Jean-Pierre Vernant, Le origini del pensiero greco, Feltrinelli, Milano 2018

 

Jean-Pierre Vernant

Le origini del pensiero greco

Feltrinelli, Milano 2018, pp. 128, € 8,00.

 

 

 

 

 

 

Lo studioso Jean- Pierre Vernant ne “Le origini del pensiero greco” traccia in poco più di cento pagine il percorso storico che ha portato alla nascita del pensiero razionale in Grecia, ricoprendo un lasso di tempo che va dal crollo della civiltà micenea avvenuta nel XII secolo a.C. alla polis democratica classica del V secolo.

L’opera viene pubblicata nel 1962 nella collana “Mythes et religions”, diretta dallo storico delle religioni Georges Dumézil, e si compone di 8 capitoli. La brevità del testo e l’uso di un linguaggio che non lascia troppo spazio a sfoggi eruditi e a specialismi, offre un quadro generale senza presunzione di compiutezza rispetto a un tema che tradizionalmente vede il confronto tra due polarità opposte: mito e filosofia.

La prefazione alla nuova edizione del testo, redatta nel 1987, funge da fondamento metodologico volto a chiarire lo scopo generale del saggio: delineare quali siano stati gli elementi di rottura rispetto al passato e al presente dei Vicini regni orientali che in Grecia hanno portato alla nascita di una forma di mentalità innovativa. L’attenzione rivolta alla mentalità è ciò che contraddistingue l’opera di Vernant grazie agli studi intrapresi da Louis Gernet, suo maestro e docente all’École Pratique des Hautes Études scomparso il 29 gennaio del 1962, il quale ha contribuito in Francia ad introdurre i metodi della psicologia storica nello studio dell’antichità.

I primi quattro capitoli ricostruiscono il contesto dell’area mediterranea dal II millennio a.C. all’avvento della polis, situato tra il VIII al VII secolo a.C.. Protagonista della trattazione è la civiltà micenea che dall’assorbimento della cultura minoica a Creta sin dal 1450 a.C. espande la sua influenza dal XIV al XII secolo fino in Asia Minore. La costanza dei contatti con regni del Vicino Oriente attraverso le migrazioni e le conquiste dà vita a una cultura carica di sincretismo miceneo-minoico-orientale che istituzionalmente si traduce nell’adozione del sistema palaziale il cui vertice è occupato dall’anax, il sovrano la cui monarchia si estende in terra e in cielo e i cui poteri vanno dal controllo del territorio e delle ricchezze all’amministrazione della regolarità e dell’ordine della natura. È proprio la figura dell’anax il fulcro attorno al quale si instaura la riflessione di Vernant, in quanto il mantenimento dell’ordine politico esercitato nel segreto del palazzo mette capo a una serie di riti religiosi legati alla regalità che trovano espressione nella narrazione mitica. In tal senso, le teogonie e le cosmogonie che cantano le guerre fra divinità hanno come orizzonte mentale la ricomposizione dell’ordine attraverso l’affermazione di una monarchia. La vittoria e il potere del singolo, dunque, si estende sia alle questioni umane sia all’origine del mondo e dei fenomeni naturali. Tuttavia, l’invasione dei dori nel XII secolo segna il declino della civiltà micenea e il passaggio al cosiddetto “Medioevo ellenico” (XII-VIII secolo), la cui peculiarità consiste nella scomparsa della scrittura e, di conseguenza, del linguaggio legato alle gerarchie e alle prassi palaziali. La scomparsa di un potere accentrato esercitato nel segreto del palazzo e la sopravvivenza del ceto aristocratico guerriero comporta una specializzazione degli incarichi politici che per legittimarsi si servono della persuasione e della discussione esercitate nella pubblica piazza. L’agonismo tipico della classe aristocratica, tuttavia, aprendosi al dibattito pubblico nell’agorà presuppone un cambio di rotta nella concezione del potere che vede la competizione fra individui che si considerano pari. La preminenza della parola, dunque, dimostra di essere lo strumento politico per eccellenza e il principio fondamentale della polis, la cui nascita si situa tra l’ VIII e il VII secolo a.C. e interessa la trattazione dei successivi tre capitoli del saggio.

Il ruolo cruciale ricoperto dal linguaggio, rafforzato dalla ricomparsa della scrittura, mette in evidenza la distanza che separa il mito dai primi passi del pensiero razionale. Se originariamente mythos e logos significavano “discorso, parola”, successivamente le loro connotazioni hanno preso strade divergenti: da un lato il mythos come sfera dell’irrazionale, religioso e misterioso, dall’altro il logos come faro della razionalità, del discorso e della dimostrazione che trae vitalità dalla competizione della prassi politica. Inoltre, il passaggio da una cultura orale a una scritta permette di diritto la fruizione di leggi e saperi da parte di un pubblico più vasto, rispetto alla cerchia ristretta dei ministri di palazzo, che può anche metterli al vaglio del dubbio e della confutazione. L’oralità dei proverbi, delle massime del senso comune e i decreti dei sovrani, al contrario, chiedevano soltanto obbedienza e la prosecuzione della tradizione.

