Agnes Heller, “Orbanismo. Il caso dell’Ungheria: dalla democrazia liberale alla tirannia” (Castelvecchi, 2019)

Dall’epidemia alla dittatura

La lettura del fenomeno Orbán secondo Agnés Heller

 

di Antonino Infranca

 

Una delle conseguenze più inattese e paradossali della diffusione del coronavirus è stata l’assunzione, in Ungheria, dei pieni poteri da parte del Primo Ministro, Viktor Orbán, assunzione dei poteri che sicuramente si protrarrà più a lungo della stessa epidemia. Altri paesi, come Tunisia, Cile, Bolivia, Filippine, Tailandia, hanno visto i rispettivi Primi Ministri o Presidenti assumere i pieni poteri, ma lo hanno fatto fissando un termine temporale – quasi sempre due mesi, quindi congruo con la diffusione dell’epidemia e il suo contrasto – oppure approfittando dell’epidemia per consolidare il proprio potere non democraticamente eletto – questo è il caso della presidente della Bolivia, Añez – o molto poco democraticamente inteso – questo è il caso del presidente delle Filippine, Duterte. Nessuno di questi paesi è in Europa, l’Ungheria, invece, è membro dell’Unione Europea. Non c’è dubbio che Añez o Duterte stiano approfittando dell’epidemia per smantellare quel poco di democratico c’era nei loro regimi e altrettanto si può dire di Orbán, soprattutto per una ragione: al momento della concessione parlamentare dei pieni poteri (30 marzo scorso) in Ungheria si erano registrati 447 casi di contagio di coronavirus e c’erano stati 15 morti. Questo è il carattere paradossale della presa dei pieni poteri da parte di Orbán, se si confrontano le poche centinaia di contagi in Ungheria e le decine migliaia di morti in Italia, Stati Uniti, Germania, Inghilterra o Francia. Ma questi ultimi paesi hanno una lunga tradizione di democrazia, l’Ungheria è un paese «privo di qualsiasi tradizione democratica»[1], sostiene Agnés Heller. In realtà una democrazia sostanziale c’è stata in Ungheria dal 1989 ad oggi. Tra il 1998 e il 2002 Orbán era andato al potere, ma era ancora schierato su posizioni di centro-sinistra. Dal 2010 Orbán è tornato al potere e si è spostato sempre più a destra e dal 30 marzo scorso ha completato la sua involuzione.

La base politica di Orbán è nelle campagne, nei piccoli villaggi, mentre la sua opposizione è radicata a Budapest, che nelle ultime elezioni municipali ha eletto un sindaco di sinistra. È una tradizione della storia culturale dell’Ungheria la spaccatura tra i popolari (népiek in ungherese) e gli abitanti di Budapest, gli urbani (városok), gli uni legati alle tradizioni ungheresi più originarie, gli altri attratti dall’Occidente, spesso parlanti tedesco, ai tempi della Duplice Monarchia asburgica. Oggi questa differenza si riproduce e la sua prima vittima è la cultura occidentale: Orbán è contro ogni forma di multiculturalismo. Ha chiuso l’Università Centro-Europea, fondata dal miliardario Soros, accusata di favorire l’immigrazione dall’estero, di essere praticamente una finestra verso l’esterno.

Adesso Orbán può governare senza voto parlamentare, addirittura può sospendere leggi in atto e non indire elezioni fino a tempo indeterminato. La condizione minima per ottenere questi poteri è stata controllare i 2/3 dei voti parlamentari. L’opposizione non ha alcuna funzione e l’autocrate Orbán – si può così definire perché ha praticamente dato i pieni poteri a sé stesso – non ha alcuna sensibilità democratica per aprire un dialogo con essa, misura che sarebbe auspicabile proprio in un caso di emergenza tale come l’epidemia. In realtà, però, Orbán ha preso immediate misure non contro l’epidemia, ma contro i transgender, un’infima minoranza della società civile ungherese: solo quattro giorni dopo l’assunzione dei pieni poteri (3 aprile) Orbán ha vietato il cambiamento di sesso. Che rapporto abbia il cambio di sesso con la diffusione del coronavirus non lo sanno neanche gli epidemiologi, ma per Orbán era una misura indispensabile da prendere rapidamente. Questa misura, però, fa capire che l’epidemia, seppure inattesa, ha facilitato la trasformazione del governo Orbán in un regime che perseguita e opprime le minoranze. Tutti i regimi totalitari iniziano identificando un nemico pubblico e Orbán lo ha trovato nei transgender, quindi ha voluto dare al suo regime un’identità sessista, opprimendo una minuscola minoranza, tradizionalmente invisa alla società civile, un nemico facile da mostrare all’opinione pubblica.

