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La disgregazione del legame sociale

I concorrenti a qualsivoglia incarico o selezione non accettano i giudizi delle commissioni; i parenti del paziente che muore sotto i ferri, immediatamente fan causa ai medici per la loro imperizia, al punto che si è sviluppata un vero e proprio ramo assicurativo, la “medicina difensiva”; chi perde una causa se la prende coll’avvocato che lo difende; i genitori dei ragazzi bocciati a scuola mettono sotto accusa i docenti; chi viene bocciato in un concorso universitario, immediatamente evoca una combine di baroni. E tutti, se possono, fanno ricorso al TAR, che spesso si mostra assai ben disposto a riconoscere le ragioni dei presunti maltrattati.

Si assiste a un sempre più endemico diffondersi di comportamenti analoghi. In passato questo comportamento non era così diffuso. Cosa è cambiato allora, in cosa la società si è modificata per dare luogo a questa micro-conflittualità così diffusa e pervasiva?

Prendiamo il caso più eclatante: una volta il paziente si affidava fiducioso alle cure del proprio medico, consapevole che questo avrebbe fatto tutto il possibile per curarlo. E quando entrava in ospedale, non pensava che i medici fossero lì riuniti per mandarlo all’altro mondo, ma che agivano al meglio delle loro possibilità, in scienza e coscienza, per rimetterlo in sesto. Certo, poteva scapparci il morto, l’operazione poteva andar male, l’imperscrutabilità del caso poteva metterci il proprio zampino. Ma questo rientrava a pieno titolo nella contingenza delle cose umane, nella imperfezione degli eventi, nella possibile fatalità delle circostanze, nell’inevitabile margine di errore che è proprio di ogni cosa posta in atto dalla normale umanità, non dai marziani. A contare di più era la consapevolezza di aver ricevuto una assistenza umana, di essere stati trattati non come pazienti affetti da un morbo da curare, ma come uomini di cui ci si prende cura nell’integralità del loro essere, avendo rispetto per i loro sentimenti, la loro personalità, con il senso di affetto che deriva da una famiglia che può in qualche modo compartecipare alla cura e dei medici che non lo vedono come un “paziente”, solo un numero su una cartella, ma un umano sofferente nella totalità del suo essere. E anche la morte, in questo caso, non si accompagna con quel senso di disperante solitudine di chi si vede abbandono in un letto, in una camera dalle pareti bianchi di un freddo, anche se efficiente ospedale.

Lo stesso avveniva nelle varie prove che si dovevano superare nel corso della vita (concorsi, esami, giudizi): si metteva in conto il raccomandato e il fatto che la commissione era fatta da persone che potavano azzeccare o sbagliare il giudizio, ma il più delle volte i bocciati non pensavano di essere i più bravi che ingiustamente erano stati scartati a favore di persone che erano tutte più asini. Il più delle volte si era consapevoli di non avercela fatta, di aver sbagliato la prova, di essere stati impari al compito o semplicemente di essere stati sfortunati. E così avveniva a scuola: il bocciato non era la vittima di una sadica pratica educativa, ma era tale perché immeritevole, perché non aveva studiato; e le famiglie non davano la colpa ai docenti, ma al proprio figlio che si era poco applicato e magari lo prendevano a ceffoni affinché si mettesse sulla giusta via.

