L’omosessualità come problema politico

Quando ragioniamo circa le questioni che agitano la convivenza civile dovremmo concentrarci innanzitutto sui concetti di base della discussione. Laddove si pensi all’omosessualità come un problema politico della società contemporanea sarebbe necessario avviare un’analisi sui fondamenti stessi della convivenza nella Polis. La politica 1 è da sempre una pratica umana che si occupa della relazione fra gli uomini entro uno spazio comune e che ne determina gli assetti di potere. In un tentativo di fornire una definizione minima potremmo dire che la Politica è l’Ordine nello spazio comune. Questo Ordine si ottiene secondo due direttrici: quella dell’energia e quella della forma. L’energia è lo sforzo che gli appartenenti allo spazio comune producono per definire le norme su cui devono regolarsi le relazioni fra tutti i membri della comunità.  La forma è la struttura che viene determinata dalla neutralizzazione del conflitto fra gruppi di membri concorrenti e che si evidenzia in assetti di potere e in Istituzioni legali riconosciute da tutti i membri. Ogni volta che un’esperienza umana viene vissuta come un problema all’interno della comunità politica, si innesca una nuova energia discorsiva che tende a rimettere in discussione gli assetti di potere stabiliti. Il potere nella modernità è configurabile come un’elaborazione intellettuale che si stabilisce all’interno del discorso pubblico. Per questo possiamo affermare che ogni discorso che tende a presentare un’esperienza come un problema, è un discorso che tende a rivedere la forma della comunità politica. Nel nostro breve saggio cercheremo di presentare la tesi che l’omosessualità è un’esperienza umana che non è configurabile come problema politico nell’ambito degli assetti di potere vigenti negli Stati costituzionali contemporanei. Con questa riflessione cercheremo di mettere in evidenza che ogni agire politico coerente, con i valori che sono alla base degli Stati liberali, include l’omosessualità come elemento fondante l’Ordine dello spazio condiviso. La nostra analisi si concentrerà all’interno della tradizionale riflessione della filosofia politica. Come spiega Stefano Petrucciani: “Forse vi sono rapporti di potere anche nell’amicizia e nell’amore, ma indubbiamente relazioni di potere, informali o formalizzate, strutturano i rapporti nella famiglia, nel mondo di lavoro, nelle associazioni, insomma in quasi tutti i tipi di relazioni sociale. […]la tradizione più canonica della filosofia politica […] si è occupata delle forme di potere istituzionalizzate, quelle che si depositano nelle leggi e si incorporano nelle istituzioni statali 2 ”. Seguendo questo indirizzo d’indagine ci interrogheremo come questa pratica si collochi nel discorso pubblico e possa generare dissidi tali da richiedere interventi di carattere normativo a tutela delle minoranze omosessuali. L’epopea dei diritti dell’individuo. Abbiamo accennato come le forme del potere istituzionalizzato siano il risultato dell’energia prodotta dalle battaglie e dai dibattiti in seno alla comunità politica.  I diritti dell’uomo, che nell’età dell’illuminismo erano sembrati come uno spiraglio di luce per un radioso futuro dell’umanità, oggi rappresentano la base della nostra tradizione politica. Secoli di battaglie, guerre e rivoluzioni. Fiumi di inchiostro e di parole, di dibattiti che, nati nei caffè settecenteschi continuano ancora oggi con la diffusione dei nuovi media, hanno generato un’energia tale da sovvertire completamente il discorso politico pre-moderno. Una rivoluzione culturale, prima ancora che istituzionale, ha, nel tempo, rovesciato radicalmente l’idea che la società fosse un tutto organico a cui gli abitanti di uno spazio dato devono la propria identità. Dopo l’avvento del Giusnaturalismo è l’individuo a creare, con la propria volontà e partecipazione, le forme legittime della propria comunità politica. Una visione prescrittiva che, a partire dai valori, intendeva costruire, su nuovi paradigmi, il mondo umano. Se guardiamo alla narrazione di come si sia affermato il punto di vista dell’individuo, in quanto costruttore della forma della Polis, ci accorgiamo di come sia necessario risalire al nesso energia/forma nel dispiegarsi storico