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Interpellazione e atto di perdono

di Antonino Infranca

Mentre il sovranismo dilaga in tutto il mondo eurocentrico, la coscienza critica non eurocentrica si chiede se sia il caso di ripensare i valori fondamentali del mondo occidentale. L’Occidente è nato con la Conquista dell’America, senza il saccheggio delle ricchezze di quel continente l’Occidente non avrebbe potuto rompere l’assedio dell’Islam: nel 1499 i Turchi stavano assediando Vienna, che è quasi al centro del continente europeo, e ottanta anni dopo l’inizio della conquista dell’America, a Lepanto il 5 ottobre 1571, gli europei sconfiggono definitivamente i Turchi, riprendendosi l’egemonia nel Mediterraneo. L’Europa sfruttò le enormi ricchezze che trasse dalla conquista dell’America per salvarsi – per salvare la propria cristianità – e per poi iniziare quell’accumulazione originaria del capitale che le permise di innescare, soprattutto in Inghilterra e Olanda, il modo capitalistico di produzione della ricchezza. Lentamente l’Europa ha acquisito il dominio sull’intero pianeta, poi è stata sostituita dagli Stati Uniti, che costituiscono oggi il Centro del sistema mondiale capitalistico. L’egemonia culturale è rimasta totalmente eurocentrica. È vero, pure, che la Cina sta lentamente riprendendosi il ruolo di prima economia del Pianeta, che aveva almeno fino all’inizio del processo di accumulazione originaria del capitale – circa all’inizio del XIX secolo. Negli ultimi anni, però, il dominio incontrastato del Centro è messo in discussione, soprattutto nella periferia che ha costituito l’elemento indispensabile, perché gli Stati Uniti potessero assumere il ruolo di principale dominatore del Pianeta, cioè l’America latina, una realtà di matrice europea, ma non eurocentrica a livello popolare, un vero e proprio Altro Occidente.

E proprio dall’America latina, dal paese più vicino al Centro del mondo, cioè il Messico è arrivata una richiesta impellente: il presidente del Messico, Andrés Manuel López Obrador, ha rivolto al Re di Spagna, Felipe VI, la richiesta di perdono per la conquista del Messico. Proprio nel 2019 cade il quinto centenario dell’inizio della conquista. Conquista che assunse i caratteri di un vero e proprio genocidio e solo negli anni Sessanta del XX secolo il Messico ritornò al numero di abitanti di prima della Conquista. La conquista fu condotta con tutte le armi disponibili allora, anche con la guerra batteriologica, perché gli spagnoli contagiavano di proposito gli indios per sterminarli. La Chiesa cattolica offrì la copertura ideologica di tale genocidio: in nome del Dio dell’amore e della pace fu cancellata una razza umana. I conquistadores cattolici annichilirono tutte le forme culturali degli indios, cioè edifici, gioielli, statue, pitture, scritti, fino ai giocattoli e li sostituirono con le forme culturali cattoliche. Questo genere di conquista si estese, mutatis mutadins, all’intera America da parte di portoghesi, inglesi, francesi e ovviamente ancora spagnoli.

Oggi López Obrador, rappresentante vivente della storia e della tradizione messicana pre e post-conquista, con una lettera interpella l’attuale erede dell’allora responsabile in capo del genocidio messicano, cioè il Re di Spagna, con un atto-di-parola – in spagnolo un acto-de-habla – per restituire dignità a chi è stato trattato indegnamente in nome del Dio dell’amore e della pace. Questa interpellazione (interpelación), in realtà, è la trasmissione di un’altra interpellazione, un’interpellazione che viene dal basso, dal popolo, dalle vittime di allora e di oggi di una conquista indegna della religione a cui si ispirava. Infatti il papa latinoamericano, Francesco, ha affermato: «Desidero dirvi, vorrei essere molto chiaro, come lo era san Giovanni Paolo II: chiedo umilmente perdono, non solo per le offese della propria Chiesa, ma per i crimini contro le popolazioni indigene durante la cosiddetta conquista dell’America» (Discorso al II Incontro mondiale dei movimenti popolari, 9 luglio 2015, Santa Cruz della Sierra, Bolivia). In tal modo si è completato l’acto-de-habla iniziato da Giovanni Paolo II. Felipe VI non ha voluto ascoltare l’interpellazione di López Obrador. Non si ritiene l’erede di tale responsabilità o non ritiene che ci sia alcuna responsabilità da parte della Spagna?

