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La crisi europea e la sua ideologia: riflessioni a partire da Slavoj Žižek

di Giorgio Astone

 

  1. Introduzione

 

 

Col termine ideologia si era soliti indicare, nel XX secolo, una congerie di credenze fasciate insieme, provenienti da campi eterogenei del sapere e del sentire e volte ad orientare un gruppo sociale o la società in toto. Eppure nella fase che stiamo vivendo, dove ormai appare inappropriato attribuire il termine «congiunturale» alla depressione economica e la crisi sembra diventata una caratteristica del nostro modo di vivere (ancor prima della crisi economica giungeva alle nostre orecchie, in elegie meste o marce trionfali, la formula di «fine della storia»), è presente un’ideologia? Difficile credere che aspetti caratteristici di questo frangente temporale ci orientino verso qualcos’altro: la tendenza a rivolgersi al passato si accompagna per la prima volta ad un’immaginazione futura che è sempre la stessa (il futuro che ci aspettiamo messianicamente è mutatis mutandis quello dell’evoluzione tecnologica sognato già nel dopoguerra e nel boom economico degli anni ’60). Sicuramente, e questo lo vedremo accompagnandoci alle riflessioni del filosofo sloveno Slavoj Žižek, emerge una nuova visione, un codice mentale che ci permette di adattarci sia nell’interpretazione della realtà socio-politica sia nella nostra stessa sopravvivenza in questo orizzonte. Ma è, l’adattamento, il modo migliore d’affrontare una simile condizione?

 

 

  1. Lo “stato d’eccezione” e l’emergenza

 

 

Vivere in maniera prolungata un periodo d’emergenza non può che stemperare il senso che all’emergenza stessa si attribuiva in tempi di “pace”, il suo richiamo allarmante o la parallela disponibilità al sacrificio.

 

La richiesta del potere governativo nei confronti dei cittadini diventa esplicita nei molti casi della politica di “austerity” contemporanea, ove, per fronteggiare la necessità di un debito da ripagare (nel caso dei paesi europei nei confronti dell’European Central Bank) si decide di effettuare dei tagli sulla spesa pubblica e su fondi normalmente destinati ai servizi. Prima di mettere in discussione un sistema finanziario ed una forma di economia, il filosofo di Lubiana, in tutte le sue ultime opere, rileva due qualità presenti nell’espressione mediatica di “necessità” come taglio della spesa pubblica: a) quella relativa allo stato d’emergenza in cui una nazione si trova (presentazione, dunque, di alcuni “dati di fatto”) e b) quella relativa al carattere di neutralità e terziarietà delle decisioni che i governanti prendono per reagire alla minaccia (giustificazioni logiche).

Non è richiesta una partecipazione alla decisione in un clima d’emergenza: non si tratta di

 

confrontare diversi pareri ma di agire conseguentemente e razionalmente (e proprio in questo milieu che si rende possibile un “governo tecnico”). Dove permane differenza politica o bisogno di confronto su base assiologica fra tradizioni di pensiero diverse se il pensiero non ha più tempo di articolarsi e l’irresponsabilità sembrerebbe risiedere proprio nell’attesa? Nei tempi della crisi economica sono sempre più esigue le decisioni “politiche”: «quando vengono imposte misure di austerità ci sentiamo ripetere che questo è semplicemente ciò che deve essere fatto1».

Che l’Unione Europea, nata in quanto unione economica, si regga sul presupposto d’una economia “capitalistica” (termine ormai accettato nel linguaggio comune, al quale si può sostituire in maniera meno critica l’alter ego “liberista”) e che le conseguenze dei deficit dei vari paesi in rapporto al loro debito riguardino l’aderire o meno a questa concezione come “unica possibile” non fa parte dei vari dibattiti, mediatici e accademici, riguardo la crisi. La meraviglia del filosofo, che non esita a definirsi in diversi saggi “comunista”, riguarda l’assenza di un approccio radicale (e dunque “filosofico”) al problema: le limitazioni delle classi sociali più povere, legate alla sensazione di precarietà costante, non nascono da un mancato funzionamento del sistema economico, da alcune mosse false che hanno portato a delle “catastrofi”; se la crisi è sistematica, come sostenevano Marx ed Engels, e si ripete più volte come fase finale di determinati cicli in quanto assestamento del sistema, si tratta di passare alla consapevolezza, del passaggio «dalla tragedia alla farsa2».

 

Ogni termine che esprime una problematica sociale non è nient’altro che un doppelgänger oscuro di lemmi già presenti nel dizionario manageriale e nei progetti aziendali dagli anni ’80: esempio lampante potrebbe essere lo stesso concetto di “precarietà” e il suo corrispettivo, “flessibilità”. La flessibilità sugli orari part-time permette, nell’ottica dell’azienda capitalistica, non solo un notevole risparmio ed una migliore organizzazione ma è l’unico approccio possibile all’assunzione in un contesto di tempi estremamente veloci ed improvvisi cambi di programma (contro la vetusta e superata assunzione “a tempo determinato”).

I continui riferimenti critici alle varie “sinistre” moderate di Žižek concernono quel farsi propugnatori di un Welfare State utopico all’interno di un tale sistema: è il pensiero della sinistra moderata e non radicale che, sposando l’approccio liberista, ricerca soluzioni di incremento dei fondi destinati al sociale da un organismo pubblico (nella loro ottica non-privatizzabile) che ha invece l’obbligo “tecnico”, all’interno del sistema capitalista, di ridurre continuamente spese e ripagare un debito. Nelle parole di Žižek:

 

 

Se rimaniamo all’interno dei confini del sistema capitalistico globale, allora queste misure sono certo necessarie; la vera ‘utopia’ non consiste in un cambiamento radicale del sistema presente, ma nell’idea che si possa conservare lo Stato sociale all’interno di questo sistema. In questo contesto il Fondo Monetario Internazionale appare […] come un agente neutrale di ordine e disciplina3.

 

 

Se si parla di conseguenze ed è tutto matematico, se per un popolo «non c’è altra via che inghiottire l’amara medicina4», si depoliticizza una grossa fetta di responsabilità del potere e si rende neutrale la logica che sta dietro alle scelte nazionali. Calcolando ciò che il debito o, in generale, il sistema capitalistico della nuova economia, richiede (la maggiore “flessibilità” possibile ed il dislocamento

  • Slavoj Žižek, Benvenuti in tempi interessanti, Ponte alle Grazie, Bergamo, 2012, p.
  • «L’ultima fase di una figura storica universale è la sua commedia. Gli dei della Grecia, che già una volta erano stati tragicamente feriti a morte nel Prometeo incatenato di Eschilo, dovettero ancora una volta morire comicamente nei Dialoghi di Luciano. Perché la storia procede così? Affinché l’umanità si separi serenamente dal suo passato»; Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, citato in Id., Dalla tragedia alla farsa: Ideologia della crisi e superamento del capitalismo, 9.

3   Ivi, p. 104.

4 Ibid.

 

produttivo dovuto alla globalizzazione) tutte le scelte sono già scritte nel libro di un potere “astratto”, simile a un fato; e «l’economia stessa si impone quale ideologia egemonica5».

 

I modi di raccontare la crisi: l’emergenza e la neutralità delle scelte. Per quanto riguarda lo stato di necessità e di allerta si assiste da un lato alla creazione del bisogno della sicurezza, alimentato dall’ansia del terrorismo (soprattutto nel quinquennio posteriore all’attentato delle Twin Towers), bisogno che fa nascere a sua volta una domanda di servizi e soluzioni economiche che traggono linfa dalle paure sociali recondite più o meno assopite, dando via libera all’invasione delle forze biopolitiche nel campo della libertà; dall’altro il lampeggiare degli allarmi assume un’intermittenza costante, che ipnotizza e si amalgama alla “notizia quotidiana”. Un caso di cronaca italiana, già digerito, è rivissuto con sorpresa e attenzione per l’unicità dell’evento nelle pagine di Žižek: la dichiarazione dello stato d’emergenza per le ondate migratorie sul territorio nel 2007 e l’adopero delle forze armate:

 

 

Come in un ironico accenno alla teoria di Agamben dello stato di eccezione, nel luglio del 2008 il governo italiano proclamò lo stato di emergenza in tutta Italia per affrontare il problema del Prossimo nella sua forma contemporanea paradigmatica: l’ingresso illegale di immigrati dal Nord Africa e dall’Europa dell’Est. Compiendo un ulteriore passo dimostrativo in questa direzione, all’inizio di Agosto, collocò 4000 soldati armati a controllare i punti sensibili delle grandi città (stazioni ferroviarie, centri commerciali, ecc.) […] È importante notare che lo stato di emergenza è stato introdotto senza alcun grosso clamore: la vita va avanti normalmente6.

 

 

Il filosofo trae molti esempi di emergenze dalla recente storia italiana: nel dipingere il fenomeno del berlusconismo come bourgeois che al potere cura degli interessi privati, stigmatizzando in particolare l’episodio della “compravendita dei parlamentari” del 20107; nell’ammettere uno shock dinnanzi alla notizia, apparentemente grottesca, dell’arresto di un intero equipaggio, salvatore di migranti in mare, in seguito a quanto previsto dalla legge italiana Bossi-Fini8. Ma sotto i riflettori dell’analisi rimane la reazione: questo sentire intorpidito, “l’ultra-sensazionalismo quotidiano” già anticipato da Günther Anders nel primo volume del Die Antiquiertheit des Menschen nel 1956, la percezione esteticamente confusa del lettore-spettatore contemporaneo. Se a questa facile malleabilità si aggiunge il modo di presentarsi “neutrale”, la combinazione diventa preoccupante quando un Potere-Stato, coadiuvato da una forma di totalitarismo mediatico solo oggi possibile, decide di attuare delle riforme o di prendere provvedimenti straordinari senza subire resistenza alcuna:

 

 

 

5   Ivi, p. 25.

6   Ivi, p. 63.

  • , Benvenuti in tempi interessanti, p. 26. «Con il voto di fiducia del 14 dicembre 2010 l’oscenità parlamentare ha raggiunto una nuova vetta: Berlusconi ha apertamente comprato (con denaro e altri favori) i voti di cui aveva bisogno dai deputati dell’opposizione; il loro prezzo veniva discusso in pubblico», Ibid.
  • , Dalla tragedia alla farsa. Ideologia della crisi e superamento del capitalismo, p. 64. «Il 7 Agosto il pescatore aveva lanciato l’ancora su un banco di sabbia di 30 miglia a sud dell’isola di Lampedusa, vicino alla Sicilia, e si era addormentato. Svegliato dalle urla, vide un gommone pieno di persone che stavano morendo di inedia, inclusi donne e bambini, sbattuto tra onde violente e sul punto di affondare. Il capitano decise di portarle al più vicino porto di Lampedusa, dove lui e tutta la sua ciurma furono arrestati. (…) nessuna azione è stata intrapresa contro gli altri pescatori, che, quando si sono trovati in una situazione simile, si dice abbiano spinto via i migranti con bastoni, lasciandoli affondare. Ciò che dimostra questo incidente è che la nozione di Agamben di homo sacer, la persona esclusa dall’ordine civile che può essere uccisa impunemente, è pienamente operativa nel cuore stesso dell’Europa, che si vede come ultimo bastione dei diritti umani e dell’aiuto umanitario, in contrasto con gli Stati Uniti e gli eccessi della «guerra al terrorismo»; Ibid.