del binomio rivoluzione/costituzione. Tre momenti storici possono essere individuati come gli apici dell’epopea della lotta per l’affermazione dei diritti dell’individuo, tre accadimenti che hanno rappresentato il picco di quell’energia che si sprigiona all’interno della comunità quando la lotta per il potere diventa inevitabile. Durante la gloriosa rivoluzione inglese, lo scontro fra la fazione parlamentare e i sostenitori della corona, portarono alla promulgazione di una carta dei diritti (Bill of  Rights) che rappresenta il primo passo verso la formazione dello Stato moderno. Con l’adozione dei Bill of Rights, da parte della Corona, la forma della Polis riconosce degli spazi di libertà, nel senso di non impedimento, da parte delle leggi, ad ogni individuo facente parte della comunità. Questo primo passo dell’epopea dei diritti è configurabile come una sorta di nascita di un liberalismo primitivo il cui scopo principale era quello di garantire libertà economiche e di azione ai privati cittadini. Un grande passo nell’idea dei diritti e della libertà si ebbe nel secondo passaggio, quello dalla semplice libertà negativa alla libertà come autonomia. In questo passaggio, che si ebbe con la Rivoluzione francese, l’allargamento dei diritti andò nella direzione della partecipazione dei singoli alla formazione di quelle stesse leggi che avrebbero dovuto rispettare. In questa epoca si inaugurarono i diritti democratici che furono espressi dalla Costituzione Repubblicana dal 1789 in poi e che vide conclamarsi la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Questa Dichiarazione definisce una forma di Polis che è perfettamente descritta da Salvatore Veca in Progetto 89: “ Il progetto Ottantanove ha generato la promessa universalistica dell’inclusione di tutti e di chiunque, con pari dignità, nel club della cittadinanza.  L’euguaglianza di diritti civili e politici è connessa a sua volta a una teoria del valore della scelta. Istituzioni giuste, autorità politica, governo, decisioni, norme risultano in ultima istanza legittimate da una qualche forma di rispondenza alle scelte individuali 3”. L’epopea dei diritti conosce la sua massima espressione all’indomani della tragica esperienza della seconda guerra mondiale. La lotta fra i popoli che si riconoscevano nella cultura dei diritti liberal-democratici e gli Stati nazi-fascisti, portò la battaglia per i diritti su scala mondiale. L’energia spesa in questa battaglia generò un documento, considerato come l’orizzonte assiologico delle democrazie, che permette di riconoscere in modo definitivo il fatto che ogni individuo, in quanto uomo, è possessore di diritti inalienabili. Questo percorso trova nella Dichiarazione universale dei diritti umani (ONU 1948) la forma definitiva per il percorso di affermazione dell’individuo come principio fondante la Polis. L’epopea dei diritti ha visto dunque, in questi tre passaggi storici, un allargamento della libertà individuale. Ma l’epopea dei diritti non ha riguardato solo la crescita delle libertà individuali. Allo stesso tempo abbiamo assistito ad una crescita della consapevolezza che la libertà è possibile solo laddove sia accompagnata dalla eliminazione delle discriminazioni. Non può esistere una vera Libertà in assenza di un equilibrio con il valore dell’uguaglianza fra tutti gli uomini. Solo la connessione fra questi due valori consente una vera libertà dell’individuo in tutte le possibili declinazioni. L’epopea della Libertà sopra descritta ci ricorda come il percorso sia stato tale da consentirci di arrivare ad oggi con la consapevolezza che, quando si pensa ai diritti politici, si intendono almeno tre cose: 1)   ogni individuo possiede un spazio di libertà dall’interferenza del potere dello Stato 2)   ogni cittadino ha il diritto di partecipare alla formazione delle regole a cui si sottomette 3)   ogni uomo ha le risorse reali per tramutare i principi astratti delle Dichiarazioni e delle Costituzioni in pratiche per lo sviluppo della propria esistenza. Il terzo punto è il più interessante per la nostra tesi. Le Costituzioni oggi e la legge dell’opinione Siamo partiti dall’osservazione che dall’energia che si sprigiona nel conflitto fra le parti, per la presa del potere, scaturisce un nuovo assetto