Dal governo rappresentativo alla oclocrazia digitale: il nuovo mito della comunicazione digitale

Luigi Somma

Dibattere sulla presente crisi del sistema rappresentativo di governo vuol dire muoversi su un terreno assai instabile. Se facciamo fede all’impostazione seguita da Bernard Manin nella sua analisi teorica sui governi rappresentativi, possiamo osservare come il sistema rappresentativo, pur essendosi conservato nel tempo, abbia presentato importanti mutamenti che ne denotano una grande attitudine alla flessibilità. Giungere a parlare di una “crisi del sistema rappresentativo” potrebbe, dunque, voler dire metterne in luce le trasformazioni interne e non analizzare le fasi preludenti al declino di tale sistema. È necessario  – come suggerisce Urbinati – non ricorrere ad un esame puramente analitico di tali processi trasformativi, che registri questi fenomeni soltanto quando sia già occorso un mutamento. Sarebbe più utile descriverne le trasformazioni salienti nel momento in cui esse sono ancora in atto, e dunque definire tutti quei fattori che operano in essi nel bel mezzo della crisi delle istituzioni. Non dobbiamo sottovalutare il rischio che una tale “percezione della crisi” che riguarda gli aspetti formali e procedurali delle istituzioni, possa produrre nei cittadini un certo scetticismo riguardo al valore della democrazia. Perché uno dei rischi presenti è che si vada incontro «alla trasformazione della democrazia in un’ideologia» (N. Urbinati, 2013), ovvero che si sovraccarichi la democrazia di impegni, promesse e obiettivi che essa non può empiricamente realizzare in un dato contesto politico-istituzionale. Nel rendere conto delle trasformazioni della forma rappresentativa della democrazia, dobbiamo rimarcare come l’uso popolare di internet e delle nuove tecnologie della comunicazione, abbia portato ad avanzare richieste di maggiore inclusione da parte dei cittadini nella discussione pubblica politica e alla nascita di forme di “democrazia rappresentativa diretta”.

Mi trovo in accordo sia con Manin sia con Urbinati, quando essi sostengono che oggi i partiti non siano in declino, ma che sia semplicemente mutata la loro funzione; ad essere in declino è, piuttosto, un dato modo di essere e di declinare la funzione dei partiti. Bernard Manin individua magistralmente, nei Principi del governo rappresentativo, tre distinte fasi di trasformazione della democrazia rappresentativa, che dal “parlamentarismo del notabilato” ci conducono dapprima alla “democrazia dei partiti” e, infine, alla “democrazia del pubblico”. Mi soffermerò, in questa sede, circa la definizione di questo ultimo passaggio, elaborato da Manin in tempi che non avevano ancora conosciuto l’incredibile evoluzione dei mezzi di comunicazione e di internet. Quest’ultimo aspetto dovrà essere analizzato più attentamente alla luce degli elementi che di seguito saranno presi in esame. La nascita dei partiti di massa, intorno alla fine del XIX secolo, apparve come il segno di un’apertura orizzontale del rapporto tra rappresentanti-rappresentati; essa non rappresentò soltanto il declino dell’”elitismo dei notabili”, ma anche la speranza che finalmente la classe lavoratrice potesse essere rappresentata in parlamento, cioè che potesse essere rappresentata da candidati nei quali potesse finalmente identificarsi. La realtà storico-politica ci racconta, piuttosto, un’altra storia e cioè di un’ élite politica che andò semplicemente sostituendosi ad un’altra. Ciò nonostante, nella “democrazia dei partiti” il popolo votava per il partito, e non direttamente per i rappresentanti, sulla base di un legame che era stretto intorno ad un sentimento di identificazione, e che era lo specchio dei rapporti di classe; le preferenze politiche erano sempre frutto di rapporti socio-economici, che finivano per determinare anche le contrapposizioni elettorali. Ancor più importante è sottolineare come la funzione esercitata dai partiti non si limitasse soltanto alla gestione della competizione elettorale; il partito aveva, infatti, una funzione regolatrice dell’espressione dell’opinione pubblica. I partiti di massa si configuravano come organizzazioni integrali: quando un elettore concedeva il proprio sostegno ad un partito gli si dava completamente giacché l’aderire ad un partito voleva dire aderire ad un intero programma culturale, ad un’intera visione riguardante tutti gli ambiti dell’esistenza umana[1]. Essi erano caratterizzati anche da una struttura organizzativa periferica o territoriale, che li rendeva un essenziale organo di raccordo tra stato e società; in tal modo, il partito assolveva  due importanti funzioni: da una parte, si configurava quale “corpo intermedio” nell’esercizio di funzioni di limitazione del potere, e dall’altra costituiva un’importante cerniera tra le istituzioni e i cittadini, ai quali era garantita una maggiore partecipazione attraverso narrazioni ideologiche, che contribuivano a generare un grande sentimento di appartenenza politico-identitaria.

