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Rileggendo le riflessioni di un maestro sul proprio maestro. Giuseppe Prestipino ripensa Lukács

A pochi mesi dalla scomparsa di Prestipino un piccolo libro (Su Lukács. Frammenti di un discorso etico-politico) riporta la nostra attenzione sull’analisi che il filosofo italiano ha dedicato a Lukács, soprattutto a un aspetto centrale dell’ultimo Lukács: l’etica. Come è noto Lukács negli ultimi anni della sua vita, all’incirca negli ultimi venti anni, si dedicò alla stesura di un vero e proprio sistema filosofico. Prima l’Estetica, a cui sarebbe seguita un’Etica. Dopo aver terminato l’Estetica – almeno nella forma monumentale in cui la conosciamo, 1600 pagine, perché l’intenzione di Lukács era di scriverne un secondo volume – il filosofo ungherese si accingeva a scrivere questa Etica, ma si rese conto che avrebbe prima dovuto definire il soggetto di questa etica e, quindi, iniziò a scrivere l’Ontologia dell’essere sociale. Quest’opera era stata appena terminata, insieme alla sua versione più breve e più agile, i Prolegomeni all’Ontologia dell’essere sociale, quando la morte fermò l’opera sistematica di Lukács. Dell’Etica ci rimangono degli appunti, da cui con qualche difficoltà si può trarre qualche concetto.
Prestipino, però, riuscì soprattutto negli anni di fine secolo a rintracciare qualche concetto di natura etico-politica di Lukács e La Porta, il curatore del libro, è riuscito a sintetizzare questa ricerca nelle pagine di questo libretto, soprattutto è riuscito a sintetizzare l’attitudine di Lukács verso la grande questione della democrazia: «La democrazia è per Lukács essere con l’altro, o essere fra gli altri» (p. 12). Si nota che la democrazia, categoria della politica, ha un contenuto etico, un’apertura all’Altro e una convivenza con gli altri, in modo che l’individuo è un essere-in-comune con gli altri, l’individuo è in fondo una comunità di azioni reciproche. Si tenga presente che in tedesco – che era la lingua in cui Lukács scriveva – “comunità” è Gemeinschaft che significa anche “azione reciproca. Personalmente ho sempre letto l’Ontologia di Lukács come una teoria dell’individuum, cioè di un essere non diviso tra una singolarità e una collettività, tra un uomo e la comunità in cui esso vive. Adesso ritrovo in Prestipino una lettura molto simile alla mia, come è ovvio per marxisti come noi.
Questo individuo, questo essere sociale, è “una possibilità non ancora realizzata” (p. 24), per dirla con Bloch – altro filosofo marxista molto caro a Prestipino – è un essere-non-ancora. Ciò che impedisce la realizzazione di questa possibilità è l’estraniazione che domina il mondo contemporaneo, – aggiungo io – in tutti i sistemi di produzione della ricchezza e in tutte le società esistenti, anzi l’estraniazione è il vero elemento globalizzante oggi. Prestipino sostiene che «il concetto di estraniazione […] subentra alla nozione di sfruttamento» (p. 43), io credo che l’estraniazione sia uno strumento più raffinato per completare l’azione dello sfruttamento e, in questo senso, utilizzo la concezione di “reificazione” che Lukács utilizzò in Storia e coscienza di classe, il suo primo capolavoro marxista. Nell’Ontologia dell’essere sociale l’estraniazione ritorna come fenomeno esteso all’intera sfera dell’essere sociale, come dicevo sopra, si può considerare un fenomeno globale, il fenomeno caratteristico della nostra epoca. La caratteristica epocale, che Prestipino rileva, è che estraniazione è una forma di sradicamento dell’individuo dal genere umano per richiuderlo nel proprio particolare, per farne un atomo isolato dalla relazione reciproca, dalla comunità, con gli altri. Parlo di sradicamento, perché l’isolamento nel particolare è anche l’annichilamento delle relazioni con la tradizione, con la storia, che formano la particolarità dell’essere sociale di ciascun essere umano. L’individuo particolare di oggi può trovare nuove identità nelle relazioni naturali con gli altri, come ad esempio il sesso, le etnie, le generazioni (cfr. p. 45), che sono forme di comunità rozze e ancestrali, da superare per avere una vita piena di senso. Le rivolte contro queste barriere naturali, cioè il femminismo o il movimento LGBT o il Black Lives Matter o la Rivoluzione bianca – che sarebbe il movimento di emancipazione degli anziani, di cui non si parla in un continente anziano come l’europeo, ma è di attualità in America Latina, un continente giovane – sono la manifestazione odierna della lotta contro le “barriere naturali”, a cui faceva riferimento Prestipino.
Siamo, quindi, alla soglia temporale di un cambio epocale. La situazione di estraniazione/sfruttamento a cui l’umanità è genericamente sottoposta non può durare in eterno, è nata con la sussunzione del lavoro al capitale e con il «condizionamento fondamentale esercitato sulla produzione ad opera della razionalità» (p. 24). L’estrema razionalizzazione rende impossibile una vita umana in queste condizioni di estraniazione e sfruttamento, che è diventato anche sfruttamento ambientale, con il rischio della fine della stessa vita biologica dell’essere sociale. Il marxismo può presentarsi come una nuova filosofia della storia che indaghi le possibilità future – l’essere-non-ancora di Bloch – perché queste appartengono alla genericità dell’essere sociale (cfr. p. 51). Non si devono costruire possibilità future dal nulla, ma si devono estrarre dall’essere sociale, dove sono occultate e oppresse dall’estraniazione. Sono potentiae – per dirla con Spinoza – che possono passare in actu, come conseguenza di un atto di liberazione della vera e autentica essenza umana. Ma si badi bene, questa liberazione è, innanzitutto, un atto di scelta: nella natura umana si può scegliere per il proprio particolare, per il gesto cattivo verso l’altro essere umano, ma si può scegliere per l’atto solidale, fraterno, verso l’altro essere sociale, superando ovviamente le barriere naturali, a cui ci si riferiva sopra. È una scelta per la vita dell’altro, come se fosse la propria. Si può scegliere la relazione reciproca, la comunità, e questa è la scelta per la crescita dell’essere umano, per la crescita dell’umanità. Questa è la sostanza del discorso di Prestipino, che ho ovviamente approfondito in direzione di una filosofia della liberazione, che non era affatto estranea al filosofo siciliano.