Secondo la Heller l’Ungheria di oggi sta pagando gli errori fatti nel periodo di transizione dal comunismo alla democrazia, che lei elenca nella mancata formazione di un governo di unità nazionale tra i partiti più grossi, nel non pubblicare subito gli elenchi degli informatori del regime comunista – misura che avrebbe allargato le divisioni nella società civile, perché la società civile ungherese non è quella del Sudafrica che con processi pubblici seppe chiudere la triste pagina dell’apartheid – e nel non coinvolgere la società civile nella formulazione della Costituzione[2].

Il regime autocratico di Orbán si instaura in una nazione dove la società civile, che ha vissuto la fine del regime comunista come una liberazione, è sempre stata particolarmente debole, se non assente, come era, per altro, caratteristico dei paesi del socialismo realizzato. Il filosofo Tibor Szábo rileva «due tratti caratteristici negativi della cultura politica ungherese (…). L’una è l’intolleranza politica verso tutte le posizioni “differenti” e l’altra la tendenza all’esclusività, a monopolizzare certi correnti d’idee. Di conseguenza la gente non ha appreso a rispettare il pensiero altrui, e respingono, anche oggi, i punti di vista differenti, e li condannano»[3]. Orbán rispecchia la società civile ungherese in questo suo tratto di minorità spirituale e l’oppressione dei transgender trova facilmente consenso presso la società civile ungherese. D’altronde il regime di Orbán era già famoso in Europa per il rifiuto di accogliere le quote di immigrati, che l’Unione Europea divideva tra i suoi membri sulla base della propria popolazione, all’Ungheria sarebbero spettate poche centinaia di immigrati, rifiutati con la motivazione che l’Ungheria voleva mantenere la propria purezza culturale, cioè cristiana, e la propria purezza etnica – parola che nasconde l’altra più torbida, “razza”.

L’Ungheria è un paese piccolo, come lo sono quasi tutti i paesi dell’Europa centrale, con una decina di milioni di abitanti. Dal 1920, cioè dalla fine della Prima Guerra Mondiale, pezzi del territorio nazionale ungherese sono stati separati dal corpo centrale del paese e così all’incirca 2 milioni di ungheresi vivono fuori dell’Ungheria. Dal 1 gennaio 2020 il regime di Orbán permette la doppia cittadinanza agli ungheresi che vivono fuori dell’Ungheria, il che ha creato non pochi problemi con gli stati confinanti, come la Slovacchia che non ammette la doppia cittadinanza. I rapporti con i paesi confinanti che fanno parte dell’Unione Europa, cioè Slovacchia, Romania, Austria, Croazia non sono più idilliaci; con gli Stati extra-Unione, cioè Serbia e Ucraina, sono decisamente peggiorati, il che crea problemi all’intera Unione Europea.

Il collante della etnia ungherese è la lingua. L’ungherese non è una lingua indo-europea, ma ugro-finnica, cioè non appartiene alla grande famiglia delle lingue parlate dagli Urali e India fino all’Atlantico – dopo la Conquista dell’America possiamo dire fino al Pacifico. Si tratta di una lingua che ha pochi parlanti (in pratica ungheresi, finlandesi e poche altre minoranze) e, per questa ragione, dà molto orgoglio a questa minoranza linguistica ed etnica. Lo storico e politologo ungherese István Bibó commenta questa particolarità linguistico-etnica: «Nella particolare situazione dell’Europa centrale ed orientale l’appartenenza linguistica diviene un fattore politico e storico, ed è innanzitutto il fattore che presiede alla definizione territoriale nei confini esistenti e, in alcuni casi, alla formazione di nuove nazioni»[4]. Quindi dove si trova un ungherese c’è l’Ungheria. Ma ciò non vale per i finlandesi, che non mostrano alcuna identità etnica rispetto alla rara lingua che parlano.