Ora, tuttavia, la trasformazione dei partiti non concerne la loro scomparsa, bensì l’assottigliarsi al loro interno di un modello di democraticità. Al “partito-organizzazione” – così come lo definisce Urbinati – è subentrato, infatti, un organo elettoralistico il cui unico scopo consiste nella riproduzione all’interno delle istituzioni della sua stessa classe dirigente politica. Abbiamo assistito ad una fuoriuscita dalla democrazia dei partiti in favore di una democrazia “per mezzo dei partiti”, i quali, non essendo più allocati in una terra di mezzo tra le istituzioni e la società civile, risultano essere ora ben incardinati nella struttura dello Stato[2]. La fine dei partiti di massa si accompagna ad una trasformazione di più ampia portata che investe l’intero sistema politico, giacché essa pone le basi per un’espressione plebiscitaria della democrazia rappresentativa (una democrazia pubblica). Come già rilevato da Manin, quest’ultima fase, una volta venuta meno la funzione di mediazione e di selezione garantita dai partiti e dai corpi intermedi, vede una forte tendenza alla personalizzazione del potere. Agli attivisti politici e ai burocrati di partito subentra una nuova figura politica, quella degli esperti dei media e della comunicazione. Grazie all’ausilio di nuovi canali di comunicazione, infatti, i Leader possono finalmente comunicare con i propri elettori senza dover ricorrere alla mediazione dei partiti. Coloro che si affermano come leader politici dispongono, molto spesso, di peculiari qualità personali, come la capacità di apparire in pubblico o comunque una certa dimestichezza con le tecniche della comunicazione mediatica. Ora, si potrebbe credere che il tramonto dei corpi intermedi, e l’evoluzione della tecnologia delle comunicazioni, possa consentire finalmente alla volontà popolare di esprimere “direttamente” le proprie istanze; ma è davvero così? Il filosofo ginevrino Jean Jacques Rousseau, nella sua celebre opera politica Il Contratto Sociale, pur svalutando l’istituto rappresentativo ai fini dell’esercizio del governo politico, avanzò seri dubbi circa la possibilità che il popolo fosse capace di (auto) “governarsi bene”: «se ci fosse un popolo di dei si governerebbe democraticamente»[3], anche perché se «la volontà generale è sempre retta, e tende sempre all’utilità pubblica, non ne consegue che le deliberazioni del popolo abbiano sempre la stessa rettitudine»[4]. La domanda che dovremmo porci è quindi la seguente: siamo sicuri che la rivoluzione informatica possa finalmente ambire a colmare l’ostacolo della fisicità che separa i cittadini dai luoghi della legiferazione e a garantire una com-presenza “diretta” del popolo nelle decisioni politiche? Certamente oggi gli straordinari mezzi tecnologici di comunicazione, mi riferisco ad Internet e al mondo della rete, costituiscono un potente mezzo di interazione e sembrano poter fare da preludio a grandi trasformazioni politiche, innanzitutto nell’interazione tra i cittadini e le istituzioni. Se fino ad ora i cittadini avevano passivamente accettato di legiferare per mezzo dei propri rappresentanti eletti nei luoghi istituzionali, lo scenario sembra essere idealmente mutato. Questo perché, in luogo della mediazione dei partiti e della carta stampata, l’avvento di Internet ha posto gli strumenti per una comunicazione diretta e senza limiti di tutti i cittadini, semplicemente da casa, o comunque nei luoghi di vita quotidiani e di lavoro. Purtuttavia, dietro il modello di una democrazia maggiormente inclusiva offerto dalla nuova rivoluzione informatica, si fa idealmente largo un distopico quadro orwelliano, al quale fa da contrappunto una profonda trasformazione antropologica del “pubblico”.

