Diderot e lo spirito dei lumi

di Paolo Quintili
diderot-e-lo-spirito-dei-lumi A lungo sottovalutato, in rapporto ai «fratelli maggiori» Montesquieu, Voltaire e Rousseau, Denis Diderot (1713-1784) è un pensatore di razza che ha inciso profondamente nella storia della cultura filosofica europea. La sua opera polimorfa è in massima parte circolata anonima o clandestina ed appartiene così, a pieno titolo, alla grande tradizione (ancora in gran parte sconosciuta agli studiosi) della letteratura filosofica clandestina ed eterodossa tra Sei e Settecento. Solo nel 1952, anno di apertura del Fonds Vandeul dei manoscritti diderotiani alla Bibliothèque Nationale di Parigi – fortunosamente ritrovati nel 1944 dallo studioso statunitense Herbert Dieckmann, ufficiale dell’esercito americano d’occupazione in Francia, nel castello della famiglia Vandeul, discendenti della figlia del Philosophe – s’è iniziato a conoscere il vero volto del direttore della maggiore impresa culturale e editoriale dei Lumi, che ne incarna, sotto tutti gli aspetti, lo spirito: l’Encyclopédie, ou Dictionnaire raisonné des Sciences, des Arts et des Métiers (17 voll. Paris, 1751-1772). Diderot ne fu l’infaticabile animatore. Accanto all’’opera pubblica, che è forse il maggiore successo della storia dell’editoria mondiale (R. Darnton, L’avventura dell’Encyclopédie (1775-1800). Un best-seller nell’età dei Lumi, 1989), il Philosophe (così chiamato da amici e nemici) svolse un’intensa attività letteraria nel silenzio del suo cabinet di editore, che percorre l’intero arco dell’età dell’Aufklärung europea, arrivando fin sulla scrivania di Immanuel Kant. Occorre rileggere, reinterpretare a fondo lo spirito dei Lumi alla luce di questo Diderot, del vero Diderot: non l’autore dei morceaux choisis, delle brillanti (e frivole) opere letterarie, ma il pensatore sistematico del materialismo vitalistico e il maggiore animatore culturale e filosofico che la storia del pensiero europeo conosca. Cercheremo di seguire il percorso del Diderot clandestino e di mettere a disposizione anche del grande pubblico questa diversa, eterodossa e fondamentale figura della nostra storia filosofica.
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IL BELLO, LA VITA E LA MORTE. FILOSOFIE A TEATRO.

E questo resta a dire: vivremo d’oltremorte, e di morte pure vivremo Saint-John Perse In loving memory of Norie Kajihara L’importanza della bellezza – Perché la bellezza è necessaria ? La domanda a titolo del nostro incontro – «perché la bellezza è necessaria?» – può essere affrontata da diversi punti di vista. La bellezza ha […]

La psicologia dell’attore e l’io attoriale. Sdoppiamento o estraniazione?*

Il teatro è, in primo luogo, metafora del modo di conoscere umano, per cui ragione, sensibilità corporea e sentimento dialogano insieme alla ricerca di un accordo che dia forma regolare, stabile e condivisibile alla molteplicità di impressioni che si formano nell’uomo, nella sua esperienza, con la varietà della natura; natura che gli illuministi interpretano monisticamente come un unico organismo, caratterizzato da profonda unità, ma in costante mutamento, infinitamente polimorfo; il dinamismo naturale, infatti, genera una permanente metamorfosi delle forme prodotte, le quali perciò non sono mai stabili e definitive; il divenire evoluzionistico della natura, che coinvolge la totalità vitale degli esseri inanimati ed animati, sottende però sempre la loro continuità e connessione; la natura è un corpo unitario, da conoscere qualitativamente attraverso i suoi molteplici ed inesauribili strati, non sempre «chiari e distinti»; da interpretare nelle sue leggi intrinseche per poter meglio trarne elementi di sapere e utilità.