Dunque il nazionalismo di Orbán ha un fondamento etnico e linguistico che lo rende estraneo al multiculturalismo e cosmopolitismo a cui puntano i dirigenti dell’Unione Europea e una stragrande maggioranza degli abitanti dell’Unione. L’esempio di Orbán, come tutti gli esempi di nazionalismi, non è sempre imitabile. Agnés Heller ha lanciato un preoccupato allarme: «L’”Orbanismo” non è una specialità esclusiva dell’Europa orientale, ma può servire da modello per la conquista e l’uso del potere politico in molti Paesi europei, forse nella maggior parte di essi. Il nazionalismo etnico viene erroneamente etichettato come “populismo” perché fa appello al risentimento popolare, ma, a differenza che nel populismo, il risentimento è rivolto, non contro le classi abbienti dello stesso Paese, ma contro gli “altri”, come l’Ue, i migranti e le politiche liberali, razionali e pragmatiche»[5]. La Heller ha naturalmente ragione riguardo al risentimento verso Unione Europea e migranti che fa da modello ad altri paesi dell’Unione, ma sul nazionalismo etnico la sua riflessione pare carente. La Heller riconosce che «l’identità nazionale può basarsi sulla cittadinanza, ma nel caso ungherese (e in molti casi europei) è di tipo etnico, il nazionalismo è nazionalismo etnico. Anche se non è razzismo, il nazionalismo etnico può arrivare a quel punto»[6]. E abbiamo già visto che il nazionalismo etnico ungherese si basa sulla particolarità linguistica. Ma sul problema della lingua ungherese sorge il problema tipico dell’uso linguistico oggi: conviene più parlare inglese che altre lingue minori. Infatti oggi l’inglese è una lingua diffusissima in Ungheria, soprattutto tra i giovani ungheresi, cioè gli adulti di domani, l’ungherese, come il finlandese, è destinato a diventare una seconda lingua.

A questo punto è ovvio che un’Europa delle nazioni sarebbe un’Europa dei nazionalismi, cioè il ritorno all’Europa della prima metà del Novecento che era caratterizzata dall’altissimo livello di conflittualità reciproca, perché i nazionalismi non ammettono alleanze, ma subordinazioni, cioè non ci sono alleati alla pari, ma alleati dove uno comanda e l’altro esegue.

L’unico caso in Europa dove la politica etnico-nazionalista di Orbán ha qualche parallelo è la Catalogna. Laggiù la lingua è il collante della nazione catalana e l’indipendentismo catalano si radica sul senso di appartenenza alla comunità linguistica catalana. Anche lì non mancano le contraddizioni: si parla catalano anche nella Provincia Valenciana e nelle Baleari, ma non si rivendica una separazione dal resto della Spagna. In fondo fa comodo parlare una lingua, il castigliano, parlato da circa 600 milioni di esseri umani contro una lingua, il catalano, parlato da 11 milioni di esseri umani. Il catalano è, in realtà, una seconda lingua.

