Osservatorio di critica e regolazione sociale

a cura di Bruno Montanari

Panopticon OsservatorioNel pensiero politico occidentale, comprendendo in questa espressione un arco temporale che copre circa venticinque secoli, la “politica” è concepita come ars architectonica. “Arte” e non “tecnica”, proprio al fine di mostrarne la vocazione progettuale, in quanto il suo fine è la costruzione dell’edificio sociale; mettendo in forma, cioè, un progetto di società, quale che ne possa essere il contenuto ideale e la struttura organizzativa. Con parole prive della geniale fantasia degli antichi, la politica è definibile nella “modernità” europea come la scienza dei fini. L’economia, al pari del diritto, è pensata come quella scienza che allestisce i mezzi idonei a perseguire i fini determinati dalla politica. È evidente che l’economia, in quanto scienza, ha dei propri specifici canoni di validità dettati dalla “teoria”, i quali intervengono nella determinazione dello spazio di sostenibilità del progetto politico. Ma è altrettanto storicamente verificato come tali canoni di validità siano esposti, in quanto “teorie”, alla loro interna discutibilità, e, da un punto di vista esterno, alla verifica di funzionalità nel fronteggiare vantaggiosamente situazioni sociali e istituzionali. È in questione, come è noto, il rapporto, oggetto di acute e contrastanti tematizzazioni e riflessioni critiche, tra “economia politica” e “politica economica”. In definitiva, le caratteristiche, nella modernità e fino a gran parte del XX secolo, della relazione di strumentalità dell’economia rispetto alla politica stanno tutte nell’egemonia della politica economica sulla economia politica, cui evidentemente segue una diversa concezione, tutta politica, del rapporto tra “pubblico e “privato”, tra fine ordinatore dell’istituzione governante e libertà dell’individuo. Oggi, con la progressiva affermazione del capitalismo finanziario, sostituitosi al classico capitalismo industriale e produttivo, assistiamo ad una sorta di rovesciamento della relazione strumentale tra politica ed economia, che conduce al primato dell’economico-finaziario sul politico e ad una conseguente vera e propria speculazione sui fenomeni di crisi e di decrescita. Infatti, data la logica propria dell’agire finanziario, che è in contraddizione strutturale con l’agire politico-sociale, più si accentua la decrescita più margini di profitto aumentano per coloro che giocano da protagonisti nel mercato finanziario. A ciò si aggiunga che il diffondersi, e l’affermarsi come esclusivi, dei modelli di pensiero “scientifico-scientista”, per la struttura delle categorie di ragionamento che necessariamente comporta, impedisce l’affermarsi di un pensiero “critico”. L’Osservatorio di Critica e Regolazione Sociale intende, invece, rilanciare la necessità di un tale pensiero critico in grado si svelare la contraddizione tra modelli democratici e un economicismo, che per essere se stesso, in funzione delle finalità che persegue, non può che includere modelli tecnocratici. È in questo contesto che l’Osservatorio di Critica e Regolazione Sociale si apre ai contributi di quanti vogliano ragionare in libertà.

Il cittadino lavoratore e lo Stato costituzionale

Il principio giuridico di solidarietà non è espressione di beneficenza o assistenza: riguarda la condizione di un gruppo in cui quelli che prestano solidarietà e quelli che ne beneficiano hanno ruoli reversibili e interscambiabili e la loro relazione non è diretta ma mediata dalle istituzioni. Questo modo di intendere la cittadinanza rende ognuno potenzialmente responsabile della soddisfazione dei bisogni altrui e aperto verso la società: recepirlo comporta affermare il primato della politica (e del diritto) sull’economia.

La politica tra progettualità e mera contingenza

La politica serve ancora all società?
L’idea di “sociale” è strettamente legata ad una dimensione antropologica, risalente nei secoli, che ha dato luogo all’altra idea risalente, che è quella di “politica”. Entrambe queste idee si sono tradotte in concetti individuanti entità umane riconoscibili in quanto omogenee (quali che siano i tratti in cui rilevi l’omogeneità). Tale processo identitario, che riguarda sia il sociale che la dimensione politica, è caratterizzato dalla emergenza del confine come dato materiale, che diviene anche simbolo ideale, di separazione tra un “di qua” e un “di là”, e quindi di inclusione e separazione – esclusione.

Mondo Cane

Se al modello linguistico si sostituisce, in modo prevalente e direi abitudinario, quello visivo, si avrà una sorta di riformattazione del cervello, il quale, come quello di qualsiasi altro muscolo, modifica lo sviluppo delle sue parti, rafforzando quelle più impegnate e riducendo le potenzialità di quelle meno impegnate.

Se i modelli comunicativi sono quelli che, da sempre, mettono in forma un ambiente sociale, allora occorre chiedersi in che misura l’attuale modello comunicativo operi in base a due fattori: la sua struttura strumentale e il suo destinatario.

La struttura strumentale è quella propria di una tecnologia informatico-digitale, il cui fine è l’immediatezza degli effetti comunicativi. E’ una tecnologia il cui obiettivo è realizzare effetti in tempo reale; dove, per “tempo reale” intendo una tecnologia il sui successo sociale si fonda sulla capacità di inviare messaggi in modo da realizzare, proprio, reazioni immediate. Quasi che il fine ed il successo della comunicazione consista nell’immediatezza della reazione del destinatario, sia sotto forma di parola che di decisioni o più genericamente comportamenti.