Prestipino non sposa in toto le posizioni di Lukács, ma riprende alcune delle caratteristiche accuse lanciate a Lukács dai suoi critici; innanzitutto la sua incomprensione delle avanguardie. Lukács, non comprendendo i nuovi indirizzi della scienza contemporanea, «non comprese che le avanguardie artistiche e letterarie perseguivano forse un “realismo” più adeguato ai percorsi sperimentali nel nostro secolo dal sapere in generale e dalla conoscenza scientifica in particolare. Combatté gli esponenti delle avanguardie perché, a suo giudizio, la loro “angoscia come affetto dominante”, lungi dal testimoniare, con strumenti nuovi di conoscenza, il “caos” regnante nella società contemporanea, sarebbe soltanto l’“espressione emotiva” di una “incapacità di scorgere le leggi e la direzione dello sviluppo sociale”, sottostanti al presunto “caos”» (p. 59). Il lettore delle “Pagine lukácsiane” sa che il giudizio di Lukács su almeno due dei maggiori esponenti dell’avanguardia novecentesca, Brecht e Kafka, non era così negativo. A Brecht Lukács, nell’elogio funebre del drammaturgo tedesco, – pubblicato in questa rubrica – riconosce il grande merito di avere causato crisi nella coscienza contemporanea, quindi quell’affetto dominante, quell’angoscia, ebbero un effetto di stimolo verso la liberazione dall’estraniazione. Nel caso di Kafka, seppure in una lettera privata al filosofo Konder, – anch’essa presente in questa rubrica – Lukács riconosce di avere errato il proprio giudizio negativo.
A mio giudizio, Prestipino non si è soffermato sul termine “realismo”. Lukács intendeva che il realismo delle avanguardie, seppure adeguato all’epoca in cui vivevano gli artisti, non riusciva a scendere in profondità alla scoperta del tipico dell’epoca e della società capitalistica, comune bersaglio polemico delle avanguardie e di Lukács. In pratica, Lukács rimproverava alle avanguardie la loro atipicità, cioè il non sapere rappresentare gli elementi tipici dell’epoca, se non in una forma superficiale e non essenziale. Però Lukács riconosceva in un autore coevo, come Thomas Mann, questa capacità di scendere in profondità nella rappresentazione dei temi epocali. Ad esempio, nel romanzo di Thomas Mann, Doktor Faust, lo scrittore tedesco tratta temi artistici avanguardistici, ma nel contempo rappresenta l’estraniazione dominante nella società tedesca tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Infatti per Thomas Mann, da autentico realista, il reale è l’essenza tipica, sintesi di singolarità e universalità (cfr. p. 75), non certo una singolarità che esprime sensibilmente una realtà soltanto propria, non riconoscibile dagli altri.
La critica all’incomprensione delle avanguardie fa da apripista ad un rendiconto delle tipiche accuse di stalinismo rivolta a Lukács: «A me pare che la peculiare “sfortuna” di Lukács derivi dal fatto che egli solo, tra i grandi della cultura occidentale, fu laudatore di Stalin e, insieme, “inattuale” pensatore “hegelo-marxista” (…); fu ossequiente allo stalinismo e insieme tenace avversario dell’“irrazionalismo” (…); fu “stalinista” e insieme antimodernista sul terreno estetico-artistico (…); infine nessun altro grande intellettuale fu quanto lui condizionato, nella vita e nel pensiero, dalla disciplina di partito» (p. 71). Si può notare che il tono è ironico, Prestipino non pare convinto che Lukács sia stato un effettivo stalinista, anche se alcuni atteggiamenti e prese di posizione teoriche non erano sufficientemente distanti dalle concezioni stalinista. Insomma Prestipino riconosce che Lukács è stato per molti suoi critici «un capro espiatorio dalle molte teste da recidere tutte insieme» (p. 72). Personalmente non credo allo stalinismo di Lukács, anzi riconosco che è stato più volte vittima dello stalinismo: fu arrestato dalla polizia stalinista nel luglio 1941 e liberato per intervento del leader della Terza Internazionale Dimitrov, solo per rapporti personali; fu espulso dall’Università di Budapest nel 1949 per le sue posizioni non ortodosse; fu deportato in Romania in quanto membro del governo rivoluzionario Nagy nel 1957. È stato per pochi anni membro del Partito Comunista Ungherese, perché le sue posizioni non erano ortodosse, quindi non era affatto fedele alle posizioni del partito, soprattutto nelle concezioni teoriche: se lo stalinismo esaltava il realismo socialista, Lukács esaltava il realismo borghese; se lo stalinismo sosteneva che non ci fosse alcun rapporto tra il pensiero hegeliano e Marx, Lukács scrisse un libro sul giovane Hegel, mettendo in rilievo filologicamente i debiti di Marx verso Hegel; se lo stalinismo condannava l’idealismo, Lukács condannava l‘irrazionalismo. Sono tutte le differenze tra lo stalinismo e il pensiero lukácsiano. Le citazioni “laudatorie” di Stalin? In tutti i suoi scritti autobiografici, Lukács ha sempre riconosciuto che le citazioni erano lo strumento per sfuggire al controllo della censura stalinista e potere pubblicare saggi non in linea con le direttive del partito. Si tratta di acrobazie intellettuali, ma i tempi e i luoghi in cui è vissuto Lukács non permettevano una lotta aperta al regime stalinista, Prestipino riconosce che lo stalinismo non permetteva mediazioni (cfr. p. 69). Però, Prestipino avrebbe potuto tenere presenti questi fatti.
Rimane, comunque, il riconoscimento da parte di Prestipino del suo debito a Lukács: «Il comunismo è una decisione, è una volontà razionale che deve affermarsi senza certezze preliminari! (p. 96). Prestipino e Lukács sono stati due intellettuali organici che quella scelta l’hanno fatta, una scelta che è innanzitutto etica. Lukács era definito da chiunque l’avesse conosciuto un “uomo buono”, altrettanto si può dire di Prestipino. Lukács ha rischiato di pagar caramente questa scelta, Prestipino, vissuto una generazione dopo il filosofo ungherese e in Italia, un paese democratico, non ha pagato nulla per la sua scelta, ma almeno ha saputo riconoscere che Lukács era un punto di riferimento teorico imprescindibile per chi volesse compiere quella scelta.