Pensiamo a Orbán come modello per i nostri nazionalisti. Se tutto quanto scritto sopra sulle contraddizioni del nazionalismo etnico-linguistico è vero, allora noi italiani stiamo tranquilli: l’italiano è lingua usata dagli italiani soltanto da 65 anni, cioè dal 1954, da quando iniziarono le trasmissioni televisive; nonostante la scuola pubblica, gli italiani non usavano l’italiano nella vita quotidiana, ma oggi anche i nostri giovani – gli adulti di domani – parlano diffusamente inglese. In effetti i nazionalisti italiani non hanno mai insistito sulla lingua come collante della nazione italiana, probabilmente consci di quanto scritto sopra. I nostri nazionalisti non hanno usato l’altra arma nazionalistica di Orbán: gli italiani all’estero. Di cittadini italiani all’estero ce ne sono 5 milioni, ma di aventi diritto a chiedere la cittadinanza ce ne sono 50 milioni, cioè quasi quanti ce ne sono in Italia. Nei paesi dell’Unione Europea solo Germania e Belgio hanno una numerosa presenza di italiani, poi gli altri stanno al di là dell’oceano: in ordine Brasile, Argentina, Stati Uniti, Australia, e altri. L’Italia a differenza dell’Ungheria esporta ancora forza-lavoro: circa 130.000 italiani sono emigrati all’estero (dati del 2017, gli ultimi disponibili) in cerca di lavoro e si tratta nella stragrande maggioranza di “cervelli in fuga”. Emigrano più italiani di quanti immigrati entrano nel nostro paese. È una tradizione dell’Italia, da quando si è unita, l’espulsione della forza-lavoro e i nostri nazionalisti, difensori delle tradizioni, non se ne interessano affatto. La “fuga dei cervelli” non è un argomento dei loro programmi politici. Gli emigrati ungheresi, fuori dai confini della “Grande Ungheria”, sono emigrati per motivi politici. Tuttora l’emigrazione ungherese in cerca di lavoro è irrilevante, il regime di Orbán è in grado di offrire lavoro, altrettanto non si può dire dei nostri governi.

Dopo avere analizzato i limiti del modello di nazionalismo etnico, ritorniamo alla riflessione della Heller sul regime di Orbán. La preoccupazione maggiore della filosofa ungherese era la politica di Orbán verso l’Unione Europea. La Heller sostiene che Orbán conduce una politica di “rifeudalizzazione”: «La relazione dare/ricevere/ricambiare è infatti più vicina al feudalesimo che alla tipica corruzione capitalistica. Il governo Orbán crea la sua stessa oligarchia. La ricchezza di questa oligarchia dipende interamente dal Partito [di Orbán]»[7]; e questa ricchezza proviene in buona parte dall’Unione Europea: «È probabilmente vero che qualcosa come il 20-30% del denaro che l’Ungheria riceva dall’Ue finisca nelle tasche dei più stretti sostenitori di Orbán»[8]. Non c’è, ovviamente, riconoscenza verso l’Unione Europea, come abbiamo visto prima, anzi secondo la Heller: «Fino a che i sostenitori del nazionalismo etnico non ne avranno preso il controllo un’Ue liberale, conservatrice, socialista, rimane il nemico. Quando il nazionalismo etnico avrà preso il sopravvento nell’Ue, chi sarà il nemico degli Stati etnici? […] Il nemico di uno Stato nazionale è sempre un altro Stato nazionale. Le piccole schermaglie diplomatiche di oggi diventeranno guerre domani»[9]. Spero, ovviamente, che la previsione della Heller non si avveri e che non si arrivi alla paventata – da lei – dissoluzione dell’Unione. Ho paura di sbagliare e non faccio previsioni, ma posso constatare che finora la politica di Orbán è stata sostanzialmente anti-Unione Europea, allora perché continuare a tenerlo dentro l’Unione e non indicargli, invece, dove si trova la porta?

 

 

[1] A. Heller, Orbanismo. Il caso dell’Ungheria: dalla democrazia liberale alla tirannia, tr. it. M. De Pascale e F. Lopiparo, Roma, Castelvecchi, 2019, p. 5.

[2] Cfr. Ivi, pp. 17-18.

[3] T. Szábo, Le sujet et sa morale. Essais de philosophie morale et politique, Algyõ (Hongrie), Innovariant, 2016, p. 170.

[4] I. Bibó, Miseria dei piccoli Stati dell’Europa orientale, tr. it. A. Nuzzo, Bologna, Il Mulino, 1994, pp. 30-31.

[5] A. Heller, Orbanismo, cit., pp. 5-6.

[6] Ivi, p. 35.

[7] Ivi, pp. 28-29.

[8] Ivi, p. 28.

[9] Ivi, p. 8.

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