In questo angolo ospitiamo interventi di importanti studiosi e liberi pensatori che arricchiscono il nostro dibattito.

VIDEO – Comunismo Ermeneutico

Il nostro tempo, sia sul piano politico sia filosofico, è segnato da una «assenza di emergenza»: il capitalismo neoliberista e, in filosofia, la metafisica stanno tenendo imbrigliato il mondo intero. Secondo Gianni Vattimo e Santiago Zabala, esiste però un’alternativa possibile. Si tratta, rielaborando Marx e Heidegger, di ciò che qui viene definito «comunismo ermeneutico», cioè di una posizione che politicamente si avvicina alle esperienze sudamericane di Hugo Chávez in Venezuela ed Evo Morales in Bolivia. Ma questo libro, scrivono gli autori nella prefazione all’edizione italiana, «non è solamente politico, è anche e soprattutto filosofico, in altre parole, una filosofia politica antirealista, che non vuole fondarsi sulla “verità dei fatti”, sempre così addomesticata dall’informazione mainstream, dal vero regime oppiaceo in cui siamo immersi. Essere realisti significa ancora sempre, per noi, chiedere l’impossibile. Sapendo che solo così si riuscirà a cambiare almeno qualcosa».

VIDEO – Eros e Thanatos, il centro del pensiero di Freud

A partire dal saggio “Al di la del principio di piacere” (1920) fino al più famoso “Il disagio della civiltà” (1929), il pensiero di Freud incontra il decennio della sua più scatenata creatività teorica. È in questo contesto, fedele alla precedente impostazione teorico-scientifica della psicoanalisi, ma aperto alla speculazione filosofica, che Freud sviluppa l’idea di un dualismo pulsionale. Dualismo che si articola intorno alle figure di Eros e Thanatos qui esaminate dal Professor F. S. Trincia.

 

VIDEO – La Partecipazione salvata. Teologia Politica e Immagini della Crisi

Vincenzo Rosito reinterpreta il lessico contemporaneo della crisi attraverso gli strumenti della teologia politica ed economica. Vengono dunque analizzate le complesse articolazioni del mondo contemporaneo in cui è sempre più urgente un coinvolgimento libero e consapevole di ciascun individuo nei processi rappresentativi e decisionali. La categoria teologica e filosofica di “partecipazione” può rappresentare un modello privilegiato per trasformare, in una prospettiva critica e inclusiva, gli equilibri economici e politici della nostra epoca.

L’Introduzione alla Dottrina della scienza 1813: la formazione al senso per la filosofia

1. Nel suo concreto svolgimento la fichtiana Dottrina della scienza si presenta non solo come un sistema compiuto di filosofia trascendentale, ma anche, e insieme, come il risultato, mai definitivamente fissato, di una ininterrotta attività del pensare, che non si appaga mai dei risultati conseguiti, riflette su nuove questioni, dischiude punti di vista originali, apre nuovi campi di indagine. Le diverse esposizioni della Dottrina della scienza, i manoscritti di “meditazioni personali” (eigene Meditationen) su di essa, che Fichte compose durante il corso della sua vita e che sono stati resi accessibili dalla Edizione storico-critica (Gesamtausgabe [GA]) – come per esempio i Diari degli anni 1813 e 1814 – offrono una chiara testimonianza di questo tratto fondamentale della Dottrina della scienza, compresa e realizzata non solo come dottrina (teoria), ma come attività del pensare. In quanto compenetrazione autocritica del sapere, sapere del sapere, la Dottrina della scienza viene sviluppata attraverso una specifica “praxis” della riflessione (Besinnung) e dell’auto-riflessione (Selbstbesinnung), che devono venire consapevolmente esercitate dal filosofo nella sua ricerca e nel suo insegnamento onde pervenire al contenuto sistematico, all’esposizione stessa del sapere trascendentale. Pertanto la Dottrina della Scienza è insieme sistema e prassi del pensare  ovvero prasseologia (Praxeologik), in cui questa si evidenzia come la premessa dinamica e, allo stesso tempo, come il necessario presupposto del venire in essere del primo elemento, cioè del sistema.

Tale dimensione prasseologica della costruzione della Dottrina della scienza – che per Fichte significa: della filosofia stessa – deve essere esplicitamente presa in considerazione dal filosofo trascendentale, riflettuta criticamente e posta metodicamente in gioco. Che la Dottrina della scienza sia non soltanto teoria della ragione, ma insieme e allo stesso tempo anche prassi della ragione stessa, anzi prassi riflessiva della ragione, riguarda non soltanto la mediazione di un contenuto dottrinale già pronto e costituito, ma anche e soprattutto la costruzione, la costituzione stessa del sistema trascendentale. Quest’ultimo non è infatti una morta impalcatura di concetti fissi, ma un organismo vivente di pensieri creativi, che poggiano sull’intuizione intellettuale ovvero sull’auto-intuirsi (Sich-Anschauen) (o intra-intuirsi [Sich-Einschauen]) dell’intelligenza e che restituiscono la stessa immanente sistematicità dello spirito umano. Il “sistema del figurare” (Bilden) (per riprendere una definizione di Reinhard Lauth) deve essere configurato ed elaborato sempre di nuovo nella vivente attuazione del pensare, ovvero nel figurare (Bilden) stesso[ref] Cfr. Reinhard Lauth, Con Fichte, oltre Fichte, a cura di Marco Ivaldo, Trauben, Torino 2004.[/ref].

2. In diversi luoghi  Fichte porta ad espressione tale caratteristica della Dottrina della scienza usando un termine preciso: arte [Kunst]. Nella Esposizione della Dottrina della scienza 1801-2 ad esempio, egli fa notare che, per praticare la filosofia in quanto Dottrina della scienza, è necessaria “un’arte della riflessione (Besinnung) esercitata fino alla libertà assoluta” (GA II/6, 133). Anche all’inizio della Dottrina della scienza di Königsberg 1807 la Dottrina della Scienza viene caratterizzata come “arte del vedere” (GA II/10, 113). Arte della riflessione, arte del vedere: secondo Fichte la Dottrina della scienza è un esercizio (ovvero una pratica) della riflessione o del  vedere – questo termine (Sehen) esprime per Fichte l’essenza stessa del sapere -, che deve risultare sì dall’osservanza di determinate regole, ma sempre comunque in un libero atto del pensiero. Di qui la parola-guida: arte. Un mero seguire la regola senza la vivente attuazione della libertà non è in nessun modo sufficiente a realizzare la Dottrina della scienza come arte del vedere o del riflettere. Già nelle lezioni Sulla differenza tra la lettera e lo spirito in filosofia del 1794 Fichte aveva chiarito che il fatto di accontentarsi, nel filosofare, dell’applicazione di regole conosciute, non avrebbe prodotto altro che una “pura filosofia per formule (Formular Philosophie)” (GA II/3, 330), forse anche totalmente corretta dal profilo formale, ma mai in grado di corrispondere al vero compito della filosofia in quanto esposizione del vivente sistema dello spirito umano. Per un filosofare vivente e non semplicemente formale – si potrebbe dire – occorre una immaginazione ‘speculativa’, che Fichte in queste lezioni chiama “spirito” (Geist): non c’è Dottrina della scienza senza spirito!

3. Ora, era fondamentale convinzione di Fichte, della cui verità e validità egli è divenuto consapevole con crescente intensità, che la costruzione della Dottrina della scienza come arte del riflettere o del vedere presuppone e richiede la formazione (Bildung) di uno specifico “organo” del riflettere e del vedere stessi. Proprio all’inizio della Dottrina della scienza 1807 Fichte afferma che, grazie all’introduzione nella Dottrina della scienza i suoi uditori “sarebbero diventati partecipi di un senso nuovo, al quale si sarebbe aperto un nuovo mondo” (GA II/10, 111). Un nuovo senso, un nuovo mondo: per poter essere compiutamente compresa e realizzata, l’arte della riflessione – la Dottrina della scienza – necèssita di un particolare senso o organo di senso, da curare e coltivare in quanto tale, e che soltanto può renderci accessibili gli oggetti propri della filosofia (qui designati come “nuovo mondo”)[ref] Cfr. Michael Gerten, Geistige Blindheit und der Sinn für Philosophie. Das systematische Problem einer Einleitung in Fichtes Wissenschaftslehre, in „Fichte-Studien“, 31 (2007), pp. 135-158. [/ref]. Poco prima, nell’anno 1805, nelle lezioni introduttive di Erlangen Institutiones Omnis Philosophiae, appare una formulazione che è significativa per il mio tema: “senso per la filosofia”. Fichte chiarisce che ambito della filosofia non sono gli “oggetti del senso esterno”, ma piuttosto quelli del “senso interno” oppure di “un nuovo senso interno”. Senza di esso ciò di cui la filosofia discorre rimarrebbe una “parola vuota, come il parlare sui colori da parte di un cieco”. Incontreremo ancora questa metafora di cecità e visione. Ora, in queste Institutiones il senso interno di cui si tratta viene designato anche come senso per la filosofia. Leggiamo: “il primo esito assolutamente necessario dell’esposizione filosofica consiste […] in ciò, che grazie alla sua sollecitazione si apra, si sviluppi e venga formato un senso per la filosofia che è specificatamente e toto genere diverso da tutti gli altri sensi e facoltà” (GA II/9, 36). Nessuna arte del riflettere allora senza senso per la filosofia.