LUKÁCS SU HÖLDERLIN E IL TERMIDORO

di Michael Löwy (traduzione di Antonino Infranca)

Gli scritti di Georg Lukács negli anni Trenta, malgrado i loro limiti, le loro contraddizioni e i loro compromessi (con lo stalinismo) sono di grande interesse. È il caso soprattutto del suo saggio su Hölderlin del 1935, intitolato L’“Hyperion” de Hölderlin, tradotto in francese da Lucien Goldmann e incluso nel volume Goethe et son époque (1949).
Lukács è letteralmente affascinato dal poeta, che descrive come «uno dei poeti elegiaci più puri e profondi di tutti i tempi», in cui l’opera «ha un carattere profondamente rivoluzionario» 1 . Ma contrariamente all’opinione generale degli storici della letteratura, egli rifiuta ostinatamente di riconoscerlo come un autore romantico. Perché?
Dopo l’inizio degli anni Trenta, Lukács aveva compreso, con grande lucidità, che il romanticismo non era una semplice scuola letteraria ma una protesta culturale contro la civiltà capitalista, in nome dei valori – religiosi, etici, culturali – del passato. Era, allo stesso tempo, convinto che, per i riferimenti al passato, si trattasse di un fenomeno essenzialmente reazionario.
Il termine “anticapitalismo romantico” appare per la prima volta in un articolo di Lukács su Dostoevskij, dove lo scrittore russo è condannato come “reazionario”. Secondo questo articolo, pubblicato a Mosca, l’influenza di Dostoevskij risulta dalla sua capacità di trasformare i problemi dell’opposizione romantica al capitalismo in problemi “spirituali”; a partire da questa «opposizione intellettuale piccolo-borghese anticapitalista romantica (…) si apre una larga strada verso la destra, verso la reazione, oggi verso il fascismo e, al contrario, un sentiero stretto e difficile verso la sinistra, verso la rivoluzione» 2 . Questo “sentiero stretto” sembra sparire, fino a quando scrive, tre anni più tardi, un saggio su “Nietzsche precursore dell’estetica fasciste”. Lukács presenta Nietzsche come un continuatore della tradizione dei critici romantici del capitalismo: come loro «egli contrappone continuamente alla mancanza di civiltà del suo tempo l’alta civiltà di periodi precapitalistici o protocapitalistici». A suo avviso, questa critica è reazionaria, e può facilmente condurre al fascismo 3 .
Si trova qui un sorprendente accecamento: Lukács non sembra percepire l’eterogeneità politica del romanticismo e, in particolare, l’esistenza, a fianco del romanticismo reazionario, che sogna un impossibile ritorno al passato, di un romanticismo rivoluzionario che aspira a una svolta dal passato, in direzione di un avvenire utopico. Questo rifiuto è ancor più sorprendente, perché l’opera dello stesso giovane Lukács, per esempio il suo saggio La teoria del romanzo (1916), appartiene a questo universo culturale romantico/utopico .
Questa corrente rivoluzionaria è presente nelle origini del movimento romantico. Prendiamo come esempio Le origini dell’ineguaglianza tra gli uomini di Jean-Jacques Rousseau (1755), che si può considerare come una sorta di primo manifesto del romanticismo politico: la sua feroce critica della società borghese, dell’ineguaglianza e della proprietà privata, si fa in nome di un passato più o meno immaginario, lo Stato di Natura (direttamente ispirato ai costumi liberi ed egualitari degli indigeni “Caraibi”). O contrariamente a ciò che pretendono i suoi avversari (Voltaire!), Rousseau non propone che gli uomini moderni ritornino alla foresta, ma sogna una nuova forma di eguale libertà dei “selvaggi”: la democrazia. Si trova il romanticismo utopico, sotto diverse forme, non soltanto in Francia ma anche in Inghilterra (Blake, Shelley) e anche in Germania: il giovane Schlegel non era un ardente partigiano della Rivoluzione francese? È il caso anche, ben inteso, di Hölderlin, poeta rivoluzionario, ma che, come molti dei romantici dopo Rousseau, è posseduto dalla “nostalgia dei giorni di un mondo originario” (ein Sehnen nach den Tagen der Urwelt) .
Lukács è obbligato a riconoscere, controvoglia, che si trovano «tratti romantico-anticapitalistici di Hölderlin, che quando egli scriveva non erano affatto reazionari» . Per esempio, l’autore dell’Iperione odia, anche lui, come i romantici, la divisione capitalistica del lavoro e la ristretta libertà politica borghese. «Eppure nel fondo del suo essere, Hölderlin non è romantico, benché molti tratti della sua critica del capitalismo incipiente lo siano» 4 . Si sente in queste righe che affermano una cosa e il suo contrario, l’imbarazzo di Lukács e la sua difficoltà a designare chiaramente la natura romantica rivoluzionaria del poeta. Questo perché in una prima epoca il romanticismo non aveva «tratti [… che] non erano affatto reazionari»? ciò vorrebbe dire che tutta la Frühromantik, il periodo iniziale del romanticismo, alla fine del XVIII secolo, non era reazionario? In questo caso, come si può proclamare che il romanticismo è, per sua natura, una corrente retrograda?
