica» di fronte all’emergenza. E tale risposta – quella, in un primo tempo, di Johnson e Trump, dell’«immunità di gregge» e della morte necessaria dei più deboli – di neanche più mascherata disumanità, segnala apertamente il deficit profondo di democrazia che affetta tale modello, «è la conferma che l’economia [iperliberista, n.d.r.] sconfigge la vita umana» (Infranca). E negli episodi numerosi di ribellismo sociale, in senso negativo ma significativo, «la vita umana si prende la rivincita sull’economia» (Idem). Il passaggio politico, allora, da una visione della situazione epidemica come «emergenza», a una visione-azione come «crisi» («della società umana», secondo Infranca; come compito d’azione programmatica, secondo Giacopini) mi sembra una prospettiva positiva che oltretutto supera e invera, hegelianamente, i propositi migliori contenuti nelle riflessioni di Badiou.

«Il malato è diverso», osserva D. Bilotti, per un «male» non nuovo, che è la «rimodulazione» (in peggio) della «grammatica percepibile delle relazioni sociali» (Idem), come fu già il caso, esemplare, della diffusione pandemica del virus dell’AIDS già quaranta anni fa, con milioni di vittime e logiche segregazioniste (un’«inumana segregazione») per i primi malati, «per almeno un decennio» (Idem), a partire dagli anni ’80 del secolo scorso. Oggi ci troviamo stretti tra due «malati» diversi, da una parte «l’irenica voce» dei rappresentanti del bene (non solo medico: «i cultori del buon senso, dell’umanità, di una bontà ufficiale oltre la quale può esserci solo la cattiveria dei non allineati al loro metro»), che ha «promosso le restrizioni e persino i lutti dell’epidemia come l’occasione antropologica di un ripensamento culturale basato sul benessere interiore e sulla riscoperta dell’intimità» (Idem), dall’altra «gli sciacalli» dell’odio per il diverso, che hanno colto l’occasione per «rinfocolare odi a base inter-razziale, di provenienza geografica e spesso anche direttamente di classe» (Idem). Sono le due risposte «immunitarie» che non portano ad altro che a riprodurre/garantire le logiche sociali precedenti la pandemia, con conseguente prosecuzione dell’«emergenza», senza «crisi». Quale nuovo universalismo laico (senza «buoni» ne «cattivi» moral-sociali), dunque, è possibile, che non stia lì solo a garantire la «difesa della proprietà, della rendita, del consumo»?

Un nuovo universalismo dei diritti umani negati, i cui lacerti sono oggi sotto gli occhi di tutti, incarnati nei milioni di persone che mancano dell’essenziale, è un imperativo che Bilotti ha ben saputo esprimere nelle metafore di questa «post-democrazia» (Crouch). Un universalismo che navighi a vista, certo, nella presa in conto dell’esigenza fondamentale di riconoscere (paolinamente, ma laicamente) che «non c’è Giudeo né Greco, non c’è schiavo né libero, non c’è maschio né femmina, perché tutti voi siete uno». Un’ingiunzione che va, con urgenza, tradotta in una nuova ortoprassi politica della crisi attuale.

[1] Lucien Sève, Capitalexit ou catastrophe. Entretiens, Paris, La Dispute, 2018.

Epidemia e crisi della società umana.

di Antonino Infranca

L’articolo di Badiou mi ha convinto a uscire dal riserbo in cui gli outsider dovrebbero relegarsi. Ne esco perché mi aspettavo una qualche originale idea, degna del maestro qual è Badiou, ma questa idea non è venuta. Gli altri che prima, e meglio di me, hanno partecipato al dibattito hanno più e meglio di me messo in evidenza i limiti e la superficialità dell’articolo di Badiou e non volendo passare per chi spara sulla Croce Rossa, mi riprometto di non fare più alcun cenno alla suggestione mancata dell’articolo di Badiou; suggestione che mi aspettavo di ricevere. 

Mario Reale è stato molto incisivo nel ricordare che in fondo Badiou ha parlato solo della Francia. Per tanti altri intellettuali francesi, già parlare della Francia è parlare del mondo. Ancor più incisivo è l’accenno di Reale all’Occidente. In fondo l’epidemia di Covid-19 è diventata di attualità quando ha colpito l’Occidente, prima l’Italia e poi lentamente tutti gli altri Stati dell’Occidente, del Centro del mondo, sono stati colpiti. Fin quando era un affare di una provincia cinese, con i suoi luridi mercati e le sue incivili pratiche alimentari – come ha affermato Badiou – non aveva una grande importanza, era un fatto periferico

Proprio questa considerazione ha permesso la diffusione globale del virus, perché se è vero che ci sono state nel passato più vicino importanti epidemie, ma nessuna ha raggiunto la diffusione del Coronavirus. Vittorio Giacopini ha citato giustamente la Spagnola, ma si potrebbero aggiungere l’Asiatica nel secondo dopoguerra e risalire nel lontano passato alle epidemie di peste del 1348 e del 1630. Ma quello che adesso sconcerta è che di fronte al palese carattere globale dell’epidemie le risposte sono soltanto nazionali, malgrado che l’Organizzazione Mondiale della Sanità tenti in tutti i modi di fare capire cosa come dovrebbero reagire tutti gli Stati. Ma l’OMS è un’agenzia delle Nazioni Unite e viene trattata come l’ONU, cioè nessuno l’ascolta. 