istituzionale, una nuova forma della polis attraverso una “Carta”, la Costituzione dello Stato. La Carta repubblicana italiana, La Costituzione europea e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo nascono tutte nel solco della consapevolezza collettiva che, senza un riconoscimento del valore universale dell’uomo, non è più pensabile una convivenza pacifica. L’energia di un conflitto planetario ha generato forme costituzionali basate su diritti universali. La rivolta all’oppressione basata sull’odio della razza e contro ogni diritto individuale ha portato a una vittoria definitiva del modello liberal-democratico. La Costituzione italiana esprime in modo perentorio l’indirizzo universalistico dei diritti dell’individuo negli art 2 e art 3. Nel primo di questi enunciati dichiara che: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”, e nel secondo rimarca che: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. La materia è resa ancora più solenne dal passaggio finale dell’art. 3:“ È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Questo passaggio ha una rilevanza importante in quanto sancisce definitivamente che lo Stato è al servizio, potremmo dire addirittura che  è strumentale al pieno sviluppo della persona e questa dichiarazione fornisce la misura della piena vittoria della visione individualistico liberale nell’epopea dei diritti. Allo stesso modo la Costituzione europea, nata come stella polare del futuro politico dei popoli europei e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, concepita come la carta fondamentale per le Democrazie occidentali, contengono tutte formule che si ispirano all’idea che  il principio generale di euguaglianza sarebbe non praticabile nella realtà senza un divieto alla discriminazione 4.  Nella Costituzione europea, che dobbiamo considerare il prodotto più attuale e definito dell’evoluzione dell’epopea dei diritti, la libertà individuale è sostenuta da una perfetta contestualizzazione dell’uguaglianza come non discriminazione. L’art. II-81 recita in questo modo: “ è vietata qualsiasi forma di discriminazione, fondata in particolare sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica e sociali […] la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale”. Questo articolo, che è diretta espressione del Art.1 della Dichiarazione del 1948, risulta essere perfettamente in linea con i principi espressi nell’Art.3 primo comma. Questa analisi della forma attuale delle nostre Costituzioni vigenti ci potrebbe spingere a concludere che l’orientamento sessuale è un aspetto della libertà umana che non è semplicemente tollerato, nel senso di  non interferenza da parte dello Stato, ma che è protetto attivamente dai pronunciamenti della Costituzione. In questo senso, in via puramente logica, i diritti degli omosessuali dovrebbero essere persino promossi dallo Stato per adempiere alla promessa dei padri costituenti i quali sancirono che: “ È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. La nostra Repubblica si impegna a rimuovere gli ostacoli della discriminazione su base dell’orientamento sessuale in base all’aggiornamento della specificazione dell’art. II-81 della costituzione europea sopra citato. Resta difficile a questo punto pensare ancora all’omosessualità come problema politico. In sostanza non ha senso inserire nel dibattito pubblico un discorso a favore dei diritti sessuali in uno stato che si impegna a promuoverli. Non è comprensibile innescare una battaglia, dare vita a una forma di energia rivoluzionaria per supportare dei diritti che già sono patrimonio della nostra forma costituzionale. Eppure nella realtà dei nostri giorni assistiamo ad un dibattito sempre più acceso sulla questione delle minoranze omosessuali che investono anche l’attività del dibattito parlamentare. Se tutto questa accade è essenzialmente la conseguenza di una realtà che il filosofo inglese John Locke aveva evidenziato già negli anni a cavallo tra sei e settecento. Secondo il padre del liberalismo, gli uomini agiscono in virtù di tre tipi di leggi: la legge divina, la legge civile e la legge della reputazione (o dell’opinione). Proprio alla legge della reputazione Locke riferisce il vincolo più difficile da sciogliere poiché questa regola fornisce