Nel suo tentativo, contro ogni evidenza, di dissociare Hölderlin dai romantici, Lukács menziona il fatto che il passato al quale essi si riferivano non è lo stesso: «La differenza tra la tematica di Hölderlin e quella dei romantici – Grecia contro medioevo – è dunque anche una differenza politico-ideologica» (p. 313). O, se molti romantici si riferiscono al medioevo, non è il caso di tutti: p. es. Rousseau, come si è visto, si ispira al modo di vita dei “Caraibi”, uomini liberi ed eguali. Si trovano, d’altronde, dei romantici reazionari che sognano l’Olimpo della Grecia classica. Se si tiene conto del cosiddetto “neo-romanticismo” della fine del XIX secolo – la continuazione del romanticismo sotto una nuova forma – si trovano autentici romantici rivoluzionari – il marxista libertario William Morris e l’anarchico Gustav Landauer – affascinati dal Medioevo.
Infatti, ciò che distingue il romanticismo rivoluzionario dal reazionario non è il tipo di passato al quale si riferisce, ma la dimensione utopica dell’avvenire. Lukács sembra non rendersene conto, in un altro passo del suo saggio, quando evoca la presenza, in Hölderlin, di un «sogno di una risorta età dell’oro» e dell’«utopia di una liberazione reale dell’umanità» . Egli percepisce anche, con perspicacia, la parentela tra Hölderlin e Rousseau: nei due trova «il sogno di una trasformazione della società», con la quale, quella sarà «ridiventata natura» 5 . Lukács è dunque preso dal rendere conto dell’ethos romantico rivoluzionario di Hölderlin, ma il suo pregiudizio ostinato contro il romanticismo, catalogato come “reazionario” per definizione, gli impedisce di raggiungere questa conclusione. È, secondo noi, uno dei principali limiti di questo saggio, altrimenti brillante …
L’altro limite riguarda piuttosto il giudizio storico-politico di Lukács sul giacobinismo ostinato – post-termidoriano – di Hölderlin, paragonato al “realismo” di Hegel: «Hegel si adatta ad essa [la situazione post-termidoriana], si adatta alla fine del periodo rivoluzionario borghese e costruisce la sua filosofia proprio sul riconoscimento di questa svolta nuova nella storia mondiale; Hölderlin rifiuta ogni compromesso con la realtà post-termidoriana, resta fedele all’antico ideale rivoluzionario di rinnovamento della democrazia ellenica e viene schiacciato da una realtà in cui per quell’ideale non c’era più posto, nemmeno sul piano filosofico e poetico». Mentre Hegel interpreta «la rivoluzione borghese come un processo unitario, del quale sia il Terrore che il Termidoro e Napoleone erano le fasi necessarie», «l’intransigenza di Hölderlin resta invece un tragico vicolo cieco: solitario Leonida degli ideali giacobini, egli cade sconosciuto e incompianto alle Termopili del termidorismo avanzanto» 6 .
Riconosciamo che questo affresco storico, letterario e filosofico non manca di grandezza! Esso, però, non è meno problematico … E, soprattutto, contiene, implicitamente, un riferimento alla realtà del processo rivoluzionario sovietico, così come esisteva nel momento in cui Lukács redigeva il suo saggio.
È, in ogni caso, l’ipotesi, un po’ rischiosa, che ho tentato di difendere in un articolo apparso in inglese sotto il titolo “Lukács and Stalinism”, e incluso in un libro collettivo Western Marxism, a Critical Reader, London, New Left Books, 1977. L’ho incluso anche nel mio libro su Lukács pubblicato in francese nel 1976 e apparso, nel 1978, in Italia con il titolo Per una sociologia degli intellettuali rivoluzionari. Ecco un passo che riassume la mia ipotesi riguardo all’affresco storico schizzato da Lukács nell’articolo su Hölderlin: «Il significato di queste osservazioni in rapporto all’Urss del 1935, è chiaro; basterà ricordare che Trotsky aveva pubblicato, proprio nel febbraio 1935, un saggio in cui utilizzava per la prima volta il termine “Termidoro”, per caratterizzare l’evoluzione dell’Urss dopo il 1924 (Lo Stato operaio e la questione del Termidoro e del bonapartismo). Non vi sono dubbi che i brani citati, siano la risposta di Lukács a Trotsky, questo Leonida intransigente, tragico e solitario, che rifiuta il Termidoro ed è condannato all’impotenza … Lukács, invece, allo stesso modo di Hegel, accetta la fine del periodo rivoluzionario e costruisce la propria filosofia sulla comprensione della nuova svolta della storia universale. Notiamo, inoltre, che Lukács sembrerebbe accettare, implicitamente, la caratterizzazione trotskista del regime di Stalin, come termidoriano …» 7 .
Con un certo stupore, ho letto in un recente libro di Slavoj Zizek, un passo a proposito del saggio di Lukács su Hölderlin, che riprende, quasi parola per parola, la mia ipotesi, ma senza menzionare la fonte: «È evidente che l’analisi di Lukács è profondamente allegorica: essa è stata scritta qualche mese dopo che Trotsky lancia la sua tesi, secondo la quale lo stalinismo era il Termidoro della Rivoluzione d’Ottobre. Il testo di Lukács deve essere letto come una risposta a Trotsky: egli accetta la definizione del regime stalinista come “termidoriano”, ma in lui prende una svolta positiva. Piuttosto che deplorare la perdita di energia utopica, dovremmo, in una maniera eroicamente rassegnata, accettare le sue conseguenze come l’unico spazio reale del progresso sociale» 8 .