4. Il crescente significato che Fichte sembra assegnare al risveglio e alla formazione del senso per la filosofia ha tuttavia anche un altro motivo, che non aveva a che fare tanto con l’interna costruzione del sistema, quanto con le “sorti” della ricezione della Dottrina della scienza – ovvero con la comprensione o con la (frequente) incomprensione della stessa presso il pubblico colto. Ancora nel 1801 Fichte aveva intrapreso il “tentativo” di “costringere i lettori a capire” – come recita il sottotitolo del Rapporto chiaro come il sole – mediante nuove spiegazioni. Egli però si sarebbe reso conto via via che l’eliminazione del fraintendimento del suo assunto fondamentale, e la corretta comprensione dello stesso, non potevano venire “costrette” semplicemente mediante ripetute illustrazioni del contenuto dottrinale, ma che esse richiedevano l’assunzione di una determinata disposizione (o orientamento) spirituale da parte dei lettori o degli ascoltatori. Tale disposizione non può essere indotta per via logica; essa infatti appartiene alle premesse del riflettere logico-trascendentale, il quale a sua volta può diventare cosciente del suo valore intrinseco in via riflessiva. Orbene, l’orientamento richiesto ha come presupposto la formazione (Bildung) del senso per la filosofia, e può venire in essere solo  grazie a quest’ultimo.

Fichte ha trattato ed approfondito questo motivo-chiave della formazione del senso per la filosofia in opere o lezioni che per lo più recano come titolo “introduzione” (Einführung o Einleitung), oppure vengono  designate come “prolegomeni” (Prolegomena) [ref] Cfr. Federico Ferraguto, Filosofare prima della filosofia. Il problema dell’introduzione alla dottrina della scienza di J. G. Fichte, Olms, Hildesheim 2010; Id., Orientarsi nel pensiero e avviamento alla filosofia, in “Il cannocchiale. Rivista di studi filosofici, XXXVIII, 1 (2013), pp. 133-148. [/ref]. Tali elaborazioni tuttavia non devono in nessun modo esser considerate come semplici avviamenti esteriori alla filosofia: esse sono già filosofia, ovvero sono parti integranti del concreto compimento della Dottrina della scienza, se questa deve essere intesa – come ho già sottolineato – non solo come l’esposizione di un contenuto dottrinale determinato, ma come attività della ragione in actu, sì, come “esercizio” del pensare.

5. Un esito maturo di queste riflessioni sulla formazione del senso filosofico è rappresentato dalle lezioni che Fichte tenne dal 4 novembre al 23 dicembre 1813 presso l’Università di Berlino come Introduzione alla Dottrina della Scienza [ref] Della Einleitung in die Wissenschaftslehre 1813 possiamo disporre del manoscritto, edito in J. G. Fichte-Gesamtausgabe der Bayerischen Akademie der Wissenschaften, a cura di R. Lauth, H. Jacob, H. Gliwitzki, E. Fuchs, P. K. Schneider, Frommann-Holzboog, Stuttgart-Bad Cannstatt, II/16, pp. 225-314; e di una copia dalle lezioni (Nachschrift), custodita nella biblioteca di Halle, di estensore ignoto, ora pubblicata in GA, IV/6, pp. 351-472.  Esiste anche una Nachschrift dovuta a Jakob Ludwig Cauer, incompleta, passi della quale vengono addotti, dagli editori della GA, come varianti o integrazioni al testo della Nachschrift-Halle.  [/ref]. Nel seguito vorrei porre in risalto soltanto alcuni luoghi di queste lezioni che sono significativi per il mio tema. Esse iniziano con un giudizio molto critico e anzi distruttivo sulla ricezione di quella dottrina (trascendentale) che era stata avanzata prima dalle Critiche kantiane e poi dalla Dottrina della scienza. Tale dottrina (Lehre) “nei  tre decenni [trascorsi dalla prima edizione della Critica della ragione pura 1781] non sarebbe stata assolutamente compresa” (dal manoscritto di Fichte, GA II/17, 232). Fichte osserva che “comprensione, possesso, esercizio del principio fondamentale non hanno ancora avuto luogo” – laddove la non-comprensione del principio rappresenta per lui addirittura “un male minore” rispetto al fraintendimento dello stesso, perché la non-comprensione lascia ancora aperta, e possibile all’umanità, la “trasformazione” della maniera di pensare che è “da attendersi”, mentre il fraintendimento, soprattutto quando creda di aver capito (esattamente) e di aver superato la dottrina compresa, annienta la possibilità stessa di una (giusta) comprensione. Il fraintendimento ostinato, che si reputa superiore, è perciò quello che deve essere assolutamente evitato. Ora, per rettificare la non-comprensione ed eliminare il fraintendimento occorre per Fichte stabilire un punto, che non sembra essere stato del tutto chiaro nemmeno a Kant: “Questo insegnamento presuppone un organo sensoriale [Sinnenwerkzeug] del tutto nuovo, mediante il quale nascerà un mondo interamente nuovo, che per gli uomini ordinari non si dà affatto” (GA II 17, 234). Non si dà accesso alla filosofia trascendentale ed nessuna comprensione della stessa senza l’attività del relativo organo di senso, il quale soltanto è in grado di schiudere il “nuovo mondo” – cioè i veri oggetti della filosofia -, e che già nel 1805 Fichte aveva definito “senso per la filosofia”.

Ora, come risulta dai passi appena citati, il mondo spirituale dischiuso dal nuovo organo sensoriale è completamente sottratto alla percezione di coloro che Fichte definisce “uomini ordinari” (gewöhnliche Menschen): “Per gli uomini quali sono, a seguito della loro nascita, e quali divengono tramite l’educazione ordinaria, questa dottrina è del tutto incomprensibile” (ivi): Gli oggetti di cui parla la filosofia trascendentale non esistono per gli “uomini ordinari”, e ciò perché essi sono sprovvisti del necessario organo sensoriale. Qui riappare la metafora della cecità e della visione, che abbiamo già incontrato, una metafora che – come lo stesso Fichte osserva – risulta particolarmente idonea al tema in gioco, poiché il nuovo senso si rapporta al senso “ordinario” internamente allo stesso modo in cui il vedere e il toccare si rapportano esteriormente. L’“uomo ordinario” è simile al “cieco nato”. Chi volesse parlare con questo di fenomeni (come i colori) che non sono accessibili al toccare, non sarebbe in realtà in grado di parlargli affatto. Peggio ancora sarebbe se il cieco nato pretendesse di capire mediante il toccare quei fenomeni che sono inaccessibili al toccare e accessibili al solo vedere. Il risultato sarebbe o un non-capire, oppure un fraintendere o un equivocare. Proprio quest’ultimo è, secondo Fichte, il destino che è toccato alla Dottrina della scienza: d’esser fraintesa a causa della mancanza dell’organo sensoriale richiesto. Si capisce allora come Fichte sottolinei energicamente che la condizione primaria per rendere comprensibile la Dottrina della scienza è la formazione di un nuovo senso – dell’occhio spirituale – per il quale soltanto possono esistere gli oggetti propri della filosofia. Perciò la Dottrina della scienza – come del resto ogni teoria – è composizione e comprensione in unità di ciò che è dato e conosciuto mediante il senso (= la “percezione immediata”) – solo però non mediante il senso empirico (= ”ordinario”), bensì mediante il senso interno, e da sviluppare dal nuovo. Il nuovo senso è dunque presupposto, vivente premessa della realizzazione della Dottrina della scienza, ciò che per Fichte significa: dell’attuazione della riflessione e auto-riflessione filosofica condotta al suo compimento. Suona di notevole importanza per il mio assunto un’espressione di Fichte in questo contesto, ovvero che la Dottrina della scienza “non sarebbe soltanto dottrina, e nemmeno in primissimo luogo dottrina, ma una trasformazione (Umbildung) completa dell’uomo cui essa giunge. Una ri-creazione (Umschaffung) e rinnovazione (Erneuerung); un ampliamento (Erweiterung) di tutto il suo esserci, da una sfera limitata ad una più alta” (GA II/17, 235). La Dottrina della scienza è non solo dottrina, ma prassi del pensiero, e come tale, cioè in quanto esercizio del pensare, essa possiede una valenza esistenziale. Comporta una metamorfosi dell’uomo ordinario, sì, essa rappresenta per lui una specie di “rinascita” (GA II/17, 237). Ma la metamorfosi e la rinascita presuppongono per parte loro il risveglio e l’esercizio del nuovo senso.