La risposta all’epidemia di Covid-19 è rimasta nelle mani degli Stati-nazione e visto lo stato di emergenza le decisioni sono concentrate nelle mani dei capi di stato e di pochi altri responsabili politici. Qui è emerso il lato più tenebroso del capitalismo odierno e dei suoi leader politici. I capi più rappresentativi di grandi nazioni, quali Johnson in Gran Bretagna o Bolsonaro in Brasile e il leader del più potente Stato del mondo, Trump negli USA non hanno nascosto la loro concezione sociale e politica: l’epidemia non è un affare importante, essa viene da una periferia miserabile, colpisce i più deboli, gli anziani, non può colpire grandi Stati come il nostro. Questa è una concezione eugenetica della politica, perché considera gli altri, i deboli, gli esclusi, o le vittime come superflui. Non è un ignorare il problema, come hanno fatto tutti i leader delle nazioni colpite, a cominciare da Xi Jinping, è una dichiarazione di volontà di potenza! Chi si permette di esprimere questo genere di idee, si sente tanto potente da potere dire che le vittime sono superflue. Trent’anni fa molto probabilmente dichiarazioni del genere avrebbero sollevato un’ondata di indignazione che avrebbe sommerso tali dichiaranti, oggi al più si pensa che siano dichiarazioni bizzarre. La verità è chi ha fatto dichiarazioni del genere, sa che può farlo e che una parte dell’opinione pubblica del suo paese sarà con lui, come sta avvenendo in Brasile. Ma il Brasile non è la Francia e, quindi, non fa notizia. 

Giacopini ha ricordato alcune delle vittime del Coronavirus: i lavoratori precari. Ma queste erano già vittime del capitalismo del XXI secolo! Ci sono delle nuove vittime: gli anziani. Gli anziani erano, prima dell’epidemia, un pilastro delle economie stentate e sofferenti, come la nostra e il loro essere vittime avrà sicuramente conseguenze profonde. Non voglio fare previsioni, così evito di sbagliarmi, ma migliaia di anziani in meno nell’asfittica economia italiana qualche conseguenza l’avranno. Quante famiglia vivevano con il loro importante sostegno economico. Naturalmente non tralascio anche il danno umano e spirituale della loro morte, ma quello è un danno che viene solitamente gestito all’interno delle famiglie e delle cerchie degli amici. 

I governi, dietro le pressioni degli imprenditori, si stanno preoccupando di non fermare le industrie, non fermare la produzione, non ha alcuna importanza il destino dei lavoratori, come non aveva alcuna importanza prima dell’epidemia. Neanche il pensiero che una forza-lavoro decimata da un’epidemia è una forte perdita economica per una società civile fa dubitare la classe politica nella sua decisione di continuare a puntare sulla produzione. La forza-lavoro è oggi così poco specializzata, che la sua sostituzione è fattibile. Questa è la conferma che l’economia sconfigge la vita umana. 

Il confinamento della società civile, il lockdown, è accolto quasi unanimemente dalla società civile, perché è l’unico rimedio fattibile in questo momento. Ma una minoranza ampia non lo rispetta. In Italia ci sono più denunciati di non rispettare il confinamento che contagiati, quindi più imbecilli che malati. In realtà questi imbecilli sono i ribelli – quelli che erano simpatici a Hobsbawm –, coloro che stanno mettendo in crisi il consenso sociale e con esso il ruolo dello Stato. Nelle periferie italiane, cioè a Palermo e a Napoli, si stanno verificando episodi di ribellioni, perché la fame comincia a assediare le famiglie confinate senza risorse economiche. E in quelle zone se non interviene lo Stato, intervengono le organizzazioni malavitose. La vita umana si prende la rivincita sull’economia. Lo Stato non ha altri mezzi per affrontare queste rivolte che o quelli repressivi, o di venire incontro alle richieste di strati sempre più larghi della società civile, mettendo a rischio il proprio bilancio e con esso il proprio ruolo all’interno di un’Unione Europea, che rimane legata agli Stati-nazione e non vuole fare il salto di qualità verso una vera e propria federazione europea. 

Un capitalismo fondato sulla produzione e sul consumismo non può reggere molto senza consumo. Si nota che il capitalismo finanziario, il vertice del capitalismo attuale, avverte la crisi e comincia ad entrare in confusione. Adesso è il momento di investire in qualcosa di solido e, se la crisi continuerà ancora, troverà presto cosa comprare, cioè quei beni di consumo che si spera tornino a disposizione della società civile a prezzi diminuiti, perché intanto i loro proprietari saranno stati rovinati dal confinamento. Intanto, però, la crisi è in atto e il futuro è incerto. La società civile è confinata e la società politica è sparita. Quando appare manifesta sfiducia nella società civile, perché con le sue rivolte, sempre più frequenti, dimostra con i fatti la sua sfiducia nella società politica. Sono due risposte reciproche: sfiducia dai due lati della società umana. Come finirà? Non voglio sbagliare e così non faccio previsioni. Aspetto quello che Badiou ha chiamato, senza spiegarlo, il “terzo comunismo”. 

Il Covid-19 bussa alla porta della barbarie, non del socialismo.

 

di Paolo Ercolani

 

Alain Badiou è uno dei filosofi più autorevoli e sicuramente rappresenta un motivo d’onore il fatto che abbia scritto un articolo per Filosofia in movimento (http://filosofiainmovimento.it/sulla-situazione-epidemica/).

Articolo in cui il pensatore marocchino analizza il contesto storico-sociale nell’epoca del Covid-19, proponendosi di utilizzare il metodo cartesiano di individuazione oggettiva dei fatti, così da «non comprendere nei miei giudizi nulla di più di quello che si presenta così chiaramente e distintamente (si clairement et distinctement[1].

L’operazione mi sembra riuscita soltanto in parte, tanto da spingermi a intervenire per rimarcare alcuni punti che sono sfuggiti a Badiou, o che non ha proprio considerato oppure, sempre a mio avviso, interpretato male.

Possiamo schematizzare in tre tipologie gli elementi che collegano il Covid-19 all’umanità.

La prima è per così dire oggettiva: il virus colpisce l’uomo. Quella che Aristotele avrebbe chiamato la realtà «in atto».

La seconda è fisiologica, nel senso che evidenzia la natura comune che li unisce ancor prima che il primo si manifesti colpendo il secondo (la realtà «in potenza»). Ciò fin dalla radice semantica del nome: «virus» (che significava «veleno» in latino) evidenzia una comunanza con «vir» (che sempre in latino era uno dei termini con cui si definiva l’uomo). In questo senso il virus non è un elemento estraneo (ed esterno) all’umanità, che la colpisce alla maniera di una disgrazia tellurica (terremoto), bensì un elemento consustanziale all’umanità stessa, una tragedia che si inscrive nel quaderno per tanti versi a noi sconosciuto di quella che chiamiamo «vita».

