Recensione al libro di M. Ventura “Creduli e credenti. Il declino di Stato e Chiesa come questione di fede”

L’Italia è un paese dove la concettualizzazione, prima ancora che la trattazione, della questione religiosa come problema politico (che và ben oltre, dunque, lo specifico dei rapporti tra Stato e organizzazioni religiose) riveste maggiore complessità che altrove (USA e diversi paesi europei) stante la perdurante incapacità a livello istituzionale e normativo di declinare la libertà religiosa come libertà giuridica in un contesto “politico” ispirato al pluralismo culturale, dunque come «fine» costituzionale (la Costituzione come «strumento teleologico»). Sul piano generale delle libertà, e della libertà religiosa in particolare, il nostro apparato politico-ordinamentale ha sempre “faticato”, tranne qualche parentesi virtuosa e limitata, a considerare gli individui dal punto di vista delle loro “domande” libertarie – ponendo attenzione al «ripetersi delle ingiustizie» 1 preferendo, piuttosto, concentrarsi su una “gestione” dei processi di integrazione democratica fortemente influenzata in chiave “verticistica” per meglio assecondare gli interessi organizzati più forti, i soli capaci di inserirsi nel circuito ristretto della mediazione più «alta e complessa». La causa di tutto ciò è da ricercare, in buona parte, nella crisi dello Stato legislativo-parlamentare e nel progressivo ampliamento del ruolo del Governo 2. Sul fronte, invece, specialistico delle dinamiche tra poteri pubblici e confessioni religiose, questa ri-configurazione dei rapporti interni alla forma di governo “riflette” analoghe declinazioni di ordine sia politico che giuridico, nel senso che la materia c.d. “pattizia” (artt. 7, comma 2 e 8, comma 3 Cost.) ha progressivamente “assorbito” nel circuito della trattativa (di vertice) sia la disciplina di materie un tempo riservate alla normazione unilaterale statale, sia quella relativa ai diritti fonda­mentali di libertà, comprimendo la portata di altrettanti importanti principi costi­tuzionali. La questione, perciò, è di metodo, il cui attuale alto tasso di rigidità politico-normativa appare non idoneo a raccogliere l’«inesauribile quantità di significati della libertà religiosa» 3, sia a livello statale (nelle sue diverse articolazioni) che sovranazionale (EU e CEDU).

Questa premessa serve, nelle intenzioni dello scrivente, ad “apparecchiare” il complesso e affascinante ragionamento che Marco Ventura svolge nel suo Creduli e credenti. Il declino di Stato e Chiesa come questione di fede (Einaudi, 2014). Un libro, scritto sì da un giurista pubblicista, ma destinato anche a una platea di lettori che va ben oltre la cerchia ristretta dei cultori del diritto pubblico e dello stesso diritto canonico (materia che l’Autore insegna, insieme a diritto e religione, nelle università di Lovanio e Siena), in quanto la trama che attraversa sottilmente l’opera esprime una sensibilità culturale parecchio elastica, espressiva di un bagaglio di conoscenze proprie di chi ha saputo affinare nel tempo l’osservazione della realtà senza farsi sedurre da finzioni precostituite e alla ricerca di “alternative” integratrici del discorso sulla libertà e sulle sue istituzioni: lo Stato, il mercato, la democrazia, la scienza, etc.

Si resta immediatamente colpiti già dal titolo del libro, dove la parola “fede” (a mò di chiosa finale) serve a invitare il lettore a prendere sul serio i “presupposti” non solo verso quel «qualcosa in più della realtà», cioè la trascendenza nelle sue diverse e complesse implicazioni soggettive e relazionali 4 ma anche verso la costruzione dello spazio politico all’interno del quale laici e religiosi devono stare sullo stesso piano 5.

Secondo l’Autore, la storia italiana vede dal 1984 ad oggi due categorie di soggetti (di cittadini-fedeli) affrontarsi in una logorante sfida a braccio di ferro. La posta in gioco è il destino dello Stato – nelle sue multiformi declinazioni sia verticali che orizzontali – e delle formazioni sociali a carattere religioso – delle chiese storicamente presenti sul territorio italiano e delle nuove forme di religiosità – nella società plurale. Da un lato ci sono i creduli, che «sfruttano la storia» e se ne servono per «controllare il presente», dall’altro i credenti, che, al contrario, «si mettono al servizio della storia» e responsabilmente cercano di spezzare il ciclo della diffidenza. Su campi segnati da steccati spesso insormontabili, «il declino di Stato e Chiesa [diventa perciò] questione di fede» (p- 14), e tra il credulo e il credente la lotta si fa «decisiva» (15).

