E. Caramazza, Silenzio a Praga, Moretti & Vitali 2017.

di Giorgia Tempestini

Laurea triennale in Psicologia

Nel libro Silenzio a Praga di Elena Caramazza emergono, sin dalle prime battute, importanti tematiche esistenziali contestualizzate all’interno di una cornice storica ben delineata. A Cracovia, nella Polonia di fine anni ’60, in cui l’autrice risiede per motivi di studio , si respira il vento del cambiamento, la viva speranza di un “mondo nuovo” fondato sull’uguaglianza e sulla giustizia, un susseguirsi instancabile di ideali e sensazioni quali la libertà, la paura, la lotta per un’ideale, la lotta per un popolo, il valore dell’esistenza.

Tutti questi ideali, tutte queste speranze si infrangono contro la notizia dell’invasione di Praga da parte dei russi. All’entusiasmo si sostituisce il “silenzio”, segno dell’incapacità di opporsi, del sentimento di impotenza di fronte a eventi troppo grandi al cospetto dell’infima potenza degli individui. A ricostituire un tessuto di senso, cercando risposte intime e profonde da contrapporre al silenzio come strumento di lotta, compaiono sulla scena dialoghi vivi e vibranti, i cui attori sono i veri protagonisti dell’ intera opera. Non a caso, infatti, i loro profili presentano caratteristiche ben precise che permettono di identificarli e definirli in modo piuttosto chiaro: a partire da Ania, figura di donna apparentemente serena e materna che si oppone all’uso della violenza e che cerca di placare l’animo tormentato del suo amato; passando per il “Personaggio”, espressione della capacità dell’uomo di scegliere senza dover far ricorso all’aiuto del “Divino”, suggeritore di ipotesi riguardanti la ditocomia tra Bene e Male, il quale spinge Vaclav a concentrarsi su tutto ciò di cui è possibile far esperienza nel hic et nunc, nel presente più prossimo. Tra i protagonisti c’è anche Michail, che appare alla fine del dialogo e riporta Vaclav ad una dimensione più concreta rispetto a quella evocata negli altri discorsi. Egli sostiene che la lotta armata sia la migliore risposta al nemico ed è convinto che un cambiamento possa verificarsi soltanto ribellandosi ferocemente a chi attacca il proprio popolo. È Michail colui che riporta tutti, compresi i lettori, alla realtà cruda e violenta di un popolo invaso, che ha perso la sua centralità per via di vane riflessioni riguardanti l’opposizione tra Bene e Male, passività e opposizione attiva, individuale e collettivo. Ed è a partire da questo discorso che Vaclav, senza dubbio il personaggio centrale dell’opera,  si rende conto di aver perso la propria individualità a seguito dell’invasione del suo popolo, sentendo dispersa la sua capacità di essere. Nell’atto finale del libro, è lui stesso che lancia il messaggio più importante dell’opera: è possibile accettare il mutare della vita solo a condizione di una totale comprensione della propria persona.

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