Lukács e la possibilità di una di una Ontologia sociale critica

traduzione di Antonino Infranca

La recente pubblicazione di una raccolta di saggi, Georg Lukács and the Possibility of Critical Social Ontology, ha riaperto il dibattito sulla possibilità di elaborare e definire un’ontologia sociale critica. Il libro si concentra sulle molteplici dimensioni del pensiero di Lukács, ma soprattutto con maggiore enfasi e interesse sull’Ontologia dell’essere sociale di Lukács, che è probabilmente il tentativo più riuscito della definizione di una tale ontologia sociale critica, anche se la sua conoscenza non è tanto diffusa, quanto meriterebbe un’opera di tale densità e maturità teorica. La raccolta, curata da Michael Thompson, conta su 14 articoli divisi in 4 sezioni, con autori di vari paesi, che hanno dedicato i loro saggi alla comprensione e al dibattito dell’opera di György Lukács.
Nella prima parte, intitolata “Aspetti fondamentali dell’Ontologia dell’essere sociale di Lukács”, Antonino Infranca, Miguel Vedda, Endre Kiss e Matthew J. Smetona, analizzano alcuni dei temi fondamentali alla formulazione di un’ontologia originalmente nuova, elaborata da Lukács. Così, troviamo l’approccio di Infranca e Vedda su “Ontologia e lavoro nell’ultimo Lukács”, che sostiene il carattere centrale della categoria del lavoro come proto-forma dell’“essere-proprio-così” dell’essere umano, così come la sua inestirpabile caratteristica particolare nella costituzione delle sue forme di socialità. Nella sua analisi del ruolo di Lukács nel processo di rinnovamento del marxismo, nel corso del XX secolo, Endre Kiss (“Lukács e la riformulazione del marxismo: dall’ontologia di Hartmann all’ontologia di Lukács”) cerca di tracciare il percorso teorico che porta dall’ontologia di Hartmann a quella di Lukács, indicando le possibili approssimazioni e, fondamentalmente, il distanziarsi tra i due autori. Nel sentiero teorico, aperto da Lukács, la biforcazione che lo porta alla costruzione di una lettura ontologica totalmente originale, si distanzia da quella proposta da Nicolai Hartmann – ma anche, fondamentalmente, dall’ontologia metafisica di Heidegger, come è stato discusso profondamente da Nicolas Tertulian – e possiede come vettore la comprensione dei processi storici di costituzione dell’essere sociale e la sua caratterizzazione ontogenetica a partire dal lavoro, come elemento di mediazione organica/inorganica tra uomo e natura. Hartmann si è allontanato dall’influenza kantiana e neopositivista, così come dalle tendenze fenomenologiche, predominanti nella filosofia di quel contesto storico. Mentre, non è avanzato verso una lettura ontologica, il cui approccio fosse capace di catturare sul piano ideale e categoriale la totalità dei complessi sociali, è rimasto, pertanto, sul piano di un’ontologia di carattere metafisico, come puntualizzato dallo stesso Lukács. Tale carattere si deve, in parte, al fatto che Hartmann non prende in considerazione, nel suo approccio, le “basi materiali” del lavoro e dell’azione umana. Questo è il tema discusso nell’analisi proposta da Matthew J. Smetona (“L’Ontologia dell’essere sociale di Lukács e le basi materiali dell’intenzionalità”), che chiude la prima sezione del libro. Qui, Smetona cerca di dimostrare che l’azione umana, l’atto del “porre teleologico”, si orienta a partire da condizioni storiche determinate – definite come basi materiali – e che, pertanto, offrendo risposte alle sue domande, l’umanità, nella sua genericità, punta alle possibilità racchiuse e circoscritte in quello stesso momento storico. Questa analisi svolge il carattere materialista della lettura ontologica lukacsiana, superando qualsiasi incidenza metafisica, così come una lettura fondamentalmente processuale della storia. L’uomo, l’umanità è ed è stata, in un costante processo (contraddittorio) di costruzione del suo essere sociale. E questa tematica ci riporta alla seconda parte del libro.