Quella religiosa, in Italia, è “questione” datata, come in qualsiasi altro paese occidentale, fatta oggetto di politiche da parte del potere civile non sempre coerenti con quelle «premesse sostanziali» funzionali (parafrasando Böckenförde) all’affermazione di uno spazio pubblico liberale e secolarizzato. Ed è questione (quella religiosa) che poggia interamente sul significato e sul valore della libertà. Ebbene, proprio dall’amore per la libertà, Ventura fa discendere la sua analisi, prendendo a prestito alcuni passaggi della dissertazione del protestante svizzero Vinet sulla libertà dei culti (1826) il quale sosteneva che «è migliore la società in cui il libero concorso di una pluralità di fedi e di Chiese scongiura opportunismo e moralismi a beneficio del credo più vero e dei credenti più seri» (p. 30). Una libertà, dunque – quella voluta dai pensatori e politici liberali – «non privilegiaria, cioè potere a favore dell[e] Chies[e]» 6 quanto, piuttosto, affare interindividuale, che diventa metodo, e che aspira a farsi procedura, sotto l’ombrello della Costituzione, al fine di ricomporre le domande in campo, i problemi pratici nascenti dal rapporto tra sfera religiosa e sfera pubblica. Ma si tratta solo di un progetto, di una idea geniale che resta – nel dibattito politico italiano che dal Fascismo porta alla Costituente (e oltre) – completamente ai margini; confinato quanto un’eresia, che interessa sparute minoranze di studiosi e attivisti politici (prima i liberali contrari al Concordato del 1929, poi quelli apertamente ostili al richiamo nella Costituzione del 1947 ai Patti Lateranensi), fortemente arroccato su binari consolidati, su opzioni e strategie messe in campo al di qua e al di là del Tevere al solo fine di “conservare”: la memoria dello Stato cattolico fondato sul Concordato (così come voluto, nel 1929, dalla Chiesa di Pio XI e dal Regime di Mussolini, entrambi “presi in ostaggio” dai rispettivi interessi “ideologici” di parte), e di scongiurare la rottura della “pace religiosa” minacciata dal Vaticano (come accettato da Togliatti e altri che votarono l’art. 7 Cost.). Non a caso l’Autore rinvia alle parole pronunciate nel 1947 dal giudice della Corte Suprema americana Hugo Black, a proposito delle «generazioni fuggite in America dall’Europa per sottrarsi all’oppressione di Chiese favorite dal governo e determinate a mantenere la propria assoluta supremazia politica e religiosa» 7. Anche qui, siamo di fronte a una “professione di fede”, nei confronti però di un modo di concepire la libertà (in senso giuridico-costituzionale) che non ha nulla a che vedere con la  libertas Ecclesiae – «potere a favore, radice permanente di conflitti, incomprensioni ed equivoci» 8 – quanto, invece, con una dimensione politico-normativa rispondente alle esigenze di una società democratica, laica, pluralista, che affonda e rinnova l’esperienza e l’apporto di un filone culturale rappresentato da Cavour, Ruffini, Jemolo, Basso, protagonisti sì di stagioni politiche diverse, ma che l’Autore rievoca per delimitare una scansione ideale e argomentativa (nonché “specialistica” dei rapporti tra poteri dello Stato e fattore religioso organizzato) a cavallo della quale il nostro Paese preferisce “dribblare” una serie di conquiste (separatismo, uguaglianza, libertà, laicità) anziché porle quale “nucleo duro” di un nuovo diritto pubblico del fenomeno religioso. Si tratta, perciò, di un percorso “a metà” lungo il sentiero dei fondamenti dello Stato costituzionale, di “promesse non mantenute” a causa di molteplici resistenze agenti in ambiti diversi ma pur sempre cooperanti (gli ordini distinti della Chiesa e dello Stato, con le loro ricadute sul sistema dei rapporti con le confessione c.d. “diverse” dalla cattolica), di processi interrotti per l’affermazione di modelli di matrice lobbistica finalizzati a mantenere inalterato lo status quo – per non allargare la sfera della partecipazione, facendo finta di cambiare ma senza alterare sostanzialmente sistemi di relazione e prassi consolidate, anzi, stravolgendo il senso e la portata giuridica di categorie di nuovo conio costituzionale (es. la sussidiarietà, «risucchiata», secondo Ventura, «nella centrifuga degli interessi»; p. 89) – di riforme parziali, incapaci di leggere e interpretare il “nuovo” (migrazioni, globalizzazione, sicurezza, convivenze, integrazione, multiculturalismo, etc.), di una “eclissi dello Stato” che immagina di risolvere il problema del Risorgimento, «svincolare l’Italia e la Santa Sede» 9, ingessando la società italiana e le istituzioni politiche nella camicia di forza del «monopolio cattolico» (p. 67) e non garantendo i «diritti delle coscienze e degli individui», come chiaramente sanzionato dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo nel caso Pellegrini c. Italia (20 luglio 2001) che pone in luce, secondo Ventura, incongruenze sostanziali e procedurali gravi dell’ordinamento italiano e del suo cotè concordatario.