6. Perché nuovo senso? A questa domanda Fichte conferisce, in queste lezioni, una doppia risposta. La prima prende in considerazione la costituzione stessa dello spirito umano; la seconda concerne lo sviluppo spirituale e culturale del genere umano. Riguardo al primo punto Fichte chiarisce che il senso nuovo non è “un senso particolare, partecipato solo a pochi eletti e particolarmente dotati spiritualmente” (GA II/17, 235). Non si danno individui che dispongono di questo senso e altri che ne sono sprovvisti. Una simile opinione sarebbe – come  Fichte si esprime –  “arrogante” e contraddirebbe la sua “intera visione”. Fichte non ha mai dismesso il suo originario umanismo fondato sulla dignità dell’uomo, cioè: fondato sulla dignità di ogni individuo. Ogni individuo ha in se stesso la facoltà di innalzarsi alla conoscenza razionale. Fichte parla in questo contesto di una “disposizione” (Anlage) al senso nuovo, o a un nuovo “percepire” (cfr. la Nachschrift-Halle, GA IV/6, 358 – “percepire” [Vernehmen] è parola apprezzata da Jacobi) – una disposizione che si dà senza eccezione in ogni individuo. Non è la disposizione per il senso spirituale ad essere nuova, perché essa è inseparabile dal nostro essere uomini. Il nuovo che deve venire a manifestazione è il suo “sviluppo” (Entwicklung) . La disposizione deve venire svolta, cioè posta in uso vivente per il percepire effettivo: “Soltanto l’uso reale del senso [interno] è nuovo” si afferma nella Nachschrift-Halle della Introduzione (GA IV/6, 359). Riprendendo la metafora della cecità e della visione: nessuno è, secondo Fichte, spiritualmente cieco per l’eternità. Il cosiddetto cieco spirituale non è privo dell’occhio spirituale e dell’interna forza visiva in quanto disposizione (Anlage); soltanto, quest’occhio è in lui sigillato da una “potenza estranea”, il cui influsso negativo può e deve venire rimosso. Anche se Fichte qui non chiarisce propriamente che cosa si debba intendere con “potenza estranea”, si può supporre che essa rappresenti la forza di ciò che in questo stesso contesto egli designa come “l’ordinaria percezione dell’uomo naturale ” (manoscritto di Fichte, GA II/17, 238). L’introduzione filosofica alla Dottrina della scienza ha infatti come compito di avanzare le premesse per la liberazione dell’occhio spirituale dalla potenza della percezione ordinaria – con il linguaggio della fenomenologia: della “disposizione naturale”. Ho parlato a ragion veduta di premesse, perché l’introduzione filosofica è in grado soltanto di preparare l’apertura dell’occhio spirituale. Che poi questa apertura abbia luogo davvero dipende dalla libera attuazione del pensare, che ognuno deve attivare in se stesso e da se stesso. Chi vuole praticare la filosofia deve – seguendo l’invito a filosofare da parte del “docente della Dottrina della scienza” – lavorare su se stesso e liberamente pensare, “affinché in questa nuova vita creativa possa afferrarlo l’EVIDENZA” (Sullo studio della filosofia, Berlino 1811-1812, GA IV/4, 46). La liberazione dell’occhio spirituale dalle catene e dalle ombre della caverna, per riprendere la celebre immagine platonica, non è dunque un accadimento passivo, ma un’auto-liberazione, che comunque deve avvenire nel nesso interpersonale tra docente e discente, in un dare e ricevere spirituale – ovvero nella comunicazione. L’arte della riflessione, la prassi della ragione potrebbe essere dunque considerata, secondo questa visione, come una risposta liberatrice, una ‘responsività’ (Verantwortung) nei confronti di un appello a pensare in proprio (Selbstdenken).

7. La novità del senso spirituale non riguarda soltanto lo sviluppo della sua disposizione nell’individuo e il suo manifestarsi nella temporalità della singola persona. Questo sviluppo è infatti un processo che avviene non solo in singoli individui, ma si estende, come Fichte sottolinea, all’intero genere umano. Ma come dobbiamo pensare questo sviluppo all’altezza del genere umano? L’Introduzione alla Dottrina della scienza 1813 distingue due momenti (o gradi) di sviluppo del senso spirituale. Essendo quest’ultimo strettamente intessuto con l’essere stesso dell’uomo, Fichte non può né vuole affatto disconoscere che nel passato e fra i contemporanei il senso spirituale sia già stato e sia tuttora, efficace, e attivo. Un passo significativo suona: “Con [questo] senso [e non con quello solo ordinario] si è visto (gesehen) da quando gli uomini esistono, e tutto ciò che di grande e di eccellente si trova nell’umanità, e solo fa sussistere l’umano, proviene dalle visioni di questo senso” (manoscritto GA II/17, 236). Senza l’azione di ciò che Fichte in questo stesso contesto chiama anche la percezione del mondo spirituale, sarebbe divenuto impossibile tutto quel buono e quell’eccellente per cui “il genere umano è conservato nell’esistere” (Nachschrift-Halle, GA IV/6, 359) – perfino la stessa filosofia trascendentale. Il primo momento di sviluppo del senso interiore è perciò caratterizzato dal suo esserci e il suo operare di fatto. Ciò che però assolutamente manca a questo momento, secondo Fichte, è che in esso il senso interiore non viene visto e osservato nella sua differenza ed opposizione rispetto al senso ordinario. Il risultato paradossale di questa assenza di auto-osservazione del senso spirituale, cioè dell’intelligenza (intelligere), è da un lato che le impressioni di ambedue i sensi, quello ordinario ed empirico e quello spirituale, rimangono in qualche modo confuse (= da cui: oscurità, confusione); dall’altro lato è che la vita, priva di un vero legame unificante, rimane divisa in due metà separate (il fattuale e lo spirituale). Confusione e separazione, invece che distinzione e relazione. La Nachschrift-Halle dell’Introduzione adduce su questo tema il seguente chiarimento: Se il senso interiore non viene osservato come tale nella sua differenza da quello ordinario, “gli uomini restano sospesi tra i due mondi, senza poter scoprire il legame tra essi; perciò senza nemmeno poter notare la loro differenza” (GA IV/6, 359).

Il secondo momento dello sviluppo della disposizione spirituale consiste dunque secondo Fichte in ciò: che il senso spirituale in quanto tale deve essere osservato e percepito nella sua fondamentale differenza rispetto a quello ordinario-naturale. Ciò che è effettivamente nuovo per l’umanità è, secondo l’Introduzione alla Dottrina della Scienza 1813, l’auto-vedersi del vedere spirituale, è che venga effettuato un auto-compenetrarsi del senso interiore in una libera attuazione. Fichte definisce questo gradino come “senso del senso”. Quest’ultimo non sarebbe semplicemente la percezione del mondo spirituale (primo gradino), ma la percezione di questa percezione. Solo grazie all’auto-compenetrarsi del senso interiore, o dell’occhio interiore, diviene possibile afferrare unitariamente la differenza e il legame del mondo dato fattualmente e del mondo spirituale, cosa che nel primo gradino di sviluppo, quello del mero esserci del senso interiore, non poteva ancora aver luogo. Il legame unificante entrambi i sensi, quello esteriore fattuale e quello interiore spirituale, è perciò il senso del senso, l’auto-vedersi dell’intelligenza, che secondo Fichte è un principio allo stesso tempo pratico e teoretico. In definitiva è il nuovo senso – proprio quel senso che deve entrare come nuovo nel mondo della manifestazione: il senso del senso -, che realizza la percezione degli oggetti spirituali colta nella sua struttura riflessiva. E senza l’auto-riferimento riflessivo, dice Fichte, la percezione del mondo spirituale non potrebbe neppure considerarsi completamente fondata e assicurata nella sua differenza dalla percezione fattuale.