È la vita stessa a contenere e produrre gli elementi patogeni, talvolta in maniera endogena talaltra per l’effetto di un’azione umana magari inconsapevole (pensiamo agli eventi climatici estremi, che possono verificarsi a fronte di un ecosistema sconvolto dall’inquinamento ambientale prodotto dall’attività umana).

La terza tipologia somiglia fortemente alla «storia degli effetti (Wirkungsgeschichte)» di cui parlava Gadamer, per cui l’esercizio di interpretazione di un accadere storico «non va inteso tanto come un’azione del soggetto, quanto come l’inserirsi nel vivo di un processo di trasmissione storica, nel quale passato e presente si mediano continuamente»[2].

 

PASSATO E PRESENTE

 

È di questo terzo elemento che intendo occuparmi, con lo scopo di comprendere lo scenario presente (nello specifico della situazione «eccezionale» prodotta dal Covid-19) alla luce di una comparazione con quello passato, cercando di evidenziare le differenze che emergono all’interno di una dinamica comune e auspicando che i «limiti» della mia soggettiva «situazione ermeneutica» non mi impediscano di «acquisire il giusto orizzonte problematico»[3].

Nel solco di questa terza tipologia, mi sembra di poter dire che la situazione di emergenza globale scatenata dal Covid-19 abbia evidenziato una forma di «dialettica» fra uguaglianza e disuguaglianza che, al tempo stesso, rimanda a un tempo passato e sottolinea la specificità del tempo presente.

Rimanda al tempo passato nella misura in cui riproduce una dinamica già vista, mutatis mutandis, lungo il corso della Storia: quella per cui la disgrazia naturale fa scoprire gli uomini uguali nella loro condizione di fragilità e mortalità. Quella condizione talmente angosciante per l’uomo che egli, non potendola risolvere, ha visto bene di non pensarci, ricercando continue forme di «divertimento» che lo facciano «giungere alla morte inavvertitamente», per riprendere le parole di Pascal[4].

Al tempo stesso, però, questa scomoda consapevolizzazione di un’uguaglianza esistenziale suscitata dall’emergenza sanitaria – dopo che il lavoro di rimozione aveva potuto beneficiare, in Occidente come nei paesi benestanti, del lungo periodo in cui sono stati assenti fenomeni così tragici e totalizzanti – non può che spingerci a considerare come, da non poco tempo, sia tornata a prevalere la disuguaglianza economica e sociale.

Questa disuguaglianza, tornata a livelli precedenti alla Seconda guerra mondiale[5], è stata il frutto non soltanto della sconfitta degli ideali comunisti e socialisti, ma perfino di quel modello keynesiano o del welfare state con cui le democrazie liberali erano riuscite a contemperare il libero mercato e la giustizia sociale.

Sarebbe opportuno considerare che tale sconfitta è avvenuta anche e soprattutto a causa dell’incapacità, da parte delle classi dirigenti e intellettuali variamente richiamantesi alla «sinistra», di superare il 1989 e formulare tanto una visione teorica quanto un programma politico adeguati ai tempi mutati, senza buttare con l’«acqua sporca» degli errori del comunismo anche il «bambino» dei diritti politici e sociali che la stessa tradizione socialista aveva contribuito ad affermare.

Tale consapevolezza dovrebbe far evitare errori come quello commesso da Badiou che, forse in un eccesso di schematismo storicistico e pur all’interno di considerazioni ragionevoli e sensate, invita a lavorare per la realizzazione di una fantomatica «terza tappa del comunismo, dopo quella brillante della sua invenzione e quella, interessante ma finalmente sconfitta, della sua sperimentazione statale».

 

IL FALLIMENTO DEL SOCIALISMO

 

In realtà non sarà possibile nessuna nuova «tappa» se si rimuove quella del fallimento ideologico e politico che ha riguardato il socialismo nella seconda metà del Novecento.

Proprio da tale fallimento, con annesso declino politico, ideologico e alla fine di consensi, è potuta derivare l’apparente contraddizione di una Sinistra che, a livello pressoché mondiale, si è o rintanata nella difesa di idee anacronistiche (una netta minoranza), oppure genuflessa al pensiero unico neo-liberista (la grande maggioranza).

Sono stati perlopiù i partiti che hanno rinnegato la tradizione socialista, pur continuando poi a richiamarsi alla indifferenziata e confusa galassia della Sinistra, a promulgare le leggi e le misure politiche scellerate che hanno distrutto i diritti e i servizi che avevano consentito una ragionevole giustizia sociale per tutto il XX secolo.

Questo scenario, di fatto, ha prodotto il predominio incontrastato di un sistema, che altrove ho chiamato «tecno-finanziario»[6], che oltre a riportare in auge misure liberistiche che non si vedevano da prima del secondo conflitto mondiale (e che hanno giocato un forte ruolo nel causarlo), ha potuto anche imporsi come sistema ideologico e di valori unico.

Un sistema che, grazie alla sua forza spettacolare inaudita (resa possibile dal notevole sviluppo mediatico e delle tecnologie digitali), è riuscito in due imprese sotto gli occhi di tutti coloro che non vogliono nascondere la testa sotto al terreno: 1) dettare praticamente l’agenda politica ai governi nazionali; 2) dettare l’agenda dei valori e degli scopi etici alla società delle persone, sottomettendo l’umano al ruolo di strumento che assume valore solo in quanto produce profitto finanziario o contribuisce al progresso tecnologico, e quindi generare un’opinione pubblica culturalmente degradata e priva degli strumenti anche solo per criticare il sistema dominante (figuriamoci per lavorare alla costruzione di un sistema alternativo)[7].