 

Non è questo lo Stato a cui ci stiamo avvicinando nei paesi sviluppati in tutto il pianeta, in cui questa o quella forma di stato di emergenza (messa in atto contro la minaccia terrorista, contro gli immigrati e così via) viene accettata semplicemente come una misura necessaria a garantire il corso normale delle cose?9

 

 

Prima di proseguire con la critica politica di Žižek all’ideologia economica dominante (che molto ha di analogo con gli attacchi di Nietzsche e Marx, in sensi diversi e talvolta opposti, ai “sistemi di pensiero dominanti”, dissimulati in scientifiche vesti e pretenziosi d’una reverenza religiosa) si può chiarire meglio il principio dell’urgenza e dell’emergenza dell’agire politico con un’interpretazione simbolica che ha reso famoso il pensatore sloveno: quella data alla serie televisiva americana “24”. L’opera segue le vicende della CTU, la Counter Terrorist Unit, e dei suoi agenti (in particolare il protagonista, l’agente Jack Bauer); la trama ruota attorno a degli eventi catastrofici che l’Unità riesce ad evitare, ricorrendo nella lotta al terrorismo a dei metodi che non lasciano spazio a riflessioni morali: in primis la tortura. Nel primo articolo di Žižek dedicato all’interpretazione della serie, “The depraved heroes of 24 are the Himmlers of Hollywood 1010”, pubblicato presso il quotidiano inglese “The Guardian”, la chiave di lettura è principalmente legata allo spazio etico così ristretto dei personaggi e dei loro antagonisti, scelti per essere “messi alle strette”:

 

 

Such a sense of urgency has an ethical dimension. The pressure of events is so overbearing, the stakes so high, that they necessitate a kind of suspension of ordinary moral concerns; displaying such concerns when the lives of millions are at stake means playing into the hands of the enemy11.

 

 

Ricca di forme stilistiche nuove che contribuiscono ad accrescere la tensione (lo split screen, il ticchettio dell’orologio che segna lo scorrere del tempo e la struttura della puntata “in tempo reale”, cronometrata), le immagini raccontano una forma di abilità, adesso più che mai valorizzata in ogni campo del vivere, il “resistere allo stress”, alla pressione dell’evento. La riflessione di Žižek subisce però un’evoluzione nello scorrere degli anni, un aggiornamento dovuto soprattutto alla svolta delle ultime stagioni del telefilm. Nell’articolo “The depraved heroes” gli eroi di “24” vengono identificati per certi aspetti con gli homines sacri della teoria di Agamben, posti in una zona d’ombra ove è possibile passare dallo strapotere al nulla, dall’infrangere i diritti degli altri per causa maggiore all’accettazione delle stesse misure su se stessi e le proprie famiglie. Permane, d’altro canto, l’aspetto empatico: in quanto eroi, in quanto protagonisti, gli agenti segreti (e i terroristi) hanno vite private come le persone ordinarie ed affrontano tragedie e sorti avverse con fiera resistenza; «in spite of the CTU’s ruthlessness, its agents, especially Bauer, are warm human beings

– loving, caught in the emotional dilemmas of ordinary people12».

 

Per questa ragione viene fatto un confronto fra la figura dell’agente e quella del nazista (attraverso i commenti della Arendt): sotto le luci dei riflettori gli attori-personaggi assumono un ruolo di tragica grandezza, la loro umanità viene preservata con una capziosa forma di giustificazione simile al detto “qualcuno lo deve pur fare”, al concetto di “lavoro sporco” per chi è disposto a sporcarsi le mani (in questo caso ogni tortura potrebbe valere la vita di migliaia di persone). La resistenza che il personaggio deve sconfiggere non è più quella del rimorso o del dubbio nei riguardi delle azioni compiute e da compiere, la supposta neutralità del “dovere” lo pone invece, alla stregua del nazista

9   Ivi, p. 63.

10 L’intero articolo è disponibile all’indirizzo http://www.theguardian.com/media/2006/jan/10/usnews.comment 11 Ibid.

 

consapevole, a dover affrontare la “tentazione della pietà”:

 

 

The way out of this predicament was that, instead of saying «What horrible things I did to people!» they would say «What horrible things I had to watch in the pursuance of my duties, how heavily the task weighed upon my shoulders!13

 

 

Il capovolgimento di valori è analizzato criticamente come giustificazione della crudeltà e dell’abuso di potere. Successivamente Žižek commenterà i personaggi di “24” in modo diverso: in “Welcome to Interesting Times!” gli homines sacri della CTU verranno a scoprire personaggi simili a loro nei loro nemici, che non saranno più i terroristi ed i criminali ma la stessa governance americana, dal presidente stesso ad organizzazioni paramilitari legate all’industria bellica. Alla ricerca di una sentenza, di una morte conclusiva, di uno scontro simbolico fra due poteri out of law, l’epilogo sarà sempre più un ritrarsi silenzioso dovuto all’impossibilità di giudizio: l’assenza di una istanza garante impedisce un verdetto morale poiché «non c’è via d’uscita, non c’è alcun modo di sentirsi a posto moralmente14».

 

 

  1. Il buddhismo occidentale e la negazione feticistica

 

 

 

Per un discorrere della storia delle reazioni alla crisi, di cui si occupa la filosofia žižekiana, più che dei motivi storici concreti attorno al suo sorgere, sarebbe opportuno confrontarsi con riflessioni classiche della filosofia politica. Ciò a cui Žižek in maniera lapidaria accenna nei suoi lavori riguardanti la crisi economia è soprattutto, per quanto riguarda Kant, il concetto di «uso pubblico della ragione»; che una deliberazione politica avente in sé una verificabilità razionale, una comprensibilità, debba prima di tutto nascere da un processo di confronto, da un filtro purificatore, è dubbio nella contemporaneità. All’affastellarsi di plurime opinioni «esposte» una accanto all’altra, invero, non si accompagna un’operazione selettiva ed un lavoro analogo a quello che ci si può aspettare da un rinnovamento della formulazione kantiana. Fa da contraltare a questo mancato lavoro di critica e modifica dell’opinione comune, così distante dalla “intelligenza collettiva” teorizzata dagli attuali sostenitori di una possibile e-democracy, la tutela e la non-tutela della privacy:

 

 

 

«Oggi si dice spesso che la privacy sta scomparendo, che anche i segreti più intimi sono offerti allo sguardo pubblico, dalle inchieste dei media e dalla sorveglianza da parte dello Stato alle confessioni pubbliche. Ma la nostra realtà è proprio il contrario: ciò che sta in effetti scomparendo è lo spazio pubblico vero e proprio, con la sua dignità15».

 

 

 

Ruotando criticamente attorno alla parola «privacy» Žižek non intende vanificare l’esigenza di

  • , Benvenuti in tempi interessanti, p. 81. 15 Ivi, p. 20.

 

resistenza dalla potenza biopolitica. Tuttavia, ciò che gli sta a cuore è sottolineare come l’esposizione di una “verità” che coincida con la scoperta di certi tipi di segreti non ha nulla a che vedere con una effettiva ribellione al potere, alla crisi o ad una forma di governare; il riferimento particolare è l’agenzia informativa Wikileaks e la divulgazione di niente più che pettegolezzi o modi più diretti dell’interloquire fra leaders politici. Il filosofo paragona il fondatore Assange al personaggio dei fumetti “Joker” e descrive l’operare di Wikileaks come l’azione di un piccolo gruppo che ne attacca uno più grande, una sfida che ha dell’intrigante ma che non tange la mentalità radicata del popolo. Gli attori politici nazionali ed internazionali rimangono pur sempre avatars di ideologie, resesi trasparenti ed irriconoscibili; l’uso pubblico della ragione non ha dunque nessun legame con lo svelamento di piccole verità da spionaggio. È un aneddoto filosofico abbastanza famoso quello del cameriere di Napoleone, che il pensatore riutilizza in questo contesto: alla frase

«non vi sono eroi per un cameriere» dello stratega francese Hegel aveva risposto in un commento che non per questo la dimensione degli “eroi” e le conseguenze delle loro azioni politiche e storiche non esistano più; è lo sguardo del cameriere ad essere ormai assuefatto a considerare ogni uomo uguale per ciò che mangia e beve. Nel bene o nel male, lo sguardo sulla politica del cittadino contemporaneo correrebbe il rischio di diventare propriamente lo sguardo del cameriere francese. Hegel, che certo non disprezzava il bourgeois e che spesso torna sul valore del funzionario nell’organismo-Stato, si sofferma in molti passi della sua Philosophie des Rechts sulla distinzione fra società civile e stato; è proprio in questa distinzione che risiedono gli scarti più grandi fra l’ambiente del bisogno e della necessità e la struttura della ragione e della deliberazione16. Nonostante la differenziazione, però, lo stesso ruolo della società civile in quanto disposizione del Geist, che tende alla propria oggettivazione razionale come cammino verso un auto-superamento, è già quello di una distribuzione intelligente in base alle esigenze di tutti, tanto più “equa” (leggasi “funzionante”) quanto più “giusta” (pur non comunista e paritaria). Ma anche se si considerasse ancora oggi esistente una classe “borghese” simile a quella a cui Hegel si riferiva, anche se si ammettesse che una parte non irrilevante della popolazione, una classe sociale, partecipi ad una redistribuzione delle ricchezze nella società civile, quella che il filosofo idealista chiamava «vita universale» e riferiva alla partecipazione nello Stato (rimanendo a questa distanza d’analisi dai concetti possiamo mettere sullo stesso piano «vita universale» hegeliana e «uso pubblico della ragione» kantiano) sembra definitivamente sparita nella coscienza del cittadino di qualsiasi estrazione. Il motivo ha proprio a che fare con l’ideologia dominante della crisi e col sopra menzionato senso di neutralità dell’amministrazione. Di fronte ad una tale impotenza Slavoj Žižek categorizza due sindromi specifiche: quella del buddhismo occidentale e quella della negazione feticistica, fra loro intrecciate.