una sanzione propria e caratteristica che si fonda sulla stima e sul discredito sociale connesso all’idea di virtù e vizio del proprio ordine culturale. L’ordine culturale e la pedagogia repubblicana. Abbiamo visto come le forme istituzionali liberal-democratiche favoriscano i diritti delle minoranze omosessuali dal punto di vista della protezione costituzionale. La questione è dunque tutta ricompresa nel dibattito culturale. L’avversione per l’omosessualità, come esperienza umana, esiste all’interno delle dinamiche relazionali. I pregiudizi verso il mondo GLBT riguardano il paradigma della purezza della comunità. Dopo che la Polis ha assunto su di se l’esclusiva della violenza e ha sostituito alla vendetta privata la sanzione della legge, agli uomini è rimasta la potente e dirompente arma dell’esclusione del diverso tramite l’opinione comune. Additare l’escluso, ridicolizzare il debole, coprire di infamia il diverso rappresentano, da tempi immemori, le armi per stabilire il significato comune di “normale” utile a  costruire un’identità che renda la comunità riconoscibile, integra e pura. Il grande antropologo René Girard notava, infatti, che: “ancora ai giorni nostri, le forme addolcite, quotidiane e banali dell’ostracismo sociale si praticano, il più delle volte, nei modi del ridicolo 5”. Ma per comprendere quanto l’ostracismo culturale sia connaturato alla formazione della comunità, bisogna ricordare quanto il sentimento della paura sia il fondamento della politica. La paura della morte, la paura della violenza incontrollata, la paura dello straniero e la paura del diverso, aiutano a sentire necessario ed inevitabile il potere politico. Roberto Esposito, riferendosi ad Hobbes come scopritore del nesso paura/politica, dice:” Quando si passa all’ambito della politica, il ruolo della paura diventa ancora più centrale. Mai come in questo caso si rivela il suo carattere fondativo-fundamentum regnorum. La paura non è solo all’origine della politica, ma la sua origine nel senso letterale che non ci sarebbe politica senza paura 6”. La paura del diverso fonda le ragioni di un potere in difesa della purezza della comunità dei normali. Questo meccanismo perverso divide la società politica e giustifica il potere politico quale garante dell’identità della comunità e, allo stesso tempo, difensore della minoranza. Il conflitto è sempre necessario al potere per garantirsi un ruolo, il diverso è strumentale alla maggioranza per trovare un’identità a cui riferire la propria normalità. Ma tutto questo meccanismo contraddice nella sostanza le conquiste assiologiche dell’epopea dei diritti. Abbiamo visto come le forme delle nostre polis occidentali siano il risultato del rovesciamento di prospettiva politica nella direzione volontarista ed individualista. Nelle società liberali non si dovrebbero ghettizzare le minoranze bensì le fobie. L’anomalia per la nostra cultura liberal-democratica è l’omofobia, i gusti e le opinioni degli individui non riguardano l’agire politico. La nostra Repubblica, per restare fedele a se stessa e alla nostra tradizione politica, deve necessariamente dare corso alla promessa manifesta nell’art.3 della Costituzione, ovvero rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Per ottenere tutto questo non vi è altro metodo che intraprendere la strada di un’educazione del cittadino alle ragioni della nostra carta Costituzionale. Una sorta di pedagogia repubblicana che sia capace di insegnare l’etica della cittadinanza costruita sui valori della libertà e dell’uguaglianza. Conservatori e Liberali alla prova dei diritti LGBT.  La società odierna, dichiaratamente secolarizzata, mantiene al suo interno le varie istanze che si richiamano alle tradizioni culturali di formazione confessionale. La religione, nelle sue forme e strutture politiche, interviene a difendere un’idea dell’uomo spesso in contrasto con la visione liberal-democratica. La condanna della sodomia è di matrice biblica ma, soprattutto, appare come legge, prima nel codice di Teodosio per i solo sodomiti passivi, e poi, dal 533, nel codice redatto da Giustiniano per tutte le pratiche di sodomia fra soggetti dello stesso sesso.  