Questo scenario, ben lungi dal far pensare alla possibilità di una «terza tappa» del comunismo, sembra piuttosto creare le condizioni per il proliferare di ideologie e movimenti variamente populisti, demagogici e nazionalisti.

Cioè a dire: in maniera simile a quanto è avvenuto nei due decenni precedenti la Seconda guerra mondiale, il panorama socio-economico e quello politico-ideologico mettono sì in evidenza una crisi del sistema liberal-democratico (e con esso del cristianesimo), ma non certo a favore di un socialismo o anche solo di una Sinistra ad oggi inesistenti, bensì di un nazionalismo sovranistico e di uno spontaneismo anarchico che prefigurano ben più il 1922 italiano e il 1933 tedesco che non altri scenari.

 

IL DECLINO DELLA DEMOCRAZIA LIBERALE

 

Insomma, questa situazione eccezionale creata dalla diffusione del Covid-19, in termini filosofico-politici mi sembra aver portato alla luce tre elementi cartesianamente «chiari e distinti»: da un lato la totale assenza di una teoria (e quindi di un programma politico) da parte delle forze antagoniste al sistema tecno-finanziario; in secondo luogo il declino teorico e pratico delle democrazie liberali, che nella loro deriva neo-liberistica fanno sempre più fatica a contenere il conflitto sociale derivante dalla disuguaglianza e dalla soppressione di troppi diritti; in terzo luogo (e qui gioca un ruolo immediato la situazione indotta dall’emergenza virale) una condizione economica generalizzata che sembra volgere verso la disoccupazione, la fame e il forte disagio esistenziale di masse sempre più estese della popolazione.

Considerato in termini più filosofico-politici, possiamo dire di stare assistendo alla crisi profonda dei tre grandi sistemi ideologici che hanno caratterizzato l’Occidente fino al XX secolo: cristianesimo, socialismo e liberalismo. Al contempo vediamo un predominio incontrastato di quella neo-liberista.

L’ultima volta che abbiamo assistito a una rappresentazione molto simile a quella appena descritta, si aprirono le porte alla barbarie del nazifascismo.

Questo scenario, ben presente prima dell’emergenza sanitaria, rischia di essere soltanto aggravato e al tempo stesso accelerato dalla pesante situazione economica, psicologica ed esistenziale derivante dalle misure coercitive assunte per combattere la pandemia.

Un ultimo dato che sembra emergere con oggettività, ancora nel senso cartesiano richiamato da Badiou, concerne la sempre maggiore difficoltà che incontreranno i governi nel far rispettare alla popolazione le nette misure restrittive: a fronte dello scenario economico e sociale fin qui descritto, infatti, occorre chiedersi per quanto tempo ancora masse popolari spaventate, disagiate psicologicamente e molto presto affamate, riterranno più conveniente rispettare la quarantena che non uscire allo scoperto per prendersi con la forza quei beni di prima necessità che non possono più permettersi.

 

LA NUOVA BARBARIE

 

Quanto manca, insomma, perché il terribile mix di emergenza socio-economica e sanitaria provochi quell’ «invertebrazione» della società di cui parlava Ortega Y Gasset, cioè che «la massa rifiuta di essere massa – ossia di seguire la minoranza dirigente – la nazione si disfa, la società si smembra e sopravviene il caos sociale», tanto più in un contesto di società «misologa» e «ottusa» in cui la decadenza sociale e culturale ha portato anche buona parte delle classi dirigenti a degenerare al livello della «massa volgare»[8]?.

Stiamo già leggendo di cure rifiutate ad anziani e disabili, come anche a persone che non possono permettersi gli altissimi costi della sanità americana (un ragazzo di 17 anni è morto negli Usa in seguito a ciò), nella consapevolezza che questi episodi gravissimi e inquietanti si vanno a inserire in un contesto socio-economico già estremamente conflittuale per via delle considerazioni fatte sopra.

Volendo giungere a una conclusione, mi sembra di poter dire che l’autorevole Badiou, nel suo intendimento cartesiano (chiarezza e distinzione degli elementi da rilevare), abbia perso per strada la categoria della «profondità», condannando la propria analisi a una superficialità dell’ovvio che non arriva a «graffiare» il fondo della questione. Aspetto rimarcato anche dalla sua, al momento irrealistica, prefigurazione di una terza tappa del comunismo di cui, con tutta franchezza, non si scorge alcun presupposto oggettivo. Mentre si scorgono in un orizzonte non troppo lontano pericolosissime derive di anarchismo irrazionalistico, quindi di barbarie, che rischiano di provocare in tempi brevi il tracollo dell’Europa e il declino dell’Occidente come li abbiamo conosciuti fino ad oggi.

Credo sia molto pertinente, a tal proposito, il fatto che lo storico della medicina Charles Rosenberg ha avanzato questa considerazione: «Ogni epidemia conosciuta è stata inquadrata e spiegata non semplicemente come una questione di salute pubblica, ma anche come una crisi morale»[9].

Traducendo la questione in termini filosofici, non mi sembra vi siano le condizioni per una rivoluzione di tipo marxiano, idealmente ispirata all’emancipazione collettiva e alla creazione di una società priva di sfruttamento; quanto piuttosto per una deriva nietzscheana connotata dalla volontà di potenza, dalla guerra e da un contesto sociale in cui il più forte ottiene campo aperto per esercitare dominio e prevaricazione sul più debole, in nome del fatto che lo «sfruttamento concerne l’essenza del vivente»[10].

L’esito finale potrebbe essere perfino migliore, per l’Occidente in profonda crisi dei giorni nostri, ma bisogna vedere quale e quanta barbarie dovremo scontare prima di recuperare un contesto democratico e di pace sociale.