Le questioni poste sotto osservazione dall’Autore sono diverse e tutte meritevoli di approfondimento: l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche; l’8 per mille; le agevolazioni tributarie e le esenzioni in materia fiscale riservate agli enti ecclesiastici; la tardiva attuazione delle intese ex art. 8 comma 3 Cost.; la pugnace “difesa della fede” che, sulla scorta delle dichiarazioni di Ratzinger, significa: «opposizione alla maggioranza relativistica»; il divieto di «votare sulla verità», come dichiarò, ancora Ratzinger in una nota intervista concessa a Messori nel 1984; la laicità “sempre in questione”, ovviamente «sana» solo se intesa ex parte Ecclesiae, e non secondo le chiare parole della Corte costituzionale nel 1989; la difesa delle “radici cristiane” nella nuova Europa politica; il ruolo in-politico svolto dalla CEI in diverse materie sottratte de facto alla governance del diritto comune, oppure messe “a bagnomaria” in attesa del supporto politico utile a soddisfare interessi di parte e non il bene comune (es. la campagna massiccia a favore del “non voto” in occasione del referendum del 2005 sulla legge 40/2004); la vessata questione in materia di simboli religiosi (su tutte, quella relativa alla presenza del crocifisso nelle scuole pubbliche, con il ribaltamento di pronunce da parte della Corte di Strasburgo a cavallo tra il 2009 e il 2011, dove prima si stabilisce che la croce è il simbolo di una «particolare religione», dunque, da rimuovere, poi che la croce è un «simbolo passivo», “inoffensivo”, e che quindi può restare dov’è); la dura contestazione, portata fin dentro alle stanze della politica, della laicità quale fondamento di una legge generale sulla libertà religiosa (mai varata “anche” per le pressioni cattoliche), strumento utile, a parere di chi scrive e in linea con le tesi dell’Autore, non solo per abrogare la legge fascista sui culti ammessi (n. 1159/1929) ma anche e soprattutto per ricondurre lo strumento della bilateralità alla funzione regolatoria «degli aspetti che si collegano alle specificità delle singole confessioni o che richiedono deroghe al diritto comune» (Corte cost. 346/2002). E poi la questione islamica, che l’Autore ripercorre facendo risaltare l’approccio bicefalo, da un lato, della Chiesa di Benedetto XVI – il primato della ragione, esaltato nella conferenza di Regensburg del 2006, da contrapporre alla “assolutezza” dell’elemento trascendentale secondo la visione musulmana – dall’altro, dello Stato, a partire dal riconoscimento nel 1974 della personalità giuridica quale ente di culto del Centro islamico culturale d’Italia fino al sostanziale fallimento del Comitato per l’islam italiano (2010).

C’è bisogno, allora, di novità, di azioni coraggiose, di disponibilità ad apprendere da parte di entrambi gli interlocutori: istituzioni pubbliche da un lato e forme della religiosità organizzata, Chiesa cattolica inclusa, dall’altra. L’elemento destabilizzante resta la “confusione”, lo “scambiarsi la veste”. Ventura, nel suo Creduli e credenti, offre importanti elementi di riflessione e utili proposte di soluzione per una rinnovata primavera delle libertà.

 

Gianfranco Macrì

Notes:

  1. A. Dershowitz, Una teoria laica dell’origine dei diritti, Torino, 2005, p. 11
  2. R. Di Maria, Rappresentanza politica e lobbying: teoria e normativa. Tipicità ed interferenze del modello statunitense, Milano, 2013, pp. 28 ss.; G. Di Cosimo, Chi comanda in Italia. Governo e Parlamento negli ultimi venti anni, Milano, 2014, pp. 93 ss.
  3. M. Ricca, Art. 19, in R. Bifulco, A. Celotto, M. Olivetti, Commentario alla Costituzione, Torino, 2006, Vol. I, pp. 420-440
  4. P.L. Berger, Questione di fede. Una professione scettica del cristianesimo, Bologna, 2004, pp. 11-13
  5. G.E. Rusconi, Come se Dio non ci fosse. I laici, i cattolici e la democrazia, Torino, 2000
  6. G. Zagrebelsky, Scambiarsi la veste. Stato e Chiesa al governo dell’uomo, Roma-Bari, 2010, p. 34
  7. pp. 22-23; mio il corsivo riferito al virgolettato citato nel libro
  8. G. Zagrebelsky, op. cit., pp. 33-34
  9. S. Cassese, Governare gli italiani. Storia dello Stato, Bologna, 2014, pp. 324-326
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