Ma il fatto che oggi tali meccanismi non funzionino più così è il sintomo di ciò che si potrebbe definire la progressiva disintegrazione del legame sociale, ovvero il decadimento della solidarietà tra le diverse parti che funzionalmente compongono la società. In ogni sistema complesso, in ogni società, v’è una interconnessione tale per cui ciascuna sua parte si affida al funzionamento dell’insieme. Si può dire che senza questa fiducia, senza questa solida e tacita base, mai messa in discussione, non si potrebbe nemmeno articolare la vita sociale. Certo esistono i conflitti, ma questi possono avvenire solo nella misura in cui ci si affida ad altri: ai propri compagni; ai componenti del proprio gruppo, della propria famiglia, della propria comunità; e nel momento in cui scoppiano con violenza, tendono poi a ricomporre un nuovo equilibrio, una nuova forma di solidarietà. E così, per continuare nel nostro esempio, accade che il paziente ha fiducia nel medico ritenendolo portatore di una conoscenza certificata da una università in cui i docenti hanno fatto il proprio meglio per trasmettergli la capacità di utilizzare le terapie migliori. Ma quando si viene a spezzare questo legame di fiducia, si diffida della conoscenza di cui il medico è garante, si nutre un profondo discredito dell’università che gli ha conferito il titolo, non si pensa che questa raccomandi le terapie migliori. Ed ecco allora il ricorso ai guaritori, alle medicine alternative, ai centri di cura eterodossi. Lo stesso avviene negli altri campi: il proprio ragazzo è bocciato? Sono i docenti ad essere incompetenti, e l’università che li ha formati non li ha saputo preparare, perché i suoi docenti sono dei fannulloni dediti solo ad ordire trame concorsuali. E così via.

Si viene così pian piano a logorare quel reciproco inconsapevole affidarsi, che è al tempo stesso un complessivo avallo del sistema sociale e dei processi di formazione, selezione e valutazione messi in atto dall’organizzazione complessiva di uno stato e dalle sue articolazioni territoriali e istituzionali. Ciascuno diffida del proprio prossimo e della qualifica, della competenza, della moralità di cui è portatore; e alla prima occasione, appena in qualche modo ritiene di essere stato danneggiato, è pronto a fare ricorso all’autorità giudiziaria. E sempre più spesso v’è qualcuno che si ritiene danneggiato: lo sono per definizione tutti i bocciati, gli esclusi, gli emarginati. In questo clima ha una funzione di ulteriore disgregazione la martellante campagna di diffusione dell’odio sociale che si esprime continuamente in vari ambiti: immigrati contro residenti; immigrati di seconda generazione contro quelli appena arrivati; assegnatari di case popolari contro gli abusivi; cittadini stanziali contro zingari; regioni contro altre, persino juventini contro interisti. Eppure tutto ciò non porta al conflitto aperto, alla crisi che poi è foriera di un riassetto del legame sociale su nuove base, a una “lotta di classe” che permette di ristabilire diversi equilibri. No, si ha un progressivo, lento, sterile e privo di prospettive deteriorarsi del legame sociale, alla cui fine restano solo le macerie.

Non è la prima volta nella storia che accadono fenomeni simili; e ogni volta o la società ha ritrovato in sé la forza di rinsaldare il legame sociale, oppure è andata incontro a un processo di progressivo sfaldamento che non l’ha posta in grado di reggere le sfide del futuro. È stata la condizione tipica dell’impero romano nel periodo della sua decadenza, quando non bastava la moltiplicazione delle norme e dei regolamenti a rimettere in piedi un organismo in disfacimento; è stata la condizione dell’Ancien Régime, in Francia, come nella Russia zarista e poi in quella sovietica. Sembra anche la condizione dell’Europa d’oggi, nella quale un singolare ruolo di avanguardia sembra stia avendo proprio l’Italia.

Crisi di rappresentanza e globalizzazione dei mercati

Questo saggio è lo schema della lezione tenuta da Giorgio Rodano il 21 aprile 2017 a Roma, Villa Mirafiori, Dipartimento di Filosofia,  cattedra di Filosofia politica.

Domenica ci saranno le elezioni presidenziali in Francia. Rischiano di essere esclusi dal ballottaggio i due partiti (quello socialista e quello conservatore, quello che una volta veniva chiamato gollista) i quali da oltre cinquant’anni (da quando esiste la cosiddetta quinta repubblica) hanno espresso tutti i presidenti della repubblica e tutti i governi. La stessa cosa è successa negli scorsi mesi in Austria (dove al ballottaggio si sono sfidati un verde e un estremista di destra). È un chiaro segnale di crisi di rappresentanza.
