Interpellazione e atto di perdono

di Antonino Infranca

Mentre il sovranismo dilaga in tutto il mondo eurocentrico, la coscienza critica non eurocentrica si chiede se sia il caso di ripensare i valori fondamentali del mondo occidentale. L’Occidente è nato con la Conquista dell’America, senza il saccheggio delle ricchezze di quel continente l’Occidente non avrebbe potuto rompere l’assedio dell’Islam: nel 1499 i Turchi stavano assediando Vienna, che è quasi al centro del continente europeo, e ottanta anni dopo l’inizio della conquista dell’America, a Lepanto il 5 ottobre 1571, gli europei sconfiggono definitivamente i Turchi, riprendendosi l’egemonia nel Mediterraneo. L’Europa sfruttò le enormi ricchezze che trasse dalla conquista dell’America per salvarsi – per salvare la propria cristianità – e per poi iniziare quell’accumulazione originaria del capitale che le permise di innescare, soprattutto in Inghilterra e Olanda, il modo capitalistico di produzione della ricchezza. Lentamente l’Europa ha acquisito il dominio sull’intero pianeta, poi è stata sostituita dagli Stati Uniti, che costituiscono oggi il Centro del sistema mondiale capitalistico. L’egemonia culturale è rimasta totalmente eurocentrica. È vero, pure, che la Cina sta lentamente riprendendosi il ruolo di prima economia del Pianeta, che aveva almeno fino all’inizio del processo di accumulazione originaria del capitale – circa all’inizio del XIX secolo. Negli ultimi anni, però, il dominio incontrastato del Centro è messo in discussione, soprattutto nella periferia che ha costituito l’elemento indispensabile, perché gli Stati Uniti potessero assumere il ruolo di principale dominatore del Pianeta, cioè l’America latina, una realtà di matrice europea, ma non eurocentrica a livello popolare, un vero e proprio Altro Occidente.

E proprio dall’America latina, dal paese più vicino al Centro del mondo, cioè il Messico è arrivata una richiesta impellente: il presidente del Messico, Andrés Manuel López Obrador, ha rivolto al Re di Spagna, Felipe VI, la richiesta di perdono per la conquista del Messico. Proprio nel 2019 cade il quinto centenario dell’inizio della conquista. Conquista che assunse i caratteri di un vero e proprio genocidio e solo negli anni Sessanta del XX secolo il Messico ritornò al numero di abitanti di prima della Conquista. La conquista fu condotta con tutte le armi disponibili allora, anche con la guerra batteriologica, perché gli spagnoli contagiavano di proposito gli indios per sterminarli. La Chiesa cattolica offrì la copertura ideologica di tale genocidio: in nome del Dio dell’amore e della pace fu cancellata una razza umana. I conquistadores cattolici annichilirono tutte le forme culturali degli indios, cioè edifici, gioielli, statue, pitture, scritti, fino ai giocattoli e li sostituirono con le forme culturali cattoliche. Questo genere di conquista si estese, mutatis mutadins, all’intera America da parte di portoghesi, inglesi, francesi e ovviamente ancora spagnoli.

Oggi López Obrador, rappresentante vivente della storia e della tradizione messicana pre e post-conquista, con una lettera interpella l’attuale erede dell’allora responsabile in capo del genocidio messicano, cioè il Re di Spagna, con un atto-di-parola – in spagnolo un acto-de-habla – per restituire dignità a chi è stato trattato indegnamente in nome del Dio dell’amore e della pace. Questa interpellazione (interpelación), in realtà, è la trasmissione di un’altra interpellazione, un’interpellazione che viene dal basso, dal popolo, dalle vittime di allora e di oggi di una conquista indegna della religione a cui si ispirava. Infatti il papa latinoamericano, Francesco, ha affermato: «Desidero dirvi, vorrei essere molto chiaro, come lo era san Giovanni Paolo II: chiedo umilmente perdono, non solo per le offese della propria Chiesa, ma per i crimini contro le popolazioni indigene durante la cosiddetta conquista dell’America» (Discorso al II Incontro mondiale dei movimenti popolari, 9 luglio 2015, Santa Cruz della Sierra, Bolivia). In tal modo si è completato l’acto-de-habla iniziato da Giovanni Paolo II. Felipe VI non ha voluto ascoltare l’interpellazione di López Obrador. Non si ritiene l’erede di tale responsabilità o non ritiene che ci sia alcuna responsabilità da parte della Spagna?

