Recensione al libro di M. Ventura, “Creduli e Credenti”

di
Nicola Fiorita

Il 16 ottobre del 2012, nello stesso giorno in cui il mondo cattolico si dava appuntamento a Todi per salvare l’Italia dalle macerie berlusconiane e dal baratro del fallimento economico, quattro storici protagonisti della cultura di sinistra (Pietro Barcellona, Paolo Sorbi, Mario Tronti e Giuseppe Vacca) pubblicavano sulle pagine di Avvenire  una lettera aperta finalizzata a riscrivere le coordinate del dialogo tra mondo laico e cattolico e a sostenere l’elaborazione di nuove forme di collaborazione con la Chiesa.

I quattro firmatari sollecitavano la Chiesa a intensificare la propria funzione nazionale e l’impegno a favore delle sorti del Paese e, al contempo, si sbarazzavano dei punti di maggiore frizione tra il magistero cattolico e il pensiero laico. La condanna del relativismo etico – tratto caratterizzante il pontificato di Papa Ratzinger – veniva considerata armonizzabile con forme, ovviamente e necessariamente non illimitate, di pluralismo culturale mentre la difesa dei valori non negoziabili veniva intesa come compatibile con l’autonomia della mediazione politica. Quale poi fosse lo spazio di tale mediazione – a fronte del riconoscimento dell’esistenza di principi assoluti sottratti alla libera valutazione dei cittadini e alla manifestazione di indisponibilità da parte di una quota di essi  (o meglio di chi li rappresenta) ad accettare decisioni contrarie alla proprie convinzioni, pur se democraticamente assunte – non era dato capire, al punto da potersi ritenere che quella lettera non mirasse a comporre un contrasto quanto piuttosto a negarlo, a superarlo con un trucco da illusionista.

La vicenda non è richiamata da Marco Ventura nel suo libro, pure così ricco di episodi di cronaca politica, ma contiene in sé i caratteri tipici del contrasto tra quelli che l’Autore chiama i credenti e i creduli. In fondo, gli estensori della lettera piegavano la propria ragione e la propria (assenza di) fede sull’altare di un fine – quello dell’alleanza con il mondo cattolico in un momento di crisi del sistema e della società – considerato prevalente e giungevano a proporre alla propria parte politica di affidare al magistero ecclesiastico la definizione dei valori fondamentali del proprio agire per ricavarne in cambio la legittimazione morale e il sostegno necessario a guidare l’Italia fuori dal declino economico e gli italiani fuori dal crepuscolo antropologico che corrode la modernità. Non si accorgevano però che lo scambio presupponeva la rinuncia ai principi fondanti di quella medesima modernità – il principio di eguaglianza, il diritto di libertà religiosa, la laicità dello Stato – comportando in un’ultima analisi un arretramento dello Stato, della Chiesa, dell’Italia nel suo complesso. Quello che si salvava nell’immediato, lo si condannava nel futuro.

Questa è la storia del nostro Paese raccontata da Marco Ventura: un lungo scontro tra chi prende la fede sul serio – e ne assume le conseguenze, i dubbi, ne affronta le contraddizioni – e chi preferisce utilizzarla, manipolandola a proprio piacimento. Che poi è la storia ancora più ampia di chi crede che non esista libertà senza responsabilità e conoscenza e chi scambia la libertà per la semplice possibilità di scelta.

Più volte, secondo l’Autore, lo Stato e la Chiesa sono stati vicini a compiere un passo verso la libertà, verso la responsabilità, più volte hanno aperto la porta sulla complessità del mondo che cambia e hanno pensato di affrontare insieme le questioni controverse, le difficoltà, ma sempre, arrivati a quel punto, hanno preferito acconciarsi su verità semplici, banali, rassicuranti, fasulle. Così accadde già nell’Italia che diventava Stato unitario, così soprattutto accadde con il Concordato del 1984 e così infine si ripeté più avanti, in quel periodo in cui la giurisprudenza e il legislatore sembravano cominciare a prendere sul serio il principio di laicità ma non fino al punto da affrontare lo smarrimento indotto dall’attentato alle Twin Towers e la reazione delle gerarchie ecclesiastiche.

Il conflitto tra i creduli e i credenti, come detto, attraversa la storia del Paese, ma nella ricostruzione dell’Autore enorme rilievo assumono le questioni relative ai rapporti tra Stato e Chiesa. In questo senso, proprio il Concordato del 1984 e la sua controversa attuazione rappresentano uno snodo decisivo del più generale declino del sistema Italia.

