Virus e Logos

Virus e Logos [Guardare avanti: esercizi di utopia razionale] è lo spazio libero di riflessione e di dibattito in relazione alle implicazioni che l’epidemia di Covid-19 sta portando alla società globale. Chiameremo a raccolta filosofi, sociologi, psicologi, giuristi, biologi e medici a confrontarsi sulle prospettive che questa situazione epidemica può dare alla società di domani. La riflessione sarà libera ma rigorosa a partire dai vari ambiti di ricerca.

Chi conta i numeri che contano?

Nell’articolo “Agire dalla perplessità: tra pratiche di sopravvivenza, impotenza ideologica e dialoghi dalle autonomie”, una riflessione che rimette i binari di queste umorali montagne russe in pari con la potenza liberatrice della ragione scettica, la filosofa e attivista Francesca Gargallo (attraverso le sue conoscenze accademiche e i dati delle sue esperienze nei collettivi femministi di donne indigene e popolari) prova a rispondere alla domanda: «Cosa intendono quando ci dicono che dopo questa crisi nulla sarà più come prima?». Come sempre Gargallo non indica delle soluzioni, ma i luoghi in cui dirigere lo sguardo quando ci sembra di poter interrogare nient’altro che le nostre mura domestiche.

Il virus della Sacra Famiglia

Figlia del retaggio cattolico-ortodosso patriarcale che domina la nostra cultura, la famiglia, più che essere mantenuta e conservata nella propria sacralità, va ripensata come primo momento di un processo di emancipazione e di realizzazione di sé, affinché diventi il punto di partenza e non il fine dell’uomo.

Giudicare in tempo di crisi

Nel profluvio di riflessioni sorte a commento degli effetti della pandemia da Covid-19, il richiamo al concetto e allo stato di crisi è uno dei più diffusi. È un richiamo da prendere sul serio se si vuole approntare una cornice concettuale di fondo in grado di inquadrare correttamente il rapporto tra le nostre azioni e il contesto generale scaturito dalla pandemia.

L’ARTE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS. LA “CHIUSURA” ALL’ARTE È LA “CHIUSURA” ALLA VITA

Purtroppo non abbiamo appreso nulla dalla riflessione di tutti i più grandi filosofi: da Hegel a Nietzsche, da Kant a Gadamer, Diderot, Voltaire, Schopenhauer, e tanti  altri: ogni volta che parliamo di arte ci ostiniamo a considerarla un divertissement, un lusso, un momento di piacevole distrazione dopo le fatiche quotidiane.

“Basta che c’è la salute…” (In uno stato di polizia)

Ha detto, in questi giorni, il “vegliardo” Habermas, in un’intervista rilasciata a Le Monde e tradotta per La Repubblica: «Da un punto di vista filosofico, mi colpisce che la pandemia oggi costringa tutti a riflettere su qualcosa che prima era noto ai soli esperti. Oggi, tutti i cittadini stanno imparando come i loro governi debbano prendere decisioni ben sapendo i limiti delle conoscenze degli stessi virologi consultati. Raramente, il terreno per l’azione in condizioni di incertezza è stato illuminato in modo così vivido. Forse questa esperienza insolita lascerà il segno nella coscienza della sfera pubblica»

Crisi sociale e pandemia: riflessioni sulla barbarie del capitale.

Con la velocità tipica del mondo iper-connesso di oggi, si è generato un lessico della «crisi» che sta condizionando il dibattito politico globale. All’interno di questo tsunami di informazioni, dettate dall’agenda della pandemia, il pensiero critico tenta di opporre analisi crude e puntuali circa i concetti che governano il discorso pubblico.
Il filosofo brasiliano, Anderson Deo, analizza la situazione epidemica come crisi del capitalismo, ma non del capitale che, come sempre, trae forza e rinnovato potere a danno del proletariato

LA CONNESSIONE ASSENTE. Digitalizzazione degli spazi e contrazione dei diritti

Francesco Iacopino e Domenico Bilotti
La sospensione prolungata di tutte le attività di contatto relazionale ha determinato l’ampio ricorso agli strumenti informatici per concretizzare nell’emergenza i livelli essenziali di divisione sociale del lavoro. Gli strumenti cognitivi che il web offre al mondo del diritto vanno certo intestati a fondamento di risorse euristiche ed ermeneutiche prima sconosciute; tuttavia, la sensazione sempre più percepita è che l’utilizzazione delle piattaforme telematiche in luogo della ineliminabile ordinarietà della relazione sociale si stia rivelando un escamotage, neanche troppo raffinato, per comprimere ulteriormente, sotto l’alveo rassicurante di un paternalistico stato d’eccezione, situazioni giuridiche soggettive costituzionalmente protette.

Coronavirus, porci(,) capitalisti e l’inizio del XXI secolo. Si inaugura un’altra epoca?

La significativa politica sanitaria, di fronte a un evento che coinvolge il popolo nel suo insieme (Pandemia), deve tentare un esercizio integrale che assorba (nella contingenza) le altre dimensioni della politica pubblica, il resto dei programmi sociali, di ridistribuzione e di salario politico. Nell’immediato lo sguardo va alla questione di come preservare vite umane, di attenuare il numero delle vittime, diventa prioritario, da un lato, come dare assistenza ai membri della società che passano alla condizione di “malati gravi”, che lancia una sfida a una miserabile infrastruttura ospedaliera di terzo livello.

COSA ABBIAMO IMPARATO (E COSA POTRA’ ANCORA INSEGNARCI) L’EPIDEMIA DI COVID-19

La statistica medica ci offre un quadro chiaro dei numeri della pandemia. Abbiamo biosgno di chiarire i problemi per capire le soluzioni. Un articolo chiaro e conciso, un’accusa seria circa le responsabilità e alcune cose che possiamo imparare tutti da questa emergenza planetaria.

Contingenza e liquidità: il pensiero corto e gli interrogativi della pandemia

Il pensiero è divenuto illustrazione di ciò che è già, di un esistente che non ha ieri e neanche domani, l’immutabile continuità di innovazione senza novum. Perché questo è ormai il suo statuto epistemologico, lo statuto appunto degli specialismi, del pensiero corto. E perché la politica rimane così orfana di ogni intelligenza sociale e si riduce anch’essa ad amministrazione dell’esistente, – nella migliore delle ipotesi – ad abilità immunitaria, che appresta un tappo per ogni buco che si apre.
Eppure non è detto che tutto vada necessariamente così. E per tre ragioni.

LA NECESSITÀ DELLA PARTECIP-AZIONE

Si devono affrontare le sfide del proprio tempo come una novità radicale (e non mi riferisco certo al loro contenuto, assai spesso simile, bensì al problema che pongono hic et nunc) poiché altrimenti non sarà mai possibile giungere ad alcuna proposta in grado di soddisfare le necessità di volta in volta avvertite. È dunque l’atteggiamento e il pensiero vivo, euforico, volenteroso, che deve rinascere, e certo non si potrà accusare questo tentativo di esser stato vuoto. Semmai troppo “pieno”.

Fenomenologia del Coronavirus

di Francesco Sirleto
Se c’è invece un insegnamento da trarre da tutta questa tremenda tempesta, esso consiste nell’esatto contrario della scelta solitaria e/o nazionalistica: l’umanità (perché è l’intera specie umana in pericolo, non questo o quel popolo) si può salvare soltanto se riscopre ciò che ci rende uomini, vale a dire membri di un’unica comunità mondiale, possessori della medesima essenza, costituita da enormi capacità e possibilità, ma anche da fragilità, debolezze, insicurezze, bisogni di solidarietà e di aiuto reciproco.