Una risposta gliel’ha suggerita un altro latinoamericano, Vargas Llosa, lo scrittore peruviano premio Nobel nel 2010, che è anche cittadino spagnolo, durante il Congresso della Lingua Spagnola a Buenos Aires nel mese scorso. L’intervento di Vargas Llosa non è un esempio di stile, cosa che gli accade spesso: «Il presidente messicano si è sbagliato di destinatario; la lettera la doveva spedire a se stesso e rispondere alla domanda perché il Messico, che da cinque secoli è entrato nel mondo occidentale, grazie alla Spagna, e da 200 anni è indipendente e sovrano, ha così tanti indios, emarginati, poveri ed esclusi». In un colpo solo Vargas Llosa si è dimenticato del genocidio e, anzi, attacca López Obrador che dovrebbe ringraziare la Spagna di aver massacrato gli indios messicani, che i presidenti messicani non hanno mai sollevato dalla condizione di esclusione in cui si trovano. Si dimentica di cosa significa essere messicani: «Tan lejos de Dios y tan cerca de los Estados Unidos» (Tanto lontani da Dio e tanto vicini agli Stati Uniti). López Obrador si è insediato al potere il 1 dicembre 2018 ed è il primo presidente di sinistra della storia messicana, ma Vargas Llosa vuole vedere già migliorata la condizione degli indios messicani, dovrebbe quanto meno veder allontanare il Messico dagli Stati Uniti, che cercano di collaborare costruendo un muro alto 5 metri e lungo 3145 chilometri, per separarsi dalle loro tradizionali vittime. Come è noto, grazie alla guerra del 1846-1848, gli Stati Uniti hanno sottratto al Messico un territorio pari al 55% dell’allora territorio messicano. Forse il Messico dovrebbe ringraziare anche gli Stati Uniti?

Per Vargas Llosa il grande massacro di indios è stato compiuto dalle nazioni latinoamericane dopo aver ottenuto l’indipendenza dalla Spagna, quindi la Spagna non è responsabile. Il Messico raggiunse l’indipendenza nel 1821. La Spagna avrebbe introdotto, insieme alla lingua, «la democrazia, la libertà, l’idea di una cultura contraddittoria che discutesse, che si ponesse alla prova con i fatti storici; una cultura capace di criticare se stessa». È incredibile come Vargas Llosa rimproveri López Obrador di aver interpellato il Re di Spagna e poi enfatizzi gli stessi valori che il presidente messicano ha messo in atto e cioè aver operato un atto-di-parola critico alla luce di fatti storici indiscutibili. È un’ipocrisia di enorme dimensioni che è possibile ad una sola condizione: aderire totalmente all’ideologia dominante e non vedere, anzi occultare, l’Altro che interpella per ricevere un atto-di-parola di riconoscimento della propria esistenza, della propria storia, della propria tradizione. Vargas Llosa è il perfetto rappresentante di una cultura euro-centrica che guarda in alto verso i suoi dominatori come se fossero i nuovi dei, non è capace di guardarli in faccia, perché loro non vogliono essere guardati in orizzontale, ma solo dal basso in alto, nella posizione adorante del dominato verso il dominatore.