Il Concordato del 1984, volutamente ambiguo e impreciso, rimandava l’effettiva concretizzazione delle sue disposizioni al momento successivo dell’interpretazione. Una scelta, determinata dalla necessità di rinviare frizioni e contrasti per poter comunque aprire una fase di effettiva riforma della legislazione ecclesiastica, che è risultata alla lunga perdente. L’attuazione della normativa, infatti, ha tradito le premesse delle riforma e ha progressivamente neutralizzato tutte le sue novità. D’altra parte, nel mondo dei creduli – scrive Ventura – tutto è possibile: il Concordato del 1929 può trasformarsi in un accordo di libertà, il fascismo e la sua natura totalitaria possono essere accantonati senza colpo ferire, l’unificazione dello Stato italiano può magicamente ricomporre nel suo centocinquantenario i conflitti che impegnarono cittadini e fedeli, la laicità dello Stato può divenire sana e l’incompetenza delle istituzioni pubbliche può armonicamente accordarsi al mantenimento di ogni ordine di privilegi. Quel che conta, in questa prospettiva, sono soltanto i risultati – il flusso di soldi che proviene dall’otto per mille, l’alta percentuale di chi si avvale dell’ora di religione, la rinnovata presenza del crocefisso nelle aule pubbliche – non i mezzi con cui si ottengono, non i trucchi con cui si preservano.

Proprio alla vicenda del crocefisso e alla risoluzione del caso Lautsi, Ventura dedica pagine accorate e, direi, sdegnate. D’altre parte, è nelle pieghe delle controversie processuali maturate intorno alla sua esposizione che prende forma la strategia politica della Chiesa e di una parte politica, entrambe desiderose di trasformare l’Italia in un modello di cattolicità da contrapporre al mondo occidentale secolarizzato e a quello islamico. Il conflitto venduto ai media e all’opinione pubblica divide gli uomini tra chi crede e chi non crede, tra chi crede nella verità e chi persevera nell’errore, tra i buoni e i cattivi, ma il vero conflitto – sostiene Ventura – è tra chi usa il crocefisso per pregare e chi lo usa per costruire rendite di potere e di consenso.

Creduli e credenti è un libro coraggioso, ruvido in alcuni suoi passaggi e in alcuni suoi giudizi quanto affabile nella narrazione di fatti che hanno scandito la vita pubblica italiana degli ultimi trent’anni. Ma è anche un libro lucido, puntuale e accorto nella ricostruzione di alcuni passaggi giuridici cruciali. Le pagine più riuscite del libro, a mio avviso, sono quelle dedicate al tentativo (fallito) di predisporre una legge generale sulla libertà religiosa che avesse lo scopo di razionalizzare il sistema della legislazione ecclesiastica e di rinnovare l’impegno verso la realizzazione dei principi costituzionali. Fu proprio in quell’occasione che la reazione cattolica si palesò in tutta la sua virulenza, giungendo mons. Betori, nel corso della sua audizione parlamentare, a rivendicare esplicitamente il diritto ad una superiorità giuridica della Chiesa che era rimasto inabissato per molti decenni. E’ in quel momento che appare evidente la volontà delle gerarchie ecclesiastiche di riscrivere il contenuto del principio supremo della laicità, di trasformare la laicità positiva affermata dalla Corte Costituzionale in una sana laicità, accettabile perché inutile, suprema quanto leggera, privata di ogni sua implicazione giuridica al punto da poter legittimare un sistema diseguale, un pluralismo parziale, una confusione continua tra simboli della Chiesa e dello Stato.

Non soluzioni, dunque, idonee ad affrontare la complessità del presente, non un diritto che cambia per fornire regole alla società che cambia, ma piuttosto bolle di sapone, che sono belle e inutili, che sono il trionfo del provvisorio. Bolle di sapone, provvisorie, e principi non negoziabili, che sono eterni: è questa la ricetta a cui i creduli di ogni tipo hanno voluto credere e che – aggiunge Ventura – ha trascinato giù l’Italia.

Giusta o sbagliata che sia la ricostruzione dell’Autore, risulta del tutto chiaro che quella ricetta è stata abbandonata dalla Chiesa Cattolica. Papa Francesco non ama le bolle di sapone, addirittura non sa  – come afferma in una recente intervista pubblicata dal Corriere della Sera – cosa stia a significare la formula principi non negoziabili. Il mondo a cui guarda il Papa non è più diviso tra buoni e cattivi, non è più oggetto di semplificazioni e banalizzazioni. E’ di nuovo il momento di leggere i segni dei tempi, di affrontare responsabilmente le sfide e la complessità. La Chiesa, potrebbe ben affermare l’Autore, ha smesso di essere credula e riscopre il suo essere credente. Che lo stessa possa avvenire in Italia è l’augurio che ogni lettore è portato a formulare nell’approssimarsi della conclusione del libro, ma è anche evidentemente un’altra storia, tutta ancora da scrivere.

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