Democrazia, Individualismo, Capitalismo

Che la democrazia, ormai sul piano teorico assunta come orizzonte inoltrepassabile del nostro tempo, attraversi, invece, sul piano fattuale, una delle maggiori crisi di legittimazione della sua storia è un dato ormai conclamato e dato per certo dalla maggioranza degli osservatori – non soltanto politologi di professione.

Essa, infatti, appare evidentemente afflitta da quattro diversi ma connessi problemi che possono essere considerati tipici della nostra epoca.

Il primo consiste nella crisi di rappresentanza parlamentare, dal momento che i governi tendono a legiferare a colpi di decreti-legge, e spesso ponendo la questione di fiducia, al di fuori di un reale confronto parlamentare fra diverse opzioni politiche.

Il secondo ordine di problemi è dato dalla onnipervasiva quanto irresistibile presenza di organismi sovranazionali – di stampo prevalentemente se non esclusivamente economicistico – che impongono la loro volontà, soprattutto agli stati economicamente più deboli, saltando interamente la volontà dei cittadini.

Il terzo è costituito dalla erosione, se non addirittura dalla cancellazione, delle reali alternative politiche fra diverse opzioni – ciò che aveva caratterizzato per lungo tempo la storia delle democrazie occidentali, organizzate in partiti, egualmente strutturati sulla difesa di interessi di parte ma con vocazione universalistica.

Il quarto problema, infine, ma certo non il minore, è dato dalla forte crisi che attraversano le cosiddette “libertà sostanziali” – quelle cioè capaci di mettere il cittadino di una democrazia, al di là dell’aspetto procedurale di essa, in condizione di decidere in tutta autonomia e in piena libertà. La crisi del Welfare-State con l’imporsi parallelo del neoliberismo – con la sua carica di precarizzazione e con l’isolamento di ampi strati sociali lasciati al proprio destino – ha invertito una tendenza di lungo periodo che aveva invece esteso questo tipo di libertà, assolutamente imprescindibile all’interno di una comunità che si voglia democratica.

In questo intervento, cercherò, dunque, di focalizzare la mia attenzione sul perché si sia creato questo punto di svolta, proiettando uno sguardo genealogico, necessariamente molto rapido, alle condizioni storiche che l’hanno resa possibile e, infine, cercherò di accennare ad una possibile risposta teorica alla crisi attuale della democrazia.

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Nel tempo in cui tutte le identità sono state ridimensionate – identità culturali di gruppo, di ceto, di etnia, di nazionalità -, anche quella fondamentale identità costituita dallo Stato e dalla politica appare fortemente incrinata. Lo Stato moderno si occupava della mediazione politica nel tempo in cui occorreva fare ordine non soltanto fra i vari Stati ma anche fra le varie identità presenti nello Stato medesimo. Quest’ultimo, cioè, appariva come uno strumento necessario per esercitare il libero gioco democratico.

Qual era, tuttavia, la logica di fondo dello Stato democratico moderno? I processi di democratizzazione (parlamenti, suffragio universale, diritti, welfare) sono stati realizzati all’interno di una dialettica che intendeva anzitutto distruggere qualsiasi avversario possibile del Capitale, per poi preparare le condizioni psico-antropologiche all’interno delle quali quest’ultimo potesse esercitare la propria sovranità su sudditi caratterizzati in quanto uomini isolati, deboli, tendenzialmente vuoti ed esposti a desideri solo apparentemente anarchici – uomini, cioè, educati, in fondo, come animali d’armento.

Quando tutto ciò è avvenuto, lo Stato è apparso allora inutile nel suo ruolo tradizionale di mediazione fra identità. La politica, pertanto, è diventata la longa manus del Capitale medesimo.

Le questioni rimaste politicamente sul tappeto non attengono più alla mediazione fra valori diversi o fra identità e visioni del mondo differenti, ma all’adempimento di compiti per lo più tecnici – il Capitale affida tali questioni alle pratiche di governance impegnate non più ad estendere diritti, a mediare fra identità, a combattere contro i nemici del Capitale, ad includere fette sempre più ampie di uomini all’interno della sua logica ma, molto diversamente, a risolvere problemi tecnici finalizzati – costi quel che costi – a fare in modo che la religione del Capitale diventi sempre più forte e che il numero dei credenti salga.