Non credo che Zizek abbia letto il mio libro su Lukács, ma egli probabilmente è venuto a conoscenza della mia analisi nell’articolo pubblicato nella raccolta, a grande circolazione, Western Marxism. Dato che Zizek scrive molto e molto velocemente, è comprensibile che non abbia sempre il tempo di citare le sue fonti …
Slavoj Zizek fa molte critiche a Lukács, nelle quali, paradossalmente, Lukács «diviene dopo gli anni Trenta il filosofo stalinista ideale che, per questa ragione precisa e a differenza di Brecht, passa dalla parte della vera grandezza dello stalinismo…» 9 . Questo commento si trova in un capitolo del suo libro curiosamente intitolato “La grande interiorità dello stalinismo” – un titolo ispirato dall’argomento di Heidegger sulla “grandezza interiore del nazismo”, in cui Zizek si distanzia, negando, a giusto titolo, ogni “grandezza interiore” del nazismo.
Perché Lukács non ha colto questa “grandezza” dello stalinismo? Zizek non lo spiega, ma lascia capire che l’identificazione dello stalinismo con il Termidoro – proposta da Trotsky e implicitamente accettata da Lukács – era un errore. Per esempio, a suo avviso, «il 1928 fu una svolta travolgente, una vera seconda rivoluzione – non un tipo di “Termidoro”, piuttosto la radicalizzazione conseguente della Rivoluzione d’Ottobre». Morale della storia: si deve «cessare il ridicolo gioco consistente nell’opporre il terrore stalinista e l’“autentica” eredità leninista» – un vecchio argomento di Trotsky ripreso «dagli ultimi trotskysti, questi veri Hölderlin del marxismo attuale» 10 .
Slavoj Zizek sarebbe, dunque, l’ultimo stalinista? È difficile rispondere, dato che la sua pensiero-mania, con un considerevole talento, usa i paradossi e le ambiguità. Cosa pensare delle sue grandiose proclamazioni sulla “grandezza interiore” dello stalinismo e del suo “potenziale utopico-emancipatore”? Mi sembra che sarebbe più giusto parlare della “mediocrità interiore” e del “potenziale distopico” del sistema stalinista … La riflessione di Lukács sul Termidoro mi sembra più pertinente, anche se esso stesso è discutibile.
Il mio commento, nell’articolo “Lukács e lo stalinismo” (e nel mio libro) concernente l’ambizioso affresco storico di Lukács, a proposito di Hölderlin, tenta di porre in questione la tesi della continuità tra Rivoluzione e Termidoro: «Questo testo di Lukács rappresenta indubbiamente uno dei tentativi più intelligenti e più sottili di giustificare lo stalinismo come una “fase necessaria”, “prosaica” ma “dichiaratamente progressista” dell’evoluzione rivoluzionaria del proletariato, vista come un processo unitario. Questa tesi – che costituiva probabilmente il ragionamento segreto di molti intellettuali o militanti più o meno seguaci dello stalinismo – conteneva un certo “nucleo razionale”, ma gli avvenimenti degli anni seguenti (i processi di Mosca, il patto russo-tedesco, ecc.), avrebbero dimostrato, anche a Lukács, che questo processo non era così “unitario”». Aggiungo in una nota a piè di pagina che il vecchio Lukács, in un’intervista del 1969 a New Left Review, ha una visione più lucida sull’Unione Sovietica: il suo potere d’attrazione straordinaria è durato dal “1917 alle grandi purghe” .
Ritornando a Zizek: le questioni che pone nel suo libro non sono unicamente storiche: esse riguardano la stessa possibilità di un progetto comunista emancipatore a partire dalle idee di Marx (e/o di Lenin). In effetti, secondo l’argomento che egli propone in uno dei passi più bizzarri del suo libro, lo stalinismo, con tutti i suoi orrori (che non nega) è stato, in ultima analisi, un male minore, in rapporto al progetto marxiano originale! In una nota a piè di pagina, Zizek spiega che la questione dello stalinismo è spesso mal posta: «Il problema non è che la visione marxista originale sia stata sovvertita dalle sue conseguenze inattese. Il problema è la questione stessa. Se il progetto comunista di Lenin – e dello stesso Marx – fosse stato pienamente realizzato secondo il suo vero nucleo, le cose sarebbero state ben peggiori che lo stalinismo – avremmo una visione di ciò che Adorno e Horkheimer chiamarono verwaltete Welt (la società amministrata), una società totalmente trasparente a se stessa, regolamentata dal general intellect reificato, dalla quale sarebbe stato bandita ogni velleità di autonomia e di libertà» 11 .
Mi sembra che Slavoj Zizek sia troppo modesto. Perché nascondere in una nota a piè di pagina una tale scoperta storico-filosofica, la cui importanza politica è evidente? In effetti, gli avversari liberali, anticomunisti e reazionari del marxismo si limitano a renderlo colpevole dei crimini dello stalinismo. Zizek è, che io sappia, il primo a pretendere che se il progetto marxista originale si fosse realizzato pienamente, il risultato sarebbe stato peggiore che lo stalinismo …
Si deve prendere sul serio questa tesi, o piuttosto è meglio metterla sul conto del gusto smoderato di Slavoj Zizek per la provocazione? Non potrei rispondere a questa questione, ma penso alla seconda ipotesi. In ogni caso, ho qualche difficoltà a considerare come seria questa affermazione alquanto assurda – uno scetticismo senza dubbio condiviso da coloro – soprattutto giovani – che continuano ad interessarsi, ancora oggi, al progetto marxista originario.

