Una politica riformista oggi

Le migliori menti nel dibattito politico del momento si esercitano in analisi sulla crisi economica e sociale che, oramai, da anni attanaglia il nostro Paese e che non sembra aver fine.

Tutti, in un impulso di irrefrenabile rimozione, imputano le responsabilità del declino a varie cause per non affrontare i veri nodi del problema e le declinano per lo più in: populismi, sovranismi, qualunquismi, finanche rigurgiti razzisti.

Nessuno cerca, chi per miopia, chi per mera convenienza, chi per paura della perdita di un mondo che fu e che vede sfuggirgli, di analizzare con la dovuta serenità, scevra da condizionamenti ideali e da opportunismi, i veri nodi del problema e le sue principali cause.

Nel titolo di questa breve riflessione vi è un chiaro riferimento al Riformismo, corrente politica e di pensiero che la storia ci ha trasferito densa di speranze tese al miglioramento graduale della società con particolare riguardo della classe lavoratrice. La corrente di riferimento, è quella che nel novecento ha visto quali uomini di punta: Turati, Treves, Matteotti, Salvemini, Carlo Rosselli. Corrente di pensiero politico, la cui cifra preponderante è stata la formazione di società che hanno visto coniugare, in armoniosa sintesi, il walfare e l’economia di mercato e che hanno prodotto notevole sviluppo sotto il profilo economico e sociale.

Ebbene, il significato delle parole a volte cambia nel comune modo di intenderle, causa fenomeni e accadimenti che trasformano l’identità culturale del suo significato originario. Laddove una volta per riformismo si intendeva tutto ciò che gradualmente portava al miglioramento della condizione umana, oggi, invece, la parola spesso usata in Europa, evoca subito cambiamenti sì, ma in peggio, in particolare: tagli di bilancio, rigidità, sacrifici, col portato inevitabile, di disoccupazione, impoverimento, bassi salari e precariato diffuso, nella sostanza un futuro senza sviluppo

Diventa sempre più impervio coniugare walfare, sviluppo e benessere. Al centro del sistema politico non c’è più l’Uomo ma il bilancio, il freddo dato contabile, che ha portato l’intero continente europeo ad “impiccarsi” alle politiche restrittive che non stanno dando i frutti sperati e che nel nostro Paese hanno portato e porteranno nel tunnel di una grave crisi di cui non si vedrà l’uscita.

E’entrato in crisi l’intero sistema istituzionale ed economico. La crisi del sistema bancario ne è un fulgido esempio: falliscono banche e si stigmatizza l’attività della banca centrale, istituzione da sempre considerata garanzia di serietà e competenza per la tutela di tutti.

Le sinistre in Europa ed ancor più in Italia, versano in gravi crisi di identità.

Se a questo si aggiunge il problema, sul quale ci si potrebbero scrivere interi tomi, degli effetti della globalizzazione sull’intero pianeta, non vi è chi non veda che la situazione diviene esplosiva e può tendere al catastrofico.

Allora diventa facile e fuorviante nascondersi dietro slogan ad effetto: il populismo, il sovranismo ed altre pretestuosità del genere.

E’lapalissiano dire che le persone non possono che sentirsi prima cittadini del proprio Paese poi cittadini europei e poi, forse, cittadini del mondo. E’palese il disorientamento generale specialmente tra i giovani.

In virtù della crisi, essi non trovano più lavoro e, quando assunti, esso è precario e sottopagato. Si ritiene, per lo più, che la colpa sia dell’Europa, dello straniero che viene in cerca di fortuna e fugge da luoghi impossibili.

Non si considera mai che vi è la netta carenza di una politica che lo tuteli e attui misure adeguate.

Generalmente, nella Storia recente, tale compito è stato svolto non certo dalle forze politiche di riferimento dell’oligarchia finanziaria o industriale ma da quelle forze di sinistra riformista che volevano coniugare sviluppo ed equilibrio economico, meriti e bisogni, concorrenza e competenza, socialità ed individualità, nella sostanza libertà e giustizia sociale.