I vincoli, l’assunzione e il superamento, o se si preferisce l’Aufhebung tra Lukács e Hegel in alcuni dei suoi principali aspetti – e possiamo qui includere Marx – sono discussi nella sezione intitolata “Dimensioni hegelo-marxiste dell’Ontologia sociale di Lukács”. In un testo di profondo rigore e creatività analitica, Murillo va der Laan (“L’interpretazione ontologica di György Lukács della teoria del valore/lavoro in Marx”) ci offre un’intrigante discussione sulla teoria del valore/lavoro sviluppata da Marx e la forma della sua assunzione presente nell’ontologia di Lukács.
Secondo l’autore, Lukács incorre in una generalizzazione inconcludente, indicando che le tendenze fondamentali della legge del valore presente nella lettura marxiana si svilupperebbero anche nelle forme della transizione al socialismo. Già il testo di Andreas Giesbert (“L’ontologia dell’alienazione: la teoria normativa della storia di Lukács”) rimette al tema dell’alienazione e alla forma in cui il filosofo ungherese dibatte la questione, nel corso della sua opera, dalla pubblicazione di Storia e coscienza di classe. Propone che l’analisi dell’alienazione, nella sua articolazione con il carattere teleologico dell’azione umana, siano elementi costitutivi di una teoria normativa della storia in Lukács. Di seguito, Michalis Skomvoulis (“L’ultima appropriazione di Lukács della filosofia di Hegel: l’ontologia della dialettica materialistica e la complessità del lavoro come posizione teleologica”) cerca di analizzare quello che l’autore identifica come una “tardiva appropriazione della filosofia hegeliana” da parte della lettura di Lukács. Analizzando la categoria del lavoro a partire dalle sue complesse interazioni di posizioni teleologiche, come sostrato teorico necessario al materialismo dialettico presente nell’ontologia lukácsiana, Skomvoulis ricorre ad Hegel per identificare gli elementi fondamentali e originari del dibattito. Differentemente da quest’ultimo, tuttavia, il filosofo ungherese ricorre alle “determinazioni materiali in ultima istanza” per fondare la sua comprensione materialista dei processi storici, il che lo vincolerebbe direttamente alla tradizione inaugurata da Marx.
Nella terza sezione, intitolata L’ontologia sociale di Lukács e la filosofia contemporanea, il dibattito sull’ontologia dell’essere sociale sarà concentrato in alcuni dei suoi interlocutori contemporanei. Claudius Vellay (“Sulla ‘costituzione della società umana’: Lukács contro l’ontologia sociale di Searle”) confronta la lettura ontologica lukácsiana con quella di John R. Searle. Secondo Vellay, il filosofo anglosassone sostiene che la realtà sociale compone uno dei fattori mentali, che coinvolgono le intenzionalità collettive. Così, la sua concezione ontologica si fonderebbe in una lettura propria della tradizione filosofica idealistica contemporanea, vincolata all’universo del linguaggio e delle rappresentazioni, essenzialmente diversa da quella di Lukács. Poi il testo di Thomas Telios (“Perché ancora la reificazione? Verso un’ontologia sociale critica”) riprende il tema della reificazione, proponendo un’analisi panoramica di come alcune importanti letture filosofiche si affacciarono e analizzarono la questione. Così, presenta importanti interpretazioni – molte di esse diverse tra loro – come quelle di Adorno, Deleuze, Foucault, Althusser, la lettura sviluppata dal movimento post-strutturalista e la critica offerta dalla Scuola di Francoforte, cercando di articolare le dimensioni della reificazione e della soggettivazione, in un dibattito costante con la produzione lukácsiana, da Storia e coscienza di classe, fino ai Prolegomeni per un’Ontologia dell’essere sociale. Partendo dall’affermazione che uno dei principali aspetti dell’attuale crisi sociale si trova nell’assenza di una critica ontologica della forma capitalistica di riproduzione, Mario Duayer (“Improbabili affinità: J. L. Borges, Kuhn, Lakatos e l’ontologia critica”) ci presenta le “affinità improbabili” tra la lettura ontologica di Lukács e gli scritti su teoria del linguaggio dell’argentino J. L. Borges, così come le letture epistemologiche di taglio “post-positivista” dello statunitense T. Kuhn e dell’ungherese I. Lakatos. Con la precisione che gli è caratteristica, Duayer identifica le approssimazioni di Borges con la filosofia di Foucault, soprattutto in ciò che riguarda la sua elaborazione sul concetto di linguaggio. Nello stesso modo, analizza i presupposti epistemologici della filosofia della scienza, elaborati da Kuhn e Lakatos, che anche nelle loro differenze interne, posseggono un’identità distinta, che sia l’elaborazione di modelli di apprendimenti aprioristici del reale, che partono da costrutti precedenti allo stesso reale e alle relazioni sociali che lo compongono. Uno degli elementi fondamentali che differenzia e rende improbabile – diremmo impossibile – l’avvicinamento tra queste tradizioni teoriche e la critica ontologica lukácsiana. Chiude la sezione il testo di Christoph Henning (“Le politiche della natura, di sinistra e di destra: confrontando le ontologie di Lukács e Bruno Latour”), che propone un confronto tra l’ontologia di Lukács e del francese Bruno Latour. Analizzando il tema della politica, il suo contenuto ontologico, Henning cerca di identificare come proposizioni filosoficamente differenti si riproducono nel campo ideologico anche diversamente. Detto in un altro modo, le mediazioni politiche che possono essere identificate come “di sinistra o di destra” posseggono una relazione diretta – ma non meccanica – con i fondamenti ontologici sviluppati dagli autori.