La cosa è parecchio diffusa. Tira un brutto vento per i partiti e i movimenti che hanno guidato i paesi dell’occidente nei decenni passati: in molti paesi hanno ottenuto rilevanti successi elettorali candidati e movimenti esplicitamente e spesso violentemente critici nei confronti dell’establishment politico. Il caso più clamoroso è quello di Trump. Ma si possono ricordare i successi (finora solo parziali) della Le Pen (Francia), di Wilders (Olanda), di Podemos (Spagna), e anche, ovviamente, dei cinquestelle nostrani. Anche alcuni candidati sconfitti hanno comunque basato il loro consenso sulla critica dell’establishment: per esempio Sanders (Usa) e Corbyn (Uk). Persino in Germania i movimenti anti politica hanno visto crescere il loro spazio.
I recenti successi, in Europa, dei movimenti populisti e dei sovranisti suggeriscono che tira una brutta aria per la coesione e il futuro dell’Unione europea (come è cambiato il vento in soli vent’anni!). Lo shock della Brexit rischia di essere (anche se non è detto) il punto di inizio di un più generale processo di disgregazione. E in questo non aiuta certo l’atteggiamento dei paesi dell’ex blocco sovietico aderenti alla Ue (fortemente sovranisti, e che vedono nell’Ue quasi esclusivamente un baluardo in chiave anti Russia).
Insomma gli equilibri politici, da noi come altrove, stanno cambiando, e non lo stanno facendo in modo ordinato. Forse è più corretto dire che quelli vecchi sono venuti meno, e che nuovi equilibri non ci sono ancora; e non se scorgono neppure le caratteristiche generali. Se uno guarda al passato remoto viene in mente il dubbio che siamo alla vigilia di grandi cambiamenti di cui però non riusciamo a intravedere la direzione e i possibili risultati. La società (le società) appaiono in crisi, sono scosse da tensioni che la politica ha crescenti difficoltà a gestire e che, per ciò stesso, appare sempre più delegittimata. La storia ci dice che in queste situazioni sono elevate le possibilità di cambiamenti radicali (con possibili sbocchi rivoluzionari o reazionari, ma quali?).
Senza scomodare i grandiosi travagli del quinto secolo (a.d.) che portarono alla fine dell’impero romano d’occidente e all’avvento dei secoli del medio evo, possiamo pensare ai periodi che precedettero le grandi rivoluzioni (inglese, francese, russa); e possiamo pensare anche, in Italia, agli anni successivi alla prima guerra mondiale o, allargando lo sguardo, agli anni della grande depressione degli anni trenta del secolo scorso. Tutti periodi socialmente turbolenti e forieri di grandi cambiamenti (non sempre in meglio). Per riprendere le immagini di un grande poeta italiano del secolo scorso (che però parlava dell’inizio degli anni cinquanta), ci sembra di vivere in un vuoto della storia, in una ronzante pausa, quando appunto nel mondo, qualcosa crolla, e si trascina il mondo, nella penombra (Pasolini).
Per concludere con queste considerazioni, mi sento a disagio (e ritengo di essere in numerosa compagnia). Le cose cambiano ma non riesco a vedere la direzione e gli sbocchi. Forse è perché sono vecchio. Ma ho l’impressione che il disagio (diffuso) non sia un fatto generazionale. Direi che anche i giovani si sentono molto a disagio. Per certi versi, anche più degli anziani. E — come cercherò di mostrare in seguito — hanno più di una ragione per essere insoddisfatti di come vanno le cose e delle prospettive nebbiose (eufemismo) che si trovano davanti.
Tuttavia credo di essere stato chiamato a parlarvi oggi non in quanto vecchio e pensionato (anche se purtroppo lo sono) ma in quanto studioso (ex professore) di economia, di quella che una volta è stata chiamata dismal science, la scienza triste (dismal può essere tradotto anche come tetra, il che non ci è di molto conforto).