La stessa Urbinati ha rilevato come al vecchio ordine rappresentativo non sia subentrata una democrazia diretta, bensì “una democrazia rappresentativa in diretta”[5]. Le maggiori opportunità di partecipazione dei cittadini non hanno assunto le modalità di una partecipazione attiva, intesa come un’azione politica di proposta e di critica, e pertanto protesa verso una partecipazione reale ai processi decisionali e legislativi, bensì sono divenute espressione di un potere passivo-giudicante. La progressiva affermazione dell’”occhio” sulla voce, quale espressione del potere giudicante, ha portato ad assegnare una certa centralità dei simboli sui programmi politici, dei leader sui partiti, e infine alla “spettacolarizzazione dell’intero ordine politico”. Il popolo degli elettori ha ormai assunto le vesti di un grande corpo impersonale, scevro da qualunque interesse legato al gioco politico, e ciò contribuisce sia ad un accentramento della funzione giudiziaria che all’ulteriore spoliticizzazione nell’azione dei corpi politici. Nello stesso tempo, i leader tendono sempre più a fondare il proprio consenso a partire dai giudizi emessi da questo “occhio  giudicante” del popolo come in una sorta di “grande fratello” di orwelliana memoria, laddove tali giudizi – interamente fondati sulla centralità dell’immagine e su vagheggiamenti di carattere estetico  – sembrano essere assai più il risultato di un’espressione personale che il frutto di argomentazione razionale e capacità immaginativa. Assistiamo sempre di più ad un declino del linguaggio e del giudizio politico, nella misura in cui “il mito di una nuova democrazia diretta”, favorita dai nuovi strumenti digitali e confusamente ispirato all’antico modello ateniese, appare risolversi in una spettacolarizzazione passiva dell’elettorato e nell’illusione che quest’ultimo possa ergersi quale organo giudicante-controllore dei rappresentanti eletti. Siamo proprio sicuri che il risultato di questo processo sia garanzia di maggiore presenza democratica all’interno e al di fuori delle istituzioni e costituisca, quindi, il legittimo superamento di un sistema obsoleto? Ciò a cui sembra di assistere è piuttosto il configurarsi, sotto l’occhio vigile del “pubblico giudicante”, di un’oclocrazia digitale a far da nerbo a un “populismo informatico”, nonché il concretizzarsi di un serio rischio di capovolgimento della democrazia.

Infine, vorrei sottolineare come Internet e i nuovi mezzi della comunicazione rappresentino un potenziale strumento “universale” di accrescimento del sapere, anche in considerazione delle molteplici e infinite connessioni che in esso si dispiegano. Se McLuhan sosteneva che il “medium è il messaggio”, la nostra epoca ci pone dinnanzi una delle più grandi sfide della storia, ovvero la possibilità di plasmare nuovi modi di vivere e di pensare su scala planetaria e la responsabilità di riflettere riguardo a quale sia il medium più adatto a tale scopo.


[1] B. Manin, Principi del governo rappresentativo, trad. it. di V. Ottonelli, Il Mulino, Bologna, 2010, p. 239.

[2] N. Urbinati, Democrazia in diretta. Le nuove sfide della rappresentanza, Feltrinelli, Milano, 2003,  p. 163.

[3] J. J. Rousseau, Il contratto sociale, [III, iv], trad. It. di J. Bertolazzi, Feltrinelli, Milano, 2017, p. 146.

[4] Ivi, [II, iii], p. 97.

[5] Id, Democrazia in diretta. Le nuove sfide della rappresentanza, p. 181.