 

 

«Il «buddismo occidentale» è un feticcio di questo genere: permette di partecipare pienamente al frenetico gioco capitalista, alimentando al tempo stesso la percezione che non se ne faccia parte realmente, che si sia ben consapevoli di come tutto lo spettacolo sia privo di senso, dal momento che ciò che realmente conta è la pace del sé interiore in cui ci si può sempre ritirare […] (il borghese rimane) inconsapevole che la «verità» della sua esistenza riposa sulle stesse relazioni sociali che egli tende a liquidare come un mero gioco17».

  • «Se lo stato vien confuso con la società civile e la destinazione di esso vien posta nella sicurezza e nella protezione della proprietà e della libertà personale, allora l’interesse degli individui come tali è lo scopo ultimo per il quale essi si sono uniti, e ne segue parimenti che esser membro dello stato è qualcosa che dipende dal proprio piacimento. – Ma lo stato ha un rapporto del tutto diverso con l’individuo; giacché lo stato è spirito oggettivo, l’individuo stesso ha oggettività, verità ed eticità soltanto in quanto è membro del medesimo. L’unione come tale è essa stessa il verace contenuto e fine, e la destinazione degli individui è di condurre una vita universale»; W.F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto. Diritto naturale e scienza dello stato in compendio, Laterza, Bari, 2004, pp. 195-196.
  • , Dalla tragedia alla farsa. Ideologia della crisi e superamento del capitalismo, p. 87. Cfr. Slavoj Žižek, The Buddhist Ethic and the Spirit of global capitalism, in European Graduated School Lecture presso il link

 

Dal «frenetico gioco», dal flusso, bisogna sganciarsi a tutti i costi; il borghese che ricerca la pace interiore non mira ad un’integrazione ed un riconoscimento (Anerkennung) nella sua matrice di realtà, la società civile, ma ne prende le distanze come lo stoico dinnanzi alla catena degli eventi che determinavano fortuna e sfortuna. Fare questo è possibile solo quando questa forma di vortice non lo inghiotte e non lo trascina con ferocia.

Il filosofo sloveno si spinge oltre sostenendo che nell’ambito della coscienza civile il tele-cittadino globale ricerca una forma di auto-annichilimento desiderabile alla stregua del buddhista che nella meditazione ha come mira lo stato di coscienza dell’Anātman, il “Non-Io”. Anātman come io non soggetto a delle determinazioni esterne; positivamente Zizek collega questo concetto parimenti alla reazione spontanea dell’Io empirico alle scienze cognitive, in particolare al neuro-cognitivismo ed al tentativo di stampare l’intenzionalità umana sul libro delle cause e degli effetti neurali e chimico- biologici (il soggetto ha bisogno di concepirsi e pensarsi libero, rifiuta l’Atman (Io) che la scienza gli vuole attribuire); dall’altra, ed è questo che maggiormente ci riguarda in questa sede, è un atteggiamento di distacco dal samsara politico-sociale, una negazione del coinvolgimento necessario e della nostra responsabilità nella catena degli eventi. Per uscire vittoriosi nel nostro tentativo di negazione imbocchiamo diverse vie: possiamo allontanarci dal reale seguendo un approccio buddhista o possiamo attaccarci ad un feticcio, rimanendo permeati in maniera silente da una cinica consapevolezza; in ogni caso l’Io ne esce volontariamente scomposto per sottrarsi alla pressione del suo essere presente, alla flagranza supposta in lui che tarda a concretizzarsi. L’individuo Illuminato (o più precisamente l’essere illuminazione, Bodhisattva) non ha certamente cambiato il corso metafisico degli eventi ed il buddismo, a differenza di altre religioni, non aspetta realmente nessun Evento; è cambiata soprattutto, nel nirvana, la prospettiva del soggetto rispetto al suo mondo ed al suo viverci. Ma questa distanza prospettica viene messa sotto una luce criticamente negativa da Zizek con un paragone cinematografico perspicace: nel film della Disney “The Lion King” il cucciolo Simba chiede al padre per quale motivo i leoni debbano predare le zebre ed in risposta il Re Leone intona una canzone chiamata “Circle of life”; anche i leoni moriranno e divorati dalla terra alimenteranno olisticamente l’ecosistema della savana, diventando cibo delle zebre e perpetuando il Cerchio all’infinito. Per quale motivo, allora, si chiede il filosofo sloveno, (dal momento che gli eroi della Disney, come quelli di Esopo, hanno pur sempre caratteri antropomorfici) non potremmo accettare una risposta di questo genere da parte di Benigni in “La vita è bella”? Anche i nazisti e gli ebrei moriranno, ritorneranno nella terra e, proseguendo meno selvaggiamente, il predatore avrà sempre un ruolo nel Cerchio che per quanto crudele permetterà l’eternarsi del Cerchio stesso18. È proprio questo il punto: si tratta di diversi “cerchi”, o “cicli” di produzione (se trasliamo il tutto all’economia e sostituiamo il manager o l’agente di borsa al nazista) e il buddhismo occidentale si confà perfettamente a chi accetta e non avverte come minaccia il reiterarsi del processo.

L’utilizzo della categoria del feticismo ha una valenza essenziale, se raffrontata a queste tematiche politiche, più che nell’accezione religiosa o sessuale in quella di oggetto transizionale dinnanzi a un

http://www.egs.edu/faculty/slavoj-zizek/articles/the-buddhist-ethic-and-the-spirit-of-global-capitalism. «I think that if Marx Weber were to rewrite his legendary book on capitalist protestant ethic and the spirit of capitalism today the title of the book would have been, I’m sure, the taoist or buddhist ethic and the spirit of global capitalism or something like that»; Ibid.

  • Id, The Buddhist Ethic and the Spirit of global capitalism. «So all I’m tempted to say is imagine in Beautiful Life, the movie by Benigni, the son asking him father but why are germans killing us jews? and I can well imagine Roberto Benigni singing back ‘it’s all one big circle of life, you know? jews are killing us but we will die and we will turn into food, our maneuver for grass, grass will be eaten by cows and one of us will kill a cow and we will eat the cow so it is a big circle of life, you know?’ like, you know what’s the point here? the point, the point is yeah but what if there are differents circles of life, maybe let’s hope there is a circle of life where you exactly you don’t have to do holocaust let’s hope, no»; Ibid.

 

lutto, a un trauma. Da qui la differenza significativa fra feticcio e sintomo:

 

 

«In altri termini, il sintomo è l’eccezione che disturba la superficie della falsa apparenza, il punto in cui irrompe l’Altra Scena repressa, mentre il feticcio è l’incarnazione della Menzogna che ci rende possibile sostenere l’insostenibile verità. Si prenda il caso della morte di una persona amata: nel caso del sintomo, io «reprimo» questa morte, cerco di non pensarci, ma il trauma represso ritorna nel sintomo; nel caso del feticcio, al contrario, «razionalmente» accetto pienamente la morte, e tuttavia mi aggrappo al feticcio, a qualche elemento che incarna per me il disconoscimento della morte19».

 

 

 

Il recepire la punta di un iceberg come feticcio, che permette di ammettere la gravità del fenomeno con una sorta di distacco cinico e non implica un intervento e una reazione appropriata, nasconde ed occulta in ogni caso un trauma che non vuole essere elaborato (in questo caso, dinnanzi al quale non si vogliono prendere provvedimenti). Ma i feticci e i sintomi a quale più grande mostruosità appartengono? Si tratta soltanto di una perdita di profitti o, in maniera più drammatica, di condizioni di vita dignitose o sotto la superficie del mare è celata anche un’amarezza di tipo morale? Una rottura riguardante una illusoria giustizia sociale prima creduta sussistente?

 

 

 

  1. Conclusione: l’ideologia della crisi nelle sue manifestazioni paradossali

 

 

 

Che prima del 2008 si parlasse comunque di spese «straordinarie» necessarie sembra un fatto da dimenticare. Necessità che venivano avvertite con minore cogenza ma che avevano ancora una connessione con la dimensione etica, come i provvedimenti di solidarietà, nazionali o internazionali, nei confronti della povertà. Che non vi sia bisogno d’essere «ancora comunisti» per percepire una farsa nella velocità con la quale enormi capitali, che prima per salvare vite umane sembravano non poter essere smossi, ogni giorno si riversano nei conti di banche in rischio di collasso è evidente. Con le parole del filosofo:

 

 

«Il crollo finanziario ha reso impossibile ignorare la palese irrazionalità del capitalismo globale. Si comparino i 700 miliardi di dollari spesi dagli Stati Uniti da soli per stabilizzare il sistema bancario al fatto che dei 22 miliardi di dollari promessi dalle nazioni ricche per sostenere lo sviluppo dell’agricoltura delle nazioni povere di fronte all’attuale crisi alimentare, solo 2,2 miliardi sono stati resi disponibili finora20».

 

 

 

Così come è evidente che i fondi in movimento facciano parte d’un processo d’auto-fagocitazione volto a salvare un sistema economico, un “circle of life” come sopra lo abbiamo definito. Ciò viene espresso in maniera molto semplicistica nelle pagine di Žižek; tuttavia il non scendere in dettaglio

  • , Dalla tragedia alla farsa. Ideologia della crisi e superamento del capitalismo, p. 85. 20 Ivi, p. 106.