La ripresa dei contatti con l’Oriente a partire dal VII secolo a causa della penuria di metalli e materie prime comporta l’emergere di un ceto nobiliare mercantile che stabilisce nuove colonie in Asia Minore. Il commercio di beni di lusso e l’introduzione della moneta inaspriscono le disuguaglianze sociali che oppongono il demos e l’aristocrazia. Tale contesto di antagonismo e disparità politica, mediato dall’ascesa di una classe media che si allontana dalla Grecia continentale per stabilirsi nelle colonie del bacino mediterraneo, rappresenta il quadro generale che nel VI secolo a.C. vede la nascita della filosofia a Mileto. Per meglio illustrare l’incidenza psicologica del contesto storico del VI secolo, Vernant individua la coppia di contrari hybris e sophrosyne. La hybris è l’atteggiamento protagonistico dell’aristocrazia tradizionale che valorizza la prodezza del singolo e ostenta un lusso smodato e insaziabile. La sophrosyne, invece, rappresenta la cosiddetta «arete borghese»[1] che pone nel giusto mezzo l’unità di misura della condotta umana. Il sapiente pratica il “conosci te stesso” e propone un cammino ascetico di conversione e controllo delle passioni che raggiunge «un accordo secondo natura tra le voci del meno bravo e del migliore sulla questione di sapere a chi deve appartenere il comando, nello stato e nell’individuo»[2]. Nella prospettiva della polis, i primi Sapienti sono individuati come gli interlocutori a cui rivolgersi per la ricomposizione del kosmos politico nel quale occorre mantenere l’equilibrio fra Eris e Philia, rottura e unione, occupando ciascuno il posto che gli conviene senza ribellarsi o prevaricare, pena il chaos della città.

L’ultimo capitolo di “Le origini del pensiero greco” si chiude con un interessante focus su Anassimandro, la cui riflessione viene condensata in tre parole chiave che definiscono la distanza del nuovo pensiero filosofico dalla tradizione mitica: secolarizzazione, razionalizzazione e geometrizzazione. In primo luogo, la secolarizzazione esprime la scelta di Anassimandro di ignorare deliberatamente le teogonie e le cosmogonie per la spiegazione dei fenomeni naturali, inaugurando così una riflessione di natura profana che si esprime in prosa. A sua volta, la razionalizzazione si chiede il come della generazione del kosmos dal chaos, problematica intorno alla quale occorre organizzare l’indagine razionale. L’antropomorfismo tipico del mito spiega l’origine del mondo alla stregua delle vicende umane distinguendo l’attore dai prodotti della creazione. Anassimandro, invece, nel Peri physis individua un principio immanente e autosufficiente: l’apeiron, l’indefinito dal quale e al quale tutti gli elementi scaturiscono e ritornano “secondo l’ordine del tempo”. La geometrizzazione, infine, contribuisce a definire il mondo come ordinato da rapporti quantitativi reversibili e simmetrici distanziandosi così da un universo qualitativo costituito da gerarchie e ranghi con a capo la monarchia assoluta di un dio-sovrano. I fenomeni naturali, dunque, vengono inquadrati nell’avvicendarsi ciclico dei meccanismi di aggregazione e disgregazione, conquista e cessione del potere da parte degli elementi.

La compenetrazione di politica, morale e natura permette a Vernant di sostenere che la filosofia è «figlia della città»[3]. Essa non ha potuto che svilupparsi in un contesto storico segnato da trasformazioni politiche, economiche e sociali dinanzi alle quali ha saputo porre interrogativi e tentare risposte differenti volte, però, alla trasformazione degli uomini. In tal senso, l’autore rigetta le tesi secondo cui la filosofia sia un “miracolo greco” o un modello scientifico su cui si basa la scienza moderna. Da una parte, Vernant insiste nel dimostrare che i greci siano stati portatori di una forma di ragione piuttosto che della Ragione intesa come evento che squarcia la trama della Storia per incarnarsi in Grecia separando un’umanità pre- e post- miracolo. Dall’altra, mostra come la procedura dell’esperimento della scienza moderna sia pressoché inesistente nella scienza dei greci proprio perché il fine di quest’ultima non mirava alla manipolazione della Natura bensì al processo trasformativo dell’uomo in quanto animale politico.

In conclusione, il metodo della psicologia storica adoperato nel saggio si rivela carico di sviluppi di ricerca in quanto permette di ricostruire la mentalità di civiltà antiche attraverso le testimonianze materiali del passato intese come «espressione di un’attività mentale organizzata»[4]. La diversità delle opere dell’uomo e l’intento di costruire un quadro mentale d’insieme porta scienze come l’archeologia, la sociologia, l’antropologia e la filologia a condividere i propri risultati costituendosi come gruppo di ricerca. La pratica di una scienza partecipata, dunque, permette di ampliare il campo visivo rispetto alla settorializzazione delle discipline e restituisce vita all’antichità, il cui studio è appannaggio quasi esclusivo dei cosiddetti “umanisti”. Così, è possibile instaurare un dialogo fra passato e presente individuando punti di contatto e di specificità e, magari, comprendere criticamente lo spazio circostante e le opere del proprio tempo in quanto espressione materiale di un quadro mentale. Chissà se in questo modo lo studente principiante, grazie all’ausilio di una guida valida, acquisti maggiore confidenza con la filosofia in quanto anch’essa fatta di carne e sangue.

Maria Chiarappa

[1] Jean-Pierre Vernant, Le origini del pensiero greco, Feltrinelli, Milano, 2018, p. 85.

[2] Ivi, p. 95.

[3] Ivi, p.125.

[4] Jean-Pierre Vernant, Mito e pensiero presso i greci, Einaudi, Torino, 1982, p.3.

 

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