Può Dio portare alla guerra?

Può Dio portare alla guerra?*

di Alessandro Bertirotti

 

Ricevo questa lettera da un mio studente universitario. Penso che sia interessante rispondergli pubblicamente, attraverso una riflessione che desidero fare con voi lettori della mia rubrica.

“Nella speranza di non disturbarLa, Le vorrei chiedere un Suo prezioso parere su una questione che mi ha sconcertato in questi ultimi giorni. Argomento che magari tratterà in uno dei suoi sempre interessanti articoli che seguo dal web.
Avrà sentito/letto la notizia di quel ragazzo genovese, che convertito all’islam, è stato ucciso negli scontri a fuoco in Siria. Con il ragazzo in questione, ho condiviso quattro anni di vita scolastica alle superiori, una piacevole e semplice amicizia, terminata ahimè, con la fine della scuola!
La questione della guerra in nome di Dio mi ha sempre più o meno turbato, ma adesso, con questo avvenimento, è come se mi avesse colpito da vicino, anche se non so bene come spiegare quello che sento. Nella mia ingenuità, e con le poche conoscenze in fatto di religione, mi viene spontanea una domanda: ma nel 2013, come è possibile che ci sia ancora chi uccide e si fa uccidere in nome di Dio? A me, nel mio piccolo, tutto questo sembra un problema del mondo (uno dei tanti), a cui bisognerebbe trovare rimedio.
Le mando un carissimo saluto -:) a presto”.

Non è facile rispondere a questa lettera, così essenziale ed inequivocabile, con una domanda diretta e disarmante, sia per il contenuto che per l’efficacia del linguaggio semplice con cui è espressa.
Eppure, penso che Gino (il nome è ovviamente di fantasia) abbia sollevato una questione antica quanto l’Uomo ed al tempo stesso attuale, con la stessa drammaticità.
Nella questione che mi viene posta potremmo distinguere due momenti cruciali del percorso esistenziale del convertito: il momento, appunto, della conversione e quello successivo dell’azione religiosa di guerra in seguito alla conversione stessa. Ci dovremmo chiedere quali siano le motivazioni, distinguendole bene dai bisogni, che conducono un giovane adulto (così vengono chiamati i giovani dai 20 ai 30 anni circa) ad aderire ad una nuova confessione, e quindi decidere di combattere per questa fede abbracciata.
Innanzi tutto, dal mio punto di vista e come spesso mi è anche capitato di comunicare a lezione, è mia convinzione che l’Essere Umano sia stato programmato dall’evoluzione per inseguire con determinazione un progetto finale che deve essere in qualche modo realizzato. Sia che si tratti di una realizzazione concreta e sensoriale per gli agnostici, odi una realizzazione ultrasensoriale e trascendente per i fideisti. Nessuna differenza mentale, dal mio punto di vista. In tutti e due i casi, la mente si proietta oltre il dato esistenziale prossimo, per travalicarlo e giungere a conquistare una meta remota. Cambia l’oggetto, ma non la forza del desiderio di realizzare progetto. Vi sono certamente differenze di intensità e a volte di metodo, per cercare obiettivi diversi con la stessa forma energetica, ossia il funzionamento della mente.Per cui potremmo avere il caso di un agnostico che, per paura di perdere la propria identità, cerca di combattere la validità intellettuale di atteggiamenti fideistici. Oppure, potrebbe accadere esattamente l’inverso per il fideista, che appunto combatte le negazioni dell’agnostico giudicandolo inadeguato ad oltrepassare il visibile contemporaneo e dunque poco sensibile alle matrici interiori umane. In tutti e due i casi, questa differenziazione produce competizione e, dunque, una certa dose di aggressività, quella insita nel genere di cui facciamo tutti parte.

Ecco perché, secondo me, la distinzione fra credente e non credente è fasulla e utile solo ad altro e a sterili polemiche.
Ecco, proprio in questo “altro” risiede il problema del suo amico e di molti altri individui.
Grazie alla distinzione fra coloro che credono e quelli che non credono, si opera l’ulteriore distinzione fra un credo più vero, migliore, ed uno meno vero, peggiore. E il vero deve combattere il falso, perché nella dualità risiede il paradosso di questo mondo, nel quale siamo inseriti.
Ma ci siamo mai chiesti se nel bene risieda anche il motivo del male e nel male il motivo del bene? Se pensassimo, solo per un momento, che tutto quello che ci accade è sempre un costante divenire che si trasforma e citrasforma, allora potremmo persino comprendere che nel bene esiste il pre-testo del male e nel male quello del bene.Forse potremmo persino smettere di combattere cercando di cambiare continuamente modi di considerare le cose del mondo. Un mio fratello islamico si può comportare molto meglio di un mio fratello cristiano e non per questo devo però ritenere che le due cose siano incompatibili fra loro, perché, in un certo contesto successivo, le cose si possono invertire.
Come faccio a definire una mela ancora intera, anche quando ne ho già staccato un morso? Dovrei dire che non sto mangiando la mela iniziale, ma la mela meno un morso. Al secondo morso, avrò una mela meno due morsi, e così via…
Ma, come vedete, non è mai la mela iniziale, quella intera. Quella intera resta tale poco tempo.
Il bene può diventare male, velocemente e viceversa.
Il potere, qualsiasi forma di potere, strumentalizza, invece, la nostra incapacità di essere menti dinamicamente trasformabili, inventando il concetto di coerenza confessionale, con la quale si fanno le guerre.

*Dalla rubrica di Affari Italiani “E l’antropologo della mente?”, a cura di Alessandro Bertirotti

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.