Su “Presidenziali USA 2020: i sintomi per ora scompaiono, la crisi resta” di Giorgio Cesarale

Il breve ma come sempre acuto, informato e ben strutturato, pezzo di Giorgio Cesarale sulle recenti elezioni americane invita a una discussione, che cercherò da parte mia di tenere il più possibile nella cornice dei problemi lì indicati, per cercar di arricchire il quadro muovendo da punti di vista diversi, per approfondire qualche tema e aggiungerne pochi altri.

  1. La felice, fortunata e alla fine anche inaspettata, vittoria di Biden alle ultime elezioni americane è un esito vincente con dentro il frutto avvelenato (non dico proprio che si tratti di dona dei Danai) di un successo anche del perdente Trump, gonfio di oltre 70 milioni di elettori, in una competizione – non è un fatto irrilevante – che ha visto un numero straordinariamente alto di votanti. Chi ha vinto, chi ha perso, e come, che si deve fare oggi? La vittoria, dice GC, è del «centro liberale», da Clinton a Obama (tra i quali senza rovesciare il giudizio porrei qualche distinzione) che sarebbe riuscito nel vecchio gioco di tagliare le ali estreme dello schieramento politico, e perciò sia l’inqualificabile Trump che la sinistra, la quale, priva di apertura a nuovi corsi e di velleità riformistiche, fosse pur solo da anni ‘60, sarebbe stata confinata in quel recinto delle compatibilità di sistema che sta a guardia di Wall Street. Se Biden ha mostrato qualche sensibilità sociale in più rispetto alla Clinton, nella sostanza è, contro facili illusioni, un politico per cui «nothing would fundamentally change». La rincorsa a destra sarebbe stata impedita solo dalla teratologia trumpiana, messa per altro a nudo, dalle sue scelte a favore dei ricchi, dai suoi inopinati ritorni a Reagan e dalla disastrosa gestione della pandemia.
  2.    Un discorso ricco di spunti, ben connesso e coerente, di classica ispirazione. La conventio ad escludentum è un gioco così classico e implacabile da non poter essere a sua volta escluso dal nostro caso. E «nondimanco», è possibile forse anche ragionare diversamente, chiamare in causa altri sensi, non di necessità in tutto contrapposti a questi. Una prima lezione del nostro evento, si potrebbe argomentare, non è forse proprio la scomparsa politica del «centro»? Le tradizionali istanze moderate della liberaldemocrazia, le diversità politiche in campo repubblicano e le classiche distinzioni dei democratici tra destra e sinistra sono state messe in crisi dalla natura stessa dell’amministrazione trumpista. Il «centro liberale» avrà cercato di fare i suoi giochi, ma non sarebbe mai riuscito da solo ad abbattere o ferire gravemente un animale politico (un cinghialone?) come Trump. Ciò è tanto vero che la sconfitta del presidente in carica ha richiesto una fattuale alleanza del centro piuttosto conservatore, cui Biden certamente appartiene (apparteneva? apparterrà?), e la sinistra che, giustamente, piace a GC, quella del movimento «Black Lives Matter».  Non risulta che vi siano state, come accadde in altri tempi, consistenti defezioni a Biden da parte della sinistra di qualunque colore, né che i rappresentanti eletti abbiano tutti un medesimo colore grigiastro. Se – è il dato di fondo – Trump ha digerito, col suo gran corpo, l’intero partito repubblicano (i dissidenti del giorno dopo sono ora patetici), i democratici non potevano assolutamente mantenere in vita quelle tattiche frantumazioni con cui oggi avrebbero sicuramente perso. Il mutamento così radicale di un avversario condiziona in tutto l’altro. La novità allora di quest’elezione, sotto la spinta del ciclone Trump, è che ha costretto i democratici, volere o no, a un fronte unitario, conformato almeno un po’ al suo antagonista. Tra gennaio e febbraio di quest’anno era facile previsione che Trump avrebbe rivinto, a meno che non avesse sbattuto contro il muro della pandemia, che si fosse creata una certa unità tra i democratici e che  a guidarla ci fosse una figura moderata. Forse Bernie Sanders, che è trattato troppo male da GC (un vecchio amore «reprobato» ?), ha capito delle cose. E cioè: che da una catastrofe come quella di Trump si poteva uscire solo da «destra», che la «sua» sinistra avrebbe, con ottime probabilità, perso, che bisognava dare una mano al futuro, tenendosi anche pronto, senza tatticismi, a un eventuale ritorno delle proprie forze sulla scena politica. Certo Biden è quello che è (anche se i suoi programmi dovrebbero essere letti con più attenzione); ma questa disponibile debolezza, questo cedimento al buon senso (non di necessità centrista) era l’unica via per sbarazzarsi di Trump e può oggi persino costituire una paradossale chance della debolezza e della necessità.
  3.      Accade che in GC, che è sempre molto stimolante, si diano a volte due vie, che forse preludono a nuove sistemazioni concettuali. L’una è, direi, sistemica e classica, dispiegata a partire da nette «idées mères»; l’altra invece esprime un senso vivo e anche appassionato per la politica che si dà, per i fenomeni e i mutamenti che inesorabilmente nel tempo accadono e che si lasciano a fatica subito ricondurre a una trama già stabilita e collaudata. Questo riguarda, naturalmente, soprattutto, il discorso sul che fare oggi? Dopo aver interpretato, in maniera convincente, la natura del BLM, perché è cresciuto e quali effetti ha avuto, GC si trova ad affrontare il presente: la necessità di fare i conti, non solo al Senato, con i repubblicani, e, aggiungerei per mio conto, la nuova forma-partito che, volere o no, i democratici, pur nel classico modello americano, sono costretti a darsi, per far posto sia ai democratici moderati che ai vivaci democratico-socialisti. Ma certo, si osserva a ragione, ciò non basterebbe a ricostruire un paese. Con forza si denuncia l’assenza di una credibile ipotesi strategica che, aprendo nuovi spazi per una ricomposizione ricca del partito, nell’immediato prema a sinistra su Biden e nel tempo lungo possa aspirare, come si diceva un tempo, a un’alternativa che con sia solo mera alternanza. Qui si possono porre poco più che domande. GG insiste, e a ragione, sull’importanza di nuove forme organizzative del partito e del sindacato. Da parte mia aggiungerei anche la classica questione dei contenuti o delle istanze teorico-politiche che occorre darsi. Certo, taluni passi sono necessari e comuni anche all’America: si tratta di rafforzare o introdurre quelle misure di Welfare, in particolare riguardo alla sanità e alla scuola, che, utili e razionali, devono far parte del concetto stesso di cittadinanza democratica. Ma la sinistra è sicura che le sue tradizionali ricette, a cominciare da una qualche statalizzazione, o persino pubblicizzazione, dei mezzi di produzione, siano ancora sufficienti a vincere, specie in paesi di così forti spiriti animali come l’America, che non inducano a prevedibili sconfitte?; che basti il ritorno a Keynes, per affrontare l’oggi; che una sorta di vago sentore di economia di guerra non aleggi ancora nel suo immaginario? Non sarà un nuovo New deal, ma a suo modo, affannosamente e pescando idee da ogni parte, Roosevelt pure esprimeva novità, un senso del tempo. Qualcosa di diverso certo, eppur di analogo si richiederebbe anche oggi, quando la pandemia, soprattutto per iniziativa dei giovani e delle donne, potrebbe pur sempre costituire un’occasione, e persino una «disposizione grandissima» al mutamento.
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