8. La novità di cui l’Introduzione alla Dottrina della Scienza 1813 vuole essere l’annuncio è dunque l’idea del senso del senso, e insieme l’esortazione che la disposizione al senso spirituale (all’intelligenza, alla ragione) debba essere svolta fino al punto di afferrare se stessa: “Il senso di questo senso, non semplicemente la percezione del mondo spirituale, bensì la percezione di questa percezione in opposizione all’altra [fattuale] – ciò è davvero nuovo” (Nachschrift-Halle, GA IV/6, 359). Ora, questo auto-afferrarsi dell’intelligenza è precisamente ciò che la filosofia trascendentale ha avviato a partire dalla Critica della ragione di Kant e poi mediante la Dottrina della scienza. Ci troviamo allora nel circolo seguente: da un lato la filosofia trascendentale ha ‘scoperto’ il senso del senso e lo ha fatto valere, o quantomeno ha cercato di farlo valere; dall’altro lato la filosofia trascendentale ha questo stesso auto-afferrarsi del senso quale presupposto o premessa della sua stessa costruzione -, tanto che l’assunto trascendentale non viene compreso e deve restare frainteso se questo senso non viene esercitato e praticato. La via d’uscita per sfuggire questa situazione, a seguito della quale il nuovo senso appare contemporaneamente come risultato e come premessa dell’intrapresa trascendentale, è secondo Fichte quella per cui si divenga “convinti della mancanza del nuovo senso” e ci si “impegni a procurarselo” (Nachschrift-Halle, GA IV/6, 359-360). In tal modo mi sembra venga accennato il processo di una educazione (Bildung) riflessiva al senso del senso, cui deve venire riconosciuto un significato centrale nella elaborazione della stessa filosofia trascendentale.

Lo spirito umano deve essere educato allo sviluppo del nuovo senso, del senso del senso, ma una tale formazione, la formazione alla riflessività, è per parte sua una decisiva componente di quella riflessione della riflessione, o riflessione “alla seconda potenza” [ref] Cfr. Luigi Pareyson, Fichte. Il sistema della libertà, nuova ed. aumentata, Mursia Milano, 1976. [/ref], che la filosofia trascendentale è in se stessa – dato che senza esercitazione pensante del senso del senso resta del tutto impossibile non solo l’accesso alla filosofia trascendentale, ma il suo dispiegamento come sistema della conoscenza principiale. Focalizzando l’attenzione sul termine “senso” (Sinn) si potrebbe asserire che senza il senso del senso non sarebbe possibile alcuna radicale riflessione (Besinnung) e autoriflessione (Selbstbesinnung), quale la filosofia trascendentale pretende di essere. Proseguendo questi pensieri Fichte osserva nelle lezioni che il senso del senso rappresenta “un nuovo compito, proposto al genere umano soltanto nella nostra epoca” (manoscritto di Fichte, GA II/17, 236). Il senso del senso non è un mero possesso, che si possa semplicemente detenere e del quale si possa disporre a piacere; educarlo e farlo valere sulla scena filosofica è un compito assolutamente qualificante della nostra epoca. In ultima istanza: il ‘nuovo’ è per noi compito, alla cui libera assunzione e responsabile attuazione siamo appellati. In quanto compito il senso del senso deve venire effettuato sempre di nuovo in una libera attuazione. Non mi sembra sbagliato considerare il motivo del senso del senso e della sua educazione nelle lezioni introduttive alla Dottrina della scienza dell’inverno 1813 come un ultimo legato dell’autore della Dottrina della scienza. Con esso Fichte vuole dire alla sua epoca ma anche alla posterità che la filosofia trascendentale – per poter essere praticata in generale e addirittura compresa – richiede in definitiva una liberazione dell’occhio spirituale e l’apertura di una nuova percezione, che è l’auto-appercepirsi vivente del vedere spirituale. Secondo questo “ultimo” Fichte la filosofia trascendentale sta o cade con lo sviluppo di questa percezione della percezione spirituale, con il veder-si del vedere.

La metamorfosi del signor P(otere)

Parafrasando un celebre frammento di Eraclito, in cui il grande filosofo antico si riferiva alla natura, potremmo dire che l’epoca della società in rete, o della globalizzazione, è quella in cui il Potere ha subito una trasformazione tanto poco percettibile quanto sostanziale e profonda: siamo infatti passati dal Potere che nasconde, censura, manipola o coarta il flusso delle informazioni (o disinformazioni), a quello che ama nascondersi, trasfigurare i propri meccanismi di funzionamento e influenza, mascherare i luoghi del proprio abitare e operare. Lo scopo è sempre lo stesso, la perpetuazione del Potere stesso, ma le modalità mutate debbono indurre a più di una riflessione.

1. Luci e ombre

Il Potere che ama nascondersi è quello a cui non importa più se e quanto la popolazione possa o debba sapere, perché il suo essere nascosto, tale per cui non si sa bene chi lo detiene, da dove e con quali modalità di esercizio, gli consente comunque di attuare un dominio sulla pubblica opinione (nonché sulle menti e sui corpi degli individui), ancora più capzioso perché in grado di inserirsi nei meandri della mente collettiva e assurgere al rango di senso comune consolidato, pensiero unico difficilmente smentibile se non al prezzo di essere tacciati di follia o paranoia.

A un livello squisitamente tecnico la questione non deve sorprendere più di tanto, se è vero che già Platone ci aveva insegnato che le malattie degli occhi, per cui essi finiscono col non riuscire più a vedere, sono di due tipi e hanno due cause: «il passaggio dalla luce all’ombra e dall’ombra alla luce» [ref] Platone, Repubblica: VII, 518a, testo greco in Platonis Opera-The Works of Plato, a cura di J. Burnet, 5 voll., Clarendon Press, Oxford 1901-1907. [/ref]

Tanto l’oscurità più totale, quanto un eccesso di luce producono degli esseri umani incapaci di pervenire alla distinzione chiara delle cose e quindi alla conoscenza, limitandoli bene che vada a una pallida percezione di ombre scambiate per oggetti reali. E qui entra in gioco la Rete, onnipotente e generosissima dispensatrice di informazioni infinite e di ogni genere, in cui è possibile rintracciare l’avallo a qualsiasi ipotesi anche strampalata e al suo contrario.

Il risultato, ovviamente, è quello di una impossibilità di approssimarsi a delle verità nitide, abbagliati dalla troppa luce dell’«opulenza informativa» e dimentichi che il tutto confina paurosamente con il nulla. Entriamo così nel nerbo di quel «cambiamento radicale» nelle modalità di attuazione del disegno coercitivo del potere di cui ci parlava Maldonado: «Nel passato, anche quello più recente tale disegno faceva ricorso all’indigenza informativa, ora invece è l’opulenza informativa che viene privilegiata» [ref] T. Maldonado, Critica della ragione informatica, Feltrinelli, Milano 1989, pp. 89-91. [/ref] .

Siamo perfettamente all’interno dell’intuizione di Platone, ripresa efficacemente da Günther Anders quando nel 1980 descriveva il «metodo odierno» del potere, che impedisce la comprensione non più fornendo poche notizie ai cittadini, ma fin troppe, mettendoci in una condizione per cui «veniamo sopraffatti da una tale abbondanza di alberi affinché ci venga impedito di vedere la foresta», e impedendoci quella «visione d’insieme» delle cose che per Hegel rappresentava una dote imprescindibile nel cammino della conoscenza [ref] G. Anders, L’uomo è antiquato. La terza rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri, Torino 1980, p. 234. [/ref].

2. L’èra post-democratica

Che non si sta parlando di questioni minimali, è un fatto agevolmente riscontrabile non appena ci si riferisca ai grandi padri del liberalismo contemporaneo, concordi nell’affermare che il cammino della democrazia, per quanto imperfetto e irto di contraddizioni, avanza inesorabile soltanto laddove vi siano cittadini informati e critici, disposti a impegnarsi nelle faccende della società civile in seguito all’acquisizione di una conoscenza che si traduce in costruzione del bene comune. Informazione e autonomia critica sono le doti fondamentali dei cittadini di una democrazia, quelle che permettono di esercitare il «controllo pubblico del potere», «tanto più necessario in un’età come la nostra in cui gli strumenti tecnici di cui può disporre chi detiene il potere per conoscere capillarmente tutto quello che fanno i cittadini è enormemente aumentato, e praticamente illimitato» [ref] N. Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino 1984, p. 19. [/ref].

Insomma, se una delle essenze dell’essere umano è quella di configurarsi come homo politicus, nella misura in cui si serve della propria ragione e delle conoscenze a disposizione per contribuire al progresso della società, questa facoltà va potenziata e resa possibile dalla «pianificazione» di un consorzio sociale in cui siano ampiamente garantite le libertà degli individui, a partire da quelle «istituzioni sociali che proteggano la libertà di critica e di pensiero» e impediscano di votarsi a platoniche «autorità pseudo-razionali» [ref] K. Popper, The Open Society and Its Enemies, 2 voll., Routledge & Kegan Paul, London 1973, v. II, pp. 238-9. [/ref] .

L’autorità più razionale che ha reso possibile il progredire delle società occidentali è lo Stato, inteso come res publica e quindi luogo in cui l’individuo è cittadino in quanto caratterizzato da diritti e doveri universalmente riconosciuti (almeno in linea teorica), a cominciare dal diritto-dovere per antonomasia: l’espressione di un consenso politico ed elettorale informato e maturo, volto alla formazione di quel potere legislativo in vista del bene comune.

