Etica della liberazione

di Enrique Dussel
traduzione e cura di Antonino Infranca

Il lettore italiano trova qui uno dei primissimi testi in cui Dussel parla di Etica della Liberazione. Si noti che scriva in minuscolo “etica della liberazione”, segno che questo ulteriore sviluppo della sua filosofia era ancora incipiente. Manca una più radicale ripresa di Marx, una più forte accentuazione del ruolo delle vittime del sistema dominante, una concezione della vita come il fondamento di ogni assoluto. Concezioni che saranno centrali nell’Etica della Liberazione del 1998. Si tenga conto anche dell’anno della stesura: 1982. Si nota che l’esperienza della rivoluzione sandinista è prossima, che la democrazia non è tornata in Argentina e in altri paesi dell’America latina.

Le morali classiche, delle epoche non critiche – se ci siano mai state – ai tempi, quando l’egemonia dello Stato crea il consenso senza dissenso, senza replica, senza opposizione, hanno fondamento, esigenze, leggi, virtù accettati da tutti, meno da quelli che non rispettano gli obblighi dell’ordine vigente, “naturale”, quelli che hanno, d’altra parte, chiara coscienza della loro mancanza (come i banditi che sanno che rubano e che, se li si prende, andranno meritatamente in carcere). Al contrario, desideriamo riferirci all’etica come l’ordine pratico delle epoche critiche, difficili, in transito verso nuovi ordini, di passaggio da un sistema morale vigente a un altro ancora non-vigente. Morale sarà così la totalità pratica stabilita, trionfante, al potere (e per questo con leggi promulgate dallo Stato); mentre l’etica significherà la struttura pratica che nasce dall’oppressione dell’ordine vigente, della morale al potere, e percorre il lungo cammino della costituzione della nuova totalità pratica più giusta, futura, di liberazione .

1. Morale vigente

1.1. L’ordine pratico vigente, come pensavano i classici, è fondato o dipende da un fine, un progetto, il bene nel suo senso pieno, l’essere. È il fondamento, l’identità, ciò che spiega che tutto ciò accade in ogni sistema dato. Con questo sono d’accordo tutti i filosofi della storia, in un modo o in un altro, da Aristotele o Tommaso, da Kant o Heidegger, includendo Marx o Lenin.
1.2. Il progetto ontologico del sistema vigente, il fine o bene, è l’universale che fonda come un imperativo le massime particolari della volontà – come direbbe Kant. Il progetto ha esigenze proprie come condizioni della sua realizzazione. L’ordine esigente o dell’obbligatorietà del fine come tale è al di sotto delle norme, che quando promulgate si denominano leggi. Le esigenze del fine sono normate dalla legge. In questo modo, le mediazioni, la prassi particolare o le possibilità che si dirigono alla realizzazione del fine sono misurate con le norme e con le leggi. Si compie così un circolo pratico:

1.3. Quello che è normato dalla legge, la prassi, è legale – se rispetta questa legge – o illegale – in caso contrario. Da parte sua, si ha il dovere di compiere una prassi particolare, quando è richiesta dal fine (e per questo normata dalla legge). Si ha diritto su qualcosa, anche quando è una mediazione necessaria per cui il soggetto realizzi il progetto che il sistema definisce come “naturale” per i suoi membri.
1.4. Alla stessa maniera, sono valori o hanno valore quelle mediazioni o prassi che di fatto costituiscono il progetto, lo realizzano. Il valore non è altro che il carattere di una possibilità o mezzo che actualiter è mediazione del fine. Vale in quanto è attualmente mediazione. Se smette di avere questa posizione effettiva riguardo al fine, smette di avere valore. Il valore, per questo, è la qualità di ogni mediazione in quanto media – dal verbo “mediare”. Per questo la virtù è un valore: e l’abitudine concreta che mi spinge a compiere le esigenze del fine. È virtuoso colui che abitualmente realizza ciò che lo obbliga per legge, come dovere.
1.5. Da parte sua, l’“utilità” della prassi rimane anche fondata sul fine. È utile quello che realizza il progetto. Tra l’utile e il buono esiste la differenza che separa il realizzato dal valido. L’utile è nell’ordine della produzione (e potrebbe dirsi che lo stesso fine si “produce”, benché questa denominazione non sarebbe del tutto adeguata). Una morale utilitarista guarda il lato della realizzazione o realizzabilità del reale, del realizzato.
1.6. Se persona è solo una “sostanza individuale di natura razionale”, starebbe indicando solo i soggetti particolari dell’ordine morale vigente. Questo significato secondario e deformato, come vedremo, può essere il punto di partenza dell’ordine morale: ogni soggetto di un ordine pratico è il più degno dentro di esso ed è sempre fine per questo ordine.
1.7. Lo stesso marxismo dogmatico – che sorge da un’ontologia rinnovata a partire dallo stalinismo e che produce nell’ordine teorico il materialismo dialettico dell’eternità della materia infinita – arriva al fine di fondare un ordine morale vigente nei paesi socialisti con organizzazione burocratica di “centralismo democratico” (almeno così denominato) in tutti questi principi enunciati da 1.1 a 1.6. Ha smesso di essere un’etica critica per trasformarsi in una morale dell’ordine stabilito.
1.8. La morale tragica dell’“autenticità” di un Heidegger, o l’enunciato di Wittgenstein: «È chiaro che l’etica non può formularsi. L’etica è trascendentale. (Etica ed estetica sono uno)» (Tractatus logico-philosophicus, 6.421 e 6.422), alla fine optano per la morale vigente, perché di fronte all’egemonia dello Stato non possono sollevare nessuna protesta, poiché «il senso del mondo deve essere fuori di esso» (Ibidem, 6.41), cioè, sulla totalità del sistema, dello Stato non c’è giudizio, né critica; resta solo la forma, il cambio parziale, il capitalismo progressista, nel nostro caso.