Immagino che la mia presenza qui sia stata sollecitata dalla speranza, che la scienza economica possa aiutarci a capire quello che sta succedendo. Non ne sarei così sicuro. C’è un terribile aforisma che riguarda gli economisti che recita più o meno così: «l’economista è colui che domani ti spiegherà perché oggi non si è verificato quello che aveva previsto ieri». Insomma saremmo bravini a spiegare dopo (ex post) quel che non avevamo capito prima (ex ante). È vero che, come pare abbia ironicamente detto una volta un grande fisico del secolo scorso (Niels Bohr) «fare previsioni è molto difficile, soprattutto per quanto riguarda il futuro», ma un po’ di sana cautela per quanto riguarda le previsioni degli economisti è doverosa (io li conosco; faccio parte della categoria).
Un esempio tipico: la stragrande maggioranza degli economisti non aveva previsto la grande crisi economica mondiale scoppiata nel 2007 e che ha trascinato le sue conseguenze per parecchi anni (in Italia almeno fino al 2014, anche se molti sostengono che non è ancora finita). Ci torneremo. Comunque assumo per buona la domanda: «L’economia è in grado di aiutarci a capire qualcosa dell’attuale malessere sociale (in Italia, in Europa, nel mondo)?» Proverò ad argomentare la seguente risposta: «Forse sì (ma non aspettatevi troppo)». Poi c’è subito un’altra domanda importante: «Quanto dell’attuale malessere sociale è colpa dell’economia?». Chiaramente sto usando la parola economia in due modi diversi. Nella prima domanda economia sta per scienza economica, ossia per una disciplina che cerca di spiegare, dal suo particolare punto di vista, la realtà sociale. Nella seconda domanda la parola economia sta per struttura economica o, se si preferisce, per meccanismi economici (nella lingua inglese si usano due parole diverse: economics ed economy). Naturalmente potrei usare altri termini, come capitalismo, mercati, finanza, globalizzazione, ecc. Più avanti lo farò.
Premetto che la parola colpa non mi piace. Preferisco termini meno pesanti come causa (se vogliamo restare sull’oggettivo) o responsabilità (se proprio vogliamo aggiungere una connotazione politica o morale). Comunque non mi sottrarrò al compito di tentare anche qui una risposta. Che, anticipando, è questa: «A mio avviso, parecchio». Nel seguito cercherò di essere un po’ meno sintetico, e forse dirò cose che non vi aspettate.
Cominciamo da una prima possibile risposta (alla seconda domanda): il malessere sociale è una conseguenza diretta della crisi economica. Non voglio sottovalutare l’importanza per certi aspetti epocale di questa crisi (di gran lunga la più grossa, almeno per il nostro paese, della sua storia in tempo di pace; più della stessa grande depressione degli anni trenta del secolo scorso). Ma cercherò di argomentare la seguente tesi: la crisi ha contato e conta (matters), soprattutto in Italia; ma se allarghiamo lo sguardo al resto del mondo, ci accorgiamo che le cose sono un po’ più complicate. Per anticipare uno spunto: negli Usa, grazie alle politiche tempestive ed efficaci dell’amministrazione Obama e della Fed, la crisi economica è stata superata molto rapidamente: dopo poco più di un anno l’economia americana era in chiara ripresa, e oggi ha largamente recuperato i livelli pre-crisi. Ma il malessere sociale si è accentuato, e si è tradotto nella vittoria di Trump (un outsider; come in Francia, come in Austria, come, forse, domani in Italia).
Alcuni numeri della crisi economica (per l’Italia). Tra il 2007 e il 2013 il Pil è diminuito dell’8,7% (appunto, mai così tanto e così a lungo in tempo di pace). Conseguenza: si è perduto oltre un milione di posti di lavoro (700 mila dipendenti). Li ha persi non solo l’industria (come avviene di solito nelle recessioni moderne); stavolta l’emorragia ha colpito (ovviamente di meno) settori di solito risparmiati (come il commercio) e settori che in passato hanno svolto una funzione compensatrice (le amministrazioni pubbliche). Ben oltre la metà dei posti perduti (57,8%) ha riguardato il Mezzogiorno; poi il Nord (28,3%); è andata relativamente meglio per il Centro (13,9%). Tasso di disoccupazione in salita: prima della crisi era sceso al 5,7%; dopo era risalito a un massimo del 13,1%. In grande salita quello dei giovani: dal 18,1% al 43,9% (sempre nel periodo della crisi).