Naturalmente dopo essere sopravvissuti alla pandemia…

 

 

 

[1] R. Descartes, Discours de la méthode (1637), in Oeuvres de Descartes, 13 voll., a cura di C. Adam e P. Tannery, L. Cérf, Paris 1897-1913, v. VI, p. 18

[2] H.G. Gadamer, Verità e metodo (1960), traduzione di Gianni Vattimo, Rizzoli, Milano 1983, p. 340

[3] Ibid., pp. 356 e 353

[4] B. Pascal, Pensées sur la religion et sur quelques autres sujets, in Oeuvres complètes, a cura di J. Chevalier, Gallimard, Paris, §§ 213 e 217

[5] Il tasso di disuguaglianza sociale sta facendo registrare un livello simile al contesto storico precedente la Seconda guerra mondiale, spingendo un autorevole economista dei giorni nostri a parlare di «traiettorie esplosive e spirali di disuguaglianza fuori da ogni controllo» (T. Piketty, Le capital au XXI siècle, Seuil, Paris, pp. 698 e 701. Cfr. anche L. Boltanski – E. Chiapello, Le nouvelle esprit du capitalisme, Gallimard, Paris 2011, pp. 681 e 682, nonché D. Harvey, A Brief History of Neoliberalism, Oxford University Press, Oxford – New York 2005, p. 205, il quale ultimo sottolinea la natura «profondamente antidemocratica del neoliberalismo».

[6] P. Ercolani, Figli di un Io minore. Dalla società aperta alla società ottusa, prefazione di Luciano Canfora, Marsilio, Venezia 2019

[7] Ibid., capp. I e III

[8] J. Ortega Y Gasset, España invertebrada (1921), in Obras completas, XI voll., Revista de Occidente, Madrid 1946-1968, vol. III, pp. 93 e 103. Per la società misologa e ottusa rinvio nuovamente al mio Figli di un Io minore, cit., cap. I

[9] Cit. in I. Karstev, The seven early lessons of the global coronavirus crisis, «New Statesman», 20 marzo 2020, https://www.newstatesman.com/world/europe/2020/03/coronavirus-early-lessons-global-crisis

[10] F. Nietzsche, Jenseits von Gut und Böse, in Kritische Gesamtausgabe, Walter de Gruyter, Berlin – New York 1967 sgg., VI,II, § 259

Dall’emergenza epidemica alla crisi di sistema

di Vittorio Giacopini.
Considerazioni critiche a margine de “Sulla situazione epidemica” di Alain Badiou #4

Dopo il virus “tutto sarà come prima”? Falso, si può almeno sperare di no

di Mario Reale.
Considerazioni critiche a margine de “Sulla situazione epidemica” di Alain Badiou #3

La disciplina politica durante un’epidemia. Commento all’intervento di Alain Badiou sull’attuale situazione mondiale

di Giorgio Cesarale.
Considerazioni critiche a margine de “Sulla situazione epidemica” di Alain Badiou #2

IL MALE NON È NUOVO. IL MALATO È DIVERSO

di Domenico Bilotti.
Considerazioni critiche a margine de “Sulla situazione epidemica” di Alain Badiou #1

Sulla situazione epidemica

Nihil sub sole novum

La novità «antidiluviana» di una pandemia  mondiale

di Paolo Quintili

Il saggio di Alain Badiou che qui offriamo al pubblico, offre una serie di importanti riflessioni filosofiche che collocano l’evento emergenziale che stiamo vivendo in una dimensione al tempo stesso storica e critica. L’esperienza in corso dell’evento, nei diversi paesi dell’Occidente, in Europa in particolare, è stata affidata a tre «corpi» sociali che ne stanno gestendo l’emergenza: il corpo politico, il corpo medico e il corpo mediatico delle nostre società.

Ora, una parola che venga dal «corpo filosofico» è di grande utilità in quanto ci permette di coglierne la dimensione reale, al di là delle pur necessarie misure prese per arginare il pericolo epidemico. Anzitutto, la sua presunta «novità»: appare tale per la sola ragione che il flagello sta colpendo il pacifico e opulento Occidente capitalista, fino ad oggi al riparo (illusorio) da questi fenomeni. Niente di nuovo sotto il sole (Qoelet, I, 9), sono decenni oramai, che a partire dal virus Ebola, passando per numerosi altri agenti patogeni, influenzali e virali, diversi organismi viventi ostili, generati dall’azione (politico-economica) umana, han fatto strage fuori dell’Europa, e non nel solo Terzo Mondo. Ora si stanno diffondendo nel pianeta intero. Agenti patogeni originati dal mondo animale non-umano, passati e trasmessi all’uomo. La ragione di fondo del fenomeno è ­– non si può più ignorarlo, né nasconderlo – ecologica (vedi il saggio di Sonia Shah, Da dove vengono i coronavirus? Contro le pandemie, l’ecologia, in «Le Monde Diplomatique», n.3 anno XXVII, marzo 2020, pp. 1 e 21).

Per la prima volta nella storia, si sta vivendo sulla propria pelle, in Europa, una realtà nuova che investe la comunità mondiale intera, dopo che il genere di agente patogeno in questione ha iniziato da gran tempo la sua avanzata per le rotte della mondializzazione. Ci credevamo al sicuro, la reazione autoimmunitaria sembrava infrangibile e ora testiamo manifestamente che le cose non stanno così. L’origine del fenomeno di fragilizzazione del mondo (cui vanno aggiunte le altre «emergenze», climatica ed energetica) è legata al concorso, come spiega bene Badiou, di determinazioni naturali e determinazioni storico-economiche. Al di là delle diverse facce risorgenti di una caccia all’untore di medievale memoria, camuffata sotto apparenze diverse (il dilagare dell’irrazionale si fa inquietante), è il modello di sviluppo capitalista iperliberista dell’ultimo trentennio (almeno) ad aver prodotto un tale squilibrio nel rapporto tra le due determinazioni. L’effetto risultante rende, è evidente, tale «modello» del tutto insostenibile. Al di là dell’emergenza contingente, dunque, occorre riattivare un’azione – non una semplice riflessione– critica nei riguardi del «modello», non più rinviabile.

Le chiare, semplici, «cartesiane» considerazioni di Badiou aiutano a ripensare criticamente i fatti e orientare, si spera, diversamente, la nostra azione collettiva. Mai questa filosofia critica è stata ed è, oggi, tanto necessaria. Il dibattito è aperto.


