«SOCIALISM IS BACK ». RITORNO ALLE FONTI: LUMI E CRITICA DEL CAPITALE.

In margine alla riflessione di Nancy Fraser.

di Paolo Quintili

  1. Il concetto alle sue fonti. 

Socialism is back! Afferma con coraggio e semplicità Nancy Fraser. E ha ragione da vendere, a partire dai dati storici da cui prende le mosse la sua analisi, ossia la grande crisi finanziaria del 2007-2008, annunciata da lontano e da allora mai definitivamente rientrata, il montare della protesta sociale e oggi il grande movimento Black Lives Matter, che batte il punto sulla mai sanata «questione razziale» negli USA. Oggi, infine, con la crisi planetaria legata al Covid-19, quelle premesse di «decadenza», di sfaldamento del sistema capitalistico basato sulla finanza internazionale, hanno acquisito dimensioni che chiamare «apocalittiche» non ci sembra inappropriato. Ma la questione che, a nostro avviso, resta fondamentalmente aperta è: quale socialismo? La stessa Fraser virgoletta il concetto e ne fornisce una definizione descrittiva, performativa. 

Secondo l’autrice si tratta di un socialismo del sistema della riproduzione sociale controllato democraticamente ̶ non della mera produzione capitalistica di merci ̶ quello che rende possibile, come sua condizione materiale reale, la stessa produzione capitalistica. È il lavoro del care non pagato, del lavoro femminile domestico, lo sfruttamento gratuito dei beni naturali e dei servizi forniti dallo Stato ecc. a permettere al capitalismo selvaggio di prosperare.  I processi messi in atto nel sistema della riproduzione sociale del capitale, oggi in profondo deficit di giustizia e di democrazia, devono dunque essere riconquistati alla democrazia stessa; l’agire democratico deve insomma potersene riappropriare a livello politico. Notiamo, en passant, che nell’argomentazione della Fraser prevale in modo quasi martellante, la logica del «dover essere». E il dover-essere, come ci ha insegnato il vecchio Hegel, porta sempre con sé un po’ il tono della Altklugheit, che si può tradurre con «saccenteria», die Altklugheit des Sollens, «la saccenteria del dover essere» ossia quell’atteggiamento della coscienza che sa dire sempre cosa occorre e cosa è meglio o più giusto fare, ma si guarda bene dall’indicare il come, che nella scienza, è noto, è molto più essenziale del perché.  

In un caso si fa chiara l’insufficienza nell’analisi della Fraser, poco efficace sul piano del come, nel momento in cui, a proposito dell’eccedenza del prodotto della ricchezza sociale, afferma: «Presumendo che ci sia un’eccedenza sociale da destinare, si deve considerare la ricchezza sociale collettiva come un tutt’uno. Nessun individuo, azienda o Stato può possederla o avere il diritto di disporne. Reale proprietà collettiva, l’eccedenza deve essere allocata attraverso processi decisionali e di pianificazione collettivi, che possono e devono essere organizzati democraticamente» (pp. 43-44). Giusto, siamo d’accordo, ma come tale ricchezza va allocata e organizzata democraticamente? That is the Question…. Da decenni oramai, in seno alle nostre società capitalistiche avanzate, il politico è stato, dapprima, reso «autonomo» (dall’economia, dal diritto e dalla morale) come categoria a sé e, in seconda battuta, è stato svuotato di potere decisionale determinante, nei processi macro-sistemici d’interesse sociale generale, diventando una semplice (ma essenziale) arte del bene amministrare l’esistente. In primo luogo ci sembra essenziale dunque restituire alla politica (non al «politico» astratto) il suo potere reale di condizionare e di determinare decisioni che interessino il bene comune e pubblico, ritornando in qualche modo alle fonti della democrazia e dello stesso socialismo che da essa (e non da altro) emana

