Articoli

La “rivoluzione dell’Islam” inizia dalle donne

di
Gianfranco Macrì

Parlare della situazione femminile nei paesi di cultura islamica significa scoperchiare un vaso all’interno del quale è possibile trovare tutto e il suo contrario. Nel senso che, al di là di molte riforme costituzionali, e non solo (alcune delle quali pure significative dal punto di vista della predisposizione di cataloghi di diritti e dei necessari strumenti per renderli giustiziabili) – non ultimo quelle introdotte a cavallo della c.d. “Primavera araba” – la condizione delle donne presenta ancora molte ombre. La stessa nascita del Califfato (2014), che si prefigge di ridisegnare la geografia e gli assetti politici in tutto il Medio Oriente, non “trascura” affatto il ruolo delle donne (che siano le ragazze della minoranza yazidi, oppure quelle appartenenti ad altre minoranze, cristiana o ebraica, ma pure le stesse donne sunnite, poco importa), tant’è che l’ONU ha fin’ora documentato il sequestro da parte dell’Isis di migliaia di donne “assaltate e violentate”, oppure costrette a prostituirsi nei bordelli gestiti dalla brigata femminile al-Khansa, un reparto formato “soprattutto da donne di nazionalità francese e britannica” 1.

Di recente, ha fatto discutere la vicenda accaduta alla poetessa e giornalista libanese Joumana Haddad, notoriamente atea e laica, la quale, invitata in Bahrein a leggere le sue poesie, è stata presa di mira da parte di alcuni gruppi islamisti al grido di: “Nel Bahrein non sono benvenuti gli atei”, e dallo Sciecco Jalal al-Sharki che, durante un sermone del venerdì, la avrebbe minacciata di morte. Da qui l’impedimento ad entrare nel Paese, ordinato dal primo ministro Khalifa bin Salman Al Khalifa 2.

Quella delle donne che in diversi paesi musulmani si battono, come appunto Joumana Haddad, per l’uguaglianza tra uomo e donna, per la libertà sessuale, di parola, contro le discriminazioni di genere, l’omofobia etc., costituisce una questione non adeguatamente approfondita in occidente – attento più che altro a discutere di islam e democrazia, di equilibri geopolitici, di politiche per il contenimento delle migrazioni clandestine, di luoghi di culto (e poco di libertà religiosa) – e che invece, in alcuni paesi come Marocco, Tunisia, Algeria, risulta centrale nel dibattito pubblico animato da tante organizzazioni femminili (o femministe), grazie pure al ruolo di spicco di molte scrittrici, poetesse, giornaliste, agitatrici politiche. Appare allora utile svolgere alcune considerazioni su questo argomento, prediligendo gli aspetti giuridici (e le sue ricadute sociali) che la materia riveste.

Iniziamo col dire che la questione femminile interna all’Islam e ai paesi di cultura islamica, rappresenta da tempo un sistema complesso di materiali la cui narrazione – nella sua trasformazione temporale e tenuto conto delle variegate e complesse rappresentazioni e interpretazioni offerte dalle donne musulmane – occupa uno spazio meritevole della massima attenzione.

A chi studia i rapporti tra diritto, politica e fattore religioso, sono ben note le tante figure femminili da tempo impegnate su questo “fronte”, intendo dire: della puntuale urgenza a svelare una realtà complessa, come quella islamica, troppo sbrigativamente (e, a volte, colpevolmente) data per immobile, sia sotto il profilo “normativo” 3 sia della collocazione e del ruolo, appunto, che la donna vi occupa 4.

Si tratta di una tematica ricca di fascino, interessante per i suoi risvolti ermeneutici, e che consente di cogliere – e dunque “mettere in forma” – l’intera procedura discorsiva che l’attivismo di molte e variegate organizzazioni femminili hanno dispiegato e continuano a dispiegare nei diversi contesti pubblici, al fine di persuadere (soprattutto) quella ampia fetta di opinione pubblica occidentale (studiosi, gente comune, politici, etc.) incredula circa la capacità di giungere ad sovvertimento delle «narrazioni patriarcali sul ruolo della donna nell’Islam».

