Americana II. 6 gennaio 2021: insurrezione, colpo di Stato o cosa?

di Giorgio Cesarale

È appena terminato l’Inauguration Day della Presidenza Biden e un empito di emozione ha invaso il petto della stampa borghese, dalle Alpi alle Piramidi dal Manzanarre all’Hudson. Quel che si spera è che sia la volta buona per risistemare il volto, invero sfigurato, della vecchia signora “democrazia americana”. Bei tempi quando uno dei più commoventi combattenti per il “mondo libero”, Angelo Panebianco, poteva scrivere che “dalla fine della Seconda guerra mondiale” l’America “ha contribuito a difendere e a sostenere” la “società liberale occidentale”, di contro a tutti quei cattivoni dei totalitari, che magari oggi sono putiniani e filo-cinesi, ma ieri erano comunisti, e che, in quanto “nemici del libero mercato e della democrazia (occidentale)”, da “sempre, odiano l’America perché, con le idee e con le armi, ha sostenuto, e difeso (contro i vari tipi di totalitarismo che si sono succeduti nel corso del tempo), questi due pilastri della società liberale” (Le ipocrisie di chi odia l’America, “Corriere della sera”, 20 maggio 2017). Per le armi, ci sarà di nuovo tempo, specie se il nuovo presidente Biden non abbandonerà i propositi della vecchia amministrazione Trump, intensificando la guerra, commerciale e non, contro la Repubblica Popolare Cinese; per le idee, invece, spiace constatarne la scarsità o, quando ve ne sono, la confusione. Al loro posto subentra, dicevamo, il pathos, per alimentare il quale ieri si sprecavano i titoli su come l’America avrebbe “voltato pagina” fra un vocalizzo di Lady Gaga e una lacrima di Jill Biden.
Mettiamo da parte, tuttavia, i nobili sentimenti e proviamo ad aggiornare l’analisi di fase che avevamo fornito, anche su queste colonne, intorno alla situazione politica americana uscita dalle elezioni presidenziali del 3 novembre. In quella sede, dopo aver sostenuto che “Trump esce senz’altro sconfitto dalla contesa con Biden, ma ha rafforzato la sua presa sul blocco sociale conservatore, malgrado i mal di pancia delle aree più moderate del GOP, destinati probabilmente ad acuirsi”, concludevamo, con classica, ma non per questo meno incongrua, categoria gramsciana, che “una destra sempre più radicale mantiene le sue posizioni, raggiungendo una sorta di “equilibrio statico”, per citare il Gramsci dei Quaderni, con il centro liberale, ancora in possesso di molte casematte. Di fronte a situazioni analoghe, Gramsci tuttavia avvertiva: questi equilibri non durano a lungo, vengono per lo più risolti dall’intervento di un tertium. E questo tertium, a sinistra, ancora non si vede”. Il prosieguo degli avvenimenti ha pienamente confermato, mentre altrove si stappavano bottiglie di champagne, la nostra prognosi. Che ora va persino peggiorata: la nostra tesi, infatti, è che il tragicomico carnevale del 6 gennaio scorso a Capitol Hill abbia rafforzato di molto le prospettive politiche della destra radicale, a trazione trumpiana. Perché?
La risposta sta nella stessa sequenza di avvenimenti che porta dal 3 novembre 2020 al 6 gennaio 2021. Sappiamo come l’ormai ex Presidente Trump ha occupato questo tempo: tentando energicamente di sabotare la proclamazione di Biden come nuovo presidente degli Stati Uniti. Da un lato, facendo pressione su alcuni gangli della macchina dello Stato, come dimostra l’implorante richiesta al Segretario di Stato della Georgia, Brad Raffensperger, di “trovargli” quei voti, 11780 per la precisione, che gli avrebbero consentito di superare Biden in Georgia; dall’altro, decidendo di non smobilitare il suo popolo, ormai dotato di una colorita, anche se embrionale, struttura organizzata. Sì, organizzata: quando si parla di QAnon o dei Proud Boys magari l’affezionato lettore di “Repubblica” pensa a qualche mattacchione che crede di aver avvistato un Ufo, non certo a milizie armate, che creano consenso (sui social, ma anche per le strade) o usano quello esistente, per tenere sotto ricatto i maggiorenti del Partito Repubblicano. È evidente che i materiali ideologici di cui si nutre questa gente è pura ed esecrabile paccottiglia (paranoico-razzista e antiscientifica, in una parola: anti-illuministica), ma Trump, con l’intuito da rabdomante tipico dei demagoghi reazionari, lavora su un terreno già abbondantemente preparato per il suo messaggio. Facciamo un esempio: Trump protesta in modo vibrato contro i risultati delle presidenziali, giudicandoli fraudolenti. Il riconteggio dei voti, in due Stati (Wisconsin e la stessa Georgia), lo ha smentito: ma vi è ancora qualcuno, almeno fra quelli che vogliono fare scienza e non battaglia per il “mondo libero”, che sia disposto a negare che il sistema elettorale americano – pensato per una società agraria, pre-industriale, e dunque premiante spudoratamente i “borghi putridi” di ottocentesca memoria – produca risultati in costante tensione con il solenne principio della democrazia moderna “una testa, un voto”? È ancora una volta evidente che un conto è dichiarare falsamente che vi sono stati brogli; un altro è rilevare la non piena democraticità di una procedura elettorale. Ma la peculiarità della demagogia reazionaria è proprio quella di rompere le connessioni causali empiricamente e logicamente sostenibili: a effetti certi la demagogia reazionaria sovrappone cause fantasticate, che poi assumono un volto concreto sulla base di ciò che la teoria critica novecentesca ha chiamato, su scorta marxiana, reificazione (se c’è la crisi generale di capitale diamone la colpa all’ebreo, ieri, o al latino che preme alle frontiere, oggi).