Sulla situazione epidemica

di Alain Badiou

Ho sempre ritenuto che l’attuale situazione, segnata da un’epidemia virale, non aveva certo nulla d’eccezionale. Dalla pandemia (anch’essa virale) dell’HIV, passando per l’influenza aviaria, il virus Ebola, il virus SARS 1, per non parlare di diversi tipi d’influenze, persino del ritorno del morbillo o delle tubercolosi, che gli antibiotici non guariscono più, sappiamo ormai che il mercato mondiale, combinato con l’esistenza di vaste zone sotto-medicalizzate del pianeta e con l’insufficienza della disciplina mondiale nelle necessarie vaccinazioni, produce inevitabilmente delle epidemie serie e devastanti (nel caso dell’HIV, diversi milioni di morti). Messo da parte il fatto che la situazione dell’attuale pandemia colpisce, stavolta, l’abbastanza confortevole mondo detto occidentale – fatto in sé stesso privo di significato innovativo, e che chiama in causa sospette deplorazioni e asinerie rivoltanti sui social network – non avevo visto che, al di là delle ovvie misure protettive e del tempo che il virus impiegherà a scomparire in assenza di nuovi obiettivi, si debba andare su tutte le furie.

Del resto, il vero nome dell’epidemia in corso dovrebbe indicare che essa dipende, in un certo senso, dal «niente di nuovo sotto il sole» contemporaneo. Questo vero nome è SARS 2, ossia «Severe Acute Respiratory Syndrom 2» denominazione che tiene inscritta, infatti, un’identificazione «in secondo tempo», dopo l’epidemia di SARS 1, che s’era manifestata nel mondo durante la primavera del 2003. Questa malattia era stata denominata, all’epoca, «la prima malattia sconosciuta del XXI secolo». È dunque chiaro che l’epidemia attuale non è in alcun modo il sorgere di qualcosa di radicalmente nuovo o d’inaudito. È la seconda del secolo, nel suo genere, ed è situabile nella sua filiazione. Al punto stesso che la sola critica seria rivolta oggi alle autorità, in materia predittiva, è di non aver sostenuto seriamente, dopo la SARS 1, la ricerca che avrebbe messo a disposizione del mondo medico dei veri mezzi d’azione efficace contro la SARS 2.

Non ho trovato dunque nient’altro da fare che provare, come tutti, a sequestrarmi in casa mia, e nient’altro da dire se non esortare tutti a fare altrettanto. Rispettare, su questo punto, una rigida disciplina è tanto più necessario in quanto è un sostegno e una protezione fondamentale per tutti coloro che sono più esposti: certo, tutto il personale medico curante, che è direttamente sul fronte, e che deve poter contare su una ferma disciplina, ivi comprese le persone infette; ma anche i più deboli, come le persone anziane, in particolare quelle in EPAD (European Prevention of Alzheimer’s Dementia) o immunodepresse; e inoltre tutti coloro che vanno al lavoro e corrono così il rischio di un contagio. Questa disciplina per coloro che possono obbedire all’imperativo «restate a casa!» deve anche trovare e proporre i mezzi affinché coloro che non hanno affatto un «a casa» dove «restare», possano comunque trovare un rifugio sicuro. Qui si può pensare a una requisizione generalizzata degli hotel.

Queste obbligazioni sono, è vero, sempre più imperiose, ma non comportano in sé, almeno a un primo esame, grandi sforzi di analisi o di costituzione di un pensiero nuovo.

Ma ecco che veramente leggo troppe cose, sento troppe cose, ivi compreso nella mia cerchia, che mi sconcertano, per il turbamento che manifestano e per il loro carattere del tutto inappropriato rispetto alla situazione, a dire il vero semplice, nella quale ci troviamo.

Queste dichiarazioni perentorie, questi appelli patetici, queste accuse enfatiche, sono di diverse specie, ma hanno tutte in comune un curioso disprezzo della temibile semplicità, e dell’assenza di novità, dell’attuale situazione epidemica. O sono inutilmente servili nei confronti dei poteri costituiti, i quali di fatto non fanno altro che ciò a cui sono costretti, per la natura del fenomeno. Oppure ci tirano fuori la retorica del Pianeta e la sua mistica, il che non ci fa avanzare di un passo. Oppure, ancora, scaricano tutto sulle spalle del povero Macron, che fa unicamente, e non peggio di un altro, il suo lavoro di capo di Stato in tempo di guerra o di epidemia. Oppure gridano all’evento fondatore di un’inaudita rivoluzione, che non si vede quale rapporto potrebbe intrattenere con lo sterminio di un virus, e per la quale, del resto, i nostri «rivoluzionari» non hanno il minimo mezzo nuovo. O ancora, sprofondano in un pessimismo da fine del mondo. O si vedono portati all’esasperazione al punto che il «me stesso innanzitutto», regola d’oro dell’ideologia contemporanea, in questa circostanza, non sia di alcun interesse, di alcun aiuto, e possa addirittura apparire come complice di una continuazione indefinita del male.

Si direbbe che la prova epidemica dissolva dappertutto l’attività intrinseca della Ragione, e obblighi i soggetti a ritornare ai tristi effetti – misticismo, affabulazioni, preghiere, profezie, maledizioni ecc. – a cui il Medioevo era consueto addivenire quando la peste devastava i territori.

Di conseguenza, mi sento in certa misura costretto a raccogliere alcune idee semplici. Direi volentieri: cartesiane.

Per iniziare, conveniamo pure col definire il problema, peraltro così mal definito e, dunque, così mal trattato.

Un’epidemia ha questo di complesso, che è, sempre, un punto di articolazione tra le sue determinazioni naturali e le determinazioni sociali. La sua analisi completa è trasversale: bisogna afferrare i punti in cui le due determinazioni s’incrociano, e trarne le conseguenze.