Nell’articolo di Giulia Ceci su Simone Weil troviamo «un richiamo fortemente simbolico: “pardon”, perdono. La riflessione weiliana sull’Europa non può essere realmente compresa senza aver prima colto il suo intento determinante: sostituire il perdono alla potenza, dalla puissance au pardon. Simone Weil si sforza, cioè, di immaginare un’Europa senza potenza». La limitazione della potenza dell’Europa può venire solo dal basso, dalle vittime della potenza europea. Vargas Llosa, invece, rimane ancora convinto della potenza europea, almeno della potenza civilizzatrice, senza tener conto del prezzo pagato dalle vittime di questo processo civilizzatore. Proprio il non volere tenere conto delle vittime del processo “civilizzatore” è quello che sorprende della risposta di Vargas Llosa. Giulia Ceci chiude il suo articolo con una speranza che vale molto di più della risposta di Vargas Llosa e che riprende da Simone Weil: «Alla civiltà europea, nel solco di un nuovo umanesimo, spetta il compito ‒ in-finito perché mai del tutto risolto ‒ di rimediare allo sradicamento, valorizzando i metaxù di ogni dimensione storico-culturale e cultuale senza cedere né alle spinte nazionalistiche né alla frammentazione di un multiculturalismo inabile alla realizzazione di un dialogo fra pari nelle differenze». I metaxù sono «quei beni relativi ‒ casa, lavoro, lingua, storia, cultura ‒ in cui la vita di ogni essere umano trova accoglienza», in pratica si tratta di quei mezzi per la riproduzione della vita degli esseri umani, sia la vita biologica che la vita spirituale. Sono proprio quei mezzi che sono stati radicalmente negati, annichiliti, dalla Conquista e che uno dei maggiori scrittori latinoamericani si ostina a non voler riconoscere.

Lukács aveva già avvisato che uno scrittore va giudicato per le opere che scrive, non per la propria ideologia e portava il caso di Balzac, ideologicamente reazionario, progressista come romanziere. Quindi nessun giudizio su Vargas Llosa, soltanto la rivendicazione, l’interpellazione, come la esprime un altro grande intellettuale latinoamericano, Enrique Dussel, uno dei maggiori filosofi viventi, di cui di seguito riportiamo l’articolo in cui raccoglie l’interpellazione delle vittime della Conquista.

La Conquista de México 1519-1521

di Enrique Dussel

Nel 1992 si è dibattuto il problema dell’invasione dell’Amerindia (denominata eurocentricamente la Scoperta d’America) a cinquecento anni dal 1492. Sarebbe bene che in questi due anni (2019-2021) ricordassimo la problematica ancora attuale per gli effetti della sanguinosa conquista delle grandi culture della Mesoamerica (l’atzeca, la maya, la zapoteca, l’otomì, ecc.) che fu un genocidio di significato mondiale, perché qui si produsse lo scontro e la dominazione violenta dell’estremo occidente di Eurasia (Spagna) sulle culture dell’estremo oriente dell’Asia (poiché i nostri popoli originari arrivano probabilmente dall’Asia orientale attraverso lo stretto di Bering). Certamente la Spagna (per la sua occupazione militare) e Roma (per l’organizzazione della Cristianità delle Indie occidentali) sono autrici e complici di un genocidio. In effetti, il papa concede ai re di Spagna con la bolla Inter caetera del 3 maggio 1493, le terre appena scoperte con l’obbligo di evangelizzare i loro abitanti, cioè le non ben conosciute Isole del Mare Oceano ad occidente dell’allora scoperto Oceano Atlantico. Qui si trova già il primo motivo che giustifica il chiedere perdono ai popoli originari da parte del Papa. Lo stesso Bartolomé de las Casas si chiedeva con quale diritto il Papato concedeva o donava al re di Spagna terre e popoli dei quali non aveva alcuna conoscenza, possesso o dominio? Bartolomé negava al Papa questo diritto, che inoltre lo rendeva complice del crimine ingiusto e del genocidio della conquista, con i suoi massacri e con l’orribile servitù in cui aveva ridotto i popoli originari del continente. E, riguardo a Spagna e Portogallo, e specialmente ai loro re e al Consejo de Indias, furono responsabili della ferocia, della violenza, dei sanguinosi scontri con armi sconosciute agli indigeni (come cannoni, balestre, cavalli, ecc.) e di ogni tipo di vessazione che si compirono. Valgano alcune citazioni di lettere che ebbi tra le mie mani nell’Archivo de Indias di Siviglia, inviate al re, mostrando la situazione: «Molto argento che di qui si strappa e va a questi Regni, è ottenuto con il sangue degli indios e va avvolto nella loro pelle» (Lettera del vescovo di Mechoacan Don Juan de Medina y Rincon, del 13 ottobre 1583; AGI, Messico, 374). E ancora: «Saranno quattro anni che, per terminare di perdere questa terra, si scoprì una bocca dell’inferno, per la quale entra ciascun anno una gran quantità di gente, che la cupidigia degli spagnoli sacrifica al loro dio, ed è una miniera di argento che si chiama Potosì» (Lettera del vescovo Domingo di Santo Tomás, del 1 luglio 1550; AGI, Charcas 313).