 

nella descrizione del meccanismo finanziario è più una scelta per la critica che un difetto: complessivamente la filosofia di Žižek cerca un rapporto con l’ovvietà e la quotidianità, è una filosofia d’occasione che comporta assonanza fra alcuni frammenti dei suoi saggi o intere sue opere ed opinioni correnti spesso ascoltate nella vita comune. Un esempio è la fulminea presentazione della crisi greca:

 

«La storia dell’establishment europeo nasconde il fatto che il massiccio prestito concesso alla Grecia sarà usato per ripagare il debito del paese nei confronti delle grandi banche europee; il vero scopo della misura è quello di sostenere le banche, visto che se lo Stato greco va in bancarotta queste ne avvertiranno un serio contraccolpo».

 

 

 

Ciò nonostante la corrispondenza fra il procedere della rassegna žižekiana delle tendenze politiche europee ed avventi che si sono effettivamente realizzati in alcune nazioni, sulla scia della da lui diagnosticata tendenza generale, ha del sorprendente. Un esempio riguarda la formulazione di un nuovo bipolarismo: un passaggio dalla rivalità dall’ideologie di destra e di sinistra del secondo novecento ad uno nuovo assetto, che in tutti gli Stati europei si sarebbe concluso con la formazione di un “Partito Unico21” soggiacente alle scelte europee riguardo alla crisi ed un coacervo di minori forze d’opposizione, che con abreazione avrebbero fatto leva su forme da tempo assopite di razzismo, omofobia e populismo nella ricerca di un «colpevole». Previsione della “politica del futuro” del filosofo sloveno già nel 2010:

 

 

«Ciò che ora emerge progressivamente è uno spazio occupato, da un lato, da un partito che sostiene il capitalismo globale in quanto tale (di norma con un certo grado di tolleranza verso aborto, diritti degli omosessuali, minoranze religiose ed etniche ecc.), e dall’altro un sempre più forte partito populista opposto all’immigrazione (accompagnato ai margini da gruppi esplicitamente razzisti e neofascisti)22».

 

 

 

Gli episodi che vengono riportati da Žižek nei suoi saggi li rendono spesso opere di giornalismo filosofico. Il fil rouge che li tiene legati sembra essere lo stesso che scorreva fra i paragrafi della “Société du Spectacle” di Debord: occultamento, manipolazione e soprattutto indifferenza e immobilità dei soggetti di massa. Un’immagine tragica con la quale possiamo concludere la nostra esposizione è quella che egli adopera per ridicolizzare i fiduciosi nell’alba di un nuovo capitalismo etico: l’aneddoto riguarda una ditta taiwanese, la Foxconn, operante nel campo delle tecnologie informatiche. A seguito di un elevato numero di suicidi degli operai negli stabilimenti a causa delle condizioni di lavoro inumane e di turni di lavoro protratti all’inverosimile, l’azienda ha fatto installare diversi circuiti di telesorveglianza ed ha imposto ai propri dipendenti visite e perizie psichiatriche costanti23. Che sia questa la natura di qualsiasi riforma palliativa di un sistema irrazionale? Gli operai hanno bisogno di assistenza: è questo il massimo che un apparato può concedere, non certo mettere in discussioni le fondamenta del suo essere e i motivi, in questo caso, dei suicidi.

21 Espressione utilizzata in un primo momento anche dal giornalismo italiano, sostituita poi dalla perifrasi “politiche delle larghe intese”.

22 Ivi, p. 101.

23 Ivi, p. 46.

 

 

LA QUESTIONE DELLA SFERA PUBBLICA EUROPEA

di Manfredi Camici

 

L’Unione europea, a seguito del crescente successo dei movimenti euroscettici e della volontà manifestata dagli elettori britannici il 23 giugno scorso, si trova oggi a navigare in acque poco floride. Il clima di forte contestazione e insoddisfazione nei confronti delle politiche europee ha spalancato le porte a scenari di “disintegrazione”, che per la prima volta vengono presi seriamente in considerazione e messi a tema anche da illustri pensatori come Wolfgang Streeck e Jan Zielonka[1]. Se l’Unione appare inadeguata nel far fronte alle problematiche poste in essere dalla crisi economica e dalle ondate migratorie – rimanendo in tal modo un attore secondario sul piano internazionale – ciò viene spiegato attraverso l’impossibilità costitutiva di dar vita ad una politica comune e condivisa dal momento che risulta assente l’elemento sul quale le politiche stesse dovrebbero istituirsi: il dibattito scaturente da una sfera pubblica europea omogenea. In generale, ad essere messa in discussione, è la possibilità che si venga a formare un ordinamento politico democratico a livello europeo data l’irrealizzabilità di una sfera pubblica che vada oltre i confini nazionali. Conseguentemente, la prospettiva stessa di una democrazia transnazionale viene valutata negativamente vista l’assenza di un demos europeo culturalmente definito.

Ad affermare l’impraticabilità di una sfera pubblica europea vi sono sia i nazionalisti, che intendono il demos come entità fondata su un’a priori storico-culturale, sia coloro che come Dieter Grimm e Philip Schlesinger ne sottolineano unicamente degli ostacoli pragmatici come la mancanza di una lingua comune e di mezzi di comunicazione condivisi[2]. In entrambi i casi, risulta impossibile fondare una comunità della comunicazione europea. Il presupposto che unisce queste due visioni e che accomuna gran parte della letteratura sulla sfera pubblica europea è che ad ogni Stato membro corrisponda una sfera pubblica nazionale. La sfera pubblica viene intesa come auto evidente, omogenea e stabile. L’idea soggiacente a questa visione è quella di una corrispondenza tra confine, cittadinanza, linguaggio, identità nazionale e interessi condivisi.

Definizione e funzioni della Sfera pubblica.

Prima di poter procedere oltre è necessario chiarire cosa sia una sfera pubblica, evidenziandone gli elementi fondamentali – seppure non ne esista una definizione condivisa universalmente – ed evidenziare il suo stretto legame con la democrazia. In senso più ampio, la sfera pubblica è lo spazio sociale che si viene a creare quando gli individui deliberano e discutono su questioni comuni. L’idea della sfera pubblica si radica nella disposizione discorsiva sviluppata dal filosofo tedesco Jürgen Habermas[3], il quale elabora una teoria deliberativa della democrazia. Alla base di tale teoria, infatti, si pone il superamento del riconoscimento della democrazia con i principi del voto, della maggioranza e di una concezione della politica quale regno della razionalità strumentale e spazio di aggregazione tra interessi irrimediabilmente contrapposti. Sebbene anche all’interno della teoria deliberativa vi siano molteplici varianti, queste sono accomunate dall’idea che la deliberazione pubblica tra i cittadini rappresenti l’unica fonte possibile di legittimità democratica. Una decisione può considerarsi legittima solo nel momento in cui viene assunta a seguito di un processo di deliberazione – ovvero un processo discorsivo fondato sullo scambio di argomentazioni razionali – a cui possono partecipare tutti gli individui coinvolti dagli effetti della decisione stessa. Una norma è ritenuta valida allorquando è stata precedentemente discussa e vagliata, all’interno di un dibattito libero a cui tutti gli interessati hanno pari possibilità di accedervi.

Alla sfera pubblica, inoltre, spettano le funzioni di scoperta dei problemi che affliggono la comunità, ma cosa ancor più importante, questa fornisce la giustificazione politica intrinseca alla democrazia. È alla base del concetto di legittimità e di sovranità quello di includere nel processo deliberativo tutti i potenziali interessati.

Lo sviluppo della sfera pubblica ha profonde implicazioni sulla concezione della teoria deliberativa. Coloro che governano sono obbligati ad entrare nell’arena pubblica per difendere le loro decisioni e cercare consenso. La sfera pubblica è critica del potere. Non vi sono corpi esterni alla deliberazione pubblica che possano giustificare l’autorità della legge. Vi è una transizione dal discorso del potere al potere del discorso. Unicamente il dibattito pubblico in se stesso ha il potere di stabilire le norme. Per questo motivo, la democrazia è divenuta oggigiorno l’unico principio di legittimazione dei governi, fondata su un’inclusiva sfera pubblica che consente a ciascuno degli interessati di prendere parte nella deliberazione sugli affari comuni. É nella sfera pubblica che avviene il contesto della scoperta, della percezione e la tematizzazione dei problemi. Per converso, le discussioni istituzionalizzate, come quelle parlamentari, aiutano a filtrare le priorità tra le rivendicazioni provenienti dai discorsi periferici che scaturiscono spontaneamente all’interno della sfera pubblica informale. É in questa interazione tra discorso istituzionalizzato e discorso non istituzionalizzato che prende forma il processo collettivo di autogoverno, in tale processo ha posto la politica deliberativa. Il principio della sovranità popolare può essere realizzato unicamente assicurando una libera sfera pubblica ed una libera competizione tra partiti, insieme a corpi rappresentativi per la deliberazione e la decisione.

Inoltre, grazie al ruolo dei media e alla critica pubblica, i politici devono definire il loro mandato sulla continua ricerca della sfera pubblica generale. In questo modello, affinché i temi possano arrivare dalla periferia informale al centro istituzionalizzato, è necessario che i mass-media siano permeabili alle istanze che provengono dall’esterno.

Questa visione ha suscitato numerose critiche circa la reale possibilità della sfera pubblica di non venir manipolata e colonizzata dai grandi strumenti di comunicazione di massa, piuttosto che da giochi di potere più o meno nascosti. La concezione habermasiana nega però l’immagine del consumatore massmediatico come unicamente passivo e culturalmente drogato. Nondimeno, anche nel caso in cui si volesse pensare ad una sfera pubblica manipolata e dominata dai mass-media, quest’immagine potrebbe essere riferita unicamente ad una sfera pubblica in condizione di riposo. «Nel momento in cui si mobilitano, le strutture su cui poggia l’autorità d’un pubblico capace di prender posizione cominciano a entrare in vibrazione. Allora si modificano anche i rapporti di forza esistenti tra società civile e sistema politico»[4].