Naturalmente, il potere dello Stato, esposto alle degenerazioni e agli abusi propri di ogni condizione di supremazia, oltre che a livello costituzionale e di equilibrio dei poteri, dovrebbe essere controllato dai cittadini stessi, la cui vigilanza interessata alla tutela dei propri diritti porta a un controllo efficace degli stessi governanti, secondo quanto sanzionato dalla stessa Corte di giustizia dell’Unione europea [ref] Cfr. L. Dubouis – C. Gueydan, Les Grands Textes du droit de l’Union Européenne, Dalloz, Paris 2002, t. I, pp. 440-2. [/ref].

Si tratta di quella «democrazia di sorveglianza» [ref] P. Rosanvallon, La contre-démocratie. La politique à l’âge de la défiance, Seuil, Paris 2006, cap. I. [/ref] di cui parla Pierre Rosanvallon, che oggi viene minata dal forte indebolimento dei due pilastri su cui essa ha trovato fondamento e determinatezza pratica e concettuale: da una parte lo Stato, ormai «incapace di controllare le reti globali della ricchezza, del potere e delle informazioni» [ref] M. Castells, Communication Power, Oxford University Press, Oxford 2009, p. 296. [/ref] ; dall’altra l’opinione pubblica, uniformata, indebolita e alla fine resa passiva da un sistema di vecchi e nuovi media fondato su quella che Pasolini chiamava «misologia», cioè da un’operazione meticolosa e sistematica di distruzione del libero pensiero, dell’autonomia critica e dell’impegno politico e culturale, al punto da qualificare la nostra come l’epoca della «mediacrazia» [ref] Cfr. P.P. Pasolini, Saggi sulla politica e sulla società, Mondadori, Milano 1999, p. 139 per il concetto di «misologia»; e P. Ercolani, L’ultimo Dio. Internet, il mercato e la religione stanno costruendo una società post- umana, prefazione di Umberto Galimberti, pp. 186 sgg. per la teoria della «mediacrazia». [/ref].

3. L’impero invisibile

Sulle macerie dello Stato e di un’opinione pubblica informata e critica si è determinato un Potere nuovo, che trova nell’economia e nella tecnica i pilastri su cui fondarsi. Un Potere sovranazionale e ramificato ben oltre i confini statuali, capace di essere al tempo stesso in tutti i luoghi e in nessuno. Che alla ricerca del bene comune sociale ha sostituito il perseguimento del profitto economico, mentre alle dinamiche istituzionali fondate sul consenso e sul pronunciamento democratico dei cittadini oppone sempre più la platea virtuale, indistinta e quindi sterile della popolazione in Rete.

Quello che Daniel Estulin ha chiamato «potere invisibile», perfettamente in grado di sostituirsi al vecchio Stato, esattamente come l’idea di «Paese» viene soppiantata da quella di «Impresa mondiale Spa» e il «popolo» stesso perde di rilevanza a favore dei più impersonali «interessi» [ref] D. Estulin, El imperio invisible, Bronce, Barcelona 2011, epílogo. [/ref] . Lo sappiamo bene noi in Italia, del resto, che per un anno abbiamo avuto un governo, quello presieduto dai cosiddetti «professori», capitanato da un Presidente del Consiglio (Mario Monti) che non si faceva alcuno scrupolo a dichiarare che il suo obiettivo non era il benessere dei cittadini e della loro qualità della vita, bensì il soddisfacimento degli asettici e impersonali diktat numerici imposti dai famigerati mercati.

Un potere invisibile e apparentemente impersonale, quindi, di cui è arduo scorgere la localizzazione precisa e anche gli individui che la compongono, ma che vede delimitata con certezza la sua piattaforma ideologica e programmatica: il neo-liberismo più spinto e incurante delle istanze politiche e di giustizia sociale, la ricerca spasmodica ed esclusiva del profitto, in nome del quale tutti gli stati sono chiamati non solo a sottomettersi ai diktat dei mercati, delle agenzie di rating e dell’FMI, ma a riconfigurarsi del tutto fino ad assumere la nuova identità di stati-mercato o stati imprese. In cui evidentemente gli abitanti non sono più cittadini depositari di diritti politici e sociali, ma soggetti consumanti e pedine di un ingranaggio i cui fini non hanno a che fare con il benessere diretto della popolazione.

Si tratta di un meccanismo tanto efficace quanto pervasivo e globale, che ha condotto lo studioso finlandese di politica internazionale Heikki Patomäki a esprimersi in termini di «sistema panottico» [ref] H. Patomäki, Democratizing Globalization, Zeld, London 2001, p. 101. [/ref] , quindi capace di vedere tutto e tenere sotto controllo ogni cosa, senza però lasciarsi scorgere a sua volta con chiarezza da chi non vi è dentro.

Un potere del genere è perfettamente in grado di influenzare e perfino determinare le politiche degli stati, fino proprio a sostituirvisi del tutto, perché opera in un contesto, quello della globalizzazione e dei network, che sembra aver realizzato il sogno secolare dei liberisti di ogni tempo: un campo di azione dove non vi sono regole che intralciano il libero gioco della concorrenza, dove non vi sono limiti etici o persino morali imposti dai governi, dove insomma non ci sono le leggi né lo Stato, e persino a livello diplomatico sono le negoziazioni fra grandi imprese a contare nei rapporti di forza internazionali, ben più di quanto possano incidere gli attori istituzionali e governativi [ref] Cfr. S. Strange, The Retreat of the State. The Diffusion of Power in the World Economy, Cambridge University Press, Cambridge (Mass.), pp. 64 sgg.. [/ref] .

Si tratta di una regressione rispetto alla grande conquista politica acquisita dal genere umano con la modernità: se allora si costruirono i grandi stati seguendo l’imperativo per cui «bisogna uscire dallo stato di natura», oggigiorno siamo tornati a un terreno di libertà talmente assoluta (per i soggetti economici e tecnocrati più forti e influenti) da configurarsi come anarchia, quella dimensione in cui l’unico criterio in vigore è la legge del più forte.

4. Homo sapiens/homo videns, homo politicus/homo religiosus

Come è fisiologico e perfino necessario che accada, il terreno su cui è avvenuta questa mutazione strutturale del potere, è stato sapientemente preparato da quella che possiamo definire una vera e propria «riconfigurazione dell’essere umano». Insomma, da una vera e propria riconfigurazione delle menti di coloro che formano l’opinione pubblica, dei cittadini destinatari dei messaggi e della propaganda che il potere vuole (e ha interesse di) diffondere.

Si tratta di ricostruire in maniera sintetica, e quindi inevitabilmente schematica, un percorso lineare. Il primo stadio è avvenuto quando, con l’esplodere del mezzo televisivo, le nostre società hanno gradualmente introiettato la dimensione in cui si rivela «la centralità dello schermo e la nascita di una cultura delle immagini» [ref] J. Van Dijk, The Network Society. Social Aspects of New Media, Sage, London 2006, p. 213. [/ref] . Ciò aveva condotto, per esempio secondo il politologo italiano Giovanni Sartori, a quella che lui definiva una regressione dall’homo sapiens all’homo videns, regressione prodotta da un mezzo, quello televisivo, «che inverte il progredire dal sensibile all’intelligibile e lo rovescia nell’ictu oculi, in un ritorno al puro e semplice vedere» da cui risulta

atrofizzata tutta la nostra capacità astraente, di elaborazione cognitiva di ciò che guardiamo e, con essa, «di tutta la nostra capacità di capire». Il secondo stadio è quello per cui è avvenuta la trasformazione dall’homo politicus all’homo religiosus, ossia da un uomo che si fa carico kantianamente delle proprie responsabilità esistenziali e sociali, utilizzando la propria ragione per migliorare il consorzio umano senza la presunzione di risultati ottimali e definitivi, a un uomo che, per dirla con Freud, sacrifica volentieri buona parte della propria autonomia e libertà per sottomettersi a degli ordini superiori da cui aspettarsi un risultato ottimale e definitivo. Forze trascendenti o trascendentali che, alla stregua di un dio, come potrebbero essere la Rete o il Mercato, garantiscano all’uomo di potersi occupare esclusivamente dei propri scopi individuali ed egoistici perché tanto v’è una mano invisibile, un ordine spontaneo, o un’armonia prestabilita a garanzia comunque del progresso e della prosperità della società intera [ref] Per una disamina più approfondita e dettagliata di questo passaggio, mi permetto di rinviare al mio L’ultimo Dio. Internet, il mercato e la religione stanno costruendo una società post-umana, prefazione di Umberto Galimberti, Dedalo, Bari 2012, in particolare il cap. I («L’innocenza del divenire»). [/ref] . Si tratta di un passaggio epocale che non ha segnato soltanto il trapasso dalla società industriale a quella in Rete, ma anche e soprattutto la fine di una certa forma mentis illuministica, in cui prevaleva il sapere aude di kantiana memoria, a favore di un ritorno al noli altum sapere sed time che San Paolo aveva lanciato come monito all’uomo cristiano.