Bisogna prendere atto che il sistema politico-economico costruito dai nostri padri fondatori è in stato comatoso, allo stato attuale non regge più.

Il grande accordo tra industria, partiti, sindacati, sistema cooperativo e Chiesa ha garantito sviluppo economico e conseguente benessere, con politiche di spesa a volte eccessive ma il sistema ha retto per molti anni. Si assisteva la grande impresa con leggi ad hoc che producevano investimenti, si assisteva il sistema cooperativo con benefici fiscali tutt’ora esistenti, si praticava nell’ambito delle piccole e medie imprese massiccia evasione per lo più tollerata, si davano contributi a pioggia per lo sviluppo del mezzogiorno, si praticava un clientelismo sfrenato con assunzioni nel pubblico oltre il consentito sia nelle aziende a partecipazione pubblica che negli enti, insomma non vi era settore che non avesse qualche beneficio. Il tutto in una sorta di consociativismo politico-economico diffuso e generale.

Tutto si teneva. Nel ’92 con la fine della c.d. prima repubblica, espressione esclusivamente giornalistica, sotto l’incedere dei procedimenti giudiziari, si estinguevano i partiti della famosa prima repubblica, salvo uno che cambiava nome ma non veniva meno quel sistema, né sul piano morale né sul piano dei precedenti assetti economici. Il sistema di assistenza diffusa rimaneva intatto ed il malcostume poi, si implementava in maniera esponenziale. Ai ladri di partito si sostituivano i ladri e basta che crescevano a dismisura. Alla luce dei fatti odierni l’unico cambiamento vero, sul piano sostanziale di quegli anni, è stata la dismissione dell’IRI con la privatizzazione di imprese a partecipazione pubblica di ottimo livello.

Non è stato un cambiamento di sistema politico-economico, ma solo una gattopardesca trasformazione, tanto che se si guardano i dati il debito pubblico dal ’92 ad oggi, esso è superiore a quello formatosi dal ’46 al ’92.

Ma quale seconda repubblica, semplicemente trasformazione della prima e niente più.

Con la successiva introduzione della moneta unica e l’applicazione di rigide politiche di bilancio imposte dall’Europa la visione di quel sistema, mai estintosi, diviene chiara, trasparente, senza possibilità di equivoci: il re è nudo. L’Europa del bilancio, alle quale si è sovrapposta la globalizzazione mette in grave crisi più di tutti il sistema Italia, che non ha avuto mai una vera e propria economia di mercato e con un welfare che si reggeva non tanto sullo sviluppo prodotto, ma soprattutto sull’espansione del debito senza limiti di sorta. L’economia era ed è per lo più assistita, quel poco di economia che non fruisce di assistenze, specialmente nei settori della piccola e media impresa, è talmente gravata da oneri burocratici, sociali e fiscali che è sempre più difficile per queste rimanere sul mercato. Anche le piccole imprese, che numerose fanno comunque PIL e non possono fuggire all’estero come le grandi, subiscono la concorrenza spesso sleale di piccole attività straniere operanti senza controlli negli stessi settori con mano d’opera impiegata spesso in nero ed in condizioni di sfruttamento e con più vantaggiose regole amministrative e fiscali. A questo va poi aggiunto un fenomeno tutto italiano: gli investimenti di un enorme flusso di denaro proveniente dai proventi delle organizzazioni criminali e che costituiscono parte significativa del Pil nazionale.