Ha preso così corpo una sensibilità, ancora tutta da consolidare e “orientare” all’interno di un discorso «interculturale» – basato sulla capacità-forza della tradizione dei diritti fondamentali di integrare le identità culturali come tali e vocato al bene comune della società pluralistica 5 – in grado di far comprendere (sia in ambito islamico che non islamico) che la donna può essere vista come il guardiano di una identità musulmana “profanata” da una ermeneutica coranica misogina e arcaica, divenuta dominante nel corso dei secoli e che invece i tanti movimenti femminili sono impegnati a proporre come aperta al negoziato, dialogante a livello sociale e, soprattutto, diretta a riprodurre nuove interpretazioni dei testi sacri.

L’azione intrapresa parte dal profondo del Corano e fa leva sulle “ammorsature” polisemiche presenti in esso, in grado di tenere ancorato, appunto, il “Testo al contesto”, la Tradizione, come «riappropriazione della memoria» (secondo l’approccio di Fatema Mernissi), alla realtà sociale vigente, in funzione della necessaria conciliabilità tra istanze di uguaglianza e religione.

Il tramite discorsivo possono essere una serie di casi oggetto di interpretazioni diverse: la questione del velo, il problema della separazione delle donne dagli uomini nei luoghi di preghiera (la moschea), la vexata questio della poligamia, la semplice recita di poesie in un qualsiasi spazio pubblico (come nel caso della nostra poetessa), etc. Ebbene, la re-interpretazione di questi ambiti importanti del diritto islamico (e non solo) ha rappresentato – a partire da quando l’azione dei movimenti femminili si è diffusa «sempre più capillarmente a livello geografico, culturale e politico», riaprendo la c.d. “porta dell’ijtihad” – uno dei contributi più significativi delle battaglie finalizzate al cambiamento, all’educazione e all’affermazione di una nuova «giustizia di genere». Si tratta, concretamente, di una lotta intrapresa da molte femministe islamiche contro leggi e istituti assolutamente patriarcali, da cui deriverebbe l’affermazione di una “Tradizione ufficiale”, valida per tutti e derivante da un’esegesi prodotta da una ristretta èlite di interpreti autolegittimatasi a parlare in nome dell’Islam contro l’affermazione dei diritti delle donne in chiave islamica.

Una lotta, dunque, intrapresa in nome di un’«altra Tradizione», di una nuova ermeneutica coranica, impegnata a leggere alla luce della realtà del XXI secolo il messaggio di liberazione insito nell’Islam delle origini, un messaggio [è stato scritto] «che è già nel Corano e nella storia della prima comunità di musulmani» 6.

Questo riferirsi, da parte delle donne musulmane, al Corano per sostenere i loro diritti, non deve assolutamente stupire l’osservatore occidentale, in quanto ci troviamo all’interno di contesti (quelli di cultura islamica) dove non si è venuta affermando una filosofia dei diritti umani che considera Dio “indifferente” all’organizzazione politica della società; al contrario, dove più dove meno, si registra il carattere irrecusabile e indiscutibile della trascendenza divina.

Ciò non ha tuttavia impedito a questa complessa e variegata «militanza femminista» di produrre in alcuni ambienti statuali riforme molto interessanti e significative nell’ordine dell’emancipazione femminile all’interno di società fortemente condizionate dalle scelte degli uomini. Un esempio paradigmatico è rappresentato dalla riforma, introdotta nel 2004 in Marocco, della Mudawwana, il Codice della famiglia, che, grazie all’attivismo di base e alla produzione esegetica di studiose come Mernissi e Lamrabet, ha profondamente innovato la disciplina della metà del 1957-1958, innovando in materia di uguaglianza e corresponsabilità tra coniugi, di limiti alla poligamia, in tema di divorzio. Il Codice è stato considerato a livello nazionale e internazionale un grande successo, tant’è che molte femministe di altri paesi lo stanno studiando per trovare spunti su come riformare le proprie leggi nel rispetto della religione.