La concezione deliberativa si differenzia tanto dalla teoria liberale, quanto dal concetto repubblicano di autonomia. Nella concezione liberale, il processo democratico si compie esclusivamente nella forma di compromessi d’interesse; in quella repubblicana la formazione democratica della volontà si compie unicamente nella forma dell’autogoverno.

«Se pensata discorsivamente, la democrazia non parte né dal principio di autonomia, né da quello di pari rispetto degli interessi, ma da qualcosa che li precede e li include entrambi, cioè dall’idea che non vi siano alternative razionali alla ricerca cooperativa e paritaria delle istituzioni e delle soluzioni che meglio consentano l’equa soddisfazione degli interessi e delle istanze di tutte le persone».[5]

 

La necessità di una sfera pubblica europea e la sua costitutiva impossibilità: I problemi del “nazionalismo metodologico” e del deficit democratico.

 

Se, come si è visto, le decisioni democraticamente legittime sono quelle che coinvolgono tutti coloro che ne sono influenzati, nel contesto attuale, lo Stato-nazione – a causa della crescente interdipendenza globale – non sembra più in grado di connettere coloro che decidono e coloro su cui ricadono gli effetti delle disposizioni. Emerge così il problema del deficit democratico, dal momento che in un mondo sempre più interconnesso – sul piano ecologico, economico e culturale – gli Stati combaciano sempre meno, nel loro raggio sociale e territoriale, con le persone e le sfere che sono potenzialmente coinvolte dagli effetti di queste decisioni. Basta pensare a come la decisione francese di ricorrere a 58 reattori nucleari per soddisfare il proprio fabbisogno energetico possa, in caso di disgrazia, ricadere anche su altri Stati che hanno deciso di rinunciare all’energia atomica.

La globalizzazione ha svolto un ruolo determinante, compromettendo lo stato amministrativo attraverso cui le società democratiche sono in grado di autogovernarsi, in quanto si sviluppano problematiche (ad esempio le tematiche ecologiche, il buco dell’ozono, la gestione del nucleare etc.) non più controllabili all’interno del singolo quadro nazionale. Lo stesso vale per le capacità di redistribuzione dei redditi all’interno del confine statale: l’accelerata mobilità dei capitali impedisce l’intercettazione dei guadagni così come la minaccia di trasferire all’estero l’impresa o il denaro mette in scacco il potere contrattuale dello Stato nei confronti del mercato. Senza la capacità dello Stato di garantire determinate politiche di welfare, un cittadino può perdere la capacità di esercitare i suoi diritti, rimanendo in tal modo escluso dalla possibilità di prender parte al dibattito pubblico. Pertanto, nel momento in cui i presupposti sociali in grado di garantire una partecipazione politica vengono compromessi, anche le decisioni prese in maniera pur formalmente corretta perdono la loro legittimità democratica e la loro credibilità. Alla luce di tali evidenze, la tematica europea e quella della transnazionalizzazione della democrazia diventano sempre più urgenti, a maggior ragione nel momento in cui alla fine del XX secolo è cresciuta in maniera esponenziale la complessità della società mondiale.

L’UE nasce propriamente con l’obiettivo di far fronte ai nuovi problemi che sorgono sull’asse globale-locale, imponendo un ripensamento della spazializzazione della politica. Ma come può un’istituzione transnazionale colmare la problematica del deficit democratico nel momento in cui è sprovvista di un demos, di una cultura condivisa, di mezzi di comunicazione comuni e di una sfera pubblica da cui trarre legittimità? Senza queste componenti risulta infatti impensabile dar vita ad una politica democratica e la strada verso il federalismo sembra preclusa in partenza.

Posizioni minoritarie, ma illustri, sostengono che la questione della legittimità democratica costituisca un falso problema. Giandomenico Majone[6], concependo l’UE nei termini di uno Stato regolatore afferma che l’unico problema delle istituzioni europee sia una crisi di credibilità. L’UE è chiamata a svolgere solamente una funzione di problem-solving, per questa ragione non ha bisogno di essere legittimata in forma diretta da una sfera pubblica, poiché il suo obiettivo è quello di perseguire un criterio di efficienza. In questo caso, la legittimità viene sottratta al versante della deliberazione pubblica (input) e collocata sui risultati (output). L’approccio intergovernamentalista, sostenuto da Alan Milward e Andrew Moravcsik[7], supera l’empasse ritenendo i processi decisionali dell’UE legittimati indirettamente attraverso gli Stati membri. Gli intergovernamentalisti concepiscono il processo integrativo come il risultato di un compromesso strategico tra gli Stati, orientati al perseguimento dei propri interessi nazionali. A ciò corrisponde un sottodimensionamento del grado di autonomia delle istituzione comunitarie, dal momento che queste vengono ritenute, in ultima istanza, controllate dai governi nazionali. Entrambe le soluzioni non sembrano però in grado di risolvere definitivamente il problema. L’interpretazione dell’UE nella funzione di entità di problem-solving fondata sul criterio dell’output incorre in due errori. In primo luogo, risulta impossibile stabilire dei risultati che possano essere ritenuti soddisfacenti indipendentemente dalla deliberazione di coloro che vengono influenzati dalle decisioni prese a livello sovranazionale. È solo all’interno dello scambio discorsivo che si possono stabilire criteri di accettabilità delle argomentazioni e trovare criteri di efficacia, dal momento che non vi sono norme sostantive che stabiliscano a priori quali posizioni possano essere accettate o escluse dal processo argomentativo. In altre parole, è solo all’interno dello scambio comunicativo che si possono rintracciare gli scopi della deliberazione e gli obiettivi sul quale vengono valutate le politiche dello Stato. In secondo luogo, l’efficienza dei risultati risulta una fonte di legittimità troppo debole per garantire stabilità ad un ordinamento politico, dal momento che qualora non si raggiungessero degli esiti soddisfacenti quest’ultimo verrebbe meno. Allo stesso modo, la teoria intergovernamentalista non sembra in grado di descrivere l’attuale configurazione del sistema politico europeo. L’espansione dei poteri delle istituzioni comunitarie e lo sviluppo di un diritto autonomo e sovraordinato a quello degli Stati membri, rendono quest’approccio insufficiente ai fini di una spiegazione comprensiva del sistema politico europeo che viene ridotto alla semplice interazione strategica. Infine, l’intergovernamentalismo non riesce a dar conto del forte sentimento di frustrazione e malcontento che si può facilmente riscontrare circa l’attuale stato del processo integrativo. Se l’Europa è ancora un continente di Stati nazione e l’UE unicamente un’organizzazione intergovernativa, allora il perseguimento dei singoli interessi nazionali, con l’utilizzo di qualsiasi strumento, essendo rimesso a ciascun singolo organismo statale e non invece compito precipuo dell’Unione, non dovrebbe essere fonte di critica per l’Unione stessa. Sia lo Stato regolatore, sia l’intergovernamentalismo si rivelano pertanto inadeguati nel fornire tanto una giustificazione esplicativa quanto una giustificazione normativa dell’UE.

Il dilemma rimane ancora aperto e apparentemente insolubile. Il rischio è quello di rimanere invischiati in una situazione di stallo: se da un lato sembra evidente la necessità di stabilire un ordinamento politico democratico transnazionale, dall’altro non si riesce a trovarne una fonte di legittimazione. Così, sono molteplici gli autori che sanciscono l’impossibilità della democrazia al di fuori dello Stato nazione, ritenendo che la sola e parziale soluzione possibile del deficit democratico sia la riduzione dei poteri politici dell’UE. Il rafforzamento della dimensione europea non farebbe altro che aggravare ulteriormente la situazione[8] poiché – vista la ormai acclarata assenza di un demos, di una cultura, di un linguaggio e di mezzi mass-mediatici condivisi, di partiti politici e di una sfera pubblica europea – le riforme istituzionali non riuscirebbero a fornire una legittimazione diretta delle istituzioni europee. Dello stesso avviso sono Andreas Follesdal e Simon Hix[9], per i quali il deficit democratico viene ampliato dal fatto che il processo integrativo favorisce un progressivo aumento del potere degli esecutivi rispetto ai parlamenti, anche a livello nazionale. Per tutte queste ragioni, i sostenitori dello Stato-nazione ritengono che l’integrazione conduca ad un gioco a somma negativa, dal momento che il deficit delle istituzioni europee viene trasmesso agli Stati nazionali acuendone le problematiche invece di risolverle. Ci troviamo così, come afferma Vivien Schmidt[10], con “politiche” europee prive di “politica”, laddove i Paesi membri vivono di “politica” senza “politiche”. Le “politiche” vengono intese, in questo caso, come la capacità di prendere decisioni che possano essere efficienti e per “politica” la possibilità di dar vita a decisioni legittime fondate sul discorso pubblico.

Sia la visione della disintegrazione, tanto l’integovernamentalismo, quanto la teoria dello stato regolatore e la visione federale non riescono a fuoriuscire del paradigma dello Stato-nazione quale unica forma politica possibile avente come fonte di legittimazione una sfera pubblica monolitica. Secondo Ulrich Beck, queste teorie sono deviate da un vizio di forma che affligge gli attori sociali e gli scienziati politici: il “nazionalismo metodologico”. La denuncia di Beck è condivisa anche da Habermas il quale afferma che dimenticandosi di essere in se stessa un prodotto artificiale, la coscienza nazionale si rappresenta nei termini di un prodotto naturale dato a priori rispetto all’ordinamento ricavato del diritto positivo e alla costruzione dello Stato. Appellarsi alla nazione “organica” significa così cancellare la contingenza e l’arbitrarietà storica dei confini politici, trasfigurandoli con un’aura di “sostanzialità contraffatta”.