Certo, tale compito non è l’unico ma è certamente quello più rilevante. Ha perso importanza in maniera vertiginosa, infatti, perfino il ruolo di “cane da guardia” che lo Stato s’era assunto tante volte in passato. Lo Stato di polizia, appunto, adempiva ad un compito imprescindibile nel momento in cui esistevano possibilità eversive dell’ordine capitalistico. Quando tali possibilità non sussistono più perché l’Occidente, sul piano nazionale e internazionale, si è trasformato in una enorme massa di credenti, si può limitare l’attività poliziesca soltanto ad alcuni popoli che (si pensi all’Islam) ancora in parte si rifiutano di credere nella nuova divinità.

Si è costruito così in Occidente un profilo d’uomo che contrassegno qui con l’espressione individualismo. È individualista colui che, considerandosi slegato da qualsiasi appartenenza, al limite anche quella con se stesso, ritaglia il proprio spazio esperienziale in modo tale da poter essere considerato un ente che viene dal vuoto e va verso il vuoto. L’uomo contemporaneo – ora che l’individualismo ha toccato il suo apogeo – piuttosto che “mediarsi” attraverso l’Altro, considerando la Memoria e l’Attesa come forme ideali ma concretissime dell’Altro, ha radicalizzato (e cronicizzato) il proprio individualismo in seguito a due elementi che hanno raggiunto ormai una visibilità estrema.

Il primo è la tecnica. Questa, infatti, riducendo ulteriormente lo spazio di esposizione all’altro o, almeno, anestetizzando l’individuo attraverso la creazione di uno spazio/cuscinetto che isola e protegge dal rischio/possibilità di contatto esperienziale, ha reso sempre più superflua la mediazione con l’Altro sul piano politico.

 Il secondo è il denaro. Attraverso lo scatenamento delle forze del capitale, e in virtù dell’accumulazione illimitata determinata dall’economia finanziaria, l’individualismo moderno ha potuto radicalizzarsi ulteriormente. Il denaro ha infatti questo di caratteristico: esso può accumularsi senza limiti e può porsi inoltre come minimo comun denominatore fra gli uomini, nella sua infinita capacità di mediare.

Che fare? In una situazione simile, credo che occorra concentrarsi su due possibili strade teoriche. Intanto, consapevoli che si va controcorrente, si potrebbe ostacolare il più possibile i processi di autonomizzazione da parte del capitale finanziario, rinforzando parallelamente il ruolo della politica – ma bisognerebbe farlo sul serio, contestando il principio nella sua interezza, e non soltanto per intenti propagandistici.

Nel perseguire questa strategia, tuttavia, dovremmo essere consapevoli che seguiamo una linea già tracciata dalla modernità. Concentrarsi sul ruolo di contrasto al Capitale attraverso il tentativo di ridare valore alla politica e alle sue scelte, riprendere con forza gli argomenti dell’uguaglianza, e dunque dell’antagonismo dialettico, come appunto dicevo poc’anzi, significa marciare, in fondo, sui medesimi binari di una modernità che ha cercato indiscutibilmente una sempre maggiore inclusione, attraverso l’appiattimento egualitario ed omologato. Certo, nei secoli moderni, era il Capitale che andava in questa direzione, allo scopo di procurarsi i sudditi – ma forse sarebbe meglio dire fedeli. Ora invece lottare per l’uguaglianza significherebbe combattere contro il capitale e la sua logica diventata nel frattempo differenzialista.

Su questo punto, sorge tuttavia un problema. Se ammettiamo che la logica del Capitale sia stata consacrata regina e che il Capitale stesso costituisca l’unica vera religione del nostro tempo e se, di conseguenza, come abbiamo già visto, il Capitale ha potuto trasformarsi da tendenzialmente democratico a tendenzialmente oligarchico, ciò non significa anche che le forze che possono “lottare contro” sono state già distrutte?