Il minimo che si possa dire a chi ignori la violenza e l’ingiustizia della conquista dell’America latina, e molto specialmente del Messico, è che è ignorante e che, non avendo cattiva coscienza di un vero crimine, si rende oggi complice di quello stesso crimine, benché sia, e in maggior misura, il re di Spagna. Ho letto migliaia di Schede Reali nelle quali i re spagnoli stampavano una grande firma e che dicevano: IO IL RE, senza ulteriore indicazione (si dovrebbe verificare mediante la data del documento il nome del personaggio). I noti storici demografi, Cook-Boràh e Simpson attribuiscono al Messico una popolazione di 11 milioni di abitanti nel 1519, che decrebbe nel 1607 a 2 milioni di indigeni. È chiaro che ci furono malattie contro le quali la popolazione indigena non era protetta, ma i massacri nelle guerre narrate dal Chilan Balam[1], i maltrattamenti nelle miniere, l’assegnazione degli indios e le fattorie e la produzione di zucchero, e il lavoro domestico delle donne indigene nelle case dei bianchi (che diventavano concubine, obbligandole a lasciare i loro mariti, per essere vessate dagli spagnoli e dai creoli), la trasformazione del territorio agricolo dai più fecondi a deserto sterile (che produsse fame mortale tra tarahumaras)[2] causerà una crisi demografica gigantesca. Tutto questo ci suggerisce che è molto conveniente in Messico cominciare ad avere presente, giorno per giorno, il 500° anniversario dell’orrenda Conquista del Messico. Ci sono date emblematiche: il 18 febbraio di 500 anni fa Hernán Cortés partiva da L’Avana con 600 uomini, 16 cavalli, 10 cannoni, 32 balestre. Il prossimo 22 aprile di 500 anni fa sbarcò a Veracruz; avendo già occupato in Messico, Tenochtitlán il 30 giugno sconfigge Panfilo Narváez[3]. Il prossimo anno, il 30 giugno, si compiranno i 500 anni dell’inizio dell’assedio di Città del Messico con l’aiuto dei tlaxcaltecas e di altri popoli dominati dagli aztechi. 500 anni fa, il 13 agosto del 1521 prenderanno e distruggeranno Tenochtitlán. Devono essere date ricordate e studiate, giorno per giorno, per prendere coscienza che fummo colonia e, dopo, non abbiamo smesso di essere neocolonie, del che non si ha autocoscienza a causa dell’eurocentrismo culturale dei nostri creoli (i messicani bianchi e americani, figli di spagnoli, che dopo rimangono al potere fino ad oggi). Nel futuro, la piena decolonizzazione politica, economica e culturale è necessaria, dopo 500 anni dalla Conquista. Deve essere un proposito della Quarta Trasformazione. È tempo che il re di Spagna e il papa romano chiedano perdono, non solo per mezzo di parole bensì con atti oggettivi, ai popoli originari per il crimine della Conquista! Ma anche che chiedano perdono i creoli messicani, i bianchi e principalmente i razzisti, ai popoli originari realizzando gli Accordi di San Andrés[4] e dando piena autonomia ai nobili e colti eredi delle antiche culture millenarie centroamericane!

La Jornada, 29/03/2019


[1] Miscellanee maya dei XVII e XVIII secoli dove si narrano gli scontri tra i Maya e i primi spagnoli arrivati in Yucatan.

[2] Comunità indigena del nord del Messico.

[3] Conquistador spagnolo che entrò in conflitto con Cortez.

[4] Accordi tra il governo messicano e l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale per concedere diritti alle popolazioni indigene (1996).