Una risposta gliel’ha suggerita un altro latinoamericano, Vargas Llosa, lo scrittore peruviano premio Nobel nel 2010, che è anche cittadino spagnolo, durante il Congresso della Lingua Spagnola a Buenos Aires nel mese scorso. L’intervento di Vargas Llosa non è un esempio di stile, cosa che gli accade spesso: «Il presidente messicano si è sbagliato di destinatario; la lettera la doveva spedire a se stesso e rispondere alla domanda perché il Messico, che da cinque secoli è entrato nel mondo occidentale, grazie alla Spagna, e da 200 anni è indipendente e sovrano, ha così tanti indios, emarginati, poveri ed esclusi». In un colpo solo Vargas Llosa si è dimenticato del genocidio e, anzi, attacca López Obrador che dovrebbe ringraziare la Spagna di aver massacrato gli indios messicani, che i presidenti messicani non hanno mai sollevato dalla condizione di esclusione in cui si trovano. Si dimentica di cosa significa essere messicani: «Tan lejos de Dios y tan cerca de los Estados Unidos» (Tanto lontani da Dio e tanto vicini agli Stati Uniti). López Obrador si è insediato al potere il 1 dicembre 2018 ed è il primo presidente di sinistra della storia messicana, ma Vargas Llosa vuole vedere già migliorata la condizione degli indios messicani, dovrebbe quanto meno veder allontanare il Messico dagli Stati Uniti, che cercano di collaborare costruendo un muro alto 5 metri e lungo 3145 chilometri, per separarsi dalle loro tradizionali vittime. Come è noto, grazie alla guerra del 1846-1848, gli Stati Uniti hanno sottratto al Messico un territorio pari al 55% dell’allora territorio messicano. Forse il Messico dovrebbe ringraziare anche gli Stati Uniti?

Per Vargas Llosa il grande massacro di indios è stato compiuto dalle nazioni latinoamericane dopo aver ottenuto l’indipendenza dalla Spagna, quindi la Spagna non è responsabile. Il Messico raggiunse l’indipendenza nel 1821. La Spagna avrebbe introdotto, insieme alla lingua, «la democrazia, la libertà, l’idea di una cultura contraddittoria che discutesse, che si ponesse alla prova con i fatti storici; una cultura capace di criticare se stessa». È incredibile come Vargas Llosa rimproveri López Obrador di aver interpellato il Re di Spagna e poi enfatizzi gli stessi valori che il presidente messicano ha messo in atto e cioè aver operato un atto-di-parola critico alla luce di fatti storici indiscutibili. È un’ipocrisia di enorme dimensioni che è possibile ad una sola condizione: aderire totalmente all’ideologia dominante e non vedere, anzi occultare, l’Altro che interpella per ricevere un atto-di-parola di riconoscimento della propria esistenza, della propria storia, della propria tradizione. Vargas Llosa è il perfetto rappresentante di una cultura euro-centrica che guarda in alto verso i suoi dominatori come se fossero i nuovi dei, non è capace di guardarli in faccia, perché loro non vogliono essere guardati in orizzontale, ma solo dal basso in alto, nella posizione adorante del dominato verso il dominatore.