Bene, il 6 gennaio 2021 queste due azioni, una centrata sullo “Stato” e l’altra sulla “società civile”, si sono accavallate: lo scopo era quello di interrompere la certificazione del risultato elettorale del 3 novembre 2020, giocando tanto sul “Palazzo” – come testimonia il coinvolgimento di alcuni membri repubblicani del Congresso nell’operazione – quanto sulla “piazza”, con le migliaia di estremisti di destra convocati alla manifestazione di protesta, coronata dal comizio “incendiario” dello stesso Trump. Il risultato è noto, con la violenta irruzione dei facinorosi nelle sale del Congresso. Insurrezione? Colpo di Stato? O cosa? Forse né l’uno né propriamente l’altro. Non un colpo di Stato, che presuppone un appoggio da parte dei settori più significativi della borghesia, che qui è vistosamente mancato. La borghesia americana è profondamente divisa al proprio interno, per ragioni che qui non abbiamo lo spazio per spiegare, ma è ancora complessivamente contraria alla diretta torsione autoritaria. Né si può parlare propriamente di insurrezione, che presuppone un certo coordinamento di forze su scala nazionale, che appare piuttosto in formazione, ma non è ancora conseguito. Al tentativo insurrezionale ci siamo però arrivati molto vicino: anzi, donde la nostra particolare preoccupazione, la relativa facilità con cui il coltello è stato affondato nel burro avrà un effetto straordinariamente galvanizzante sulle milizie della destra para-fascista. Badiousianamente, potremmo dire che con il 6 gennaio 2021 quest’ultima ha ottenuto il suo “evento”, un grosso moltiplicatore a lungo termine di energie soggettive.
Il cattivo presagio è corroborato dal modo, incerto, con cui il centro liberale sta affrontando la minaccia, essendo esso divaricato al proprio interno fra chi vuole usare la “mano dura” contro le milizie di estrema destra e chi vuole semplicemente spuntarne le armi. Ma anche la sinistra democratica-socialista è politicamente debole, come avevamo precedentemente diagnosticato: la sua rappresentanza parlamentare si è bensì irrobustita, ma non appare capace né di imporre una propria agenda (come ha dimostrato il sostanziale appeasement con Nancy Pelosi, personalità particolarmente invisa all’elettorato americano, di cui ha garantito la rielezione a Speaker della Camera dei Rappresentanti) né di suscitare un processo di organizzazione delle forze adeguato alla situazione presente. La minaccia para-fascista non si affronta infatti invocando gli impeachment, come fa Ocasio-Cortez, o meglio non solo con essi: servirebbe, a tal proposito, la costruzione di organismi di “doppio potere”, in cui possano anzitutto affluire, su base territoriale e senza discriminazioni di sesso, razza e nazionalità (altro che identity politics), tutte le componenti fondamentali della classe lavoratrice americana. Questi organismi non avrebbero solo una funzione difensiva, di argine all’espansione del trumpismo presso le classi popolari – comunque già contrastata, perché il bastione sociale del trumpismo non è il proletariato, culturalmente meticcio e altamente produttivo, ma la piccola borghesia e il piccolo capitale soffocati dalle recenti trasformazioni del capitalismo americano; essi potrebbero anche favorire il compimento di un processo che, sebbene ostacolato in tutti i modi possibili, da tempo spinge verso la formazione di un “partito di operai”, ma allo stesso tempo aperto “agli uomini illuminati di altre classi” (Engels), che è l’unica garanzia, a nostro avviso, per realizzare le promesse, quelle sì splendidamente democratiche, contenute, per un verso, nella “Rivoluzione anticoloniale” del 1776-1787 e, per altro verso, nella “Second American Revolution” (Charles A. Beard) del 1861-1865, con il suo ricco portato di idee e prassi emancipative. 1
La “regressione oligarchica” che deprime la repubblica statunitense può essere spezzata solo se si riapre l’orizzonte politico, introducendovi un terzo partito che sia espressione diretta degli interessi delle masse popolari, giacché, come diceva Gore Vidal, “there is only one party in the United States, the Property Party … and it has two right wings: Republican and Democrat”. 2