Negli anni più recenti le cose hanno cominciato ad andare un po’ meglio. Non tanto, ma un po’ sì. L’economia ha ricominciato a crescere (poco, meno del resto dell’Europa), l’occupazione ad aumentare, la disoccupazione a diminuire (perfino, anche se poco, quella giovanile). Ma le cose non sono andate in modo uniforme. Il Centro-Nord ha recuperato quasi integralmente riportandosi sui numeri del periodo precedente la crisi (che, va aggiunto per completezza, non erano un granché). Il Mezzogiorno no. L’economia delle regioni del Sud ha continuato a ristagnare, e lo stesso vale per l’occupazione e la disoccupazione. E anche per i giovani le cose non stanno andando affatto bene. L’altro ieri il direttore dell’Istat, in un’audizione alla Camera, ci ha ricordato che il tasso di occupazione dei giovani (tra 15 e 34 anni) sfiorava il 40% (contro il 54% dell’area euro e il 56,4% dell’Unione europea).
La tesi che cercherò di illustrare è, molto in sintesi, la seguente. La grande crisi economica mondiale e il successivo periodo di ristagno hanno dislocato nel profondo gli equilibri sociali e perciò sono stati il fattore scatenante e l’elemento amplificatore della crisi di rappresentanza politica che ha portato alla diffusione dei movimenti anti-politica (o, meglio, anti establishment), a matrice populista e sovranista. Ma la causa economica di questa crisi di consenso va cercata altrove. Dove? La risposta che suggerisco e che proverò ad argomentare è: in alcune conseguenze della globalizzazione dei mercati.
Sospetto che se avessi chiesto a voi di proporre delle risposte, la globalizzazione sarebbe stata abbastanza gettonata. Ma sospetto anche che se vi avessi chiesto di dirmi che cosa si deve intendere per globalizzazione le cose si sarebbero fatte un po’ più confuse. Perché non è corretto liquidare la faccenda inserendo la globalizzazione in un elenco di cattivi, assieme alla finanza, alle banche, alle multinazionali, all’Europa, alle burocrazie di Bruxelles, alla trojka (Bce, Fmi, Commissione europea), all’euro, alla Germania, ai governi (piove, governo ladro); e, già che ci siamo, ai mercati, alle tasse, agli immigrati (e via seguitando). Non è per caso che ho parlato di conseguenze della globalizzazione.
Avendone il tempo, dovrei essere in grado di spiegare (è il mio mestiere) che nessuno dei reprobi che compaiono nell’elenco (e che tanto spesso ci conforta additare alla gogna) è veramente cattivo (anche se — per carità — non è neanche veramente buono). Dato che, però, il tempo è tiranno, mi limiterò a ragionare sulla globalizzazione e sul suo ruolo (durante il percorso sarà inevitabile incontrare anche qualche altro dei personaggi dell’elenco).
Ci serve innanzitutto una definizione. Possiamo articolare il processo di globalizzazione dei mercati in quattro fasi (logiche, ma in parte anche storiche): (i) allargamento dei mercati dei prodotti (e delle materie prime); (ii) apertura dei mercati finanziari; (iii) mobilità delle risorse; (iv) decentramento produttivo. Ma vediamo più in dettaglio.
Allargamento dei mercati dei prodotti. Come viene realizzato: cambi fissi, moneta unica, trattati internazionali, abbattimento delle barriere, armonizzazione delle normative, trasporti e comunicazioni. Conseguenza: cresce la torta. Questo risultato è sostenuto, al di là di ogni ragionevole dubbio, da solidi argomenti teorici e da una massa enorme di evidenza empirica e storica. Importante caveat: questo non significa che a tutti viene data una fetta più grossa; significa solo che sarebbe possibile dare a tutti una fetta più grossa. Vedremo però che la distribuzione dei frutti della globalizzazione non è stata egualitaria.