Dalla lotta di classe alla class action: una sinistra per il 21° secolo

Il declino della sinistra non ha bisogno di illustrazioni, il suo rilancio sì. La letteratura sul primo è immensa, le idee per il secondo scarseggiano. Quindi conviene accennare qualcosa sul declino e concentrare l’attenzione sul rilancio. Sul declino mi limito a citare un fattore sociale, oggettivo ed uno soggettivo, legato agli errori della sinistra democratica.  Il fattore oggettivo è la frammentazione della base sociale della sinistra nel tardo 20° secolo. Innovazione tecnologica, delocalizzazione, migrazioni hanno dissolto le solidarietà “di classe” che un tempo formavano la base sociale della sinistra. Il fattore soggettivo è aver creduto – da parte della sinistra riformista dei Clinton e dei Blair – alla narrazione neoliberal, riconducibile a Reagan e Thatcher, del trickle down e aver pensato che finanziarizzazione dell’economia e mercati globali disancorati da ogni territorio potessero essere addomesticati in ultima analisi a vantaggio anche dei più svantaggiati. Invece i costi di quella favola – privatizzazioni, deregulation, precarietà del posto di lavoro, flessibilità, tagli ai servizi, licenziamenti, aumento esponenziale della diseguaglianza – hanno colpito l’elettorato della sinistra facendone il popolo di “forgotten men” che ha votato per i populisti sovranisti. La domanda di protezione dagli esiti della globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia si è dunque rivolta all’offerta populista, centrata sulla favola del riguadagnare la sovranità economica dentro la cornice dello stato-nazione.

Possiamo aggiungere mille dettagli a questa analisi, ma non sposteremmo le linee di fondo. La sinistra di oggi è come una sinistra europea che negli anni sessanta avesse continuato a puntare sulla redistribuzione della terra ai contadini. Urge una riflessione nuova, e questo è il sasso che voglio gettare nello stagno del declino. Il rilancio deve far tesoro della diagnosi e trarne due insegnamenti: cambiare scala e cambiare soggetto. Cambiare scala: l’ultima volta che la sinistra ha imposto un vero cambiamento socioeconomico al capitalismo che aveva condotto alla catastrofe del 1929 fu con il New Deal di Roosevelt. Ma dopo il 2008 la scala è irrimediabilmente cambiata: il problema di Roosevelt si originava a Wall Street e si risolveva a Washington. Nessuna soluzione all’assetto del capitalismo finanziario e al nuovo “potere assoluto” dei mercati finanziari globali, disancorati dai contesti nazionali, può avere come teatro esclusivo e sufficiente un parlamento nazionale. La natura “assoluta” del potere esercitato da tali mercati (con al loro interno criptoattori come le agenzie di rating o attori pseudoeconomici come i fondi sovrani) non consiste, come nel caso dell’antico potere assoluto dei re, nell’operare al di sopra della legge – i mercati sono regolati dalle leggi –, ma nel potere quasi sempre ottenere le leggi desiderate da parte di parlamenti dove le maggioranze si dissolvono se il paese retrocede nell’economia globale. Come i monarchi assoluti potevano convocare o dissolvere i parlamenti, ed accoglierne o respingerne la legislazione, così i mercati finanziari hanno oggi il potere di togliere legittimità alle legislazioni democratiche negando quella “prosperità” su cui si gioca la competizione elettorale. Sette governi democratici sono caduti in Europa per la pressione dei mercati dopo la crisi del 2008: in Portogallo (2009), Spagna (2011), Grecia, Irlanda, Islanda (2009), Italia (2011), Lettonia (2011).

Inoltre, mentre nelle elezioni del 1932 e del 1936 Roosevelt disponeva di un blocco sociale pronto a votare le sue riforme, questo blocco è oggi una nostalgia del passato e va ricostruito interamente, in un quadro segnato dalla frammentazione sociale del mondo del lavoro. Ma non si può ricostruirlo, e ricostruire una nuova sinistra che lo rappresenti, se si ripropongono le categorie che ci hanno portato fin qui. Occorre liberarsi di almeno due dogmi del passato: a) la diffidenza verso il diritto e b) la sottovalutazione del consumo.