Notes:

  1. “Partito di operai” non significa, perciò, ridimensionamento dell’alta composizione sociale e culturale delle classi subalterne americane, attraversate, negli ultimi decenni, da imperiosi conati di lotta antirazzista, femminista, antiautoritaria, antimperialista. Significa, piuttosto, indicazione di una necessaria direzione, senza la quale la rivendicazione antirazzista o femminista non arriva a esprimere la potenza dell’universale reale, ma ripiega sul tessuto eterogeneo della “sfera della circolazione”, della perenne scomposizione e moltiplicazione delle particolarità, come tali destinate a rifluire nel discorso medio del liberalismo di sinistra. La discussione critica sul concetto di “identità”, che anima ampi settori della sinistra americana (si veda da ultimo Mistaken Identity di Asan Haider), coglie pienamente il problema, anche se è ancora incerta nell’individuazione della soluzione politica.
  2. Sarebbe paradossale, ma non è improbabile, che la sinistra lasci a Trump il compito di fare il terzo partito, rompendo il duopolio Repubblicani/Democratici.

Su “Presidenziali USA 2020: i sintomi per ora scompaiono, la crisi resta” di Giorgio Cesarale

Il breve ma come sempre acuto, informato e ben strutturato, pezzo di Giorgio Cesarale sulle recenti elezioni americane invita a una discussione, che cercherò da parte mia di tenere il più possibile nella cornice dei problemi lì indicati, per cercar di arricchire il quadro muovendo da punti di vista diversi, per approfondire qualche tema e aggiungerne pochi altri.