Ci troviamo, allora, di fronte ad un «processo di transizione», che attraversa e va oltre la stessa “Primavera araba” 7. Tra mille contrasti, violenze, disperazione, si intravedono, in diversi contesti islamici, i segni dell’erosione di «ordini antichi» che però non sia sa quando soccomberanno e, soprattutto, “come” e cosa andrà ad instaurarsi al loro posto. Certamente tutto ciò avrà delle ricadute importanti sull’elemento giuridico che, pur non avendo nel mondo islamico una specificità propria, resta la posta in gioco principale nelle politiche sociali e culturali, mantenendo, innegabilmente, un ruolo privilegiato per la sua capacità di plasmare e ordinare la realtà.

Notes:

  1. M. Molinari, Il Califfato del terrore. Perché lo Stato islamico minaccia l’Occidente, Milano, 2015, pp. 110 ss.
  2. http://27esimaora.corriere.it/author/joumana-haddad/
  3. tenuto conto della “centralità” che il «teo-diritto» occupa all’interno di questa; cfr. S. Ferrari, Tra geo-diritti e teo-diritti. Riflessioni sulle religioni come centri transnazionali di identità , in «Quaderni di diritto e politica ecclesiastica», 1, 2007, pp. 2-14
  4. utile risulta la lettura del saggio di R. Pepicelli, Femminismo islamico. Corano, diritti, riforme, Carocci, Roma, 2010, che aiuta a dipanare le ombre che sul discorso ancora si addensano
  5. M. Ricca, Oltre Babele. Codici per una democrazia interculturale, Dedalo, Bari, 2008
  6. Renata Pepicelli, Femminismo islamico, op. cit.
  7. C. Sbailò, Diritto pubblico dell’Islam mediterraneo. Linee evolutive degli ordinamenti nordafricani contemporanei: marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Padova, 2015

VIDEO – Due argomenti a favore della democrazia

Stefano Petrucciani illustra due tra i principali argomenti che nell’arco della storia del pensiero filosofico sono stati addotti a sostegno della “Democrazia”:

Da un lato, alcune argomentazioni partono dall’idea di libertà come autonomia. Ad esempio, come hanno sostenuto Rousseau e Kelsen, la democrazia è considerata la miglior forma di governo possibile poiché in essa si obbedisce unicamente alle leggi che noi stessi ci siamo dati in quanto autori delle stesse.

Dall’altro, c’è chi dà una difesa del sistema democratico di tipo più “sostantivo”. Quest’argomentazione ritiene che la democrazia sia la miglior forma di governo possibile in quanto garantisce la soddisfazione e il rispetto degli interessi delle persone coinvolte. A questa linea argomentativa possiamo ricondurre, ad esempio, le riflessioni di John Stuart Mill o più recentemente quelle del politologo statunitense Robert Dahl.

Democrazia in Crisi?

1.Il disagio e la sfiducia nella democrazia

Ragionare oggi sulla democrazia significa innanzitutto prendere atto di un paradosso. Per un verso, la democrazia sembra ormai porsi, nel ventunesimo secolo, come l’unica forma politica la cui legittimità nessuno o quasi osa più mettere in discussione: la si può interpretare (e la si interpreta di fatto) in modi diversi, certamente anche in modi che noi europei giudicheremmo antidemocratici, ma, in ogni caso, essa viene percepita come un valore politico dai sostenitori delle più diverse visioni ideologiche. D’altra parte, però, almeno in Italia e in Europa, bisogna riconoscere che la democrazia attraversa una fase piuttosto critica, segnata da sfiducia o da disagio, come molti politologi hanno da tempo rilevato 1. Appare pertanto necessario interrogarsi su quali siano le cause o le ragioni che determinano questo stato di largamente diffusa insoddisfazione, su quali siano i punti critici attorno ai quali esso si addensa, sui processi sociali e politici ai quali si può far risalire. Il panorama che ci si squaderna davanti, se si prova a ragionare su questo tema, è estremamente variegato e complesso; il tentativo che intendo fare, perciò, è quello di cercare di metterne in risalto alcuni tratti più forti o più caratteristici.

