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L’errore fatale: I demoni o i demonî di Dostoevskij?

Si sa, la pronuncia dei titoli e dei nomi russi è di non facile attuazione per chi non conosce le regole fonetiche del cirillico. Le traslitterazioni possono essere d’aiuto ma ci sono casi in cui la posizione dell’accento, nella traduzione, non è soltanto una questione di precisione, ma può determinare uno slittamento sostanziale del senso. È questo il caso del titolo di uno dei romanzi più intensi della maturità di F.M. Dostoevskij: I demonî.
Occorre leggere demòni con accentazione piana (parossitono) e non demoni con accento sdrucciolo (proparossitono). Con demone, (plurale demoni) dal greco δαίμων, trasl. dáimōn, «essere divino») intendiamo un essere che si pone a metà strada fra ciò che è divino e ciò che è umano. Così, all’interno del dialogo tra Socrate e Diotima, nel Simposio si definisce Eros, un daimon megas che è metaxu, un tramite tra il cielo e la terra (Symposyon 179b-1-3).
Demonio (plur. Demonii, o demonî) deriva dal latino tardo daemonium, dal gr. daimónion, propr. neutro sost. dell’agg. daimónios ‘appartenente alla divinità’, seconda metà sec. XIII, nella religione cristiana e giudaica Spirito del male, Satana; demonî, sono gli angeli che seguirono la rivolta contro Dio.
In russo, esistono due formule semanticamente accostabili демон (demon) e Бес (bes), plurale Бесы (besy) che riproducono complessivamente le differenze prima descritte. Tuttavia, Puškin le usò entrambe, e attraverso la sua mediazione anche Lermontov nel suo romanzo Demon ne fa un uso semanticamente connotato, relegando il demonismo a un campo laico, come attitudine umana alla sopraffazione e autoaffermazione. Sulla stessa falsariga, Sologub costruirà il personaggio di Peredonov, ne Il demone meschino (Melkij bes), incarnazione del male di secondo rango, fatto di piccole abiezioni della vita quotidiana, segnatamente nella filistea provincia russa.
L’uso che ne fa Dostoevskij è collegato all’etimologia biblica: le epigrafi che sceglie per il romanzo sono inequivocabilmente legate a questo ambito semantico: un frammento del Vangelo di Luca che fa riferimento alla possessione demoniaca, per traslato nel romanzo diventa idea di distruzione e autodistruzione: «E c’era lì a pascolare per la montagna una numerosa mandria di porci; e lo pregarono che permettesse d’entrare in quelli. E glielo permise. Usciti dunque i demonî da quell’uomo, entrarono nei porci, e la mandria s’avventò a precipizio nel lago e annegò. I mandriani, com’ebbero visto ciò, fuggirono a portarne la nuova in città e per le campagne. Uscì la gente a vedere che fosse mai avvenuto; e arrivati da Gesù trovarono l’uomo, dal quale erano usciti i demonî, rivestito e in sé, seduto ai piedi di lui; e s’intimorirono. E gli spettatori raccontarono anche come l’indemoniato era stato liberato» (Lc, VIII, 32-37).
La seconda epigrafe del romanzo è tratta da una poesia Puškin nel 1830, Besy (I demonî), in cui la tentazione del male si consuma in un contesto demoniaco, dove un sabba di streghe e spiriti maligni tormentano lo spirito del poeta.

I demonî Stavroghin, Kirillov Sigalëv, e soprattutto Verchovenskij, sono infiammati da idee liberali contro la Russia, lo zar, la tradizione e la religione e si avviano in una corsa verso l’abisso del nichilismo. L’equazione demoniaco/sovversivo e sobillatore politico è ben determinata e assestata nel disegno generale del romanzo.
Particolarmente esplicativo è il passo di Stavroghin al cospetto di Tichon: «Credo nel demonio, ci credo nel senso canonico del termine, nel demonio come persona e non come allegoria».
Verchovenskij rincara la dose: «Quei demonî sono tutte le piaghe, tutti i miasmi tutta l’immondizia, che si son raccolti nella cara e grande malata, nella nostra Russia, durante secoli e secoli! Ma una grande idea e una grande volontà l’illumineranno dall’alto come quel folle indemoniato, e usciranno tutti questi demonî , tutta questa turpitudine che ha cominciato a marcire sulla superficie e da sé chiederanno di entrare nei porci. Ma forse sono già entrati. Siamo noi noi e loro Petr e les autres avec lui e noi prima in testa forse agli altri, e ci precipiteremo, folli e indemoniati, giù dalla rupe del mare e affogheremo tutti».
La distorsione italiana demone, come ricorda Claudia Olivieri, è verosimilmente dovuta al francese Les demons. In francese, altrove, le traduzioni hanno ricalcato l’origine biblica e l’episodio evangelico: Les possédeés ha dato origine all’italiano Gli indemoniati, edizione a cura di Margherita Santi-Farina, G. Casini, 1956, e complessivamente le edizioni oscillano tra le due titolazioni I demoni e I demonî. Da segnalare la traduzione Gli ossessi di Olga Resnevic (Foligno, Campitelli, 1928). Quest’ultima insiste sul tema della possessione demoniaca, con un’oscillazione verso lo psicologico- ideologico, gli ossessi come posseduti da un’idea rovinosa e fatale.