Ad esempio, il punto iniziale dell’attuale epidemia si situa, con molta probabilità, nei mercati della provincia di Wuhan. I mercati cinesi sono ancora oggi noti per la loro pericolosa sporcizia, e il loro insopprimibile gusto della vendita all’aria aperta di ogni specie di animali vivi ammucchiati l’uno sull’altro. Da ciò, il fatto che il virus s’è trovato, in un certo momento presente, sotto una forma animale, essa stessa ereditata dai pipistrelli, in un ambiente popolare molto denso e a un ridotto tasso d’igiene.

La spinta naturale del virus da una specie a un’altra transita allora verso la specie umana. Come esattamente? Non lo sappiamo ancora, e solo delle procedure scientifiche ce lo insegneranno. Di passaggio, stigmatizziamo qui tutti coloro che lanciano, sulle reti sociali di Internet, delle favole tipicamente razziste fondate su immagini truccate, secondo le quali tutto proviene dal fatto che i Cinesi mangiano i pipistrelli quasi crudi, vivi…

Questa transizione locale tra specie animali, fino all’uomo, costituisce il punto originario di tutta la faccenda. Soltanto dopo ciò, opera un dato fondamentale del mondo contemporaneo: l’accesso del capitalismo di Stato cinese a un rango imperiale, ovvero una sua presenza intensa e universale sul mercato mondale. Da qui, le innumerevoli reti di diffusione, prima, evidentemente, che il governo cinese fosse in grado di confinare totalmente il punto d’origine – di fatto, un’intera provincia, quaranta milioni di persone – cosa che il governo finirà per riuscire a fare con successo, ma troppo tardi affinché all’epidemia venga impedito di partire sulle rotte – con gli aerei, e con le navi – dell’esistenza mondiale.

Un dettaglio rivelatore di quella che chiamo la doppia articolazione di un’epidemia: oggi, la SARS 2 è arginata a Wuhan, ma ci sono numerosi casi a Shanghai dovuti per la gran parte a delle persone, cinesi in generale, che ritornano dall’estero. La Cina è dunque un luogo in cui si osserva il legame stretto, per una ragione arcaica, poi moderna, tra un incrocio natura-società su dei mercati mal tenuti, di forma antica, causa dell’apparizione dell’infezione, e una diffusione planetaria di questo punto d’origine, trasmessa, questa, dal mercato mondiale capitalista e dai suoi spostamenti tanto rapidi quanto incessanti.

Dopo di che, si entra nella fase in cui gli Stati tentano, a livello locale, di arginare tale diffusione. Notiamo di passaggio che questa determinazione resta fondamentalmente locale, anche quando l’epidemia, essa, è trasversale. A dispetto dell’esistenza di alcune autorità transnazionali, è chiaro che sono gli Stati borghesi locali a essere in trincea.

Tocchiamo qui una contraddizione maggiore del mondo contemporaneo: l’economia, ivi compreso il processo di produzione di massa degli oggetti manifatturieri, dipende dal mercato globale. Si sa che la semplice fabbricazione di un telefono cellulare mette in moto del lavoro e delle risorse, comprese anche quelle minerarie, in almeno sette stati diversi. Ma d’altro canto, i poteri politici restano essenzialmente nazionali. E la rivalità degli imperialismi vecchi (Europa, USA) e nuovi (Cina, Giappone…) impediscono ogni processo di formazione di uno Stato capitalista mondiale. L’epidemia è anche un momento in cui questa contraddizione tra economia e politica si fa patente. Anche i paesi europei non riescono ad adattare in tempo le loro politiche di fronte al virus.

Essi stessi preda di questa contraddizione, gli Stati nazionali tentano di far fronte alla situazione epidemica, rispettando, per quanto è possibile, i meccanismi del Capitale, benché la natura del rischio li obblighi a modificare lo stile e gli atti del potere.

Si sa da gran tempo che in caso di guerra tra paesi, lo Stato deve imporre, non soltanto, certo, alle masse popolari, ma ai borghesi stessi, delle costrizioni considerevoli, e questo per salvare il capitalismo locale. Alcune industrie sono quasi nazionalizzate, a profitto di una produzione di armamenti intensiva, ma che sul momento non produce alcun plusvalore monetizzabile. Una gran quantità di borghesi sono mobilitati come ufficiali e esposti alla morte. Gli scienziati cercano, notte e giorno, d’inventare nuove armi. Gran numero di intellettuali e di artisti sono chiamati ad alimentare la propaganda nazionale ecc.

Dinanzi a un’epidemia, questa specie di riflesso statale è inevitabile. Ecco perché, contrariamente a quanto si dice, le dichiarazioni di Macron o di Edouard Philippe riguardanti lo Stato, ridiventato improvvisamente «Provvidenza», una spesa pubblica di sostegno alle persone che hanno perso il lavoro, o ai lavoratori autonomi a cui si chiude il negozio, che impegna cento e duecento miliardi di denaro pubblico, lo stesso annuncio di «nazionalizzazioni»: tutto questo non ha nulla di sbalorditivo o di paradossale. E ne consegue che la metafora di Macron, «siamo in guerra», è corretta. Guerra o epidemia, lo Stato è costretto – oltrepassando talvolta il corso normale della sua natura di classe – di mettere all’opera delle pratiche insieme più autoritarie e a destinazione più globale, per evitare una catastrofe strategica.

È una conseguenza del tutto logica della situazione, il cui scopo è di arginare l’epidemia – di vincere la guerra, per riprendere la metafora di Macron – con la maggiore sicurezza possibile, restando purtuttavia dentro l’ordine sociale stabilito. Non è per nulla una commedia, è una necessità imposta dalla diffusione di un processo mortale che sta all’incrocio tra la natura (da ciò il ruolo eminente degli scienziati, in questa faccenda) e l’ordine sociale (da cui l’intervento autoritario, e non può essere altrimenti, dello Stato).