Un necessario ripensamento della sfera pubblica europea:

Coloro che incorrono nell’errore del “nazionalismo metodologico” ritengono, dunque, impossibile realizzare una sfera pubblica pan-europea. L’inattuabilità di quest’ultima deriva dal fatto che viene pensata in base alle medesime caratteristiche delle sfere pubbliche presenti a livello nazionale. Questa è chiamata a soddisfare gli stessi requisiti: omogeneità etnica, culturale e linguistica. L’equivoco fondamentale in cui ci si imbatte, attraverso quest’interpretazione, è quello di identificare la lingua con la precondizione della deliberazione e della democrazia: la comunicazione. In questo modo non si fa altro che confondere il mezzo con il fine. Grimm ritiene – come altri d’altronde – che a causa della pluralità linguistica (24 riconosciute ufficialmente) i cittadini dell’UE non siano in grado di comunicare tra loro. Inoltre, non vi potrebbe essere alcun dibattito europeo senza mezzi di comunicazione condivisi quali giornali e televisioni. Grimm sostiene che:

« […] le perplessità sorgono dalla considerazione che una società in grado di intendersi discorsivamente sulle proprie questioni esiste in effetti a livello nazionale, non però in ambito europeo. Le strutture intermedie composte da partiti, associazioni, movimenti civici, media della comunicazione, senza le quali è impensabile un processo democratico vitale, mancano infatti in Europa, così che risulta assente anche quella sfera pubblica europea la quale rappresenta la condizione imprescindibile di tutti gli Stati democratici»[11].

Viene ravvisata così nel progetto europeo una politica guidata da élites, in cui risulta assente il popolo. In tal maniera, le differenze linguistiche rappresentano un limite invalicabile alla creazione di una sfera pubblica democratica in grado di oltrepassare i confini delle frontiere nazionali. La trasformazione dell’Unione Europea verso il paradigma di uno Stato federale porterebbe alla creazione di un’istituzione ancor più lontana dalla sua base sociale. «La legittimazione che ne deriverebbe sarebbe quindi solamente fittizia. Per uno Stato costituzionale europeo i tempi non sono ancora maturi»[12].

A ben vedere però, ciò che conta per la formazione di una sfera pubblica è la comunicazione e non la lingua. Come sottolineato da Kalus Eder e Cathleen Kantner[13], affinché si possa parlare di scambio comunicativo è sufficiente che vengano (1) dibattute le stesse tematiche allo stesso tempo e con la stessa attenzione, (2) utilizzati gli stessi criteri di rilevanza e di riferimento per dibattere. Se questi sono gli elementi costitutivi della comunicazione è dunque possibile pensare ad una sfera pubblica europea, non più in termini monolitici, ma come europeizzazione delle molteplici sfere pubbliche nazionali. Non è indispensabile che si condivida la lingua o i mezzi di comunicazione, ma è sufficiente che i singoli media nazionali parlino delle questioni europee contemporaneamente attraverso una prospettiva comune e condivisa. La soluzione non sta nella costruzione di una sfera pubblica sovranazionale, ma nella europeizzazione delle sfere pubbliche nazionali esistenti. «Queste, senza dover modificare profondamente le infrastrutture in vigore, possono aprirsi l’una all’altra. I confini delle sfere pubbliche nazionali diverrebbero in tal modo i portali di vicendevoli traduzioni».[14]

Ma questi criteri sono sufficienti affinché si possa parlare di sfere pubbliche europeizzate? Le funzioni svolte dalla sfera pubblica non si limitano ad una reciproca osservazione, così dunque non può bastare che i media nazionali discutano delle stesse questioni monitorandosi vicendevolmente. Ciò che caratterizza la sfera pubblica è il dibattito e la comunicazione che è alla base della formazione delle opinioni e della volontà di un ordinamento politico democratico. Ritorna così la problematica del soggetto chiamato a deliberare: il demos. La possibilità che si vengano a formare sfere pubbliche europeizzate è strettamente correlata alla questione dell’identità europea.

Larga parte della letteratura sulle sfere pubbliche ritiene che l’identità sia una precondizione ineliminabile, per queste ragioni si sostiene che non sia possibile una sfera pubblica europea. Il “nazionalismo metodologico” parte da premesse giuste, ma arriva a conclusioni sbagliate. È vero che la questione dell’identità è strettamente correlata a quella della sfera pubblica, ma identificando la comunicazione con la lingua si ipostatizza l’elemento identitario.

In realtà la relazione che intercorre tra identità e comunicazione è meno problematica dalla prospettiva della teoria deliberativa. Habermas non tratta infatti le sfere pubbliche o le identità collettive come qualcosa di dato. Le sfere pubbliche emergono nel processo stesso in cui le persone dibattono. Nel momento in cui si crea un dibattito su questioni comuni si reifica e reinterpreta la stessa comunità politica. Questo punto segue dall’affermazione di Craig Calhoun[15], secondo il quale le identità sono ridefinite nella sfera pubblica, il che le rende aperte al cambiamento. Sulla base di un concetto d’identità non esistenzialistico, Thomas Risse ritiene che si possa osservare anche l’emergere di identità europeizzate nella pluralità delle opinioni pubbliche europee[16]. La frequente interazione tra le persone e la condivisione di problematiche, come quella della crisi economica, connesse a simili esperienze di vita, sono in grado di incrementare il senso di comunità. È a partire dalla concezione della cittadinanza e della democrazia mediata discorsivamente, che la teoria deliberativa della democrazia include l’altro nella discussione pubblica, dal momento che la crescita esponenziale delle problematiche che influenzano la vita delle persone e che sfuggono al raggio d’azione degli Stati nazionali, compromettono la stessa possibilità delle persone di auto-organizzarsi sia come individui che come società. Laddove una concezione statica e culturalista dell’identità ritiene impossibile fondare una democrazia sulla partecipazione diretta dei cittadini europei a un dibattito transnazionale, adottando una prospettiva post-nazionale, che supera l’identificazione della comunità politica con la comunità di “destino”, lo sviluppo di uno spazio discorsivo europeo può fornire la base per una cittadinanza costituita da una pluralità dei demoi. La nascita di un’identità europea può perfettamente coesistere con quella nazionale. Detto in altri termini, non esistono identità monolitiche, ci si può sentire tanto europei quanto membri del proprio Stato. La globalizzazione ha infatti inciso anche sul sostrato culturale di solidarietà civica che costituiva le fondamenta dello Stato nazionale. L’integrazione politica di una società molto estesa, dal punto di vista di attuazione del processo di autodeterminazione democratica, è senz’altro il merito migliore della forma Stato-nazione. Tuttavia, sintomi di frammentazione politica sono oggi evidenti e mettono a nudo le difficoltà di una simile concezione della cittadinanza e della solidarietà. Per un verso, in virtù degli innumerevoli flussi migratori, lo scontro di diverse forme culturali e dei diversi mondi di vita porta a un indurirsi dell’identità nazionale, ma per altro, l’assimilarsi di una cultura globale smussa gli angoli delle sfaccettature che rendono uniche le singole culture autoctone e indigene, ammorbidendo il tutto. La solidarietà è sempre “solidarietà tra estranei” e questo vale sia nel contesto nazionale che in quello europeo.

Le sfere pubbliche, dunque, non sono date una volta per tutte, non preesistono alla comunicazione, ma soltanto all’interno di essa. Una comunità della comunicazione può essere costruita, decostruita e ricostruita tramite l’interazione intersoggettiva. Ciò che risulta indispensabile alla comunicazione è la condivisione del “mondo della vita”: ovvero di quel corpo comune di significati e di esperienze necessarie per comprendersi a vicenda. Siffatte ragioni spingono Risse ad aggiungere un terzo criterio – ai due proposti da Eder e Kantner – per poter parlare di sfera pubblica europea: (3) è lecito parlare di una comunità della comunicazione transnazionale solo nel momento in cui i parlanti (i demoi nazionali e i cittadini europei) si riconoscono come legittimi partecipanti al dibattito, inquadrando determinate questioni dalla medesima prospettiva[17]. Sia chiaro, adottare una prospettiva europea non significa adottare una medesima identità – intesa in senso forte – ma avere lo stesso quadro di riferimento per valutare la situazione ed essere consapevoli delle altrui posizioni.

Una comunità della comunicazione europea? La necessità di politicizzare l’UE

Se finora si è tentato di ricostruire il dibattito sulla possibilità della formazione di sfere pubbliche europeizzate, tuttavia non si è detto ancora nulla circa la reale esistenza di un’opinione pubblica europea.

L’attuale modello della governance europea ritiene che l’UE non possa che legittimarsi in base ai risultati raggiunti. Attraverso una concezione “paternalistica” dell’ordinamento sovranazionale le élite europee considerano – ricalcando così l’errore del nazionalismo metodologico – che vista l’impossibilità di una sfera pubblica non sia possibile politicizzare le questioni europee. Autori, come Stefano Bartolini[18], ritengono che la partecipazione diretta dei molteplici demoi nazionali alle politiche europee comprometterebbe la possibilità da parte dei governi dei Paesi membri di raggiungere un accordo sugli interessi comuni, trovando così risultati soddisfacenti.

La bassissima affluenza registrata nelle elezioni europee – passata dal 62% del 1979 al 43,09% del 2014 – viene interpretata dai sostenitori dello Stato regolatore come la dimostrazione del fatto che gli elettori non siano interessati all’UE dal momento che non si sentono europei. Sebbene sia indubbio che le elezioni europee vengano percepite come elezioni nazionali di secondo grado, anche i politici spiegano il loro focus “domestico” nelle campagne elettorali europee con il disinteresse dei cittadini. Di conseguenza, politicizzare l’UE in questo momento comporterebbe l’immediato fallimento del processo integrativo nell’istante in cui le singole comunità nazionali dimostrano di non riconoscersi a vicenda quali appartenenti alla stessa comunità politica.

Questa lettura contrasta con la circostanza che molti studi attestano come la maggior parte dei votanti voglia sapere di più sull’UE. L’assunto di fondo è che la crescita del sentimento anti-europeo sia legato alla mancanza del suo opposto. In quest’ottica, aprire alla politicizzazione vorrebbe dire incorrere nel rischio di una ri-nazionalizzazione, come dimostrerebbe emblematicamente anche il caso della Brexit.