Il tema più eclatante dal quale può essere opportuno partire sembra essere quello della rappresentanza. In prima istanza, infatti, la crescente sfiducia dei cittadini, costantemente rilevata negli ultimi anni da sondaggi e da analisi politologiche, sembra appuntarsi proprio sui consolidati meccanismi della democrazia rappresentativa, a cominciare in particolare dal Parlamento e dai partiti. Che l’insoddisfazione dei cittadini rispetto a questi cardini della vita democratica moderna sia diffusa e crescente è sotto gli occhi di tutti.

A questo proposito, la tesi che vorrei sostenere è che la sfiducia è ben motivata, ovvero si radica su processi che hanno reso i canali della rappresentanza più deboli e opachi, conferendo ai processi decisionali caratteristiche sempre più oligarchiche 2 e spogliandoli degli aspetti democratici e partecipativi. Quelli che seguono sono secondo me gli aspetti principali del processo in corso.

Punto primo. In sostanza, a mio modo di vedere, siamo di fronte a un processo di regressione oligarchica della democrazia,che può essere osservato da diversi punti di vista. Se ci si sofferma ad esempio sulla catena elettori-partiti-Parlamento-Governo, appare subito evidente quanto i nessi di rispondenza democratica si siano logorati negli ultimi decenni. Con la fine dei partiti ideologici, fortemente strutturati e radicati sul territorio, si sono certamente ridotte le possibilità per gli elettori e gli iscritti di partecipare alla vita interna delle organizzazioni partitiche, concorrendo a determinarne le scelte politiche; dinamiche leaderistiche e verticistiche si sono imposte a grandi passi, trasformando i partiti in organismi guidati in modo più o meno autocratico dai leader che di volta ne conquistano la direzione. Non c’è neanche bisogno di ricordare, perché la ricerca sulla comunicazione politica lo ha evidenziato da molto tempo 3, quanto questi processi leaderistici siano stati rinforzati (o in parte causati) dalla mediatizzazione della politica e dalla sua spettacolarizzazione televisiva.

Come gli elettori e gli iscritti incidono sempre meno sulla vita interna e le scelte dei partiti, allo stesso modo i parlamentari eletti vedono ridotto il loro potere a favore di quello dei governi, che sempre più spesso costringono i Parlamenti ad approvare pacchetti preconfezionati, come accade da lungo tempo in Italia attraverso il continuo ricorso al voto di fiducia. Gli stessi membri del governo, peraltro, vedono scemare la loro forza politica e decisionale a favore dei premier che, magari d’intesa con i ministri dell’economia, tendono a dare della funzione di Presidente del Consiglio una interpretazione sempre più monocratica; un tema, peraltro, che viene costantemente posto all’ordine del giorno quando si discute di riforme istituzionali o costituzionali.

Punto secondo. Ma in fondo la questione forse più rilevante di tutte è che anche gli esecutivi e i premier vedono comprimersi i loro margini di azione a favore delle istituzioni sovranazionali di governo dell’economia, a seconda dei casi europee o globali, che sempre più spesso si arrogano il potere di dettare direttamente l’agenda alla quale i governi dovrebbero attenersi per non perdere la fiducia dei mercati. Per citare solo un esempio basterà ricordare, a questo proposito, il caso davvero emblematico della lettera “strettamente confidenziale” spedita nell’agosto 2011 al governo italiano dal presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, e dal suo successore Mario Draghi, che delineava un vero e proprio programma di governo e invitava tra l’altro a ridurre le retribuzioni degli impiegati pubblici e i diritti pensionistici di tutti i lavoratori e in particolare delle donne, come è poi puntualmente accaduto. Anche un commentatore non certo sospettabile di estremismo come Jürgen Habermas notava, in un saggio recente, che negli ultimi tempi abbiamo potuto assistere ad un fenomeno che non si era mai verificato prima: la piena subordinazione delle decisioni politiche e della stessa selezione del personale di governo agli indirizzi provenienti dalle tecnocrazie sovranazionali che operano in funzione del gradimento dei mercati finanziari. “Non era mai successo – scrive lo studioso francofortese, strenuo difensore di un europeismo democratico e non tecnocratico – che governi eletti dal popolo venissero sostituiti senza esitazione da persone direttamente portavoce dei mercati: si pensi a Mario Monti o a Loukas Papademos. Mentre la politica si assoggetta agli imperativi del mercato, dando per scontato l’aumento della diseguaglianza sociale, i meccanismi sistemici si sottraggono progressivamente alle strategie giuridiche stabilite per via democratica” 4. E’ evidente perciò che, se dalla politica interna volgiamo lo sguardo, come oggi è impossibile non fare, verso la dimensione continentale o globale, i processi di espropriazione del potere democratico dei cittadini risaltano ancora più netti e incontrastati.