  1. La felice, fortunata e alla fine anche inaspettata, vittoria di Biden alle ultime elezioni americane è un esito vincente con dentro il frutto avvelenato (non dico proprio che si tratti di dona dei Danai) di un successo anche del perdente Trump, gonfio di oltre 70 milioni di elettori, in una competizione – non è un fatto irrilevante – che ha visto un numero straordinariamente alto di votanti. Chi ha vinto, chi ha perso, e come, che si deve fare oggi? La vittoria, dice GC, è del «centro liberale», da Clinton a Obama (tra i quali senza rovesciare il giudizio porrei qualche distinzione) che sarebbe riuscito nel vecchio gioco di tagliare le ali estreme dello schieramento politico, e perciò sia l’inqualificabile Trump che la sinistra, la quale, priva di apertura a nuovi corsi e di velleità riformistiche, fosse pur solo da anni ‘60, sarebbe stata confinata in quel recinto delle compatibilità di sistema che sta a guardia di Wall Street. Se Biden ha mostrato qualche sensibilità sociale in più rispetto alla Clinton, nella sostanza è, contro facili illusioni, un politico per cui «nothing would fundamentally change». La rincorsa a destra sarebbe stata impedita solo dalla teratologia trumpiana, messa per altro a nudo, dalle sue scelte a favore dei ricchi, dai suoi inopinati ritorni a Reagan e dalla disastrosa gestione della pandemia.
  2.    Un discorso ricco di spunti, ben connesso e coerente, di classica ispirazione. La conventio ad escludentum è un gioco così classico e implacabile da non poter essere a sua volta escluso dal nostro caso. E «nondimanco», è possibile forse anche ragionare diversamente, chiamare in causa altri sensi, non di necessità in tutto contrapposti a questi. Una prima lezione del nostro evento, si potrebbe argomentare, non è forse proprio la scomparsa politica del «centro»? Le tradizionali istanze moderate della liberaldemocrazia, le diversità politiche in campo repubblicano e le classiche distinzioni dei democratici tra destra e sinistra sono state messe in crisi dalla natura stessa dell’amministrazione trumpista. Il «centro liberale» avrà cercato di fare i suoi giochi, ma non sarebbe mai riuscito da solo ad abbattere o ferire gravemente un animale politico (un cinghialone?) come Trump. Ciò è tanto vero che la sconfitta del presidente in carica ha richiesto una fattuale alleanza del centro piuttosto conservatore, cui Biden certamente appartiene (apparteneva? apparterrà?), e la sinistra che, giustamente, piace a GC, quella del movimento «Black Lives Matter».  Non risulta che vi siano state, come accadde in altri tempi, consistenti defezioni a Biden da parte della sinistra di qualunque colore, né che i rappresentanti eletti abbiano tutti un medesimo colore grigiastro. Se – è il dato di fondo – Trump ha digerito, col suo gran corpo, l’intero partito repubblicano (i dissidenti del giorno dopo sono ora patetici), i democratici non potevano assolutamente mantenere in vita quelle tattiche frantumazioni con cui oggi avrebbero sicuramente perso. Il mutamento così radicale di un avversario condiziona in tutto l’altro. La novità allora di quest’elezione, sotto la spinta del ciclone Trump, è che ha costretto i democratici, volere o no, a un fronte unitario, conformato almeno un po’ al suo antagonista. Tra gennaio e febbraio di quest’anno era facile previsione che Trump avrebbe rivinto, a meno che non avesse sbattuto contro il muro della pandemia, che si fosse creata una certa unità tra i democratici e che  a guidarla ci fosse una figura moderata. Forse Bernie Sanders, che è trattato troppo male da GC (un vecchio amore «reprobato» ?), ha capito delle cose. E cioè: che da una catastrofe come quella di Trump si poteva uscire solo da «destra», che la «sua» sinistra avrebbe, con ottime probabilità, perso, che bisognava dare una mano al futuro, tenendosi anche pronto, senza tatticismi, a un eventuale ritorno delle proprie forze sulla scena politica. Certo Biden è quello che è (anche se i suoi programmi dovrebbero essere letti con più attenzione); ma questa disponibile debolezza, questo cedimento al buon senso (non di necessità centrista) era l’unica via per sbarazzarsi di Trump e può oggi persino costituire una paradossale chance della debolezza e della necessità.
  3.      Accade che in GC, che è sempre molto stimolante, si diano a volte due vie, che forse preludono a nuove sistemazioni concettuali. L’una è, direi, sistemica e classica, dispiegata a partire da nette «idées mères»; l’altra invece esprime un senso vivo e anche appassionato per la politica che si dà, per i fenomeni e i mutamenti che inesorabilmente nel tempo accadono e che si lasciano a fatica subito ricondurre a una trama già stabilita e collaudata. Questo riguarda, naturalmente, soprattutto, il discorso sul che fare oggi? Dopo aver interpretato, in maniera convincente, la natura del BLM, perché è cresciuto e quali effetti ha avuto, GC si trova ad affrontare il presente: la necessità di fare i conti, non solo al Senato, con i repubblicani, e, aggiungerei per mio conto, la nuova forma-partito che, volere o no, i democratici, pur nel classico modello americano, sono costretti a darsi, per far posto sia ai democratici moderati che ai vivaci democratico-socialisti. Ma certo, si osserva a ragione, ciò non basterebbe a ricostruire un paese. Con forza si denuncia l’assenza di una credibile ipotesi strategica che, aprendo nuovi spazi per una ricomposizione ricca del partito, nell’immediato prema a sinistra su Biden e nel tempo lungo possa aspirare, come si diceva un tempo, a un’alternativa che con sia solo mera alternanza. Qui si possono porre poco più che domande. GG insiste, e a ragione, sull’importanza di nuove forme organizzative del partito e del sindacato. Da parte mia aggiungerei anche la classica questione dei contenuti o delle istanze teorico-politiche che occorre darsi. Certo, taluni passi sono necessari e comuni anche all’America: si tratta di rafforzare o introdurre quelle misure di Welfare, in particolare riguardo alla sanità e alla scuola, che, utili e razionali, devono far parte del concetto stesso di cittadinanza democratica. Ma la sinistra è sicura che le sue tradizionali ricette, a cominciare da una qualche statalizzazione, o persino pubblicizzazione, dei mezzi di produzione, siano ancora sufficienti a vincere, specie in paesi di così forti spiriti animali come l’America, che non inducano a prevedibili sconfitte?; che basti il ritorno a Keynes, per affrontare l’oggi; che una sorta di vago sentore di economia di guerra non aleggi ancora nel suo immaginario? Non sarà un nuovo New deal, ma a suo modo, affannosamente e pescando idee da ogni parte, Roosevelt pure esprimeva novità, un senso del tempo. Qualcosa di diverso certo, eppur di analogo si richiederebbe anche oggi, quando la pandemia, soprattutto per iniziativa dei giovani e delle donne, potrebbe pur sempre costituire un’occasione, e persino una «disposizione grandissima» al mutamento.