Tanti nella sinistra democratica considerano il diritto, la sfera legale in genere, come il luogo di radicamento di un processo e di un atteggiamento di “giuridificazione” della politica che ne depotenzia la portata aggregativa e trasformatrice.[1] E’ un atteggiamento dogmatico su cui riflettere, perché il diritto e la sfera legale in genere presentano il vantaggio, cruciale nel nostro contesto, di non presupporre soggetti collettivi, narrazioni condivise e capacità di mobilitazione nel modo in cui queste cose sono presupposte da una politica progressista. Il diritto presuppone alcune di queste cose quando lo pensiamo come prodotto legislativo di parlamenti composti da forze in competizione elettorale, ma non quando il diritto è applicato o quando opera in contesti di common law. Anche in contesti di civil-law però ormai si dà la possibilità di class-action a difesa di interessi lesi. E per partecipare e poi beneficiare di una class-action, che può essere inserita come azione legale in una strategia politica, basta una firma. Il secondo dogma della sinistra è la denigrazione del consumo a fronte della produzione di beni e servizi. Qui intendo consumo come qualcosa di ben distinto dal “consumismo” come fenomeno culturale con aspetti mimetici. Le borse di Gucci le consumano in pochi e pesano fino a un certo punto sugli assetti sociali. Ma invece, mentre partecipiamo alla produzione in una varietà proibitivamente diversa di modalità, che è difficile poi riannodare a una soggettività politica unitaria, consumatori, non consumisti, lo siamo tutti. Subiamo tutti l’esperienza “alienante” (in un nuovo senso) del rappresentare “atomi a perdere” che si scontrano con forze economiche soverchianti – non Gucci e Prada, ma grandi gruppi economici, istituti bancari e finanziari, compagnie assicurative, sanità privata, gestori di telecomunicazioni, utilities che distribuiscono energia e acqua, compagnie di trasporto, reti distributive, gruppi editoriali, colossi del web – le quali ci impongono regole su cui abbiamo zero influenza.

La protezione del consumatore è costituzionalizzata nell’UE. L’art. 38 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea,[2] ora inclusa nel Trattato di Lisbona, prevede “un livello elevato di protezione dei consumatori”. Ora, mentre la legislazione antitrust rappresenta un’applicazione del principio di eguaglianza nella sfera delle relazioni fra grandi protagonisti del mercato, scopo dell’Art. 38 è colmare il fossato che separa l’influenza esercitata dai grandi players e il singolo consumatore atomizzato, senza ricadere nell’utopia regressiva dell’abolizione del mercato. Nulla impedisce a una sinistra rifondata di iniettare un forte contenuto ideale nella protezione del consumatore attraverso class-action, e dal concepire la class-action, specie ove accompagnata dall’istituto “punitive damages”, come implementazione, in una società complessa e socialmente frammentata, di un forte principio di eguaglianza, tale da imporre al mercato di rendere meno irrealistica la sua premessa fondante di un eguale status dei contraenti. Niente, se non una tradizione dogmatica che privilegia la contrapposizione di classe a un capitalismo manifatturiero, fordista, che non esiste più, impedisce a una sinistra nuova di fare della class-action uno strumento flessibile al servizio dell’eguaglianza. Niente, se non un pregiudizio antico contro il consumo, impedisce a una sinistra nuova di concepire e presentare questa universale relazione socio-economica come il terreno di confronto ove – proprio come nella epopea passata del lavoro salariato e dello sfruttamento – è direttamente in gioco quel principio di eguaglianza che figura in cima ai valori costituzionali. L’“eguaglianza dei cittadini” deve acquisire un nuovo significato, oltre l’ inammissibilità, davanti alla legge, di distinzioni “di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”: deve diventare vera eguaglianza di opportunità nel mercato.

Prendiamo ad esempio le agenzie di rating. Standard & Poor, Fitch, Moody’s, vendono sul mercato la loro capacità di valutare in modo affidabile le chances di successo di istituzioni, banche, governi, e prodotti finanziari. Spesso però influenzano la realtà che pretendono di osservare. Nell’aprile 2011 Standard & Poor ha abbassato il rating degli Stati Uniti — una decisione non incontestabile, visto che le altre agenzie non l’hanno condivisa. Inoltre nel 2012 ha qualificato come “spazzatura” gli “Eurobonds” prima che esistessero – il che è difficile considerare una osservazione. Un esempio di class-action contro comportamenti simili, guidata da un governo locale, viene dall’Australia. Una battaglia legale di 8 anni ha visto vincere il comune di Swan (Western Australia) contro Standard & Poor in merito alla condotta fuorviante collegata ai suoi ratings prima e durante il fallimento di Lehman Brothers. La class-action ha coinvolto 92 partecipanti, guidati dal Comune di Swan nel New South Wales, fra cui investitori, consigli locali, chiese e associazioni di beneficenza e non profit.[3] La democrazia è il contrario dell’impunità. E la ricomposizione di una cittadinanza democratica può partire dal chiedere conto del loro comportamento a questi ed altri attori, come i fondi sovrani e le potenze economiche prima citate, attraverso class-actions sponsorizzate direttamente dai governi, invece che da associazioni del consumatore, e dall’ottenere un sanzionamento di tali comportamenti, come è accaduto con Volkswagen nel Dieselgate.