2. Etica della liberazione

2.1 Quando un sistema entra in crisi, crisi di tutto come totalità, come nel caso del capitalismo dipendente dell’America latina – ma anche dell’Africa o dell’Asia: del Terzo Mondo –, anche le morali riformiste entrano in crisi.
2.2. Se il fine o il progetto del sistema si mostra ingiusto, repressore, non più razionale, seguirlo, imponendolo, è adesso il fondamento di ogni malvagità. Il fine immorale fonda momenti ontici immorali. In questa maniera, le sue esigenze sono machiavelliche, mezzi per reprimere. Anche la sua legge è ingiusta; i suoi valori sono disvalori, le sue virtù sono vizi; la sua utilità è inefficacia; i soggetti del sistema, le persone, sono i responsabili dei massacri; il marxismo dogmatico comincia ad essere colpevole di “lavaggi del cervello”; la morale tragica lascia posto alla morale guerriera, poiché dicono: «In guerra non c’è morale» e «la morale non regge la politica». Il cinismo del compimento degli interessi del sistema occupa il posto del bene e ogni repressione è adesso possibile, in nome della “Ragione di Stato”. Non ci stiamo riferendo solo a von Clausewitz, ma anche a Kissinger o Haig, agli attacchi contro i palestinesi a Beirut o contro i “farabundisti” in el Salvador.
2.3. In questi momenti, il sistema positivo della morale (la Sittlichkeit, direbbe Hegel, ma in senso inverso per noi) lascia posto all’etica. Per noi l’etica è l’ordine pratico del passaggio da una morale ingiusta a una futura nuova morale più giusta. È l’ordine normativo durante il passaggio dialettico da un ordine morale a un altro, da un “ordine morale ingiusto 1” a un “nuovo ordine morale 2”
2.4 Un’etica della liberazione pensa e spiega il senso della bontà pratica al momento in cui è distrutto un ordine morale in quanto ingiusto; momento nel quale il soggetto liberatore rimane esposto alle intemperie, senza riparo, né protezione nell’ordine morale che cade a pezzi. Senza morale, al di là della morale, che ordine pratico può reggere gli eroi, i liberatori, quelli che rischiano la loro vita per fondare un ordine più giusto?
2.5. Il liberatore, i liberatori, gli eroi si sollevano contro la morale, ma non alla maniera del “superuomo” di Nietzsche, che distrugge l’antico ordine morale sacerdotale per costruire un nuovo ordine sulla vita e il valore dei guerrieri, i vittoriosi, infine gli ariani. No! Si tratta di un “uomo-che-trascende” l’ordine repressore ingiusto – quello della borghesia dipendente dei paesi del Terzo Mondo –, ma al servizio degli oppressi, dei poveri, dei popoli alienati. Questo liberatore, in ultimo termine, è il popolo stesso, i poveri, il “noi” storico che con la sua vita costruisce nuovi ordini morali.
2.6. Il fine del sistema è giudicato come ingiusto, la legge come illegale, il valore come disvalore da parte del liberatore. Ma i liberatori – i “sandinisti” – sono giudicati dal sistema come distruttori, come sovversivi, marxisti, barbari, anarchici, il caos nella storia. In effetti, l’Altro che il sistema non può essere giudicato dal sistema, ma come nulla di senso, come il Nemico per eccellenza, come la sua fine, la sua morte.
2.7. L’etica della liberazione pensa e spiega il senso di un nuovo progetto storico, la nuova bontà, l’essere futuro come utopia positiva, l’interesse degli oppressi come orizzonte di liberazione. Il nuovo momento dell’essere distrugge il precedente, ma ancora non regge Stati, né leggi al suo servizio, né ha ancora trionfato. Il progetto di liberazione è così il fondamento della nuova morale, ma fondamento differente e opposto all’antico progetto. La dialettica tra il progetto vigente, in nome del quale si reprime il povero, e il nuovo progetto di liberazione, per il quale lotta l’oppresso, è l’origine di tutta l’etica. L’etica della liberazione non manca di fondamento per opporsi al fondamento del sistema morale presente. Ciò che accade è che ha un altro fondamento, utopia futura, essere, fine, bontà, opposto a quella del sistema attuale. In nome di questo fondamento si solleva un popolo contro gli interessi delle classi dominanti del sistema attuale e lo dichiara immorale.