   

Come stupirsi, perciò, se i cittadini credono sempre meno nell’esercizio della sovranità popolare attraverso le pratiche della democrazia rappresentativa?

Punto terzo. Queste dinamiche possono essere osservate anche da un altro punto di vista. La funzione della politica democratica, nel Novecento, è stata in gran parte quella di dare rappresentanza e articolazione alla pluralità conflittuale degli interessi sociali, che venivano in qualche modo rispecchiati attraverso la dialettica tra le parti politiche, e soprattutto attraverso la dialettica tra i due poli di destra e di sinistra dello schieramento parlamentare. Questa dialettica è stata la condizione di funzionamento effettivo della democrazia novecentesca, ma oggi essa ha perso gran parte della sua efficacia e del suo significato. Non funziona più lo schema lo schema secondo cui la polarizzazione politica rispecchiava in certo qual modo la polarizzazione degli interessi sociali.

Si è spezzato quel rapporto di rappresentanza che, sia pure non senza problemi e difficoltà, aveva legato ampi settori popolari e delle classi lavoratrici ai partiti della sinistra che, nello scacchiere politico novecentesco, avevano assunto il ruolo di difenderne gli interessi.

Ciò è accaduto per molte ragioni: da un lato perché, come si è detto, è diventato sempre più difficile rappresentare un panorama sociale estremamente variegato, frammentato, attraversato in seguito alla crisi economica da forti ondate di frustrazione  e di risentimento. Ma dall’altro vi è stata anche una ragione più di fondo: lo spazio per una effettiva dialettica tra interessi in conflitto e programmi in competizione si è estremamente ridotto in quanto la maggior parte delle forze politiche (comprese anche molte di quelle collocate a sinistra) ha finito per accettare, sia pure in modalità diverse e con molti distinguo, l’agenda dominante nell’età della globalizzazione neoliberista. Dopo la caduta del Muro di Berlino, qualsiasi grande disegno alternativo è apparso, anche alle forze più importanti della sinistra, improponibile in partenza; e si è registrata pertanto una sostanziale convergenza sulle linee di fondo dell’agenda neoliberista:con le parole d’ordine: riduzione della spesa pubblica, privatizzazioni, ridimensionamento del welfare, politiche tese allo sviluppo di una presunta “concorrenza” in ambiti rilevanti dell’economia e dei servizi pubblici, sostituzione di una sedicente difesa dei diritti dei consumatori alla obsoleta difesa dei diritti dei lavoratori. La conseguenza di ciò è stata che sono rimasti sostanzialmente senza rappresentanza quei settori sociali che, dalle politiche neoliberiste, sono stati più colpiti e bersagliati; e ciò ha contribuito in ampia misura a diffondere la sfiducia nella politica e, andando anche più in là, il risentimento e l’ostilità nei confronti della democrazia. Il rischio è che si determini la situazione seguente: sinistra senza popolo, popolo senza rappresentanza, trionfo del populismo. E quindi la crescita di quelle che oggi vengono etichettate come le forze populiste, antieuropa ecc. Ma non si può guardare solo il terzo termine (populismo) senza guardare anche i primi due!