Sulla sinistra “senza compagni e senza storia”: da Ezio Mauro a quel che sta accadendo a sinistra del PD

La sinistra deve farsi carico dei problemi di quel pezzo di società che è trascinata nella precarietà e deve farsene carico mostrando che il superamento di questa cifra della contemporaneità salvaguarda il futuro di tutti: dunque, pensando una politica, che muova dal disagio della società e dalle sue ragioni strutturali, che indichi come rispondervi già oggi seppur con il necessario gradualismo e che si interroghi sull’Europa sapendo che fuori non c’è il ripristino delle sovranità nazionali ma solo il dominio delle potenze globali.

Il Dubbio, schermo per una fictio necessaria: la “Verità”

La giustizia attiene al campo delle decisioni; la verità a quello della conoscenza. La giustizia ha il tempo determinato del decidere; la verità quello indeterminabile del conoscere. La prima si esercita nelle aule di un tribunale, la seconda nei laboratori di ricerca. La giustizia si fonda su tre pilastri: prove, sentenza, motivazioni; la verità, in quanto “conoscenza”, opera attraverso la ricerca e si consolida in “teorie” (falsificabili). Infine: i giudici non sono scienziati, anche se non sono “consumatori passivi” di conoscenza.

Un intreccio epistemologico, quindi, al cui centro vi è il “dubbio” e la sua accettabilità è intellettualmente sostenibile proprio se concepita come argine pratico nei confronti di “certezze” facilmente attraenti ed invece bisognose di maggiore e più scrupolosa indagine

Verità e Diritto: episteme o fictio? Ambedue?

una prospettiva filosofica dalla quale ragionare attorno al concetto di diritto, così come è venuto sviluppandosi nel corso della storia del pensiero che noi conosciamo, non può non avere a suo centro la tematizzazione teoretica ed epistemologica della “verità”

Senso comune e fine dell’Utopia

La caduta del muro di Berlino è stato l’evento che ha aperto l’orizzonte per l’ultima grande Utopia moderna; quella di un “mondo nuovo”, in cui i valori liberali dell’ “occidente” si sarebbero uniti ai valori “solidaristici” del socialismo. U-topia, appunto! Le politiche liberali si sono consegnate, in realtà, ad apparati tecnocratici ed al “mercatismo liberista”, di fatto auto-annientandosi e svuotando i partiti politici del peso rappresentativo che avevano ricoperto nei decenni precedenti. Gli individui del XXI secolo hanno presto svestito i panni di cittadini, sviluppando una propria filosofia, o, meglio, un proprio “senso comune”, fondato sulle categorie dell’“oggi” e dell’“orto”, minando alla base la categoria del “politico” come luogo progettuale, che aveva caratterizzato la “modernità” e, in particolare, l’800 e “89” anni del ‘900.

Punti di sintesi per un ragionamento.

Tra lo spazio-tempo del vivere quotidiano e quello che innerva la progettualità del “politico” esiste uno scarto strutturale. Il primo, infatti, è costituito dall’esperienza di vita dell’individuo e dal suo mondo; il secondo va al di là della contingenza e, quindi, della quotidianità. Tale scarto può essere colmato dall’esistenza di fattori di omogeneità dell’esistenza quotidiana, oppure dalla presenza di soggetti politici in grado di mediare fra le aspettative individuali e ambientali e la progettualità socio-politica, grazie alle capacità di un ceto politico adeguato.
Oggi entrambi i due fattori sono venuti meno. Ciò che resta dello Stato è l’autoreferenzialità della macchina burocratico-amministrativa che si traduce in un “centralismo burocratico”. Di fronte alla conseguente affermazione dell’economia finanziaria, una proposta fondamentale è quella di riaffermare l’importanza del partito politico novecentesco che, sfuggendo all’appiattimento sulla contingenza, possa raccontare e raccontarci un futuro

Riflessioni e osservazioni sulla stagione che viviamo

Parlerò “fuori dai denti” e anche con espressioni “fuori dai denti”. La situazione internazionale sta avendo una accelerazione estremamente pericolosa. 1. La questione turca. In questa si tocca con mano la pochezza del ceto governante europeo, che ora si straccia le vesti per la “vendetta” di Erdogan e lo minaccia di chiudere definitivamente le sue […]

Costruire lo spazio dei diritti e della cooperazione

La proposta di Bruno Montanari mi sembra decisiva da più di un punto di vista. Innanzitutto, perché coglie una delle maggiori urgenze del nostro tempo: quella di costruire un soggetto collettivo che, di fronte alla crisi dei sindacati, dei partiti e delle istituzioni intermedie che mediavano fra la sovranità e la società, sappia costruire, all’interno […]

Ridare un futuro ai giovani. L’elogio alla follia.

di Luciano Monti   Il disagio delle generazioni più giovani è sotto gli occhi di tutti, come il fallimento di ogni tentativo volto a scardinare i diritti acquisiti da coloro che si sono precostituiti rendite e privilegi palesemente non sostenibili nel medio lungo periodo e i cui oneri gravano e graveranno sulle generazioni future. Basti […]

Alcune considerazioni sulla «potenza» della prassi politica. La fragilità del presente e il blocco del passato.

Partendo dall’assunto che la prassi politica non possiede soltanto una dimensione di attualità ma anche di virtuale possibilità, che rappresenta la sua potenzialità, inscritta non solo nel futuro ma anche nel passato – il quale può anche far capo ad una tradizione consolidata messa in crisi dalle Rivoluzioni – si intende mostrare come la dinamica del conflitto, a partire dall’età moderna, fondi l’agire democratico, ma nello stesso tempo rischi sempre di destituirlo della propria legittimità. Questo dato storico – che sembra rivestire ancora oggi una particolare attualità – impone alle democrazie contemporanee di incentivare la trasparenza nell’interdipendenza conflittuale tra rappresentanti e rappresentati, assecondando l’obiettivo fondamentale di ridurre il più possibile la strumentalizzazione oligarchica del demos.