Oggigiorno non ci viene più richiesto di votarci alla forza trascendente di un dio, sottomettendoci al quale otterremo la salvezza eterna, bensì di affidarci anima e corpo alle virtù salvifiche del dio Mercato, i cui effetti benefici dobbiamo aver fede che saranno garantiti malgrado per ottenere il risultato sarà necessario un certo numero di vittime. Una forma di escatologia terrena che abbiamo già visto nel corso della storia, per la quale si doveva essere disposti a tollerare sacrifici e vittime nell’immediato in vista del bene supremo finale garantito.

5. Dalla società dell’informazione a quella della formazione

Molte di queste riflessioni e considerazioni si sono sviluppate attraverso la lettura di due volumi recentemente usciti nel nostro Paese. Apparentemente diversi, negli argomenti trattati come nella biografia degli autori (uno degli storici più importanti al mondo da una parte, e quello che forse è il massimo esperto di televisione in Italia dall’altra), ma in realtà legati da un filo rosso quanto mai importante, che può essere espresso in questi termini: si tratta di due volumi la cui lettura consente di comprendere come si sono trasformate le società occidentali nel passaggio epocale dalla società industriale, o dal vecchio mondo pre-Ottantanove, all’epoca della globalizzazione e dei network. Carlo Freccero, nel suo Televisione (Bollati Boringhieri 2013), riesce perfettamente, attraverso appunto l’analisi dell’old media più famoso, a delineare tanto i connotati delle società europee (tradizionalmente costruite sugli ideali del servizio pubblico, della giustizia sociale e, più in generale, di una concezione del consorzio umano in cui il profitto non ricopre un ruolo determinante), quanto i fondamenti culturali della società americana (Stato minimo, competizione sociale, massima centralità del profitto come ideale regolativo). La seconda è quella che ha prevalso con l’affermazione del mondo globalizzato, attraverso un passaggio storico culturale che Freccero sintetizza in una pagina che vale la pena di riportare:

«Il Novecento come teatro delle grandi ideologie politiche finisce simbolicamente con la caduta del muro di Berlino. Cade il muro dell’ideologia, cade il muro del comunismo […] Ma il crollo di un muro non significa necessariamente il raggiungimento della libertà. E’ un lieto fine, come nelle favole. Ma se nelle favole c’è il lieto fine è perché la narrazione si interrompe nel momento migliore […] Il crollo del muro di Berlino, così come è stato immortalato dai filmati e dalle fotografie, è diventato un icona di libertà. Ma celebra semplicemente la sostituzione di un ordine con un altro ordine, di un muro con un altro muro: annunciava l’uscita dal comunismo, ma, allo stesso tempo, affermava la vittoria di quel liberismo duro e puro, dei cui eccessi paghiamo oggi le

spese dopo il crollo, altrettanto simbolico, del mercato di Wall Street» (C. Freccero, Televisione, Bollati Boringhieri, Torino 2013, pp. 125-126).

Dall’altra parte troviamo lo straordinariamente ricco volume in cui Antonio Carioti intervista, con domande mai banali né comode, lo storico Luciano Canfora praticamente su duemila anni di storia del mondo (Intervista sul potere, Laterza, Roma-Bari 2013). Ed è proprio da questa notevole ricostruzione di lungo periodo (resa possibile dalla cultura storica sterminata di Canfora), in cui la storia antica si intreccia con quella moderna e contemporanea attraverso accostamenti e similitudini suggestivi, che si aprono degli squarci illuminanti di riflessione sul cambiamento epocale dei nostri tempi. Tempi per i quali Canfora arriva a parlare di «post-democrazia», poiché «siamo entrati in una fase in cui la democrazia politica è quasi completamente archiviata: ormai il potere è in gran parte delegato a soggetti non elettivi, di carattere tecnico, magari anche ragguardevoli, che si impongono attraverso strumenti sempre più sofisticati» (p. 28).

Di fronte a un Occidente in piena implosione («la catastrofe è sotto gli occhi di tutti», p. 255), in cui il potere è esclusivamente potere economico, mentre la cultura e il consenso democratico devono sottomettersi alle logiche quantitative e strutturalmente inique di un capitalismo a cui è venuto a mancare il suo contraltare (quel comunismo rispetto al quale Canfora, comunque, non nega un bilancio storico anche fallimentare), lo storico non si tira indietro e formula una proposta costruttiva che, ci piace pensare, deriva proprio dal concetto di historia magistra di ciceroniana memoria:

«Io mi limito ad avanzare un’ideuzza, che spesso ripeto. A mio parere, il luogo dove le tendenze oligarchiche dominanti possono e devono essere messe in discussione è il laboratorio immenso costituito dal mondo della formazione e della scuola. Per quanto ammaccato in mille modi, nei nostri paesi avanzati resta una struttura che tocca e pervade l’intera società. E’ lì che l’educazione anti-oligarchica, su base critica, può farsi strada. Ecco perché, facendo un bilancio di quanto mi è accaduto di pensare nel corso di questi anni, ritengo che deprezzare e dequalificare il mondo dell’insegnamento, tanto nella scuola quanto nell’Università, sia un gesto suicida» (L. Canfora, Intervista sul potere, a cura di A. Carioti, Laterza, Roma-Bari 2013, p. 264).

In effetti, da queste parole del grande storico italiano si può evincere quello che è probabilmente il tratto saliente della società emersa dalla fine del Novecento: una società dell’«informazione» in cui il Potere ha visto bene di mortificare e marginalizzare al massimo grado il momento della «formazione», storicamente necessario alla costituzione di un’opinione pubblica critica e impegnata sul versante della res publica.

Né del resto ci si può più nascondere dietro a presunte teorie del complotto o della cospirazione, tendenti a dileggiare e smentire coloro che parlano di poteri forti e invisibili perfettamente in grado di controllare la vita pubblica e, soprattutto, quella privata di milioni di cittadini grazie al monitoraggio segreto delle telecomunicazioni.

Le recenti rivelazioni fornite al grande pubblico dall’ex tecnico della Central Intelligence Service Edward Snowden, infatti, dimostrano in maniera inoppugnabile come, per esempio la National Security Agency del governo americano, ha escogitato un sofisticato sistema tecnologico per monitorare tutto il traffico pubblico e privato di Internet e non solo, consentendo di ascoltare, leggere e decrittare e-mail, telefonate e navigazione in Rete dei privati cittadini. Il New York Times è arrivato a scrivere senza mezze misure che i documenti svelati da Snowden «rendono manifesto che la Nsa considera la propria abilità di decrittare informazioni una facoltà di vitale importanza, in cui essa compete con la Russia, la Cina ed altre agenzie di intelligence» [ref] Cfr. N.S.A. Able to Foil Basic Safeguards of Privacy on Web, The New York Times del 6 settembre 2013, p. A1. [/ref] .

Non ci possiamo permettere la visione idilliaca di un mondo, per dirla con le parole del poeta Tadeus Borowski, governato dalla giustizia e dalla moralità, perché in realtà la condizione umana è quella in cui «il delitto non viene punito, né la virtù premiata», ma soprattutto dobbiamo essere consapevoli che «il mondo è governato dal potere» [ref] Cit. in J. Hillman, Kinds of Power. A Guide to Its Intelligent Uses, Doubleday, New York 1995 p. 244. [/ref] , un potere che è tanto fisiologico che esista

quanto necessario che lo si conosca e lo si tenga quanto più possibile in una posizione trasparente e al servizio del bene della comunità. Abdicare rispetto a questo compito, significa rinunciare alla possibilità più essenziale di cui disponiamo in quanto abitanti di questo pianeta: quella di essere (ragionevolmente) liberi.

Paolo Ercolani insegna storia della filosofia e teoria e tecnica dei nuovi media all’Università di Urbino. Collabora all’inserto culturale del Corriere della sera («La Lettura»), è redattore della rivista Critica liberale, oltre che fondatore e membro del comitato scientifico dell’Osservatorio filosofico (www.filosofiainmovimento.it). Fra i suoi libri, Il novecento negato. Hayek filosofo politico (Perugia 2006); Tocqueville: un ateo liberale (Bari 2008); La storia infinita. Marx, il liberalismo e la maledizione di Nietzsche (Napoli 2011) e L’ultimo Dio. Internet, il mercato e la religione stanno costruendo una società post-umana (Bari 2012).

La costituzione dell’uomo moderno, o dell’Illuminismo incompiuto

Ogni sforzo di comprensione del proprio tempo, così come ogni tentativo di analisi delle dinamiche insite nello spazio vitale che condividiamo con i nostri simili, necessita di un’indagine sulla struttura mentale e culturale dell’uomo nel proprio contesto storico.