Alcuni, onde nascondere alla gente i veri problemi, la “buttano” addirittura sul razzismo ma la realtà è che non esiste alcun rigurgito razzista, se non in esigue minoranze che lo praticano da sempre. E’ certo, però, che coloro che si vedono andare in pensione alla soglia dei 70 anni, che vedono aumentare i costi sanitari e che sono costretti a sostenere i figli che rischiano di essere precari a vita, mal pagati, se non sfruttati, mal digeriscono coloro i quali, ancora più disperati, si affacciano dall’estero ad un mercato del lavoro privo di ogni regola. E questo fastidio non è certo frutto di razzismo, come molti ci vorrebbero far credere, ma solo di disperazione: tristemente solo lotta tra poveri. Le politiche di rigidità causano il sottosviluppo e soprattutto sono causa della cosa più odiosa dell’umanità: la lotta tra gli emarginati, lo scontro tra i meno abbienti che prescinde totalmente dal colore della pelle.

La forbice sociale si allarga sempre più ed ancor più la forbice generazionale.

Se ci togliamo le quasi tremila medie imprese che fatturano da 50 milioni di euro a due miliardi, il fiume di denaro illecito, e poco altro, a meno che non si vuole considerare la grande impresa indenne da sostegni statali, il resto è per lo più assistito.

Si è cercato di vendere politicamente il precariato per flessibilità ma questa esiste solo dove c’è una dinamica di mercato che nel nostro Paese non è mai esistita. Tutto è controllato con un complesso di procedure amministrative degne dei migliori paesi illiberali. L’onesto imprenditore viene dissuaso dall’intraprendere nuove attività. Viene, invece, favorito attraverso il mancato controllo, lo sfruttamento dei lavoratori che, nei casi di immigrati è a volte vera e propria schiavitù, viene tollerata ogni forma di illegalità nell’ambito commerciale e nei servizi privati.

Non è questa la sede, per ovvii motivi redazionali, per addentrarsi in ulteriori analisi molto più vaste cui torneremo in seguito, va sinteticamente però avanzata qualche proposta.

Mi limito a poche righe per ora.

  • Snellimento di tutte le procedure amministrative di tipo autorizzativo in generale, onde facilitare ogni legittima intrapresa che si volesse praticare;
  • Eliminare ogni facilitazione per quelle imprese in forma cooperativa che nei fatti sono grandi imprese che operano nei settori finanziari, bancari, assicurativi e della grande distribuzione mettendoli sullo stesso piano delle imprese che operano come società di capitale negli stessi settori. Riportiamo il cooperativismo all’iniziale vocazione, quando lo scopo era favorire il lavoro degli associati e la loro sicurezza;
  • Separare le banche di raccolta da quelle di affari affinché il risparmiatore sappia che si fa del suo denaro, se ci si gioca a “dadi” con i derivati o se si impiega per crediti a famiglie e attività produttive;
  • Regolare il commercio semplificando le procedure e senza differenti trattamenti nello stesso settore merceologico, ristabilendo una leale concorrenza;
  • Controllo, vigilanza e prevenzione in ogni situazione lavorativa che debelli il caporalato, lo sfruttamento e la schiavitù (vedi in agricoltura);
  • Equiparare le pensioni sociali al costo per lo Stato del migrante;
  • Attuare una giustizia efficiente e repentina attraverso la messa in ruolo di più operatori in tutti i settori;
  • Agevolare i giovani al lavoro con dei limiti ai contratti a termine per l’impresa che li utilizza;
  • Stabilire criteri per i danni causati dalla pubblica amministrazione per le sue lentezze con tempi certi e termini perentori per ogni procedura. Chi investe deve poter programmare le proprie attività.
  • Prevedere sgravi fiscali per chi inizia un’attività per i primi cinque anni, onde permettergli un sereno avviamento.

Queste sono solo alcune idee sulle quali torneremo per ulteriori e più completi approfondimenti.                                                                         Se il Paese non saprà prendere la strada delle vere riforme che possano rendere veramente dinamica e flessibile la nostra economia, ma saprà solo attuare politiche restrittive imposte dall’Europa, non ci sarà speranza per il futuro se non per una opulenta oligarchia senza anima.

Pierluigi Winkler

 

 

 

 

 

 

 

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