Nell’articolo di Giulia Ceci su Simone Weil troviamo «un richiamo fortemente simbolico: “pardon”, perdono. La riflessione weiliana sull’Europa non può essere realmente compresa senza aver prima colto il suo intento determinante: sostituire il perdono alla potenza, dalla puissance au pardon. Simone Weil si sforza, cioè, di immaginare un’Europa senza potenza». La limitazione della potenza dell’Europa può venire solo dal basso, dalle vittime della potenza europea. Vargas Llosa, invece, rimane ancora convinto della potenza europea, almeno della potenza civilizzatrice, senza tener conto del prezzo pagato dalle vittime di questo processo civilizzatore. Proprio il non volere tenere conto delle vittime del processo “civilizzatore” è quello che sorprende della risposta di Vargas Llosa. Giulia Ceci chiude il suo articolo con una speranza che vale molto di più della risposta di Vargas Llosa e che riprende da Simone Weil: «Alla civiltà europea, nel solco di un nuovo umanesimo, spetta il compito ‒ in-finito perché mai del tutto risolto ‒ di rimediare allo sradicamento, valorizzando i metaxù di ogni dimensione storico-culturale e cultuale senza cedere né alle spinte nazionalistiche né alla frammentazione di un multiculturalismo inabile alla realizzazione di un dialogo fra pari nelle differenze». I metaxù sono «quei beni relativi ‒ casa, lavoro, lingua, storia, cultura ‒ in cui la vita di ogni essere umano trova accoglienza», in pratica si tratta di quei mezzi per la riproduzione della vita degli esseri umani, sia la vita biologica che la vita spirituale. Sono proprio quei mezzi che sono stati radicalmente negati, annichiliti, dalla Conquista e che uno dei maggiori scrittori latinoamericani si ostina a non voler riconoscere.

Lukács aveva già avvisato che uno scrittore va giudicato per le opere che scrive, non per la propria ideologia e portava il caso di Balzac, ideologicamente reazionario, progressista come romanziere. Quindi nessun giudizio su Vargas Llosa, soltanto la rivendicazione, l’interpellazione, come la esprime un altro grande intellettuale latinoamericano, Enrique Dussel, uno dei maggiori filosofi viventi, di cui di seguito riportiamo l’articolo in cui raccoglie l’interpellazione delle vittime della Conquista.

La Conquista de México 1519-1521

di Enrique Dussel

Nel 1992 si è dibattuto il problema dell’invasione dell’Amerindia (denominata eurocentricamente la Scoperta d’America) a cinquecento anni dal 1492. Sarebbe bene che in questi due anni (2019-2021) ricordassimo la problematica ancora attuale per gli effetti della sanguinosa conquista delle grandi culture della Mesoamerica (l’atzeca, la maya, la zapoteca, l’otomì, ecc.) che fu un genocidio di significato mondiale, perché qui si produsse lo scontro e la dominazione violenta dell’estremo occidente di Eurasia (Spagna) sulle culture dell’estremo oriente dell’Asia (poiché i nostri popoli originari arrivano probabilmente dall’Asia orientale attraverso lo stretto di Bering). Certamente la Spagna (per la sua occupazione militare) e Roma (per l’organizzazione della Cristianità delle Indie occidentali) sono autrici e complici di un genocidio. In effetti, il papa concede ai re di Spagna con la bolla Inter caetera del 3 maggio 1493, le terre appena scoperte con l’obbligo di evangelizzare i loro abitanti, cioè le non ben conosciute Isole del Mare Oceano ad occidente dell’allora scoperto Oceano Atlantico. Qui si trova già il primo motivo che giustifica il chiedere perdono ai popoli originari da parte del Papa. Lo stesso Bartolomé de las Casas si chiedeva con quale diritto il Papato concedeva o donava al re di Spagna terre e popoli dei quali non aveva alcuna conoscenza, possesso o dominio? Bartolomé negava al Papa questo diritto, che inoltre lo rendeva complice del crimine ingiusto e del genocidio della conquista, con i suoi massacri e con l’orribile servitù in cui aveva ridotto i popoli originari del continente. E, riguardo a Spagna e Portogallo, e specialmente ai loro re e al Consejo de Indias, furono responsabili della ferocia, della violenza, dei sanguinosi scontri con armi sconosciute agli indigeni (come cannoni, balestre, cavalli, ecc.) e di ogni tipo di vessazione che si compirono. Valgano alcune citazioni di lettere che ebbi tra le mie mani nell’Archivo de Indias di Siviglia, inviate al re, mostrando la situazione: «Molto argento che di qui si strappa e va a questi Regni, è ottenuto con il sangue degli indios e va avvolto nella loro pelle» (Lettera del vescovo di Mechoacan Don Juan de Medina y Rincon, del 13 ottobre 1583; AGI, Messico, 374). E ancora: «Saranno quattro anni che, per terminare di perdere questa terra, si scoprì una bocca dell’inferno, per la quale entra ciascun anno una gran quantità di gente, che la cupidigia degli spagnoli sacrifica al loro dio, ed è una miniera di argento che si chiama Potosì» (Lettera del vescovo Domingo di Santo Tomás, del 1 luglio 1550; AGI, Charcas 313).