Presidenziali USA 2020: i sintomi per ora scompaiono, la crisi resta

Dall’altro ieri sera (ore italiane) il quadro intorno ai risultati delle appena trascorse elezioni presidenziali americane sembra acquistare un colore meno sfocato: Joe Biden, vincendo in Pennsylvania, ha superato la soglia dei 270 delegati necessari per essere eletto. La guerriglia legale di un Trump che, mentre rifiuta il concession speech, gioca a golf sui dolci declivi di Sterling (Virginia), sembra destinata a continuare, ma non “sfonda”, trova per ora meno sponde in quella magistratura, che pure ha provato in vari modi a “colonizzare” nei suoi anni da Presidente. Mettiamo però da parte il tourbillon e i toni derisori che passano per le bocche di scrittori e intellettuali così terrificati dai circa 71 milioni di voti per Trump da insolentire il loro stesso passato da sperticati laudatores dell’american way of life e proviamo a fissare alcune coordinate generali, prima di breve e poi di lungo periodo:

1) la strategia del centro liberale americano, impersonata dai clintonites e dagli obamians e avviata subito dopo le scorse elezioni di mid-term, è pienamente riuscita. Il suo obiettivo era duplice, e per questo non privo di una sua complessità realizzativa. Si trattava, infatti, da un lato di imprigionare la sinistra, fuori e dentro il Partito democratico, entro il quadro di compatibilità previsto dal sistema politico americano, che funziona attraverso la conventio ad excludendum nei confronti delle ali “estreme” (il goldwaterismo, a destra, e le varie forme di democrazia “radicale”, socialista, a sinistra); dall’altro, di scacciare il trumpismo dalle stanze del potere, con le sue scombiccherate anomalie, inadeguate per una potenza economica e politica che, benché in costante declino relativo, ha ancora alcune carte da giocare (soprattutto sul terreno tecnologico e militare). L’operazione era complessa soprattutto per un motivo: il centro liberale, che è a guardia degli interessi di Wall Street e di potenti lobby industriali, non ha alcuna intenzione di rinverdire i fasti del New Deal o di inaugurare una nuova stagione “riformista” (come fu capace di fare, in mezzo a terribili contraddizioni, durante gli anni ’60). È vero che il programma economico di Biden è più sensibile alle istanze della classe lavoratrice della Rust Belt di quanto fosse quello di Hillary Clinton. Ma sui capitoli centrali del “salario globale di classe” (costi dell’istruzione universitaria, della sanità etc.), Biden non ha promesso nulla di sostanziale (“nothing would fundamentally change”, ha detto l’attempato senatore a una platea di ricchi donatori qualche tempo fa; dovrebbero tenerlo a mente i suoi novelli cantori “progressisti” nelle desolate plaghe italiane). Questo avrebbe ancora una volta esposto il Partito democratico alla rincorsa della demagogia reazionaria, “populista”, anti-tecnocratica, se non fosse che Trump è Trump, e cioè apparentemente un difensore del forgotten man, della middle class in affanno; in realtà un promotore di ingenti tax cuts a favore dei più ricchi. Durante la pandemia, questo nodo si è sciolto, non solo per la sua indifferenza verso le preoccupazioni sanitarie di larghe sezioni di quell’elettorato che in passato non gli aveva negato il consenso (gli elettori over 65), ma anche per la sua plateale conversione a una politica più “reaganiana”, rivelata dalla sua ostilità al riaggiornamento dei piani di salvataggio. “Ognun per sé” (il liberismo) e “Dio per tutti” (con la nomina della fondamentalista Coney Barrett a giudice della Corte suprema) è tornato a essere il mantra della destra americana.