Notes:

  1. G. Lukács, L’Hyperion de Hörderlin, p. 197 [“L’Iperione di Hölderlin” in Id., Goethe e il suo tempo, tr. it. A. Casalegno, in Id. Scritti sul realismo, Torino, Einaudi, 1978, p. 315
  2. G.Lukacs, «Über den Dotsojevski Nachlass », Moskauer Rundschau, 22/3/1931
  3. G. Lukács, «Nietzsche als Vorläufer des faschistischen Aesthetik », pp. 41 e 53 (1934) [«Nietzsche precursore dell’estetica fascista » in Id. Contributi alla storia dell’estetica, tr. it. E. Picco, Milano, Feltrinelli, 1975, pp. 336 e 360
  4. G. Lukács, L’Hyperion de Hörderlin, p. 313
  5. Ivi, p.304-305
  6. Ivi, p. 302-303
  7. M. Löwy, Per una sociologia degli intellettuali rivoluzionari. L’evoluzione politica di Lukács 1909-1929, tr. it. R. Massari, Milano, La Salamandra, 1978, p. 236
  8. S. Zizek, La révolution aux portes, Paris, Le Temps des Cerises, 2020, p.404
  9. Ivi, p. 257
  10. Ivi, p. 250-252
  11. Ivi, p. 419

L’ultimo Lukàcs e la lotta per un nuovo socialismo

di Guido Liguori

A partire dal recente volume “Lukàcs parla. Interviste (1963-1971)” a cura di Antonino Infranca – Edizioni Punto Rosso, Milano, 2019 – , Guido Liguori mette a fuoco alcuni dei punti fondamentali del pensiero politico dell’ultimo Lukàcs, con annotazioni riguardanti anche esponenti di spicco della politica italiana, come Togliatti e Gramsci

Il compito che il Lukács maturo si era proposto mi pare fosse soprattutto quello di ricostruire le basi teorico-politiche per una ripresa del socialismo dopo la devastazione dell’idea stessa di socialismo operata dal periodo staliniano. Il volume uscito di recente – Lukács parla. Interviste (1963-1971), cura e introduzione di Antonino Infranca, Milano, Edizioni Punto Rosso, 2019, pp. 200 – documenta bene la tensione del grande filosofo marxista ungherese verso questo obiettivo. Si tratta di una raccolta di dieci interviste rilasciate nel periodo indicato, alcune mai tradotte prima in italiano. Tra esse spicca la lunga Intervista sconosciuta del 1968, destinata non alla pubblicazione ma a essere discussa dagli appartenenti al Comitato centrale di quel partito in cui il filosofo era rientrato da appena un anno, dopo il trauma del 1956.

Vista la forma stessa degli scritti raccolti, gli argomenti affrontati sono molti – da quelli estetici a quelli etici, da quelli teorici a quelli politici, a quelli autobiografici. Il centro, o almeno uno dei punti focali del libro, a me sembra essere quello dei possibili sviluppi dei sistemi socialisti esistenti in relazione alla storia, teorica e fattuale, del movimento comunista mondiale. Un tema eminentemente politico, dunque.

Lukács, come egli stesso ricorda nel libro, non era mai stato un dirigente politico, se non nel decennio 1919-1929, e poi nel 1956. Si tratta di tre date significative. Nel 1919 aveva avuto responsabilità di primo piano (commissario all’istruzione, commissario politico nell’esercito) nella Repubblica ungherese dei Soviet guidata da Béla Khun. Sconfitto il tentativo rivoluzionario, continuò a svolgere dall’esilio prima viennese e poi moscovita, accanto a una più nota attività di ricerca teorica, un ruolo di direzione nel partito comunista ungherese, che lo portò nel 1929 a scontrarsi con Béla Khun e con l’Internazionale: a fronte della sconfitta degli anni Venti, Lukács si era pronunciato infatti per il ripiegamento del movimento comunista ungherese verso obiettivi democratici, mentre i seguaci di Stalin vaneggiavano su una rivoluzione imminente. Lukács, di nuovo sconfitto, sia pure all’interno del “campo” che resterà comunque sempre il suo, da allora in poi si dedicherà soprattutto alla ricerca teorica, filosofica ed estetica. Nel 1956 però accettò di partecipare come Ministro della cultura al legittimo governo comunista ungherese guidato da Imre Nagy, che fu stroncato dall’invasione dell’Ungheria da parte dei paesi del Patto di Varsavia guidati dall’Urss. Lukács e gli altri componenti del governo furono deportati in Romania. Il filosofo rifiutò di criticare Nagy e i suoi più stretti collaboratori, con cui pure era in dissenso su molte questioni. La sua notorietà gli rese salva la vita, mentre Nagy e altri furono condannati a morte.