Chiude il libro la sezione Verso un’ontologia sociale critica. Presentando gli svolgimenti politici ed economici, prodotti dal capitalismo nel corso del XX secolo, così come la barbarie del capitale riprodotta dal fenomeno nazi-fascista, la cui espressione teorica si vincola all’irrazionalismo filosofico. Michael Morris (“Dalla teoria critica all’ontologia critica: tornare a Lukács!”) è enfatico nel proporre il ritorno a Lukács e alla sua critica ontologica, come condizione fondamentale della costruzione di mediazioni politiche trasformatrici, che possano superare l’attuale quadro di crisi sociale, in direzione della piena emancipazione umana. Di seguito, Titus Stahl (“Normatività e totalità: il contributo di Lukács all’ontologia sociale critica”) centra la sua analisi sulla categoria della totalità, a partire dall’analisi lukácsiana del lavoro come posizione teleologica fondante l’essere sociale. Secondo Stahl, potremmo estrarre da questo fondamento una teoria normativa per la comprensione dei processi sociali nella sua totalità. Reha Kadakal (“Lukács e il problema della conoscenza: l’ontologia critica come teoria sociale”) propone nel suo testo la discussione della critica ontologica come fondamento di una teoria sociale trasformatrice. Qui l’autore riprende la discussione della costruzione della conoscenza, a partire dallo scheletro teorico offerto dall’ontologia di Lukács. Infine, chiudendo la raccolta, abbiamo l’importante analisi di Michael J. Thompson (“Marx, Lukács e l’opera fondamentale per l’ontologia sociale critica”), dove l’autore identifica – così come Lukács – i fondamenti di un’ontologia marxiana già nei Manoscritti economico-filosofici del 1844. Ancora una volta, la centralità della categoria del lavoro è posta in evidenza, analizzando le determinazioni auto-riflessive nel processo di riproduzione oggettivo-soggettiva dell’essere sociale. Thompson indica anche che la critica ontologica lukácsiana avanza, identificando a partire da Marx il nucleo costitutivo delle relazioni sociali – così come del suo riflesso mediatore attraverso forme di soggettività – nei processi reali/concreti storicamente riprodotti, che riconosce l’essere umano come soggetto attivo di tali processi. In questo modo, chiude il testo indicando lo sforzo analitico di György Lukács, proponendo l’edificazione di una teoria dell’etica di contenuto materialista, sebbene non realizzata a causa della scomparsa del filosofo ungherese, nel 1971, poco tempo dopo aver concluso la Ontologia dell’essere sociale.
Il 2021 segna il cinquantenario della morte di György Lukács. L’avvenimento sarà ancora un momento, in cui iniziative in Brasile e altri paesi, dentro e fuori gli spazi accademici, saranno realizzate con lo scopo di dibattere l’opera di questo che fu uno dei maggiori filosofi marxisti del XX secolo. Le analisi offerte dagli autori della presente raccolta, gli approfondimenti teorici, le polemiche che suscitano e i loro possibili svolgimenti politici, sono di estrema rilevanza la comprensione della lettura ontologica lukácsiana.

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