2) perché questa correzione di rotta? Il motivo sta probabilmente nella ripresa di vaste mobilitazioni di massa, dietro l’insegna di Black Lives Matter. La tumultuosa crescita di questo movimento ha spaventato il blocco sociale conservatore, inducendolo a stringersi ancora una volta al GOP e al suo leader, richiamato tuttavia alle funzioni elementari di protettore di law and order, di custode della sacrosanctitas della proprietà privata 1. Ma perché BLM è cresciuto così vertiginosamente? Di questo movimento, come è noto, sono state fornite molte spiegazioni, che giustamente risalgono agli insuccessi dei tentativi di includere più organicamente la popolazione afroamericana entro i ranghi della democrazia. Ma sono state trascurate le motivazioni immediatamente politiche, la frustrazione provata da ampi segmenti dell’elettorato democratico-socialista per il fallimento dell’ultimo tentativo di riforma del sistema dall’interno, quello di Bernie Sanders. Ritirandosi dalle primarie democratiche senza ottenere nulla in cambio, né la promessa di alcuni posti-chiave nella amministrazione Biden né quella di mettere capo a qualche seria politica redistributiva, Sanders ha disarmato il suo campo, lo ha privato di direzione politica. A quel punto (Sanders si è ritirato dalle primarie democratiche a metà aprile; le grandi manifestazioni BLM appaiono alla fine di maggio) l’uscita di alcuni settori, specie giovanili, verso l’azione diretta e di massa era quasi inevitabile.

3) con ciò, ritorniamo all’oggi e al quadro che ci consegnano le elezioni presidenziali: Trump esce senz’altro sconfitto dalla contesa con Biden, ma ha rafforzato la sua presa sul blocco sociale conservatore, malgrado i mal di pancia delle aree più moderate del GOP, destinati probabilmente ad acuirsi. Biden, conformemente alla natura del suo stesso progetto, proverà a solleticare gli appetiti di questa parte del Partito repubblicano, promettendo a essa alcuni posti nella sua amministrazione; del resto, con un Senato che rimane nelle mani dei repubblicani, si tratta, per lui, di una scelta quasi obbligata. Il problema è l’assenza, in questo contesto profondamente instabile e polarizzato, di una credibile ipotesi strategica da parte della risorta sinistra democratico-socialista 2: tramortita dal successo dei liberali, di cui ha sottovalutato le ancora enormi capacità di influenza, essa oscilla fra collateralismo (nutrito dalla speranza che i movimenti sociali, facendo pressione sull’amministrazione Biden, riaprano spazi di manovra a Bernie, AOC etc.) e riflusso nella jacquerie urbana: die Organisationsfrage, la questione dell’organizzazione, di partito, sindacale etc., dovrebbe essere al centro delle preoccupazioni delle forze più avanzate della sinistra. Ma così è soltanto in ridottissima parte.

Per concludere: una destra sempre più radicale mantiene le sue posizioni, raggiungendo una sorta di “equilibrio statico”, per citare il Gramsci dei Quaderni, con il centro liberale, ancora in possesso di molte casematte. Di fronte a situazioni analoghe, Gramsci tuttavia avvertiva: questi equilibri non durano a lungo, vengono per lo più risolti dall’intervento di un tertium. E questo tertium, a sinistra, ancora non si vede.

Notes:

  1. Di ciò sono emblema i coniugi McCloskey, immortalati mentre impugnano le armi per proteggere la loro villa dalle manifestazioni BLM (https://www.bbc.com/news/election-us-2020-53891184). Per questa superba prova di eroismo proprietario sono stati perfino invitati a parlare alla convention repubblicana.
  2. Fuori o dentro il partito democratico? Se fuori, partito del lavoro o dei movimenti? Organizzazione con un certo grado di centralizzazione o federazione dei movimenti, sulle orme della rainbow coalition degli anni ’80 etc.?