In effetti, l’essere umano evoluto, quello che comunemente definiamo Homo sapiens sapiens, conduce la sua esistenza secondo una relazione stretta, costante e continua tra la parte invisibile della mente, interiorità ambientale, e quella visibile, esteriorità ambientale. In tutte e due le prospettive, si tratta comunque di funzionalità mentali, secondo le quali la classica divisione ecologica che concepisce l’ambiente come qualcosa di esterno alla mente umana risulta fittizia, perché per il nostro cervello ogni azione rimane, sempre e comunque, situata nell’ambiente che esso stesso crea come riferimento.

L’uomo pre-moderno era un soggetto confinato nell’intimo della propria esistenza personale, estraneo alla propria storia. L’individuo non era altro che uno spettatore, ai bordi dei sentieri attraversati da quei pochi protagonisti che segnavano le epoche esercitando poteri politici, culturali e spirituali, basando la propria posizione di predominio su giustificazioni divine e discendenze nobili.

La discendenza di sangue, la trasmissione di antichi codici linguistici, il possesso di conoscenze ristrette a pochi eletti, fornivano gli strumenti per un dominio assoluto sul resto dell’umanità, plasmando storie e tradizioni, fornendo all’identità di interi popoli l’imprimatur di poche famiglie. D’altra parte, era questo l’unico modo per conservare atteggiamenti comportamentali e mentali che producessero una superficiale idea di mutamento, nella conservazione di una tradizione che non si doveva né si poteva scalfire.

L’assolutismo politico dell’ancien regime si affermò come necessità politica all’indomani della fine delle guerre di religione [ref] Per un approfondimento su assolutismo e guerre di religione cfr. Koselleck R., 1994, Critica illuminista e crisi della società borghese, Il Mulino Editore, Bologna, 17-68. [/ref] . Con la pace di Augusta (1555), si arrivò a stabilire che l’identità degli uomini, appartenenti a una data comunità, non dipendeva più dalle tradizioni, dai costumi o dalla cultura (intesa come insieme di atteggiamenti condivisi) bensì solo dall’autorità del proprio principe. Secondo quanto stabilito dagli attori della pace di Augusta, il nuovo paradigma giustificativo del potere in uno Stato si basava sull’assunto cuius regius, eius religio. In pratica la religione, il credo, la spiritualità di ogni suddito dovevano essere gli stessi del Principe che governava. Si tenga inoltre presente, in questo contesto culturale, che ci stiamo riferendo alla dimensione palese della spiritualità, ossia a quella necessità, espressa dal potere temporale della Chiesa, di visibilità comportamentale grazie alla quale le forme di controllo esercitate trovano una loro ragione di essere. Non ci stiamo riferendo al concetto di “comunità cattolico-cristiana essenziale”, ossia al concetto di ecclesia, ma a quello più generale di Chiesa.

Proprio in nome di questa differenziazione, fra ecclesia e Chiesa, un cambio al potere, un successore convertito, un principe straniero in arrivo per l’esaurimento di una linea dinastica, costringeva il popolo ad un cambio visibile e comportamentale di fede religiosa. Questa esperienza storica non rappresentava, a nostro avviso, un’improvvisa e bizzarra decisione dei potenti di quell’epoca. Per molti secoli le gerarchie religiose avevano posto il Credo nelle Scritture al servizio esclusivo del potere temporale di Principi e Signori. In questo modo la spiritualità e la fede dell’uomo comune vennero ridotte ad un accessorio rispetto all’uso politico della Verità manifesta della religione in quanto giustificazione della sovranità. Questa riduzione della religione a strumento di potere alterò la mentalità degli uomini che non trovarono più una diretta corrispondenza tra la ricerca naturale di ognuno della trascendenza attraverso la propria esperienza religiosa, condivisa culturalmente nell’ambito di una serie di pratiche confessionali.

Un altro episodio storico di fondamentale portata esplicativa fu l’ascesa al trono di Francia di Luigi XIV. Questo giovane sovrano definiva se stesso il Re Sole, stabilendo che tutta la vita del Paese doveva dipendere unicamente dallo splendore della propria persona [ref] Non è peraltro una novità, visto che sin dal 334 a.C. la Luce, il Sole erano da Costantino rappresentati nel giorno del Natale, facendo coincidere la maschera dell’essere una persona con quella dell’essere un maschio. Un modo decisamente raffinato per convincere il “popolo che guarda ed imita” a percepire la parte come valida e legittima l’associazione tra il Sole e l’Imperatore, rendendo il secondo visibile e naturale quanto il primo. [/ref] .Grazie all’accentramento politico e simbolico, il sovrano mostrò che non c’era più bisogno della mediazione delle gerarchie ecclesiastiche per stabilire un rapporto fra politica e sudditi. Con l’avvento dell’assolutismo regio, il re era l’unto del Signore che incarnando l’idea stessa di Sovranità, stabiliva un rapporto di dominio su tutta la società umana. Non poteva che essere in questo modo, altrimenti l’associazione fra il Sole e il potere regio non avrebbe avuto senso politico-governativo, ossia non avrebbe potuto creare la necessaria diffusione di quel timore grazie al quale i comportamenti umani possono essere sanzionati secondo principi umani, propinati come divini.

Il potere politico, sciolto da ogni vincolo, avviò il processo di secolarizzazione della società umana e allo stesso tempo, livellando tutti a sudditi, generò in questi una coscienza nuova circa i rapporti con lo Stato. Da un punto di vista politico, il suddito era spinto a rinchiudersi in una sfera privata in cambio di pace e tranquillità, alienandosi così dall’interessamento alla vita pubblica, che avrebbe assunto, di lì in avanti, quelle caratteristiche professionali secondo cui la dimensione statuale è un “affare per gli addetti ai lavori”. È proprio in questo modo che il potere politico assumeva dunque una razionalità e uno scopo che in passato non aveva mai avuto. Allo stesso modo, il suddito, ricacciato nel privato, assumeva un’identità che si andava plasmando intorno alle dinamiche della nascente burocratizzazione dello Stato e della divisione del lavoro. La funzione antropologico-mentale della burocratizzazione, oltre alla implicita realizzazione di rapporti clientelari basati sulla conoscenza personale di individui di cui potersi fidare, è quella di creare un rapporto con lo Stato che sia difficile da realizzare nella sua concretezza, nella sua praticità. Quanto meno i rapporti tra le persone e le istituzioni sono semplici, realizzabili e fattivi, tanto più i singoli attori sociali si sentono estranei alla vita della propria comunità politica. Si tratta, in sostanza, della creazione simbolica, all’interno delle protosocietà contemporanee Occidentali, di quella idea di alienazione e straniamento tanto utile all’esercizio della rappresentanza politica, secondo la quale la delega politica vive e prospera sulle spalle dei cittadini.

Si sviluppa così, nemmeno troppo lentamente, una politicizzazione del sacro, che era già stato contaminato con l’idea del Re Sole, ossia del Re Luce, grazie ad una burocratizzazione che confina ogni espressione religiosa e confessionale nell’ambito della propria interiorità. Nasce, in sostanza, il religioso implicito, quello nascosto e di cui in futuro ci si potrà persino vergognare.

La trasformazione della mentalità degli uomini riguardo il proprio rapporto con il Sacro è efficacemente espressa da queste parole di Charles Taylor il quale scrive: ”in effetti, come è stato spesso osservato, un aspetto sorprendente della marcia dell’Occidente verso la secolarizzazione è che essa si è intrecciata con questa spinta verso una religione di tipo personale” [ref] Taylor C., 2004, La modernità della religione, Meltemi Editore, Roma, pg. 17. [/ref] . Grazie a questa autorevole conferma, circa la nostra riflessione, possiamo affermare che, prima ancora dell’avvento della modernità, l’uomo era preparato psicologicamente a guardare a se stesso come individuo separato dalla propria comunità e svincolato da una spiritualità condivisa.

In pratica, la nascita dell’assolutismo è stata una risposta necessaria al disordine delle guerre di religione, ma proprio nel Paese in cui questa forma di potere ha conosciuto la massima attuazione è cresciuta la consapevolezza dei sudditi di essere un soggetto politico autonomo. Questa consapevolezza sarà la base su cui si accenderanno i fuochi della rivoluzione democratica del 1789.

Nello stesso tempo, la formazione di una sacralità esistenziale implicita, crea una sorta di nuova religione, grazie alla quale diventa sempre più importante creare quella solidarietà orizzontale che prima era invece di tipo verticale. In altre parole, la progressiva esautorazione del potere sacro sacerdotale, in nome del quale il rapporto con Dio diventava sempre più personale, privato e relegato ad una valutazione della propria coscienza, ha indotto a spostare la direzione dei propri legami affettivi. Se prima erano di tipo verticale, dall’Uomo verso Dio e da Dio verso l’Uomo, ora sono da Uomo a Uomo, da sacerdote a sacerdote, ossia di tipo orizzontale, creando comunità chiuse di individui in grado di difendersi gli uni dagli altri a colpi di autoritarismi e solipsismi. Da una parte, continuava ad esistere la casta sacerdotale che comandava oramai a se stessa, e dall’altra si stava formando la casta burocratica in grado di governare la vita quotidiana dei nascenti cittadini.