La critica lukacciana al “socialismo reale” (come lo avrebbe poi definito Brežnev) non abbraccia solo il periodo staliniano: per lui il XX Congresso del Pcus non aveva comportato una reale autocritica e una vera correzione di rotta, come sarebbe stato necessario. Tuttavia i compiti appaiono al filosofo chiari: «dobbiamo dimostrare al mondo ciò che differenzia il marxismo dallo stalinismo», perché il marxismo deformato da Stalin non poteva dare alcuna risposta ai problemi del tempo, al contrario di quanto poteva tentare di fare il vero marxismo (p. 36). «Con questo marxismo che abbiamo non conquisteremo mai l’egemonia», afferma il filosofo, «perché questo marxismo è la peggior specie di manipolazione delle cose. Dovrebbe essere chiaro che dobbiamo tornare al vero marxismo, e con l’aiuto di questo rinnovamento, sarà realizzata, anche qui, l’egemonia» (p. 72).

In questa ricerca delle basi di un nuovo socialismo, non sorprende che Lukács incontri il comunismo italiano. Di Togliatti è noto il giudizio (riduttivo, in fondo critico) di grande tattico: «un uomo di eccezionale capacità politica, con una visione puntuale sulla peculiarità di ogni situazione, che è in continua ricerca e non ragiona schematicamente su nessuna questione […] nella nostra epoca è stata indubbiamente una delle personalità politiche più grandi. Poi si deve aggiungere – e ciò non ne diminuisce l’importanza – che nonostante Togliatti sia la personalità politica più grande di questa epoca, purtroppo, condivide largamente i fondamentali errori dell’ambito marxista […] la tattica sostituisce completamente l’analisi teorica del fondamento. Togliatti, anche se affronta molto meglio di tutti i suoi contemporanei la questione, non va fino alle conclusioni teoriche conseguenti» (pp. 56-57).

Più lusinghiero il giudizio su Gramsci: «Indubbiamente si sono prodotte novità negli anni Venti, in rapporto alla teoria di Lenin. E indubbiamente ce ne sono in Korsch, in Gramsci e nelle mie opere di quel tempo. Quelle tendenze furono stroncate dal Comintern dell’epoca, soprattutto per quanto riguarda Korsch e me; invece l’enorme vantaggio del movimento italiano fu che Gramsci non cadde in contrapposizione con l’Internazionale, quindi quello che vi era di positivo in Gramsci, e vi era molto di positivo in lui, poté essere investito nei problemi del movimento italiano» (p. 58). Tuttavia, «se pensassimo di risolvere i nostri problemi di oggi tornando ai teorici critici degli anni Venti, secondo me questo è un errore, anche nel caso di Gramsci» (p. 59). Lukács qui sottovaluta il lascito del marxista sardo, anche perché probabilmente non ha mai letto interamente i Quaderni. Per quel che concerne Berlinguer, rimando al carteggio Lukács-Berlinguer, pubblicato alcuni decenni fa da Critica marxista a cura di Lelio La Porta, che di recente lo ha riproposto con una nuova introduzione nel sito filosofia in movimento.it. Nel corso dello scambio epistolare Lukács scrive tra l’altro: «mi fa piacere è aver potuto partecipare ad un’azione comune con il vostro partito, nei confronti del quale nutro una simpatia che viene da lontano».

Tornando al libro, interessanti sono soprattutto le ripetute considerazioni che Lukács fa in merito alla via di uscita dalla impasse del movimento comunista. Essa si può riassumere in una ripresa del consiliarismo e nella parallela critica alla democrazia parlamentare (verso cui Lukács non nutre alcuna fiducia). Sono passi che risentono indubbiamente della ripresa della partecipazione politica alla fine degli anni Sessanta. Essi restano però densi di ammonimenti anche per il presente. Sia a Est (dove il soviettismo è stato quasi subito, dopo il 1917, trasformato secondo Lukács in una variante del parlamentarismo, sia pure illiberale) che a Ovest, si tratta per il filosofo ungherese di ripartire dalla democrazia dal basso: «Stalin iniziò la trasformazione dei resti, già corrotti, dei Consigli Centrali dei lavoratori (Soviet) in un parlamento […] ciò rappresentò un passo indietro, poiché il parlamentarismo è un sistema di manipolazione dall’alto [Nel] sistema dei Consigli […] la sua costruzione viene dal basso […] questo è il sistema, dal punto di vista democratico, più progressista, l’autentico socialismo» (p. 161). La difficoltà stava per Lukács nel fatto che «se fondassimo un Consiglio dei lavoratori mediante decreto, questo Consiglio sarebbe eletto nella stessa forma burocratica delle elezioni attuali per deputato. È necessario […] introdurre una democrazia di base» (p. 162).

Insomma, la ripresa del socialismo può avvenire solo dal basso, dalla costruzione di una rete di organismi partecipativi. Compito arduo ieri, nel socialismo reale di Lukács, quanto oggi, nel capitalismo spoliticizzato odierno. Eppure alcuni segnali si intravedono, come sempre sottotraccia, nello scavo della Talpa. Bisogna vedere se essi vedranno la superfice e ci permetteranno finalmente di cambiare pagina.

Lettera alla rivista Praxis (11 aprile 1968)

Continuano ad essere pubblicati materiali finora inediti riguardanti il vecchio Lukács; materiali che arricchiscono l’immagine del filosofo ungherese quale costante oppositore dei regimi totalitari del “socialismo realizzato” e di intellettuale impegnato nella difesa dei diritti umani. Con introduzione di Antonino Infranca.

            L’11 aprile 1968 Lukács scrisse una lettera alla rivista jugoslava “Praxis” a seguito della richiesta che i due direttori della rivista, Gajo Petrovic e Rudi Supek, gli avevano indirizzato di firmare una lettera di protesta contro le manifestazioni antisemite in Polonia. Ricordo che in quegli anni Lukács era impegnato nella raccolta di firme per una richiesta di libertà nei confronti di Angela Davis, la giovane afro-americana che lottava per i diritti civili degli afro-americani e che era stata rinchiusa nelle carceri statunitensi con l’accusa di terrorismo (cfr. Vie traverse. Un confronto Lukács-Anders, a cura di A. Infranca e A. Meccariello, Trieste, Asterios, 2019). Tre anni dopo interverrà per chiedere la liberazione dal carcere ungherese di due dissidenti maoisti, Dalos e Haraszti (cfr. G. Lukács, Testamento politico, a cura di A. Infranca e M. Vedda, Milano, Punto Rosso, 2015).

            La notizia della firma della lettera di protesta da parte di Lukács fu data da Radio Free Europe il 29 aprile. Proprio il giorno prima, il 28 aprile, il quotidiano jugoslavo “Vjesnik” dava la notizia che l’organo del Partito Operaio Socialista Ungherese, il quotidiano “Nepszabaság”, il 27 aprile, aveva pubblicato un attacco a Lukács da parte del responsabile per le questioni culturali del POSU, György Aczél. Aczél rimproverava a Lukács la sua “unilateralità” nel criticare lo stalinismo e il culto della personalità in Ungheria. Secondo Aczel, Lukács non aveva considerato i lati positivi di quel periodo della storia del socialismo e non ammetteva che si potesse tollerare alcun compromesso nella lotta ideologica. In discussioni private, Aczel cercò di far capire a Lukács che il POSU cercava di portare avanti una “politica di bilanciamento” tra la necessaria de-stalinizzazione e il controllo occhiuto dei sovietici. Lukács non accettò questa “politica di bilanciamento” e continuò imperterrito la sua condanna della continuazione dello stalinismo sotto forme nascoste (cfr. G. Lukács, Pensiero vissuto, a cura di A. Scarponi, Roma, Editori Riuniti, 1983, p. 183).

            È molto probabile che Aczel, a nome del Comitato Centrale del POSU, chiese a Lukács un’intervista per spiegare le sue posizioni politiche. L’intervista fu tenuta nel luglio 1968, quindi un mese prima dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Adesso l’intervista è disponibile in italiano (cfr. G. Lukács, Lukács parla, a cura di A. Infranca, Milano, Punto Rosso, 2019). Lukács condannò fortemente l’invasione della Cecoslovacchia e la repressione della Primavera di Praga in suo scritto, Demokratisierung heute und morgen (cfr. G. Lukács, La democrazia della vita quotidiana, a cura di A. Scarponi, Roma. Il manifestolibri, 2013). Lo scritto di Lukács rimase sepolto negli archivi del POSU fino al 1985, quando nell’incipiente era gorbacioviana proprio György Aczel lo fece pubblicare in tedesco e poi tradurre in italiano. Era un modo per mostrare ai compagni russi che il vecchio Lukács aveva anticipato la perestroika e la glanost di Gorbaciov. 

            Qui traduciamo la lettera dell’11 aprile 1968, nella quale Lukács, oltre a sottoscrivere la lettera di protesta contro i rigurgiti antisemiti, prende posizione contro le possibili “misure amministrative” che sarebbero state prese, eventualmente, nei suoi confronti da parte della dirigenza comunista ungherese. Per “misure amministrative” si intendeva anche il carcere o l’espulsione dall’Ungheria. Lukács rimase fermamente legato alle sue convinzioni e il POSU non poté punire un intellettuale tanto famoso. “Il coraggio dei vecchi è libertà che si avvicina” (Seneca, Fedra).

            Budapest, 11 aprile 1968

            Cari compagni Petrovic e Supek,

in principio, vi autorizzo a includere il mio nome nella vostra lettera di protesta. Come voi stessi, anche io sono convinto che il problema del marxismo non può essere risolto con misure amministrative.

            Comunque, per esprimere con la massima efficacia le mie concezioni, che non differiscono dalle vostre concezioni, riguardanti le misure amministrative, vi prego di pubblicare le seguenti osservazioni riguardo alla mia firma:

            La rinascita del marxismo può essere realizzata soltanto mediante serie ricerche scientifiche e per mezzo di critiche espresse in libere discussioni. Nell’attuale situazione è inevitabile che differenti concezioni, riguardanti queste questioni, concezioni in conflitto, siano espresse pubblicamente. Nel far ciò si deve sapere che non sempre una concezione soggettivamente onesta sia, se considerata oggettivamente, una concezione marxista. In altre parole, ciascuno di noi ha il pieno diritto di sostenere apertamente che le concezioni espresse da particolari pensatori, riferentesi al marxismo, non siano, in realtà, concezioni marxiste. Non desidero, né posso, far passare ciò in silenzio in relazione con il caso su menzionato. Il mio radicale rifiuto di qualsiasi misura amministrativa (e delle sue ufficiali spiegazioni) non è affatto indebolita dalle riserve teoretiche su menzionate. Tutto ciò che non è marxista in una teoria o in metodo, secondo la mia opinione, può e dovrebbe essere affrontato soltanto con discussioni scientifiche.

Con cordiali saluti, Vostro

György Lukács