2.8. Questo esige un nuovo concetto della legge naturale. Se la natura è l’uomo, e se l’uomo è per natura storico, l’essenza naturale umana è storica; cioè, come spiega bene Zubiri, l’essenza umana manifesterà tutte le sue note esattamente alla fine della storia, quando la potenzialità effettiva delle sue possibilità essenziali sia arrivata alla sua piena attualità. Non è che l’essenza si realizza nella storia, piuttosto che manifesta le sue note nel trascorrere della storia. Se questo è così, la legge naturale manifesterà i suoi “contenuti” reali, totali, anche alla fine della storia. Ciascun progetto nuovo storico è una nuova manifestazione della legge naturale (sia nel feudalesimo, nel capitalismo, nel socialismo e ciò che verrà dopo, ecc.). Il nuovo progetto, se supera momenti negativi del progetto antico è più naturale che quello superato. Il nuovo progetto storico, se è l’adeguato e giusto, compie la legge naturale nel senso di raggiungere fini maggiori, più razionali, più umani. Sarebbe antinaturale chiedere di eternizzare uno stato di cose (per esempio, il capitalismo dipendente), senza lasciare posto al suo superamento più giusto.
2.9. Nel momento dell’atto liberatore, quando la morale vigente è al potere e l’eroe nella clandestinità, il suo atto illegale si solleva, tuttavia, come la legalità suprema. È illegale di fronte alle esigenze del progetto vigente che compie gli interessi dei dominatori ingiusti, ma è legale di fronte alle esigenze del progetto futuro utopico più giusto. L’eroe soffre la illegalità, il carcere, la tortura e finanche la morte con piena coscienza etica. Sa che la sua prassi misura il carcere e i torturatori, i loro tribunali di giustizia e i loro governi (e finanche i loro sacerdoti e le loro liturgie) come perverso, malvagio, che non può curvare il suo impegno. Soffre l’ingiustizia della legalità ingiusta con il valore di colui che con estrema temperanza affronta il dolore con la bontà. La sua coscienza “etica” (fondata nel progetto di liberazione) giudica la coscienza “morale” di colui che tortura (e la coscienza “morale” è tranquilla come i disciplinati subordinati di Hitler o Haig) con sapienza: «Perdonali perché non sanno quello che fanno». La loro coscienza morale cieca gli occulta il senso etico della loro prassi oggettivamente perversa, poiché torturano il giusto, l’eroe, il liberatore.
2.10. L’etica della liberazione giustifica il liberatore e gli spiega perché la sua virtù di valore è giudicata dal sistema come vigliaccheria, sovversione, pura distruzione malvagia, comunista, cioè, il vizio supremo. Per la virtù vigente le sue azioni sono viziose, ma deve sapere che le sue azioni sono la virtù che giudica i difensori del sistema come i viziosi, i Pinochet, i Somoza. L’etica della liberazione rovescia il senso delle virtù, ma al contrario di Nietzsche – ancora una volta. Nietzsche adora le virtù conquistatrici dei guerrieri dominatori; l’etica della liberazione giustifica le virtù del servizio al povero, all’oppresso; è un’etica della misericordia, di bontà. La guerra giusta, l’impugnare l’arma, il dare la vita sono possibili se sono mezzi adeguati per difendere il povero, per organizzare un nuovo sistema. Sempre nella giustizia, non facendo all’oppressore ciò che essi fanno agli oppressi. Il comandante Borge, in Nicaragua, ha dato soltanto trent’anni di prigione a colui che lo aveva torturato personalmente e solo trent’anni diedero al torturatore che aveva violentato una comandante sandinista, per poi darle la morte con orribili torture. La equanimità del liberatore è proporzionale alla sua magnanimità. Non odia i dominatori come persone; odia le funzioni e le strutture di dominio che deve annichilare affinché si liberi l’oppresso. Deve per questo usare mezzi adeguati per distruggere le strutture di dominio e così liberare il dominatore dalla sua funzione di dominatore e il dominato dalla sua posizione di oppresso. Distruggendo l’ordine morale antico distrugge le funzioni strutturali dello stesso.
2.11. L’etica della liberazione, per questo, suppone un’antropologia e una metafisica della sensibilità. «Avevo fame e mi deste da mangiare» è un criterio assoluto riguardo al sistema che produce la fame dell’oppresso e riguardo al progetto di liberazione che lotta per dare da mangiare strutturalmente al povero. La “fame” è un momento della carnalità negata, della corporalità sofferente. L’uomo è carne, basar in ebraico, che non ha nulla a che vedere con il soma o il “corpo” greco, dualista, materiale, dualismo perverso. Perché l’uomo è essenzialmente carnalità, carnalità intelligente, è che la morale vigente del dominio nega la sensibilità in nome dei valori eterni. In nome del valore eterno dell’“ordine” si distrugge la “carne” dei sovversivi, dei dissidenti. Torturare la carne, togliere la vita, non è nulla per una morale dualista dei valori: in nome dei valori, la vita sensibile non ha nessun valore – o è solo un valore materiale, l’ultimo nella gerarchia dei sublimi valori scheleriani.