Punto quarto. La crisi economica, peraltro, ha reso la questione delle aspettative insoddisfatte del tutto drammatica e dirompente. Nei fatti (più che non nelle ideologie) la legittimità dei sistemi democratici dell’Europa occidentale ha poggiato nel dopoguerra (dai tempi della guerra fredda in avanti) su due pilastri ugualmente importanti: il godimento di pluralistiche libertà dei cittadini, negate a coloro che vivevano sotto la cappa della cortina di ferro, e, soprattutto, la costante crescita del benessere economico, fattore assolutamente fondamentale di legittimazione e di coesione sociale. Nel momento in cui questa promessa di benessere si incrina o viene del tutto a mancare, le istituzioni della democrazia pluralista appaiono ai cittadini in tutt’altra veste: come una illusoria superficie dietro la quale si nascondono la rapacità delle élite economiche e politiche e l’incontrastato privilegio di pochi.

2. Verso una nuova agenda democratica

Se oggi si vuole dare nuovo impulso alla democrazia è necessario pertanto porre il problema di una nuova agenda democratica, cominciando intanto a mettere sul tappeto i problemi principali.

Il punto di fondo credo che sia cominciare a ragionare sull’esigenza di ricostruire i legami e i nessi della rappresentatività  e della responsabilità democratica: da un lato riattivare il rapporto tra cittadini e politica attraverso le più diverse forme di consultazione, di partecipazione ecc.

Dall’altro ricostruire una legittimità democratica delle decisioni che oggi sono prese dalle tecnocrazie sovranazionali.

Ma credo anche che sia necessario riattivare una riflessione su quelli che sono gli scopi e gli orientamenti ideali che danno alla democrazia sostanza e legittimità.

Uno dei grandi problemi aperti della democrazia moderna consiste nel fatto che per un verso essa si basa sull’idea della eguale condivisione del potere politico tra i cittadini, della sovranità popolare; mentre, per altro verso, nelle società contemporanee, gli strumenti per influenzare e condizionare i processi di decisione politica sono distribuiti in modo assolutamente ineguale, e il potere politico è intrecciato e condizionato in mille modi, speso perversi, con il potere economico e con il potere mediatico – a loro volta collusi e intrecciati tra loro. E’ questa la grande contraddizione di fondo, che si è acuita negli ultimi decenni, che hanno visto la crescita delle ineguaglianze e la concentrazione delle ricchezze e degli imperi della comunicazione.

Una volta che si sia preso atto, realisticamente, della esistenza e della rilevanza di questa contraddizione, bisogna capire come la si possa in qualche modo affrontare o trattare.

Io credo che un punto importante da mettere a fuoco sia che la democrazia deve essere intesa come un concetto politico multilivello: c’è un livello basico che è la democrazia  minima, il rispetto di fondamentali regole del gioco: elezioni, pluralismo politico, libertà di discussione, confronto aperto nell’opinione pubblica (difficile da conseguire nell’epoca della comunicazione mediatizzata). E’ il livello più decisamente procedurale della democrazia.

Un secondo livello è quello della democrazia sostanziale, cioè dei diritti anche sociali che devono essere assicurati a tutti: proprio in quanto sappiamo che i processi di decisione politica rischiano di essere condizionati dalla pressione dei grandi poteri sociali, tanto più è necessario che ampie garanzie di eguaglianza sostanziale (diritti sociali – casa, salute, istruzione, reddito di base -, diritto al lavoro e sul lavoro) vengano previste a livello costituzionale: la democrazia non può essere pensata più come mera democrazia procedurale, ma come democrazia al tempo stesso procedurale e sostanziale (Ferrajoli).

Ma il ragionamento deve compiere ancora un passo avanti: se si assume il dato di fatto che nelle moderne società di mercato l’eguaglianza politica è realizzata sempre e solo in modo parziale, è necessario aggiungere alla riflessione sulla democrazia un ultimo fondamentale tassello: e comprendere che questa deve essere intesa non solo come un insieme di regole circa il modo in cui la comunità politica deve essere governata, ma anche come l’orientamento politico volto a realizzare un determinato scopo, e cioè quello della condivisione paritaria del potere politico tra i cittadini. Alla democrazia appartiene, insomma, anche una dimensione finalistica, perché essa nasce per conseguire determinati obiettivi (dai quali trae la sua legittimità) e dunque deve anche porsi il problema di eliminare quegli ostacoli o quelle limitazioni che rendono questi obiettivi difficilmente raggiungibili (o conseguibili in modo solo parziale). La democrazia, dunque, non è solo democrazia al tempo stesso procedurale e sostanziale: essa assegna anche all’ordine politico una determinata finalità; e videro bene, pertanto, i costituenti italiani quando scrissero nell’art. 3 della Legge fondamentale che è compito della Repubblica “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. La democrazia vive di procedure, contenuti e fini; e perde il suo significato se rinuncia a una di queste sue dimensioni. E credo che questo sia un rischio che stiamo correndo oggi.