Apertura dei mercati finanziari. Ci sono i lenders (quelli che hanno i soldi e sono disposti a prestarli) e i borrowers (quelli che li vogliono in prestito). Risparmio e investimento. Di solito chi risparmia (famiglie) è diverso da chi investe (imprese e Stato). Qualcosa di simile succede con gli Stati (Germania vs Grecia). Che succede se non si incontrano? Manca la domanda per i prodotti e c’è la crisi (o comunque una minore crescita economica). Chi fa incontrare il risparmio e l’investimento? Gli intermediari finanziari e i mercati finanziari. Come si aprono i mercati finanziari? Liberalizzandoli (!). Conclusione: anche questo aspetto della globalizzazione è potenzialmente positivo. Ma c’è anche il lato oscuro della finanza.
Le magagne della finanza. Prima. Gli intermediari e i mercati portano il risparmio dove rende di più, e non è detto che sia l’investimento produttivo. Può essere la finanza stessa (speculazione; e prima o poi le bolle scoppiano). Possono essere i debiti pubblici. Anche qui si deve distinguere tra spesa pubblica buona (investimenti) e cattiva (certi consumi). Seconda. Come la finanza porta i fondi, così può anche portarli via, lasciando il debitore in brache di tela. Può succedere perché il debitore si rivela poco affidabile (rischio di default; rischio paese). Ma può succedere perché i lenders hanno meno soldi da prestare. Esempio. La crisi economica riduce il Pil tedesco; perciò si riduce il risparmio tedesco; chi prendeva soldi a prestito dai tedeschi (la Grecia) si trova in difficoltà.
Mobilità delle risorse. Si muovono i capitali e il lavoro. Entrambi si dirigono dove il rendimento atteso è più alto. I capitali vanno verso i paesi arretrati. Il lavoro si dirige verso i paesi ricchi. Flussi disordinati creano problemi (gli immigranti e gli immigrati). Ma anche questo terzo aspetto della globalizzazione è potenzialmente positivo, tanto più che anche i paesi ricchi, per continuare a crescere, hanno bisogno di più lavoro (e i ricchi fanno sempre meno figli).
Decentramento produttivo. Le imprese dei paesi ricchi spostano parte delle proprie attività (di solito quelle a minor contenuto tecnologico) nei paesi poveri. Perciò nei paesi poveri cresce la produzione (e l’occupazione) e cresce il Pil (e i redditi). La globalizzazione rende i paesi poveri meno poveri. Li sfrutta? Certo! Ma è altrettanto certo che la popolazione dei paesi poveri, tra l’alternativa di morire di fame e quella di essere sfruttata, preferisce di gran lunga la seconda. Un paragone con l’ottocento inglese (Engels e Marx). Un paragone con gli anni cinquanta italiani (l’esodo dalle campagne).
E a noi che ce ne viene? Quando le economie dei paesi arretrati crescono (e negli ultimi decenni sono cresciute molto: Cindia), aumenta la richiesta per i prodotti dei paesi avanzati e cresce perciò il Pil sia dei paesi ricchi che dei paesi poveri (che diventano meno poveri). Cominciano a farci concorrenza nel campo dei prodotti tradizionali? Certo! Ma anche questo, per certi aspetti, è un vantaggio: (i) per chi li acquista nei paesi ricchi quei prodotti costano meno; (ii) l’aumento della concorrenza nei mercati fa crescere la torta (questo è un risultato che nessuno studioso mette in discussione). Insomma la concorrenza è buona per tutti quanti (tranne qualcuno: chi la subisce).
Tutto bene, allora? Ma non avevo detto prima che la globalizzazione è la causa prima del nostro attuale malessere? L’avevo detto e lo ribadisco. Premessa. La globalizzazione è (complessivamente) vantaggiosa, ma è fragile. Paragone con l’autostrada: finché tutto va liscio, si corre allegramente; ma se c’è un incidente, si rimane imbottigliati (e non si può sfuggire). Traduco: la globalizzazione alimenta la crescita (fa aumentare le dimensioni della torta) ma, se scoppia una crisi, questa tende a diventare globale e ad alimentarsi a sua volta (e la torta si sbriciola). Nulla di nuovo sotto il sole (sono cose che Marx diceva già nell’ottocento).
