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Penisola, arcipelago, deterritorializzazione. Dove va il filosofare italiano?

 

La natura storica della filosofia italiana si è divisa, da tempo, tra “deterritorializzazione” (R. Esposito) e “universalizzazione”. La storia della frammentazione dei comuni, all’epoca del Basso Medioevo prima e il destino delle divisioni interne, nonché della sottomissione a potenze straniere, dopo, ha fatto dell’Italia, anche dal punto di vista filosofico, un terreno di continue sperimentazioni per nuove sintesi riguardanti il senso del mondo. In primo luogo un senso della natura, poi della storia e della politica, maturati nel contesto della riscoperta delle arti e delle filosofie greco-romane, all’epoca del Rinascimento. Questo aspetto “deterritorializzato” e cosmopolita della filosofia italiana, incentrata sul senso della natura e della storia si è conservato fino ai nostri giorni in una maniera del tutto originale. Gli assi fondanti il filosofare italiano sono, infatti, rintracciabili all’interno dei principali centri geo-storici intorno a cui lo stesso filosofare si è deterritorializzato, ovvero le diverse “capitali” del pensiero italiano. Se ne possono reperire sei o sette: Roma, Milano, Torino, Napoli, Firenze – Pisa, Lecce – Bari, Calabria – Sicilia.

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Italian Theory?

 

Che cos’è la cosiddetta “Italian Theory”? Per quali ragioni è diventata di recente così centrale in una serie di dibattiti ontologici e politici, soprattutto nel mondo anglofono, dibattiti che coinvolgono non soltanto la filosofia ma anche le scienze sociali? E anche: da dove proviene la sua spesso elusiva prossimità alla biopolitica, una politica per la quale, seguendo la definizione di Giorgio Agamben, “il potere non ha di fronte a sé che la pura vita biologica senza alcuna mediazione”?

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