Per quanto riguarda il fine che, dal punto di vista democratico, dovrebbe orientare l’azione politica, esso consiste essenzialmente nell’operare affinché si possa raggiungere un più alto livello di eguaglianza politica, ovvero nel contrastare tutte quelle disparità tra i cittadini  (innanzitutto economiche e culturali) che si traducono in diseguaglianze di influenza politica 5. Questa finalità, però, non può essere altro che di tipo orientativo 6; noi infatti sappiamo bene, quantomeno in base all’esperienza storica, che la democrazia può crescere solo in ambienti economicamente e socialmente dinamici, che in quanto tali generano anche continuamente ineguaglianze politiche. Volendo stringere concettualmente questo punto si potrebbe dire pertanto che, nell’aspirazione a essere perfetta, la democrazia distruggerebbe se stessa, perché dovrebbe comprimere la dinamica sociale e finirebbe per trasformarsi in autoritarismo

Però deve sempre mantenere la coscienza della sua imperfezione, la vigile consapevolezza che il potere di tutti promesso dalla democrazia resta comunque in tensione con il potere di pochi che segna con la sua presenza tanti aspetti delle nostre società. La democrazia è un concetto dinamico. Condizione e fine della democrazia è la crescita sociale e culturale di tutti gli individui; e se si perde di vista questo obiettivo non ci dobbiamo poi meravigliare se si affermano le derive irrazionali, la sfiducia e il risentimento. 

Notes:

  1. Cfr. ad esempio P. Rosanvallon, La politica nell’era della sfiducia (2006), tr. it. Città aperta, Troina (En) 2009; C. Galli, Il disagio della democrazia, Einaudi, Torino 2011.
  2. Spietata è a questo proposito la diagnosi formulata qualche anno fa da Jacques Rancière: “I mali di cui soffrono le nostre ‘democrazie’ sono innanzitutto i mali legati all’insaziabile appetito degli oligarchi. […] Non viviamo in una democrazia. Non viviamo nemmeno in un campo, come sostengono certi autori che ci vedono tutti sottomessi alla legge d’eccezione del governo biopolitico. Viviamo in uno stato di diritto oligarchico […]”. J. Rancière, L’odio per la democrazia (2005), tr. it. Cronopio, Napoli 2007, p. 89.
  3. Cfr. Ad esempio G. Mazzoleni, La comunicazione politica, III ed., Il Mulino, Bologna 1998, pp. 64-66.
  4. J. Habermas, Nella spirale tecnocratica. Un’arringa per la solidarietà europea (2013), tr. it. Laterza, Roma-Bari 2014, p. 5.
  5. Come hanno mostrato le importanti ricerche di Leonardo Morlino, un aspetto di cui si deve tener conto nel valutare la qualità di una democrazia è, accanto a quelli procedurali, anche la dimensione sostantiva, e in modo particolare la capacità di una democrazia di ridurre progressivamente le ineguaglianze politiche, sociali ed economiche. Cfr. ad esempio, tra i molti lavori dell’autore, Assessing the Quality of Democracy. Theory and Empirical Analysis, Johns Hopkins University Press, Baltimore 2005.
  6. Si può condividere quanto scrive su questo punto Adam Przeworski: “Perfect political equality is not feasible in economically unequal societies. Democracies cannot fail, however, in their commitment to political equality. Even if some dose of political inequality may be inevitable, even if we do not quite understand hoe economic resources affect political outcomes, the corrupting influence of money is the scourge of democracy” (A. Przeworski, Democracy and the Limits of Self-Government, Cambridge University Press, Cambridge New-York 2010, p. 98).