In altre parole, siamo sicuri che assumere una strategia rivendicativa, molto diversamente dal risultare realmente antagonisti al sistema, non significhi invece portare a compimento (portare ad esecuzione) una logica che è già quella del Capitale. Insomma, come possiamo esser certi che lottare contro il Leviatano nella direzione di una migliore eguaglianza, non si risolva invece in una sorta di approvvigionamento di risorse a beneficio delle fauci del Leviatano medesimo?

Forse allora occorre qualcosa di diverso. Qualcosa che non rischi di cadere all’interno di una metafisica impostata su una soggettività piatta e livellatrice – e da ultimo, consumistica a tutto tondo – nella quale consiste in ultima analisi il Moderno.

Dove cercare questa nuova realtà se non in qualcosa che – pur non essendo la stessa cosa – somiglia in qualche modo a ciò che una volta si chiamava identità? Indubbiamente, qui non si tratta di rimettere in gioco le identità già smantellate dalla modernità. Nella storia niente torna nello stesso modo – figuriamoci le identità. Si tratta invece di richiamarsi ad una nuova maniera di considerare l’uomo e il suo essere-in-comune, che non escluda un radicamento e un ancoraggio in qualcosa che non sia più, e che non sia affatto, il vuoto su cui invece la modernità ha edificato la sua sovranità.

Il vuoto costitutivo della modernità – per effetto di una causa necessitante che ora appare in tutta la sua forza – ha prodotto, infatti, una nevrosi generalizzata atta a santificare la religione del capitale attraverso il riempimento di esso da parte della merce. Bisogna fermare, o almeno contenere una simbolizzazione del vuoto di questo tipo. E, per farlo, è inutile se non controproducente muoversi all’interno delle sue stesse coordinate – è esattamente ciò che si farebbe se si entrasse all’interno di un discorso meramente rivendicativo. Molto diversamente, occorre fare in modo che il vuoto stesso, questo eterno elemento strutturale dell’umano, venga “trattato” in maniera metafisicamente/praticamente diversa da ciò che accadeva nella tradizione moderna.

Si apre dunque qui lo spazio per una simbolica dell’azione politica che dovrà inevitabilmente passare per uno stadio etico ed estetico insieme – un luogo, cioè, nel quale l’etica diviene estetica e l’estetica mostra una fodera etica.

Occorre partire dalla nostra soggettività per poi allargare movimentisticamente tale condizione.

Utopia? Forse. La democrazia che verrà, però, dovrà essere di tutti – una democrazia delle libere differenze e non delle piatte omologazioni, all’interno dello spazio liscio del consumo di massa a fronte di una nuova oligarchia finanziaria. Mi sembra indubitabile che se non sarà radicale, la democrazia non sarà di nessuno.

In una possibile democrazia a venire, il denaro potrà giocarvi soltanto la parte che vi giocava allorquando i greci (proprio loro) consideravano l’economia un’attività minore, in fondo nettamente subordinata ad altre attività fra cui la politica e la filosofia.

Se la democrazia non andrà in questa direzione, dunque, non sarà affatto democrazia! Al contrario, sarà il totalitarismo peggiore della storia umana a fare la sua sinistra apparizione. Pericolosi segnali ci dicono che abbiamo già imboccato da tempo strade antidemocratiche.

Avremo la forza di opporci?

2 commenti
  1. giulia
    giulia dice:

    Il vuoto come arma contro il Capitalismo. Un concetto rivoluzionario per certi aspetti, è proprio il vuoto il principio per cui il Capitalismo può ancora sussistere e gli permette di vivere. Senza il vuoto il Capitalismo imploderebbe. Quindi questo rovesciamento implica una consapevolezza alla resistenza, inglobando un concetto di vuoto, esteticamente/eticamente pieno di sé. Mi piace molto questa nuova lettura.

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  2. lodovico
    lodovico dice:

    Nell’epoca dei lumi si auspicava la dissoluzione degli Stati che si dovevano trasformare in comunità dove i valori erano condivisi da tutti; questo avrebbe eliminato le guerre di religione per sempre e non avrebbe permesso agli Stati di condure guerre fra loro ( come poi avvenne). Dopo il risorgimento e l’ultima guerra civile l’Italia si dotò di una Costituzione, dove lo Stato presiede a molti valori e detta le regole economiche. Mi piacerebbe una discussione sulla relazione democrazia e Costituzione.

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