Ad essere completamente rimossa è la possibilità che vi sia una crescente europeizzazione delle identità nazionali e che i cittadini possano giudicare le politiche dell’UE sul merito. Al contrario, la costante denuncia dell’esistenza di un deficit democratico a livello europeo, secondo Hans-Jörg Trenz e Eder[19], starebbe a testimoniare la nascita di una emergente comunità della comunicazione. Il deficit democratico non consiste nell’appropriazione da parte dell’UE delle competenze degli Stati membri, quanto nel non fornirne un degno sostituto a livello europeo. L’esito di questo processo è l’espropriazione della capacità di influenzare le “politiche” da parte della sfera pubblica informale. Il riferimento è rivolto alle scarsissime competenze legislative attribuite al Parlamento europeo dalla procedura di codecisione. Come se non bastasse, la crisi dell’euro ha contribuito ad aumentare la discrasia esistente tra le sfere pubbliche informali europeizzate, volte a politicizzare il discorso europeo e il centro amministrativo-istituzionale. Appare infatti emblematico il distacco tra i discorsi provenienti dalla Commissione europea, che hanno lo scopo di consentire la formazione di politiche sovranazionali senza “politica” e la contestazione emergente nella sfera pubblica. Il deficit democratico che ne risulta non è dovuto all’assenza del demos europeo, ma all’incongruenza esistente tra il luogo dove le decisioni vengono prese e quello dove queste agiscono. Tale contrasto ha fatto sì che le sfere pubbliche si risvegliassero assediando il centro istituzionalizzato, imponendo il loro dissenso vincolante al consenso permissivo che ha sinora guidato il processo d’integrazione europeo. Emerge così l’impreparazione dell’assetto istituzionale europeo ad affrontare la politicizzazione degli affari dell’UE. Le élite temevano che la politicizzazione dell’UE potesse condurre ad uno stallo politico, invero paradossalmente sta accadendo l’opposto: è la mancata politicizzazione del processo d’integrazione europeo a condurre verso il blocco dello stesso. La lezione che l’élite europea ha imparato dal proprio fallimento è stata quella di silenziare il dibattito pubblico, ma questi sforzi volti alla depoliticizzazione sono stati pagati a caro prezzo. Le questioni dell’UE sono rimaste visibili data la loro importanza. Temi come il cambiamento climatico, la politica monetaria, l’immigrazione, le politiche sociali, la sicurezza, gli interventi militari e l’ingresso della Turchia sono argomenti politici scottanti nella maggior parte degli Stati membri.

L’equivoco di base sta nel credere che sfere pubbliche europeizzate coincidano con il supporto verso l’Unione. La tesi che si vorrebbe provare a sostenere può apparire a prima vista inverosimile. Vale a dire, sottolineare il paradosso che individuerebbe nella crescita esponenziale dei movimenti euroscettici la nascita di un dibattito pubblico sulle questioni europee. Per questo, benché pericolosa, la politicizzazione è necessaria alla creazione dell’identità politica. Infatti, le persone sebbene non apprezzino le politiche europee, si identificano sempre più con l’UE. La fiducia nelle istituzioni europee non è mai stata così bassa, ma i livelli di riconoscimento sono cresciuti. Dibattere le questioni europee in quanto europei serve a costituire una comunità della comunicazione. Questo non significa consenso. D’altronde se per euroscetticismo si intende l’insieme di critiche volte all’UE allora euroscetticismo e politicizzazione sono la medesima cosa poiché ogni divergenza invoca un certo grado di disaccordo sulle politiche dell’UE. Il progressivo dissenso verso l’UE non fa che attestare la percezione che i cittadini hanno circa la rilevanza dell’ordinamento politico.

Dal punto di vista della teoria deliberativa e normativa della democrazia la politicizzazione è fondamentale. Controversie e discussioni sono ingredienti necessari per una sfera pubblica vivace e per un centro istituzionalizzato capace di trasformare gli impulsi provenienti dai processi comunicativi, posti alla periferia, in decisioni vincolanti. In questo modo, i dibattiti relativi alle questioni del processo integrativo e dell’identità europea, costituiscono il cardine di un’istanza di democratizzazione da parte della sfera pubblica. Il pubblico silente, attraverso il dibattito, si trasforma in pubblico capace di esprimere consenso o dissenso nei confronti delle politiche europee.

Comprensibilmente non è sufficiente che ci sia agonismo tra le parti, ma è necessario dar vita a politiche deliberative fondate sulla discussione e sul confronto. Il disaccordo è un presupposto necessario, ma non sufficiente alla nascita di un confronto discorsivo. Se il disaccordo non si articola in modo discorsivo rimane “contrapposizione” irriducibile e irrimediabile. Occorre, come si è detto, il riconoscimento dell’altro come appartenente alla medesima comunità politica. Ma esiste una simile agnizione tra le pluralità delle sfere pubbliche?

In questa prospettiva si può osservare la nascita di posizioni chiaramente europeizzate tra le diverse comunità della comunicazione. Il referendum greco, così come quello britannico hanno testimoniato come vi fosse una netta politicizzazione europea all’interno di ciascun Paese membro. Benché i quesiti fossero nazionali, le tematiche referendarie sono state dibattute all’interno delle molteplici sfere pubbliche informali come qualcosa che le coinvolgesse direttamente. In casi come questi, secondo Ruud Koopmans e Jessica Erbe[20], si può parlare di europeizzazione orizzontale. Laddove quest’ultima indica l’apertura di un pubblico nazionale verso gli altri, l’europeizzazione verticale sottolinea il rapporto che intercorre tra le sfere pubbliche europeizzate e l’UE. Un esempio può essere la tematica dell’austerity che viene posta in termini e prospettive comuni, proponendo una contrapposizione tra Stati debitori e Stati creditori che si riconoscono vicendevolmente come membri della medesima comunità politica. Allo stesso modo, si può individuare un nazionalismo cristiano e europeo contrario all’ingresso della Turchia. I movimenti “No-Euro” che sono sorti nell’eurozona avanzano delle istanze condivise e si riconoscono vicendevolmente come membri della stessa comunità e in quanto tali legittimati a prender parte al dibattito pubblico. Ciò viene attestato dal fatto che le posizioni espresse dalle singole sfere pubbliche, nei confronti di quelle degli altri Stati membri, non vengono più considerate ingerenze esterne. Appare dunque evidente la politicizzazione di queste linee di conflitto secondo prospettive europee. L’affiorare dell’opposizione alle “politiche” dell’UE implica necessariamente l’affermarsi di un soggetto in grado di muovere delle critiche: le sfere pubbliche europeizzate. Le rivendicazioni avanzate dall’euroscetticismo chiamano il centro istituzionale a giustificare le proprie decisioni nell’arena pubblica.

La discussione su quale Europa si vuole non può essere sottratta a coloro che ne fanno parte e ne subiscono passivamente le decisioni. Occorre prendere atto dalla politicizzazione – con la consapevolezza che è qui per rimanere – evitando che la prima decisione realmente deliberata dalle sfere pubbliche europeizzate possa essere quella di rinunciare all’Unione. I centri istituzionali hanno il compito di aprirsi alle istanze provenienti dalle sfere pubbliche europeizzate, dopodiché se ai cittadini informati non piace quello che vedono nell’UE, questo dovrebbe essere accettato come un normale e legittimo risultato espresso da un ordinamento democratico. Le élite sono chiamate a sostenere la loro visione dell’Europa all’interno del dibattito pubblico senza difendere l’UE al di là della forma politica assunta. Con il manifestarsi di sfere pubbliche europeizzate, l’era del consenso permissivo è probabilmente giunta al suo termine.

[1] Per approfondire la tematica della disintegrazione Cfr. W. Streeck , Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, Milano, Feltrinelli Editore, 2013. e J. Zielonka , Disintegrazione. Come salvare l’Europa dall’Unione Europea, Bari, Editori Laterza, 2015.

[2] Cfr P. Schlesinger, Europeanisation and the Media: National Identity and the Public Sphere, in Arena 7 working paper, 1995. e D. Grimm, ‘Does Europe Need a Constitution?’, European Law Journal 1(3): pp. 282–302, 1995.

[3] Cfr. J. Habermas, Fatti e norme. Contributi a una teoria discorsiva del diritto e della democrazia, Bari, Editori Laterza, 2013.

[4] J. Habermas, Fatti e norme. Contributi a una teoria discorsiva del diritto e della democrazia, Bari, Editori Laterza, 2013, p. 425.

[5] S. Petrucciani, Democrazia, Torino, Einaudi editore, 2014, pp. 126-127

[6] Cfr. G. Majone , ‘The Credibility Crisis of Community Regulation’. Journal of Common Market Studies, Vol. 38, No. 2, 2000, pp. 273–302. eThe European Commission: The Limits of Centralization and the Perils of Parliamentarization’. Governance, Vol. 15, No. 3, 2002, pp. 375–92.

[7] Cfr. A. Moravcsik, ‘In Defense of the “Democratic Deficit”: Reassessing the Legitimacy of the European Union’. Journal of Common Market Studies, Vol. 40, No. 4, 2002, pp. 603–34. e A. Milward, ‘The European Rescue of the Nation State, Routledge, 2005.

[8] Cfr. R. Bellamy , D. Castiglione , Legitimizing the Euro-“Polity” and its “Regime”: the Normative Turn in EU Studies, « European Journal of Political Theory», 2, 2003: pp. 7-34.

[9] Cfr. A. Follesdal, S. Hix, Why There is a Democratic Deficit in the EU: A Response to Majone and Moravcsik, Eurogov Paper, N. 05, 2005.

[10] V. A. Schmidt. Democracy in Europe: The EU and National Polities, Oxford University Press, 2006.

[11] D. Grimm, Il significato della stesura di un catalogo europeo dei diritti fondamentali nell’ottica della critica dell’ipotesi di una Costituzione europea in, Diritti e Costituzione nell’Unione Europea , a cura di G. Zagrebelsky, Roma-Bari, Editori Laterza, 2005, p. 20.

[12] Ivi, p. 21.

[13] Cfr. K. Eder , C. Kantner, Transnationale Resonanzstrukturen in Europa. In Die Europaisierung nationaler Gesellschaften, edited by Maurizio Bach, Wiesbaden: Westdeutscher Verlag, 2000.

[14] J. Habermas , La democrazia ha anche una dimensione epistemica? Ricerca empirica e teoria normativa, in Il ruolo dell’intellettuale e la causa dell’Europa, Roma-Bari, Editori Laterza, 2011, p. 106. Per approfondire la tematica relativa all’apertura delle sfere pubbliche nazionali cfr. J. Habermas , Perché l’Europa ha bisogno di una costituzione?, in Tempi di passaggi, Milano, Feltrinelli Editore, 2004, pp. 57-80.