Ma le ragioni del nostro malessere derivano soprattutto dalla distribuzione ineguale dei vantaggi della globalizzazione. Chi ci guadagna? Innanzitutto — lo abbiamo detto prima — le popolazioni dei paesi poveri (che dalla globalizzazione ottengono lavoro e redditi). Ci guadagnano anche i lenders che finanziano i flussi di capitali (che risiedono nei paesi ricchi) e i percettori dei profitti delle attività produttive decentralizzate (che ugualmente risiedono nei paesi ricchi). Ci guadagnano gli intermediari finanziari e soprattutto i loro dirigenti (anche loro risiedono nei paesi ricchi). Ci guadagnano i consumatori (dei paesi ricchi e di quelli poveri). Chi ci rimette? Soprattutto coloro che lavoravano nelle attività che successivamente la globalizzazione avrebbe decentrato nei paesi arretrati (Detroit e la cintura della ruggine).
Finché non c’è la crisi questo malessere cova sotto la cenere. Gli sconfitti della globalizzazione possono trovare abbastanza facilmente delle alternative, se non per loro per i propri figli. Finiscono delle opportunità (non si vendono più finimenti per cavalli) ma se ne creano continuamente di nuove, secondo il processo di continua distruzione creatrice (Schumpeter) che ha sempre animato il capitalismo.
Ma — come abbiamo appena detto — la globalizzazione è fragile. Quando la crisi scoppia, le opportunità si fanno sempre più rare e il malessere diventa esplicito. Si accusa l’establishment della responsabilità di aver costruito l’autostrada in cui ora si è imbottigliati, senza speranza. Lo si accusa di essere privilegiato, di non pagare i costi della crisi (anzi di guadagnarci). E si chiede di tornare indietro. E se questo non avviene, si sposano i temi dell’antipolitica, e ci si fa incantare dalle promesse degli outsider.
Ha senso tornare indietro? L’eterno sogno dei laudatores temporis acti (Orazio) è quasi sempre un’illusione. Anche se è indiscutibile che la luce del futuro non cessa un solo istante di ferirci (ancora Pasolini), tornare indietro significherebbe rassegnarsi a una riduzione permanente delle dimensioni della torta (è già successo; per esempio, negli anni trenta del secolo scorso, e quel decennio non è finito bene), e rinunciare ai vantaggi che abbiamo elencato prima. E comunque è un’illusione l’idea che facendo girare le ruote della globalizzazione al contrario si possa tornare alla situazione precedente (ai fasti di Detroit). Non è così. Tornare indietro ci renderebbe semplicemente tutti più poveri (c’è un bell’esempio di teoria dei giochi sul West dei pionieri, che rende bene l’idea). E il malessere, semplicemente, sarebbe più intenso e più diffuso. Non oso pensare con quali conseguenze.
E allora? Se non si pensa a un’alternativa credibile, vincono gli outsider e il sovranismo. Magari qualcuno tifa per questo risultato (forse tanti). Io no. Ma proprio per questo non posso limitarmi a lanciare (pacatamente, cercando di ragionare) un grido d’allarme: «Attenzione! A tornare indietro ci rimettiamo tutti!». Non sarebbe la prima volta che il gioco della democrazia conduce a risultati autolesionistici. La storia è piena di esempi. Anche la cronaca: quella in grande (Trump, Brexit) e quella in piccolo (il comune di Roma).
Un modo per cercare un’alternativa è quello di riflettere su un caso di successo, anzi, sul principale caso di successo di tutta la storia del capitalismo: il ventennio dal 1950 al 1970, quando le economie occidentali hanno conosciuto (tutte!) la più forte crescita economica della loro storia e quando le economie arretrate hanno cominciato a uscire dal loro millenario ristagno. Quel periodo viene chiamato dagli storici economici come la Golden Age (l’età dell’oro del capitalismo mondiale).