Come ha bene osservato G. Cesarale, nell’analisi marxista «classica» oltre alla sfera della produzione sociale di merci e della riproduzione sociale in genere, si associa, fin dall’origine, la sfera della circolazione del valore, sfera della valorizzazione senza la quale non si afferrano i nessi specifici che in Marx legano produzione e riproduzione sociale e la loro possibile (anzi necessaria) critica. È senz’altro una mossa teorico-strategica fondamentale, utile, quella della Fraser: sottolineare l’importanza della sfera della riproduzione sociale ̶ dunque criticare e contestare le razzializzazioni, le discriminazioni di genere, l’appropriazione indebita di beni della natura non-umana ecc.  Ma possiamo definire del tutto «non economiche» tali condizioni di riproduzione sociale (ingiusta)? Con la presa in considerazione della sfera della circolazione il discorso si fa senz’altro più complesso. Come dicevamo, ci sembra opportuno ritornare alle fonti del socialismo e della democrazia socialista, nell’epoca della sua prima formazione, ossia nell’età dell’Illuminismo, durante la Rivoluzione francese. Se è vero, come giustamente afferma Giorgio Cesarale – e troviamo la sua definizione assai pertinente – che il socialismo è «il prodotto dell’autocritica della ragione e della società borghese», è proprio in quest’epoca storica che tale autocritica si è realizzata ed è positivamente riuscita.

Il trionfo del «diritto naturale», sostenuto dai principali filosofi politici dei Lumi (Montesquieu, Diderot, Rousseau) con la Rivoluzione del 1789 ha preso corpo concreto, per la prima volta nella storia dell’umanità, sotto la forma della politica giacobina. Che cos’è il giacobinismo? A nostro modo di vedere il giacobinismo è anzitutto il prodotto più maturo della filosofia politica dei Lumi, in seconda battuta si può riassumere in una serie di «principi teorici» che trovarono un’immediata concretizzazione pratica, nel corpo sociale: 1/ primato dell’eguaglianza e del bene comune sugli interessi dei singoli proprietari fondiari e delle classi privilegiate della società (lotta ai privilegi di classe e alla corruzione); 2/ valorizzazione della politica di assistenza pubblica («fraternité») e gratuità (assicurata dallo Stato) dell’istruzione; 3/ suffragio universale e lotta contro la povertà nelle campagne, a favore di una politica pubblica del lavoro; 4/ l’invenzione dello «Stato democratico» come lo concepiamo oggi, con dei rappresentati del popolo eletti a suffragio universale diretto. Questi i punti essenziali, ai quali si accompagnava un’energica convinzione intorno alla necessità di mutare gli equilibri di potere all’interno della stessa borghesia, per una rivoluzione dei rapporti di proprietà fondiaria (contro il grande latifondo 1).

 Insomma, il giacobinismo ha letteralmente inventato la forma-Stato moderna come noi la conosciamo e l’abbiamo vissuta per oltre un secolo e mezzo.  Negli ultimi settant’anni tuttavia, questa forma di Stato è progressivamente venuta meno, in ogni angolo della Terra, smantellata da politiche di de-politicizzazione della cosa pubblica che han fatto dello Stato una cosa privata, proprietà di fatto delle influenze decisionali economiche esterne alla cosa pubblica. Riattivare il «Socialismo» nella prospettiva ampliata proposta dalla Fraser, significa a nostro avviso restituire preliminarmente allo Stato quel potere politico decisionale reale («giacobino») che gli è stato di fatto sottratto. Senza questa base di riconquista politica i «dover essere», condivisibili sul piano teorico, resteranno purtroppo inefficaci sul terreno pratico dell’azione sociale.

  1. Socialismo e proprietà privata.

Un’ultima questione che mi pare resti irrisolta (o intoccata), nell’approccio della Fraser, è il ruolo preciso della proprietà privata nel socialismo in «una prospettiva ampliata» che la filosofa propone. Nel suo scritto quasi non se ne fa parola, eppure è proprio questo il discrimine storico ̶ di nuovo: le fonti ̶ tra comunismo collettivistico quale si è conosciuto nei paesi del «socialismo reale» all’Est Europa tra il 1945 e il 1989, e socialismo in senso allargato, à la jacobine. La proprietà collettiva dei mezzi di produzione e l’abolizione della proprietà privata sono (o non sono?) due aspetti che non rientrano nella prospettiva di un new socialism alla Bernie Sanders o alla Alexandria Ocasio-Cortez (ala sinistra del Partito Democratico USA)? 

L’argomentazione di Nancy Fraser sfiora il problema, ma non lo tocca realmente. La «proprietà privata» cui fa cenno è quella di «coloro che possiedono i mezzi di produzione» (p. 12) in perfetto stile marxista; oppure è al centro degli «ordinamenti legali che garantiscono i diritti di proprietà» (p. 17), di cui fanno ampiamente uso i grandi capitalisti; o ancora  è il prodotto del «plusvalore, trattato come la proprietà privata della classe capitalista e amministrato dai suoi proprietari come ritengono più opportuno, generalmente reinvestito con l’obiettivo di produrre ancora più plusvalore, sempre di più, senza limite. Questo come abbiamo visto è sia ingiusto, sia auto-destabilizzante» (p.40). Infine, la proprietà privata è ciò che non dovrebbe esserci «in cima», come la destinazione del plusvalore sociale: «I meccanismi di mercato non dovrebbero svolgere alcun ruolo a questo livello. Né mercati né proprietà privata in cima» (pp. 43-44). 

Mi sembra vi sia una certa ambiguità che va sciolta a favore di un reciso no a proposito tanto dell’«abolizione della proprietà privata» quanto a favore della «proprietà collettiva dei mezzi di produzione». Ma a vantaggio di cosa, dunque? In questo socialismo la Fraser avanza il concetto di «proprietà pubblica» come quel dominio del plusvalore condiviso e reinvestito (e reinvestibile) in beni comuni che fa da contrappeso alla persistenza, comunque, di una proprietà privata cui andrebbero tuttavia preliminarmente, giacobinamente, spuntate le armi politiche. Si chiede la Fraser: «Cosa sarebbe successo se gli Usa avessero permesso [negli stati dell’Est ex-sovietico] invece agli economisti di sinistra di progettare liberamente il modello di transizione che a loro appariva più giusto? Se avessero reso possibile una riorganizzazione democratica della proprietà pubblica, per evitare che cadesse nelle mani di una nomenklatura autocratica? Se avessero garantito forme di controllo democratico sulla proprietà e sui beni pubblici?…» (Micromega, p. 191). La domanda è quella giusta, ed è,  in effetti, una domanda socialista, nel senso che investe la dimensione pubblica della proprietà che in tale ottica mantiene un costante primato su una proprietà privata che continua a sussistere, ma spogliata delle capacità  di ingerenza politica nell’agire della cosa pubblica e ridotta a un affare individuale, non più sociale. A vederla più da vicino questa prospettiva di valorizzazione della proprietà pubblica, nelle «tre sfere» della produzione, della riproduzione e della circolazione, è un altro nome, ripreso in ottica nuova, più complessa, per dire «giacobinismo» 2

Notes:

  1. Mi permetto di rinviare a un mio saggio apparso su «Il Rasoio di Occam/Micromega»: Quale Illuminismo? Ragione, diritto d’esistenza e movimenti sociali: http://ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2016/12/19/quale-“illuminismo”-ragione-diritto-d’esistenza-e-movimenti-sociali/.
  2. In ciò è interessante l’esperienza avviata negli Usa della rivista «Jacobin» , che ha saputo bene inquadrare il terreno sul quale lavorare (fin dal titolo), trovando anche un discreto pubblico di lettori italiani che ci auguriamo cresca: https://jacobinitalia.it.