Prima di queste codificazioni, nel mondo romano, e prima ancora nella Grecia classica, non esistevano esempi di condanna per atti sessuali fra gli appartenenti allo stesso sesso. Questa mentalità si è accresciuta attraverso una sovrapposizione tra il concetto di piacere e quello di peccato. L’idea della mortificazione della carne, l’idea della sofferenza in questo mondo per l’attesa di una vita migliore nell’aldilà ha generato l’idea della pratica sessuale come pratica strumentale ed esclusiva alla procreazione. Questa mentalità impedisce di vedere l’assoluta naturalità dell’omoaffettività. La convinzione che la sofferenza generi santità, oscura la capacità di osservare che alla base dei rapporti omosessuali ci sono sempre le stesse pulsioni dei rapporti eterosessuali: amore e piacere. La ricerca della felicità e del libero sviluppo della propria persona è un diritto che non toglie nulla agli altri e non rappresenta un pericolo per la comunità. Combattere politicamente per l’affermazione dei diritti degli omosessuali è affermare l’autonomia dei valori temporali rispetto ai pregiudizi religiosi e soprattutto significa guardare al mondo umano attraverso il libero esame della nostra ragione. Questo non è altro che affermare la laicità della nostra società. Alla fine di questa breve analisi, rispetto una tematica vastissima, possiamo affermare che la battaglia per l’affermazione dei diritti LGBT è utile allo svelamento di un’antica disputa politologica: chi è liberale? Cos’è un conservatore? In un tentativo di dare una definizione, minima ma accettabile da tutti, circa il significato di pensiero liberale, potremmo certamente dire che per liberale intendiamo quella dottrina politica che mette al centro del discorso l’individuo come principio primo della società e della morale con i suoi diritti e la sua libertà.  Il conservatorismo è, invece, quell’insieme di istanze politiche che nasce come reazione alla modernità individualistico-borghese. Questo modello di pensiero considera preminente, nel discorso pubblico, la difesa dei valori di gruppi e di classi che hanno caratterizzato la storia del proprio Paese in qualità di maggioranze culturali che sono stati in grado di imprimere un senso identitario a tutta la comunità. Da questo punto di vista la battaglia fra chi difende il diritto all’autonomia delle scelte dell’individuo e chi vuole affermare il privilegio di una cultura rispetto alla libertà di ognuno è la continuazione dell’inveterata lotta fra liberali e conservatori. A nostro avviso la battaglia dei cittadini LGBT rappresenta la nuova trincea in cui i liberali di oggi hanno l’occasione per far ripartire il motore del progresso e dell’avanzamento di un mondo umano più libero e più giusto.  

Bibliografia

Norberto Bobbio, Elementi di politica, a cura di Pietro Polito, Einaudi, Torino, Norberto Bobbio, Teoria generale della giustizia, a cura di Michelangelo Bovero, Einaudi, Torino,1999. Esposito Roberto, Communitas, Einaudi, Torino, 1998. Michel Foucault, La volontà di sapere, Feltrinelli editore, Milano, 2013. Michel Foucault, L’uso dei piaceri, Feltrinelli editore, Milano, 2013. Umberto Galimberti, Il corpo, Feltrinelli editore, Milano, 2013. Umberto Galimberti, Idee: il catalogo è questo, Feltrinelli editore, Milano 2013. René Girard, La violenza e il sacro, Adelphi, Milano, 1980. A.Martinelli, M.Salvati, S. Veca, Progetto 89, Il Saggiatore, Milano 2009. Nicola Matteucci, Lo Stato moderno, il Mulino, Bologna, 1993. Stefano Petrucciani, Modelli di filosofia politica, Einaudi, Torino, 2003. Carlo A. Viano, John Locke, Einaudi, Torino, 1960.

Notes:

  1.  Per dare una definizione del termine “politica” avremmo bisogno di elaborare un saggio a parte. La nostra visione del significato di questo termine si avvicina a quello di Nicola Matteucci: “La politica si riferisce all’azione umana, che si dà in un mondo di azioni: ciò implica una molteplicità di soggetti agenti in una situazione sempre precaria e mutevole”. Nicola Matteucci, Lo Stato moderno, Il Mulino, Bologna, 1993
  2.  Stefano Petrucciani, Modelli di filosofia politica, Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino, 2003. P.P. 5-6.
  3.  Salvatore Veca, Libertà ed uguaglianza una prospettiva filosofica, in Alberto Martinelli, Michele Salvati  e Salvatore Veca, Progetto 89, Il Saggiatore, Milano, 2009 p. 257 