[15] Cfr. C. Calhoun, Habermas and the Public Sphere, Cambridge, Mass.: MIT, 1992.

[16] Cfr. T. Risse., European Public Spheres. Politics Is Back, Cambridge University Press, 2014.

[17] T. Risse., A Community of Europeans? Transnational Identities and Public Spheres, Ithaca, NY: Cornell University Press., 2010, p. 156.

[18] Cfr. S. Bartolini, S. Hix, Should the Union be ‘politicised’ ? Prospects and Risks in Politics: The Right or the Wrong Sort of Medicine for the EU?, Notre Europe Policy Paper; 2006/19.

[19] Cfr. K. Eder , H. Trenz, The Democratizing Dynamics of a European Public Sphere: Towards a Theory of Democratic Functionalism, in European Journal of Social Theory 7, no. 1, 2004, pp. 5-25.

[20] Cfr. R. Koopmans , J. Erbe, The Transformation of Political Mobilization and Communication in European Public Sphere. Integrated Report: Cross-National, Cross-Issue, Cross-Time. Berlin: Europub.com, 2004.

 

VIDEO – La Partecipazione salvata. Teologia Politica e Immagini della Crisi

Vincenzo Rosito reinterpreta il lessico contemporaneo della crisi attraverso gli strumenti della teologia politica ed economica. Vengono dunque analizzate le complesse articolazioni del mondo contemporaneo in cui è sempre più urgente un coinvolgimento libero e consapevole di ciascun individuo nei processi rappresentativi e decisionali. La categoria teologica e filosofica di “partecipazione” può rappresentare un modello privilegiato per trasformare, in una prospettiva critica e inclusiva, gli equilibri economici e politici della nostra epoca.

Teologia politica e teologia economica

di
Vincenzo Rosito

La crisi in quanto “esperienza critica” vissuta da un determinato contesto sociale e in un preciso frangente storico non è qualcosa di nuovo per la filosofia occidentale. Pertanto l’attuale crisi economico-finanziaria che le società occidentali stanno attraversando si offre quasi naturalmente alle analisi della filosofia politica o delle scienze sociali. È dunque una necessità, nonché un compito quasi naturale, quello di leggere e interpretare la crisi mentre la si attraversa, osservarla da un prospettiva interna conservando pur sempre lo spazio della riflessività. Filosofia e crisi sono infatti legate da un vincolo stretto e indissolubile poiché uno dei compiti che da sempre contraddistingue la riflessività occidentale è proprio l’esercizio della critica, l’esercizio cioè del giudizio sull’ora, sull’evento che si offre allo sguardo di chi avverte l’impellenza di interpretarlo. Nella lettura filosofica della crisi è dunque necessario riconoscere la “criticità” di un rapporto, ovvero la criticità del rapporto che per eccellenza contraddistingue la razionalità occidentale: quello tra il soggetto conoscente e l’oggetto conosciuto.

L’analisi della crisi economico-finanziaria che ormai da diversi anni incombe a livello planetario sta lentamente orientando la riflessione filosofico-politica intorno alle modalità con cui la realtà economica determina o condiziona gli universi di senso in cui gli agenti sociali si collocano e agiscono. Il potere economico non si manifesta soltanto come influenza esercitata dai mercati, dagli istituti bancari o dalle imprese multinazionali sulle sorti della vita politica e sociale. Il potere stesso, nella sua generalità infatti, non può essere letto esclusivamente come  capacità propria di un agente specifico di determinare il comportamento di un altro agente. Tale visione monodirezionale dei rapporti di potere non è più in grado di fornire una lettura adeguatamente efficace del mondo contemporaneo e dell’intera storia sociale dell’umanità. Il potere è piuttosto uno strumento necessario e onnipervasivo a cui da sempre gli individui socializzati ricorrono per dare forma ai paesaggi istituzionali, politici e sociali in cui vivono; esso rappresenta la sostanza con cui si sono combinati, nel corso dei secoli ruoli, pratiche e saperi ben precisi. Il potere, compreso quello economico, ha sempre una dimensione pluridimensionale nel senso che è lo strumento principalmente usato per dare forma alla soggettività sia al livello micrologico delle relazioni interpersonali che al livello più esteso dei rapporti sociali.

Il dispositivo della teologia politica fa leva proprio su questo presupposto: sondare il rapporto esistente tra sapere teologico e potere, non essendo quest’ultimo sinonimo di dominio ma di organizzazione di un campo simbolico e pratico di rapporti. La teologia, essendo a sua volta discorso razionale e riflessivo sul rapporto tra un Dio personale e creatore e un essere libero e creato, ricorre alla configurazione di un sapere specifico oltre che a categorie capaci di determinare assetti relazionali e dunque specifiche strutture sociali. Il rapporto tra sapere teologico e discorso filosofico sul potere è dunque alla base della specificità della teologia politica la quale in maniera del tutto particolare si presenta come disciplina che più di ogni altra ha una matrice al contempo teologica e filosofica.

La teologia politica non può essere confusa né con la politica della teologia, né con la teologia della politica. Se la prima rimanda a un concreto assetto del potere politico assoggettato all’ingerenza e al dominio del potere religioso, la seconda descrive la posizione di quest’ultimo quando è strumentalmente impiegato nel rafforzamento della coesione comunitaria di un dato contesto sociale e politico. Pertanto la teologia politica non coincide con lo studio dei rapporti storicamente dati tra la sfera del politico e quella del religioso, ma indugia piuttosto sui processi collettivi di produzione di alcuni significati sociali, ovvero sull’interazione epistemica tra il sapere teologico e quello filosofico.

Carl Schmitt ha contribuito più di ogni altro a elaborare lo statuto contemporaneo della teologia politica. Il presupposto di questa disciplina è che la teologia cristiana implica inevitabilmente un’immaginazione produttiva del potere politico. Questo assunto è in grado di fondare la tesi secondo cui la costruzione teorica della sovranità, che ha caratterizzato la storia politica e istituzionale della modernità, trova il suo fondamento nella riflessione teologica sull’unicità trascendente di Dio. Secondo Schmitt il paradigma del potere politico statuale viene a costituirsi in relazione a un processo di secolarizzazione delle categorie teologiche. In realtà più che sulla circolarità ermeneutica tra l’ambito teologico e quello filosofico-politico, la riflessione di Schmitt si concentra sulla dinamica storica della secolarizzazione, ovvero su quella struttura epistemica che rappresenta l’alveo in cui i concetti politici moderni sono stati generati. Più che una genealogia storica delle categorie politiche, il giurista tedesco offre una teoria del potere in relazione alla dinamica storica e sociale della secolarizzazione, essendo la sua principalmente una sociologia dei concetti giuridici. Schmitt è dunque interessato a quell’ambito specifico dell’organizzazione moderna e occidentale del potere politico che viene identificato con il paradigma della sovranità e al rapporto di questa con la produzione normativa. Egli guarda al mondo delle relazioni politiche dalla prospettiva dell’autorità statuale; l’ambito del politico sembra così esaurirsi nei dispositivi teologici con cui i soggetti politici occidentali hanno immaginato e implementato l’idea di autorità la quale rappresenta, a sua volta, il momento concettuale intorno a cui il mondo delle istituzioni e dei poteri si è strutturato nella forma di una potestà decisionale fondata e regolamentata dagli usi specifici della norma giuridica.

Nella prospettiva schmittiana è quasi del tutto assente l’idea che la teologia politica sia soltanto uno dei paradigmi scaturiti dalle trasformazioni storiche dei concetti teologici. Accanto a essa, infatti, si dovrebbe collocare un secondo paradigma identificabile con la teologia economica. Quest’ulteriore ambito disciplinare allarga la prospettiva tanto della filosofia quanto della teologia sull’analisi del potere configurato non solo in una chiave politico-statuale ma anche amministrativa e governativa. Accanto alla dimensione politica e istituzionalizzata del potere sovrano, immaginato come un movimento discendente e gerarchico da cui sono scaturite le istituzioni politiche e giuridiche occidentali, deve essere pensata una dimensione economica del governo del mondo e dell’amministrazione dell’oikos in quanto spazio orizzontale e immanente dei rapporti di scambio effettuati a un livello domestico e sociale piuttosto che politico.

Le categorie fondamentali della teologia politica ricorrono al lessico teologico della trascendenza divina e ai modi con cui questa si rende effettivamente esperibile nel suo intervento efficace sul mondo in quanto signoria che ordina il mondo. L’orizzonte terminologico della teologia economica si estende invece sul piano immanente del governo delle realtà mondane in quanto realtà da gestire e da amministrare. Se nell’ambito della teologia politica l’immagine di riferimento era principalmente quella di un Dio trascendente e personale in grado di strutturare, mediante ordini di potere, il mondo degli uomini, nel paradigma della teologia economica Dio è piuttosto estraneo se non addirittura indifferente alla realtà delle cose del mondo. L’ambito dell’oikonomia viene fondato proprio da questa concezione teologica di Dio dalla quale scaturisce l’idea di un mondo che è il regno immanente degli atti con cui gli uomini amministrano l’ordinaria fruizione di beni e ricchezze. La sfera economica nasce dunque in relazione a una specifica concezione del mondo degli uomini in quanto spazio da governare. La realtà immanente dell’uomo, la sua oikia, si compone infatti di beni che devono essere gestiti da bravi amministratori i quali sono stati delegati da un padrone momentaneamente lontano, ma che non tarderà a venire.

È dunque più che mai necessario ricorrere a un doppio paradigma in grado di effettuare una ricerca critico-genenalogica intorno alla categorie della crisi. Il dispositivo teologico-politicono deve essere affiancato dall’autonomo paradigma della teologia economica. In quest’ultimo ambito è fondamentale il ruolo ricoperto dal modello trinitario con cui la teologia cristiana ha espresso la comunicatività costitutiva di Dio. Esso rappresenta un luogo imprescindibile per le genealogie dei concetti teologico-economici come, ad esempio l’idea di commercio (commercium) o di interesse (inter-esse). Sono queste, infatti, specifiche categorie teologiche che nel corso dei secoli hanno espresso prima di tutto i rapporti di mediazione interna e di interazione tra le persone della comunità trinitaria.