Che in questo sforzo appaiano grandi carenze è inevitabile. Come nel caso della mancanza di maschere di protezione, o l’impreparazione riguardo l’estensione del confinamento ospedaliero. Ma chi può dunque vantarsi di avere «previsto» questo genere di cose? Per certi aspetti, lo Stato non aveva previsto la situazione attuale, è del tutto vero. Si può anche dire che indebolendo, da decenni, l’apparato del servizio sanitario nazionale, e in verità tutti i settori dello Stato che erano al servizio dell’interesse generale, lo Stato borghese aveva agito piuttosto come se niente di simile a una pandemia devastatrice potesse mai colpire il nostro Paese. Su questo lo Stato è assai colpevole, non soltanto nella sua forma-Macron, ma anche in quella di tutti coloro che l’hanno preceduto da oramai almeno trent’anni.

Tuttavia, è qui comunque corretto dire che nessun’altro aveva previsto, anzi neanche immaginato, lo sviluppo in Francia di una pandemia di questo tipo, salvo forse qualche specialista isolato. Molti pensavano probabilmente che questo genere di storia era buona per l’Africa profonda o per la Cina totalitaria, ma non per la democratica Europa. E non sono certamente gli esponenti dell’estrema sinistra (gauchistes) – o i Gilet Gialli, o persino i sindacalisti – ad avere ora un diritto particolare a sentenziare su questo punto e a continuare a dargli addosso a Macron, da sempre il loro bersaglio di derisione. Non hanno, neanche loro, avuto assolutamente contezza di qualcosa di simile. Tutt’al contrario: mentre l’epidemia era già in corso in Cina, hanno moltiplicato, fino a tempi assai recenti, i raggruppamenti incontrollati e le chiassose manifestazioni; il che dovrebbe proibire a costoro, oggi, quali che siano i soggetti, di pavoneggiarsi di fronte ai ritardi, mostrati dal potere, nel prendere le misure esatte di ciò che stava accadendo. In realtà, nessuna forza politica, in Francia, ha realmente preso queste misure prima dello Stato macroniano.

Da parte di questo Stato, la situazione è quella in cui lo Stato borghese deve, esplicitamente, pubblicamente, far prevalere degli interessi in qualche modo più generali di quelli della sola borghesia, pur preservando strategicamente, nell’avvenire, il primato degli interessi di classe, di cui tale Stato rappresenta la forma generale. O, in altre parole, la congiuntura obbliga lo Stato a non poter gestire la situazione se non integrando gli interessi di classe, di cui esso è il fondamento di potere, in interessi più generali, e ciò in ragione dell’esistenza interna di un «nemico» esso stesso più generale, che può essere, in tempi di guerra, l’invasore straniero, ed è, nella situazione presente, il virus SARS 2.

Questo genere di situazione (guerra mondiale, o epidemia mondiale) è particolarmente «neutro» sul piano politico. Le guerre del passato non hanno provocato rivoluzioni se non in due casi, per così dire eccentrici nei riguardi di quelle che erano le potenze imperiali: la Russia e la Cina. Nel caso russo, fu perché il potere zarista era, sotto tutti i rispetti, e da lungo tempo, ritardatario, compreso in quanto potere che si potesse adattare alla nascita di un vero e proprio capitalismo in quell’immenso paese. E, per altro verso, esisteva, con i bolscevichi, un’avanguardia politica moderna, fortemente strutturata da dirigenti notevoli. Nel caso cinese, la guerra rivoluzionaria interna ha preceduto la guerra mondiale, e il Partito comunista era, già nel 1940, alla testa di un esercito popolare che aveva fatto le sue prove. In compenso, per nessuna delle potenze occidentali la guerra ha provocato una rivoluzione vittoriosa. Anche nel paese vinto nel 1918, la Germania, l’insurrezione spartachista è stata rapidamente schiacciata.

La lezione da trarre da tutto questo è chiara: l’epidemia in corso non avrà, in quanto tale, alcuna conseguenza politica notevole in un paese come la Francia. Anche a supporre che la nostra borghesia pensi, alla vista dell’aumento dei brontolii informi e degli slogan inconsistenti ma diffusi, che è venuto il momento di sbarazzarsi di Macron, ciò non rappresenterà assolutamente alcun cambiamento notevole. I candidati «politicamente corretti» sono già dietro le quinte, come lo sono anche i sostenitori delle forme più ammuffite di un «nazionalismo» altrettanto obsoleto, quanto ripugnante.

Quanto a noi, che desideriamo un cambiamento reale dei dati politici in questo paese, bisogna approfittare dell’interludio epidemico e persino del confinamento – del tutto necessario – per lavorare a delle nuove figure della politica, al progetto di luoghi politici nuovi, e al progresso transnazionale di una terza tappa del comunismo, dopo quella, brillante, della sua invenzione e quella, interessante ma finalmente sconfitta, della sua sperimentazione statale.

Bisognerà anche passare per una critica serrata di ogni idea secondo la quale dei fenomeni come un’epidemia aprono, per se stessi, a qualsiasi cosa di politicamente innovativo. Oltre alla trasmissione generale dei dati scientifici sull’epidemia, conserveranno una certa forza politica solo delle affermazioni e convinzioni nuove riguardanti gli ospedali e la salute pubblica, le scuole e l’educazione egualitaria, l’accoglienza degli anziani e altre questioni di questo genere. Sono le sole che potranno essere eventualmente articolate con un bilancio delle pericolose debolezze messe in luce dalla situazione attuale.

Di passaggio, si mostrerà coraggiosamente, pubblicamente, che le presunte «reti sociali» mostrano, una volta di più, che sono anzitutto – oltre il fatto che ingrassano i maggiori miliardari del momento – un luogo di propagazione della paralisi mentale più sfacciata, di rumori incontrollati, della scoperta di «novità» antidiluviane, quando non è il caso dell’oscurantismo fascistizzante.

Non accordiamo credito, anche e soprattutto confinati come siamo, se non alle verità controllabili dalla scienza e alle prospettive fondate di una nuova politica, delle sue esperienze locali come dei suoi scopi strategici.

 [Trad. it. di Paolo Quintili]