  4.  Nell’ordinamento Italiano artt.2043 e 2059 del codice civile
  5.  René Girard, La violenza e il sacro, Adelphi editore, Milano, 1980 p.352.
  6.  Roberto Esposito, Communitas, Origine e destino della comunità, Edizioni Einaudi, Torino 1998. P.6.
1 commento
  1. perdamasco
    perdamasco dice:

    Necessaria premessa: Non è la filosofia il mio vasetto. Non lo è al punto, da non capire bene se sto commentando dentro o fuori; così mi è venuto, così lo passo. Fate vobis! 🙂 🙂

    Di per sé, in nessuna parte di questo tessuto ho trovato grinza. Ho trovato, invece, che quanto è scritto sulle parti sociali e per le parti sociali non è quanto viene recepito e/o vissuto dalle parti sociali. Lo Stato, ad esempio, (che si serve della paura e dell’esclusione per ordinare la sua forma) che energia politica può dirsi? Pedagogica? Si, ma per quale effettivo fine se manda della contro forza ogni volta sente di poter essere modificato oltre prevista forma da della contro energia? Per il fine di avviare della gestibile modifica (per via discorsiva) o per fermare ogni modifica temporeggiando sempre per via discorsiva? E la dove l’energia discorsiva è strumento per discorsi sine die, in quale forma deve orientarsi (e/o assumere) l’energia di chi si vive o viene vissuto come problema ma non intende restare problema? In forma politica? Vero. E’ una forma politica, però, disarmata perché non fa paura, e quindi, non può originare che una debole controri_forma, sia agendo in proprio, sia agendo c/o altri agenti: partito politico, associazioni fiancheggiatrici, ecc, ecc.
    E’ certamente vero che “l’omosessualità non è configurabile come problema politico negli stati costituzionali contemporanei”. Non per questo non è problema personale, ogni qual volta una soggettiva energia omosessuale forma una soggettiva cittadinanza. Lo Stato politico, però, com_prende la collettività, non, la singolarità, e se è vero che riesce ad essere educativo con il singolo agitando la bacchetta delle paure, lo stesso non riesce ad essere con una conformata e conformante collettività. Si può dire, allora, che l’energia in Lgbt ha potuto formarsi, non tanto perché in virtù di libertà d’azione già prevista dagli stati costituzionali contemporanei, ma perché ha superato la paura imposta dall’ordinamento politico in cui si trova ad agire/vivere.
    La paura a finalità pedagogica permette la forma del nuovo ordine perché barriera il dis_ordine da non incanalata energia. E’ una paura, però, che, come risposta, ne origina un’altra: quella di chi vuole ordinarsi, (ammessa l’accettazione dell’ordine sociale) secondo l’idea di sé, non secondo, un’eguale forma per eguale e utilitaristico fine. La formazione di una vita e/o di una vitalità secondo sé proposta dalla vita in Lgbt è certamente egoistica perché energia che contribuisce alla formazione di un Ego, ma non è egoistica (come identità sociale) in quanto non pone azioni di rifiuto verso la collettività sociale, al più, le pone verso le multi esclusioni che lo Stato accetta come facenti parte di sé. Mi riferisco alle esclusioni di origine religiosa quando sono mosse da ricerca e conservazione dello stato quo. Sono esclusioni, queste, che giungono a dominare la legge civile perché condizionano l’opinione della società non in causa al punto da declassare la reputazione (personale e collettiva) di quella in causa: la Lgbt. Più che il fondante che non può essere in quanto ostricizzato, direi, allora, che dell’omosessualità lo stato sociale accetta il ruolo di coadiuvante.
    Quale conseguenza per quel mondo sociale? In quanto soggetto non fondante, direi, quella di ritrovarsi potenzialmente escluso (dalla Costituzione dello Stato) perché di fatto escluso dall’ordine religioso (cattolico di prevalenza) che innerva la sua morale e la sua etica. Si può dire, allora, che il mondo in Lgbt ha due antidoti (antidoti dal punto di vista dell’ordine odiernamente costituito). quello della norma sociale e quello della norma religiosa. Quale può essere il dato contro le due regole, attuato a sua difesa dal mondo in Lgbt? A mio vedere, antidoto è la morale e l’etica laica che per voto di scambio la società ha accantonato a favore della religiosa.
    Per tale scopo, tutti i Centri in Lgbt dovrebbero consociarsi in un’unica e transnazionale Accademia. Che ci vuole?! Poco niente! Ci sono già secoli di storia contro la tenia religiosa nell’animo. Si tratta solo di metterli in Rete. Si tratta solo di seminare. Di non badare a dove va a finire il seme. Nulla sfugge alla terra.

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