Presidenziali USA 2020: i sintomi per ora scompaiono, la crisi resta

Dall’altro ieri sera (ore italiane) il quadro intorno ai risultati delle appena trascorse elezioni presidenziali americane sembra acquistare un colore meno sfocato: Joe Biden, vincendo in Pennsylvania, ha superato la soglia dei 270 delegati necessari per essere eletto. La guerriglia legale di un Trump che, mentre rifiuta il concession speech, gioca a golf sui dolci declivi di Sterling (Virginia), sembra destinata a continuare, ma non “sfonda”, trova per ora meno sponde in quella magistratura, che pure ha provato in vari modi a “colonizzare” nei suoi anni da Presidente. Mettiamo però da parte il tourbillon e i toni derisori che passano per le bocche di scrittori e intellettuali così terrificati dai circa 71 milioni di voti per Trump da insolentire il loro stesso passato da sperticati laudatores dell’american way of life e proviamo a fissare alcune coordinate generali, prima di breve e poi di lungo periodo:

1) la strategia del centro liberale americano, impersonata dai clintonites e dagli obamians e avviata subito dopo le scorse elezioni di mid-term, è pienamente riuscita. Il suo obiettivo era duplice, e per questo non privo di una sua complessità realizzativa. Si trattava, infatti, da un lato di imprigionare la sinistra, fuori e dentro il Partito democratico, entro il quadro di compatibilità previsto dal sistema politico americano, che funziona attraverso la conventio ad excludendum nei confronti delle ali “estreme” (il goldwaterismo, a destra, e le varie forme di democrazia “radicale”, socialista, a sinistra); dall’altro, di scacciare il trumpismo dalle stanze del potere, con le sue scombiccherate anomalie, inadeguate per una potenza economica e politica che, benché in costante declino relativo, ha ancora alcune carte da giocare (soprattutto sul terreno tecnologico e militare). L’operazione era complessa soprattutto per un motivo: il centro liberale, che è a guardia degli interessi di Wall Street e di potenti lobby industriali, non ha alcuna intenzione di rinverdire i fasti del New Deal o di inaugurare una nuova stagione “riformista” (come fu capace di fare, in mezzo a terribili contraddizioni, durante gli anni ’60). È vero che il programma economico di Biden è più sensibile alle istanze della classe lavoratrice della Rust Belt di quanto fosse quello di Hillary Clinton. Ma sui capitoli centrali del “salario globale di classe” (costi dell’istruzione universitaria, della sanità etc.), Biden non ha promesso nulla di sostanziale (“nothing would fundamentally change”, ha detto l’attempato senatore a una platea di ricchi donatori qualche tempo fa; dovrebbero tenerlo a mente i suoi novelli cantori “progressisti” nelle desolate plaghe italiane). Questo avrebbe ancora una volta esposto il Partito democratico alla rincorsa della demagogia reazionaria, “populista”, anti-tecnocratica, se non fosse che Trump è Trump, e cioè apparentemente un difensore del forgotten man, della middle class in affanno; in realtà un promotore di ingenti tax cuts a favore dei più ricchi. Durante la pandemia, questo nodo si è sciolto, non solo per la sua indifferenza verso le preoccupazioni sanitarie di larghe sezioni di quell’elettorato che in passato non gli aveva negato il consenso (gli elettori over 65), ma anche per la sua plateale conversione a una politica più “reaganiana”, rivelata dalla sua ostilità al riaggiornamento dei piani di salvataggio. “Ognun per sé” (il liberismo) e “Dio per tutti” (con la nomina della fondamentalista Coney Barrett a giudice della Corte suprema) è tornato a essere il mantra della destra americana.

2) perché questa correzione di rotta? Il motivo sta probabilmente nella ripresa di vaste mobilitazioni di massa, dietro l’insegna di Black Lives Matter. La tumultuosa crescita di questo movimento ha spaventato il blocco sociale conservatore, inducendolo a stringersi ancora una volta al GOP e al suo leader, richiamato tuttavia alle funzioni elementari di protettore di law and order, di custode della sacrosanctitas della proprietà privata [ref]Di ciò sono emblema i coniugi McCloskey, immortalati mentre impugnano le armi per proteggere la loro villa dalle manifestazioni BLM (https://www.bbc.com/news/election-us-2020-53891184). Per questa superba prova di eroismo proprietario sono stati perfino invitati a parlare alla convention repubblicana.[/ref]. Ma perché BLM è cresciuto così vertiginosamente? Di questo movimento, come è noto, sono state fornite molte spiegazioni, che giustamente risalgono agli insuccessi dei tentativi di includere più organicamente la popolazione afroamericana entro i ranghi della democrazia. Ma sono state trascurate le motivazioni immediatamente politiche, la frustrazione provata da ampi segmenti dell’elettorato democratico-socialista per il fallimento dell’ultimo tentativo di riforma del sistema dall’interno, quello di Bernie Sanders. Ritirandosi dalle primarie democratiche senza ottenere nulla in cambio, né la promessa di alcuni posti-chiave nella amministrazione Biden né quella di mettere capo a qualche seria politica redistributiva, Sanders ha disarmato il suo campo, lo ha privato di direzione politica. A quel punto (Sanders si è ritirato dalle primarie democratiche a metà aprile; le grandi manifestazioni BLM appaiono alla fine di maggio) l’uscita di alcuni settori, specie giovanili, verso l’azione diretta e di massa era quasi inevitabile.

3) con ciò, ritorniamo all’oggi e al quadro che ci consegnano le elezioni presidenziali: Trump esce senz’altro sconfitto dalla contesa con Biden, ma ha rafforzato la sua presa sul blocco sociale conservatore, malgrado i mal di pancia delle aree più moderate del GOP, destinati probabilmente ad acuirsi. Biden, conformemente alla natura del suo stesso progetto, proverà a solleticare gli appetiti di questa parte del Partito repubblicano, promettendo a essa alcuni posti nella sua amministrazione; del resto, con un Senato che rimane nelle mani dei repubblicani, si tratta, per lui, di una scelta quasi obbligata. Il problema è l’assenza, in questo contesto profondamente instabile e polarizzato, di una credibile ipotesi strategica da parte della risorta sinistra democratico-socialista[ref]Fuori o dentro il partito democratico? Se fuori, partito del lavoro o dei movimenti? Organizzazione con un certo grado di centralizzazione o federazione dei movimenti, sulle orme della rainbow coalition degli anni ’80 etc.? [/ref]: tramortita dal successo dei liberali, di cui ha sottovalutato le ancora enormi capacità di influenza, essa oscilla fra collateralismo (nutrito dalla speranza che i movimenti sociali, facendo pressione sull’amministrazione Biden, riaprano spazi di manovra a Bernie, AOC etc.) e riflusso nella jacquerie urbana: die Organisationsfrage, la questione dell’organizzazione, di partito, sindacale etc., dovrebbe essere al centro delle preoccupazioni delle forze più avanzate della sinistra. Ma così è soltanto in ridottissima parte.

Per concludere: una destra sempre più radicale mantiene le sue posizioni, raggiungendo una sorta di “equilibrio statico”, per citare il Gramsci dei Quaderni, con il centro liberale, ancora in possesso di molte casematte. Di fronte a situazioni analoghe, Gramsci tuttavia avvertiva: questi equilibri non durano a lungo, vengono per lo più risolti dall’intervento di un tertium. E questo tertium, a sinistra, ancora non si vede.

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