2.12. «Dare da mangiare all’affamato» suppone distruggere un ordine antico vigente e costruirne un altro al suo servizio. Per questo diceva Berdjaev: «La mia fame è materiale; la fame dell’altro è spirituale». In effetti, lo spirito è l’autonomia e la libertà della carne cosciente che è capace di rischiare per l’altro oppresso fino al limite di dare la vita per lui. «Dare da mangiare all’affamato» storicamente e strutturalmente, mediante lo Stato e le leggi, cioè, compiere esattamente i suoi interessi, è opera dello spirito, è un atto spirituale, è l’atto per eccellenza dell’etica di liberazione. È servire l’Assoluto (rendergli culto) offrendo all’affamato il pane della giustizia.
2.13. L’etica della liberazione così intesa è una distruzione parte per parte, sistematica e integrale, della morale vigente e la giustificazione e la spiegazione della bontà e della giustizia della prassi di liberazione degli oppressi, dei poveri, del popolo, nei tempi limite del passaggio da un sistema storico e un altro nuovo, ancora futuro. Non è un’etica relativista. Al contrario, la morale vigente del sistema al potere tende a eternizzare i principi vigenti come i principi umani, senz’altro. Produce una morale “naturale” come universalizzazione della sua propria morale: è relativismo assoluto, poiché la morale relativa al suo tempo si pretende elevarla a morale senz’altro. Al contrario, l’etica della liberazione è umile, concreta, realista. Vale per il passaggio presente da questo sistema vigente a quel sistema concreto utopico. Si esaurisce in questo passaggio. Dovranno sorgere nuove morali e nuove etiche. Ma hic et nunc è l’“unica” possibile che giustifichi e spieghi i principi assoluti di ogni morale o etica future.
2.14. Il principio etico assoluto – e sempre concreto – di ogni ordine pratico nella giustizia è, negativamente, «Liberiamoci, noi, gli oppressi!»; cioè, in uno stadio di oppressione, soffrire l’ingiustizia, il principio sempre vigente sarà l’enunciato – negativamente. Positivamente si enuncia: «L’Altro è degno per eccellenza!». L’Altro è il volto del libero al di là dell’orizzonte del mio mondo. L’Altro è la persona nel suo senso originario: “volto” (pnim in ebraico) di altro libero. La persona, come abbiamo detto, non è sostanza individuale razionale, perché in questa maniera potrebbe essere il soggetto indegno per eccellenza. Persona è l’altro, il volto dell’altro, l’altro che appare nel mio mondo, ma come altro, come trascendenza, come ciò che non posso collocare come mediazione del mio progetto. L’altro ha i suoi interessi che io devo servire. Se è oppresso, se è povero, significa che è stato destituito della sua dignità di persona-altro, per comportarsi come cosa, strumento, mediazione: è stato alienato (reso altro da sé). L’alienazione dell’altro si presenta come momento negativo riguardo alla sua dignità intrinseca.
2.15. Rispetta l’altro, come altro, libera l’altro oppresso – come esigenza di una coscienza; rispettiamoci come altri di ogni sistema, liberiamoci, noi, gli oppressi, sono i principi pratici storici, concreti e tuttavia assoluti dell’etica della liberazione.
2.16. l’etica della liberazione è così l’etica assoluta, tuttavia sempre concreta; la morale di dominio è una morale universale – soltanto per il sistema vigente –, ma astratta – poiché esclude nella sua astrazione i dominati che produce dentro il sistema che normativizza.
2.17. L’etica della liberazione è dialettica, poiché ha sempre presente due momenti in tensione: l’ordine morale antico ingiusto e l’utopia futura di liberazione. La morale vigente è riformista, poiché considera – come Popper ne La società aperta e i suoi nemici – l’utopia come irrealizzabile e, per questo, come il peggiore male per tutto il sistema; ciò che resta da fare è migliorare il migliorabile (perché la crisi non è visualizzata, o è tragica, quando si è sufficientemente intelligenti per prevedere la fine del sistema). Ma ottimista o tragica, la morale vigente è dominatrice e demoralizzatrice di chi ha bisogno di liberarsi perché è povero e oppresso. Se l’etico cade nell’ambito del «su ciò di cui non si può parlare, è meglio tacere» (Wittgenstein, op. cit., 7), è necessario che il contadino salvadoregno taccia del napalm che gli lanciano per impedire la sua liberazione. È possibile che l’aristocrazia viennese – alla quale apparteneva il grande logico – possa essere scettica e parlare di poche cose. Ma questo scetticismo diventa eticamente cinico, quando è necessario gridare – non solo parlare – al sistema della sua orribile perversione e formulare positivamente il necessario per la liberazione.

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