Il minimo che si possa dire a chi ignori la violenza e l’ingiustizia della conquista dell’America latina, e molto specialmente del Messico, è che è ignorante e che, non avendo cattiva coscienza di un vero crimine, si rende oggi complice di quello stesso crimine, benché sia, e in maggior misura, il re di Spagna. Ho letto migliaia di Schede Reali nelle quali i re spagnoli stampavano una grande firma e che dicevano: IO IL RE, senza ulteriore indicazione (si dovrebbe verificare mediante la data del documento il nome del personaggio). I noti storici demografi, Cook-Boràh e Simpson attribuiscono al Messico una popolazione di 11 milioni di abitanti nel 1519, che decrebbe nel 1607 a 2 milioni di indigeni. È chiaro che ci furono malattie contro le quali la popolazione indigena non era protetta, ma i massacri nelle guerre narrate dal Chilan Balam[1], i maltrattamenti nelle miniere, l’assegnazione degli indios e le fattorie e la produzione di zucchero, e il lavoro domestico delle donne indigene nelle case dei bianchi (che diventavano concubine, obbligandole a lasciare i loro mariti, per essere vessate dagli spagnoli e dai creoli), la trasformazione del territorio agricolo dai più fecondi a deserto sterile (che produsse fame mortale tra tarahumaras)[2] causerà una crisi demografica gigantesca. Tutto questo ci suggerisce che è molto conveniente in Messico cominciare ad avere presente, giorno per giorno, il 500° anniversario dell’orrenda Conquista del Messico. Ci sono date emblematiche: il 18 febbraio di 500 anni fa Hernán Cortés partiva da L’Avana con 600 uomini, 16 cavalli, 10 cannoni, 32 balestre. Il prossimo 22 aprile di 500 anni fa sbarcò a Veracruz; avendo già occupato in Messico, Tenochtitlán il 30 giugno sconfigge Panfilo Narváez[3]. Il prossimo anno, il 30 giugno, si compiranno i 500 anni dell’inizio dell’assedio di Città del Messico con l’aiuto dei tlaxcaltecas e di altri popoli dominati dagli aztechi. 500 anni fa, il 13 agosto del 1521 prenderanno e distruggeranno Tenochtitlán. Devono essere date ricordate e studiate, giorno per giorno, per prendere coscienza che fummo colonia e, dopo, non abbiamo smesso di essere neocolonie, del che non si ha autocoscienza a causa dell’eurocentrismo culturale dei nostri creoli (i messicani bianchi e americani, figli di spagnoli, che dopo rimangono al potere fino ad oggi). Nel futuro, la piena decolonizzazione politica, economica e culturale è necessaria, dopo 500 anni dalla Conquista. Deve essere un proposito della Quarta Trasformazione. È tempo che il re di Spagna e il papa romano chiedano perdono, non solo per mezzo di parole bensì con atti oggettivi, ai popoli originari per il crimine della Conquista! Ma anche che chiedano perdono i creoli messicani, i bianchi e principalmente i razzisti, ai popoli originari realizzando gli Accordi di San Andrés[4] e dando piena autonomia ai nobili e colti eredi delle antiche culture millenarie centroamericane!

La Jornada, 29/03/2019


[1] Miscellanee maya dei XVII e XVIII secoli dove si narrano gli scontri tra i Maya e i primi spagnoli arrivati in Yucatan.

[2] Comunità indigena del nord del Messico.

[3] Conquistador spagnolo che entrò in conflitto con Cortez.

[4] Accordi tra il governo messicano e l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale per concedere diritti alle popolazioni indigene (1996).

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