L’unico spazio lasciato libero dall’assolutismo regio è stato quello della coscienza privata. Ogni uomo nello spazio pubblico era assoggettato, ma nel proprio ambito privato cominciava a coltivare una propria morale ed una propria spiritualità. In questo ambito, si è radicato e sviluppato con pazienza il movimento culturale e intellettuale che noi conosciamo come illuminismo. La politica e i suoi riti, avendo accentrato tutta l’attenzione degli uomini sul corpo mistico del sovrano, amplificarono il senso di disincanto dei sudditi. La politica e il Sacro si separarono e si distanziarono dalla vita reale degli uomini. Il pensatore che meglio di altri ha saputo interpretare questa nuova disposizione degli uomini rispetto al proprio mondo è stato John Locke. Il filosofo inglese ha descritto tre ambiti in cui gli uomini potevano misurare il proprio agire in conformità con leggi generali e universalmente valide.

Nell’ambito del rapporto dell’uomo con il sacro, Locke collocava la regola di condotta di ogni individuo secondo la legge divina che si manifestava nella natura o nella Rivelazione. Il rapporto uomo/polis era determinato, secondo il pensatore inglese, dalle leggi civili le quali, al fine di offrire protezione contro la violenza privata, stabilivano cosa fosse un crimine o quale potesse essere considerato un comportamento civilmente accettabile. Nel terzo ambito, quello dell’uomo privato, Locke collocava la conoscenza di quelle regole sociali che stabilivano, attraverso la dicotomia vizio/virtù, il peso dell’identità di ogni soggetto attivo nella Polis. La legge dell’identità era stabilita dai rapporti reciproci degli uomini, ossia quella pariteticità orizzontale di cui si è più sopra trattato; questa legge era la più forte di ogni autorità perché costringeva gli uomini a partire dall’intimo di ogni coscienza.

Il desiderio di ogni uomo di essere accettato in società è il principio grazie al quale la legge dell’opinione pubblica riesce a costringere tutti alle regole comuni. Ed ora, che si è definitivamente scoperto che Dio è pensabile oltre le forme confessionali della liturgia, e anche grazie all’avvento delle nuove forme liturgiche introdotte dal protestantesimo, la questione religiosa è relegata sempre più a quella della propria coscienza. In sostanza, Dio si è tramutato nella coscienza civile di tutti gli uomini, perdendo però quel carattere di assolutezza per cui ogni individuo crede e vuole essere apparentemente libero di avere la propria coscienza. È proprio in questo passaggio che risiede la prototipazione del relativismo intraculturale, grazie al quale ogni persona possiede il proprio dio, la propria religione e le proprie convinzioni sui vizi e le virtù. Nasce è vero il privato, ma muore il sociale, il pubblico, inteso come partecipazione sostanziale, per fare posto ad una forma di partecipazione superficiale al mondo politico e della città.

Con Locke, per la prima volta nel pensiero occidentale, un principio generale e valido per tutti nasce dal basso e non deriva da un’autorità divina o politica, con tutte le conseguenze positive e negative che tale nuova situazione intellettuale prevede. La nascente epoca moderna si apre alla consapevolezza che i significati, di ciò che è comunemente considerato un vizio o una virtù, vengano stabiliti dalla coscienza degli uomini. Una coscienza che rimane comunque e purtroppo legata alla maggioranza, altrimenti non avremmo ancora oggi bisogno di sostenerla facendo uso di corporazioni, sindacati, partiti e lobbies. È vero, Locke inaugura una nuova prospettiva pedagogica, che risulta in linea con la trasformazione che l’umanità stava conoscendo all’alba della modernità, ma è altrettanto vero che si inaugura l’avvento di quel relativismo privato e culturale che rende l’umanità sempre più sola con la propria coscienza, sempre più lontana da un Dio cui si possa assieme fare riferimento, praticamente e sostanzialmente, nella vita di tutti i giorni [ref] Per un approfondimento su questo tema cfr. Viano C. A, 1960, John Locke, Einaudi Editore, Torino, 538-544. [/ref].

In un mondo costruito razionalmente, per la difesa degli interessi e le aspirazioni dei membri della società, non era più pensabile un’educazione volta alla semplice conoscenza del linguaggio forbito e alle forme del sapere stabilito dalle autorità e dalla tradizione. Viceversa, la nuova pedagogia doveva prevedere gli insegnamenti utili per un uomo che dovesse prendere su di sé la responsabilità di governare la natura e presto la stessa società politica. Ecco perché Locke si inserisce nel novero dei pensatori che spingono per un superamento della cultura di stampo semplicemente letterario.

I contenuti di questa educazione dell’uomo moderno non si dovevano ricercare solo nei libri delle accademie, bensì era necessario che ogni individuo fosse spinto a ricercare, nel proprio mondo e nell’esistenza reale, le fonti della nuova conoscenza. Grazie a questa svolta pedagogica, l’uomo nuovo diventa un soggetto capace di interpretare il proprio tempo e comprendere il proprio ruolo nella comunità di appartenenza, pagando però il prezzo di una solitudine sempre più evidente e costitutiva. Si forma, è vero, una maggiore consapevolezza sul proprio ruolo di Uomo che decide grazie alla propria coscienza, anche liberata da soprusi umani prima gabellati come teocratici, ma nasce anche la consapevolezza della difficoltà che esiste nell’amare i propri simili, per quello che sono e non per quello che vorremmo fossero. La formazione di questa difficoltà porta, allo stesso tempo, conseguenze positive e negative. Se guardiano al positivo, questa prospettiva educa il singolo alla comprensione delle dinamiche del mondo umano, rendendolo edotto in tutti quei settori in cui la vita associata si esplica. Questo individuo, consapevole di sé e del proprio mondo, sarà anche in grado di assumersi la responsabilità di trasformare e migliorare la comunità di cui è parte attiva. Se guardiamo al negativo, questa libertà, riferibile solo alla propria coscienza, oramai privatizzata, può essere messa in discussione in tutti i modi e, di fatto, lo è anche oggi. Quando il sacro diventa sinonimo di propria coscienza, la presenza di molteplici e diverse sacralità, che oltretutto vivono nello stesso territorio geografico, possono trovare pretesti più favorevoli per alimentare conflitti e dimostrare intolleranze. Diventare figli della propria coscienza è come rinascere un po’ bastardi, perché non esiste un Padre per tutti e i Fratelli di una volta sono ora diventati uomini soli.

In definitiva, la nuova pedagogia si presenta come un’educazione alla ragione, non intesa come un’entità metafisica da cui trarre insegnamenti universali, e alla solitudine psichica: uno strumento capace di guidare il singolo alla chiarificazione dei propri desideri entro i limiti delle proprie capacità, gli equilibri della convivenza civile, alimentando allo stesso tempo difetti comportamentali e sostanziali nelle relazioni affettive.

La nascente società borghese liberale, desiderosa di cambiare le dinamiche interne al potere politico, aveva compreso che bisognava cambiare prima la coscienza degli uomini, pur pagandone un prezzo che forse, in alcune precise circostanze, oggi appare spesso alto. La leva culturale era la via maestra per la rivoluzione mentale e morale dell’umanità. È stato l’illuminismo a porre la diffusione della cultura come programma essenziale per la crescita dell’umanità; (fu) lo stesso illuminismo che ha allontanato l’Uomo da uno stesso Cielo, per porlo sotto un cielo individuale e dunque solitario.

L’obiettivo della battaglia illuminista è stato quello di creare uomini colti, abituati ad un uso critico della propria ragione, indipendenti dai pregiudizi e capaci di costruirsi un proprio ambito di analisi del reale. E ci è riuscito, ma non ha compreso quanto fosse altrettanto necessario ricreare un rapporto verticale con il significato dello stare al mondo con un senso che fosse fuori dal mondo. Affidare tutta la responsabilità delle proprie scelte alla propria coscienza, significa, alla fine, cercare di trovare altre responsabilità, perché il peso è insopportabile dalla mente del singolo. E, in effetti, è stata trovata questa responsabilità: si chiama evoluzionismo darwiniano, un nuovo modo, del tutto sacro, di attribuire alla cecità evolutiva la responsabilità delle nostre origini, in terra invece che in Cielo.

Questa battaglia non è stata una semplice schermaglia fra intellettuali. Per la prima volta si sono attivate delle iniziative reali che hanno interessato a più livelli l’intera società civile. Non solo filosofi ma anche commercianti, giornalisti e parte della nobiltà progressista si sono dedicati a diffondere la cultura in molti ambiti. L’esempio più eclatante di questo nuovo movimento di pensiero è individuabile dall’esperienza dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert. