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SE DIO E IL DIRITTO SI METTONO TRA LE DUE COREE

Molti media cominciano a dare per acquisito che tra la Corea del Sud e la Corea del Nord sia in atto una vera e propria guerra di nervi, anche perché tutti gli Stati in rotta con l’unilateralismo statunitense iniziano a ritenere il leader nord-coreano Kim Jong-un un elemento non troppo affidabile, minaccioso nella sua pericolosità, ma proprio per questo inidoneo ad esercitare un vero movimento controegemonico.

È come se Kim Jong-un fosse rimasto un capofila della guerra missilistica: chi mostra più lance in faccia al rivale vince la partita, anche quando il tuo arsenale è un bluff. Il suo contraltare, va detto, è un elogio di post-modernismo dove gli Stati Uniti, la Russia e la Cina spesso convergono, nonostante i loro interessi concreti e quotidiani siano nella pratica divergenti soprattutto sui diversi obiettivi, programmi e affari di politica economica.

In questo complicato scacchiere, dove nessuno sembra così senza peccato da potere bruciantemente scagliare la prima pietra, le nostre analisi rischiano di eliminare dal quadro la riflessione sulle condizioni sostanziali del popolo coreano. Finiamo, cioè, per non riflettere affatto su quali siano le garanzie che possono essere fatte valere in ordinamenti distanti, ove più ove meno, dal profilo repubblicano, liberale, democratico cui siamo più abituati.

Corea del Nord e Corea del Sud, tanto per cominciare, in un’ottica formalistica del diritto internazionale pubblico, sono Paesi ancora in guerra: hanno concluso un armistizio che non è stato seguito da un accordo di pace. Né tali possono essere definiti, negli anni Duemila, gli accordi programmatici e i memorandum sui trasporti e sull’amministrazione. Paradossalmente, questo stato di cose non dipende direttamente da un frazionismo civile “interno”, ma dal diverso quadro di rapporti internazionali seguiti alla seconda guerra mondiale: il Sud occupato dagli Stati Uniti, il Nord dalle forze dell’Unione Sovietica.

Nonostante il differente ruolo delle forze egemoni, il popolo coreano aveva intendimenti e radici comuni: la politica ha inasprito le differenze, non le ha gestite; ha agito espressamente contro la riappacificazione, anzi, tranne pochi casi (il sud-coreano Kim Dae-Jung), ha alimentato il consenso allontanando drasticamente le ipotesi di riappacificazione.

È caricaturale poi ritenere che la Corea del Sud sia sempre stata il volto democratico e plurale del complesso mosaico coreano. In Corea del Sud il riformismo giuridico è stato portato, forse più che dall’alleanza statunitense, dalle contestazioni studentesche del 1960 e del 1980 che reagirono a due esecutivi dubbiamente legittimi e autocratici, il secondo dei quali instaurato con un vero e proprio colpo di Stato. E il livello di benessere in Corea del Sud si è rafforzato grazie al riformismo economico e all’internazionalizzazione (ivi comprese le celebri Olimpiadi del 1988), non sulla base di alchemiche revisioni costituzionali – invero dagli anni Novanta ad oggi cavalcate assai più spesso e con gravi squilibri in Corea del Nord.

Certo, comprendere gli equilibri coreani, rappresentando angeli e demoni, forze del bene e forze del male, democratici e stalinisti, capitalisti e terzomondisti … significa perdere il senso della misura.

La struttura molto accentrata dello Stato nord-coreano ha favorito alcune eccellenze che anche nella loro ambiguità dovrebbero suggerire qualche spunto più articolato: nel locale sistema scolastico, ci sono picchi di alfabetizzazione sconosciuti in altri Paesi della medesima area (il gigante cinese e quello indiano compresi). E c’è una conoscenza di base dell’inglese e del russo, ministerialmente perseguita sin dagli anni Ottanta.

Il sistema sanitario, all’opposto, dietro una veste formale tendenzialmente universalistica, ha nei fatti un’ampia farraginosità che rende ancora endemiche malattie gravi.

Le due Coree, inoltre, hanno fortissime radici comuni nella religiosità tradizionale e nella cultura, nonostante la Corea del Sud desuma dal costituzionalismo liberale la sua disciplina giuridica del fatto religioso e la Corea del Nord riproponga l’ateismo di Stato maoista e sovietico in senso fortemente personalistico (la devozione alla famiglia regnante come unico “culto” ufficiale).

In entrambi i Paesi, la religione arcaica tradizionale è lo sciamanesimo coreano, un filone mistico ed esoterico originale, conseguente ai processi di divaricazione dall’influenza cinese e giapponese. Anche il buddhismo rappresenta un sorprendente elemento di continuità. Nella Corea del Sud è praticato da almeno un cittadino su quattro, benché le diverse scuole siano difficilmente riconducibili ad unità. Nella Corea del Nord le percentuali sembrano molto più basse, ma l’attitudine del buddhismo a valicare la stretta appartenenza cultuale e a farsi sistema teorico, cultura e approccio di base, lo rende in pratica molto riconosciuto e seguito. Ed è parimenti problematica nei due Stati la rappresentanza politica del movimento ceondoista. Quel culto, infatti, che pure ha maturato una teologia universalistica, monoteistica e panteistica, nasce da agitazioni rurali, soprattutto meridionali, che avevano comunque una collocazione nazionalistica e velatamente populista.

L’espansione politica di questi istituti testimonia un’unitarietà di fondo della cultura tradizionale coreana, tanto rispettosa delle tipicità locali regionali, quanto capace di proiettarsi (e con tenacia quasi esclusivistica) nel progetto di uno Stato nazione.

Dal punto di vista giuridico-costituzionale, oltre che da quello delle abitudini di vita e delle relazioni politiche, un fronte pan-coreano sarebbe oggi localmente ostracizzato, minoritario nella contesa elettorale e probabilmente screditato presso l’opinione pubblica internazionale.

Quel che è verosimile, però, è che la pacificazione tra le due Coree, se avesse potuto prescindere dalla politica interna, forse già apparterrebbe al vissuto storico del popolo coreano.

 

Forse la Cina ha ucciso un nobel, ma l’occidente rischia di farne solo un soprammobile

Liu Xiaobo è il primo Nobel per la pace a morire da detenuto e malato dal lontano 1939. Prima della scomparsa del critico letterario cinese, l’ultima personalità della cultura a finire i suoi giorni terreni con in tasca il Nobel, e negli occhi i ristretti orizzonti della repressione statale, fu il giornalista socialdemocratico e convinto pacifista Carl von Ossietzky. Fine editorialista di origini polacche, alla compiaciuta erudizione che talvolta circolava persino nei fogli clandestini del Reich, preferiva lo stile comunicativo dei periodici berlinesi. All’alba della sua formazione politica, il giovane Carl era stato certamente un utopista democratico, un fautore del cosmopolitismo non interventista. Col tempo, dopo i processi e le detenzioni, passando dalla disillusione alla sconfitta, la sua opposizione al regime nazionalsocialista, più che teoretica e idealistica, era divenuta eminentemente pratica. Von Ossietzky non disegnava più le coordinate del regime giuridico perfetto, ma considerava con pragmatismo e tenacia come alla nazione tedesca, per insorgere contro il vittorioso partito hitleriano, servisse anche l’intervento degli Stati esteri e dei circoli internazionali.

Nella vicenda politica, biografica e bibliografica di Liu Xiaobo, il primo dissidente cinese di una certa fortuna in Occidente, esiste un crinale simile già tra il 1988 e il 1989, persino prima dei moti popolari di Piazza Tienanmen. In quegli anni, analizzando la situazione politica di Hong Kong, il futuro Nobel per la pace individuava l’influenza e la dominazione inglese tra gli elementi che avevano favorito l’emancipazione e lo sviluppo dell’ex Protettorato britannico tornato alla Cina nel 1997.

Nella formazione politico-culturale di Liu Xiaobo hanno specifico rilievo pure l’educazione cristiana ricevuta nell’ambiente familiare e la riscoperta dei filoni letterari nazionali di ispirazione confuciana e neo-confuciana. Lo scrittore cinese rivela entrambe queste matrici nel suo programma teorico. Il modello di riferimento sembra molto più concretamente quello del cattolicesimo liberale che non quello del socialismo libertario di Chomsky. Liu Xiaobo non è, cioè, un sovversivo, un avanguardista, un anarchico, un anticonvenzionale a tutti i costi. Per le categorie d’analisi del pensiero occidentale, il programma politico dell’A. è una visione persino riduttiva dello Stato costituzionale: libertà di stampa, libertà di culto e, soprattutto!, autonomia statutaria delle confessioni religiose, superamento del monopartitismo e introduzione di misure sociali per regolamentare il disorganico sviluppo economico cinese. Poco, a ben vedere, sulla rovina ambientale che spesso incombe silente sulle megalopoli cinesi, poco sulla nascita di una opposizione politica dei lavoratori manuali, ma anche poco sulla questione di genere, sui “nuovi” diritti civili, sull’unilateralismo statunitense nella politica globale.

Il manifesto politico “Charta 08”, documento di cui Liu Xiaobo fu primo firmatario e che si richiamava sin dalla titolazione all’omologo documento dei dissidenti cecoslovacchi anticomunisti “Charta 77”, è una presa di posizione utile da leggere, soprattutto perché propone di bilanciare gli squilibri del colosso economico cinese col ricorso al liberalismo giuridico di matrice occidentale. E si tratta, molto significativamente, dell’atto politico che ancora determinava la condizione di ristretto di Xiaobo, al momento della sua morte per un cancro al fegato, probabilmente non adeguatamente curato in tutte le fasi del suo pervasivo sviluppo.

Quel documento, in fondo, immagina una Cina reale più vicina alla sua Costituzione formale, che in molti aspetti, effettivamente, pur ben esponendo la sua intestazione di Repubblica popolare, “cede” a istituti della politica liberale, in particolar modo nella disciplina delle cd. “libertà negative” – quelle libertà, cioè, che si garantiscono in primo luogo con l’astensione del potere politico dall’ingerenza nella vita dei cittadini.

Tutta la vicenda umana, politica e culturale di Liu Xiaobo può essere retrospettivamente riletta nel rapporto tra la cultura cinese e il modello statunitense. Tenzone forse mai espressamente dichiarata, eppure sotto pelle palpitante, come se la vera transizione istituzionale del governo di Pechino si fosse già esaurita. Dalla via cinese (e maoista) al socialismo sovietico alla via cinese (popolare, nazionale, monopartito e carente di legislazione sociale) al capitalismo americano. Liu Xiaobo è l’intellettuale moderato che vuole l’ancoraggio del suo Paese al treno dei diritti politici intesi all’occidentale.

Il professore di Changchun ha immolato la propria stessa vita a questo scopo. La Repubblica Popolare non lo ha ascoltato, ma il ceto intellettuale europeo e statunitense ne ha fatto un campione di cartapesta per il western lifestyle, anche nelle sue posizioni filoisraeliane in politica medio-orientale. Piuttosto che investigare criticamente le contraddizioni del modello pechinese e anche quelle dei suoi oppositori, l’Ovest preferisce, come fu per gli intellettuali islamici degli anni Ottanta e Novanta, la voce esotica di chi si oppone con compiutezza di sguardo, ma a distanza dalla prima linea, come il grande giallista Qiu Xiaolong. Talmente ignoriamo dei nostri fantasmi che poco ci importa di conoscere quelli degli altri.