Da un’ottica di sinistra tradizionale, azioni come queste sembrano interne a una logica “giuridificante” in ultima analisi interna al neoliberalismo, ma l’onere della prova va piuttosto invertito. Tocca a chi difende un approccio più tradizionale, “socialdemocratico” o “old-labor”, mostrare come nelle condizioni attuali di iperpluralismo, flessibilizzazione del lavoro, frammentazione delle clasi sociali, e mancanza di una visione complessiva contro-egemonica – fortunatamente assente in un orizzonte postmetafisico – si possa più efficacemente contrastare il capitalismo finanziarizzato con manifestazioni, petizioni, scioperi e occupazioni. Fino quel momento, ritengo sensato affermare che la domanda polanyiana di “protezione” non vada né lasciata nelle mani delle forze populiste, né affidata solo a misure riformatrici approvate sull’onda di classici movimenti di protesta, ma possa anche affidarsi al successo di processi di class-action condotti sullo sfondo del costituzionalismo globale dei diritti umani e della giurisprudenza delle corti internazionali.     La sinistra non può ritrovare la sua vocazione e il suo radicamento se non reinterpreta il principio di eguaglianza anche in chiave economica come alternativa tanto all’acquiescenza al neoliberalismo che l’ha condotta al suo declino attuale quanto alla illusoria promessa populista di protezione attraverso la chiusura sovranista.

In estrema sintesi: le classi di lavoratori passano, ma i consumatori restano. La vecchia lotta di classe era sottesa da un forte principio egualitario – lo sfruttamento significava prendere, da parte dell’imprenditore, di più di quel che si dava al lavoratore. Non si vede perché lo stesso principio egualitario – secondo cui consumatore e produttore devono rapportarsi veramente da eguali sul mercato delle merci e dei servizi – non possa aggregare quei pubblici di consumatori che la collocazione lavorativa dividerebbe. Il che ovviamente non significa che, ove possibile, non si debbano perseguire in forma più tradizionalmente legislativa politiche volte ad assicurare la separazione rigida fra banche di risparmio e banche di investimento, ad acquisire la proprietà di istituti bancari in sofferenza, a rendere obbligatorie forme di tassazione degli investimenti finanziari e forme di assicurazione obbligatoria collegate ai medesimi, oltre che all’implementazione dei diritti sociali. Significa solo che il futuro della sinistra va sganciato da un collegamento di classe e da un troppo rigido orientamento alla centralità della legislazione, che la espone alla penalizzazione elettorale derivante dalla frammentazione sociale delle classi lavoratrici.

Alessandro Ferrara

[1]W.Scheuerman, “Recent Frankfurt Critical Theory: Down on Law?”, Constellations, 2016, forthcoming. See also his “Recognition, Redistribution, and Participatory Parity: Where’s the Law?”, this volume, pp. xx-xx.

[2] See the Official Journal of the European Union at

http://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX:12012P/TXT

[3] See http://www.abc.net.au/news/2016-02-20/councils-hail-‘david-and-goliath’-legal-win-to-recoup-gfc-losses/7186012, accessed 6 July, 2016.

Dalla cattedrale ai non-luoghi. Soggettività globali

La libertà moderna aumenta di pari passo con la creazione di nuove forme di soggettività e queste ultime tendono, sempre più e sempre meglio, a svincolarsi dalle identità “segnate” tradizionali che non permettevano – era questa la logica “cattedralistica” premoderna – di fuoriuscire dallo spazio entro la quale esse risultavano da sempre inscritte. Nel passaggio fra il moderno e l’attuale, il processo dromologico si è radicalizzato e si è dovuto confrontare con l’emergere quasi inavvertito di una nuova entità che è diventata progressivamente sempre più autonoma rispetto all’azione dagli uomini.