Perché proprio la Golden Age? Perché essa presenta interessanti somiglianze col processo della globalizzazione. Ma presenta anche importanti differenze. Le somiglianze. (i) L’apertura dei mercati (cambi fissi, abbattimento delle barriere doganali, trattati di libero scambio); (ii) Il finanziamento degli investimenti (tanti!), ossia del principale motore della domanda aggregata (nel breve periodo) e della crescita economica (nel lungo periodo); (iii) La mobilità degli input, in particolare del lavoro (dalle campagne alle città, dall’agricoltura all’industria, dai paesi arretrati a quelli avanzati). Le differenze. (i) È stato sostanzialmente assente il quarto punto (decentramento delle attività produttive). (ii) Molti dei motori della Golden Age sono stati fortemente intermediati e gestiti dalla politica, che in questo modo li ha resi meno fragili.
Vediamo meglio. (i) Non solo cambi fissi ma il sistema di Bretton Woods, che attivava importanti correttivi istituzionali come il Fmi (che aveva gli strumenti per gestire gli squilibri temporanei), la Banca Mondiale (che aveva il compito di finanziare le esigenze di lungo periodo dei paesi arretrati), e i Dsp (che dovevano assicurare una creazione ordinata della liquidità internazionale). Non tutto ha funzionato per il meglio (anzi) ma certamente ha aiutato parecchio. (ii) Non solo riduzione delle barriere commerciali, ma trattati che promuovevano sì il libero scambio (come quelli della globalizzazione) ma anche l’integrazione (in prospettiva anche politica) delle economie. (iii) Il trasferimento del risparmio verso gli investimenti non era affidato esclusivamente agli intermediari e ai mercati finanziari (oltretutto molto meno sviluppati di quelli attuali) ma a una massiccia politica di aiuti pubblici (Piano Marshall) e a politiche di redistribuzione del reddito e della ricchezza, che rendevano più equilibrata la diffusione del potere d’acquisto (secondo la vecchia, ma ancora attuale, idea keynesiana, che nel breve periodo il risparmio non è il motore della crescita, perché sono soldi che non si traducono in domanda di prodotti; ed è la domanda che genera il Pil ed è il Pil che genera il risparmio). Il principale strumento di questa redistribuzione era costituito da un sistema di tassazione (dei redditi e dei patrimoni) fortemente progressivo.
Sarebbe possibile inserire elementi del genere, ovviamente in forme nuove e adeguate alle circostanze fortemente mutate) nei mercati globalizzati del nostro inquieto presente? Ritengo di sì. Non sarebbe facile ma si potrebbe fare. Non posso entrare nel dettaglio ma garantisco che si possono fare tante cose (forse non basterebbero, ma aiuterebbero, e parecchio).
Qui voglio dire qualcosa sugli ostacoli, sul perché non ci si prova. Mi limito a due considerazioni generali. La prima: le idee. Diceva Keynes, che la principale difficoltà a pensare il nuovo sta nel liberarsi dal peso delle idee preesistenti. La maggioranza degli advisors della politica prima dell’avvento della crisi riteneva che la globalizzazione fosse la soluzione di tutti i problemi. Adesso si pensa che essa sia, invece, la causa di tutti i problemi. Con questa polarizzazione è difficile andare avanti.
La seconda difficoltà: gli interessi costituiti. Il tema è quello della logica dell’azione collettiva (Olson). Si riescono a fare cambiamenti importanti quando la gente ha poco da perdere (dopo una guerra o una rivoluzione). Le cose si fanno molto più difficili, quando nella società esistono gruppi, anche di piccole dimensioni, ma molto coesi, che hanno qualcosa (o molto) da perdere da un cambiamento. Per superare queste resistenze occorrerebbe che la politica fosse più gestita da uomini di Stato (quelli che decidono pensando alle generazioni future) che da uomini di governo (quelli che decidono pensando alle prossime elezioni).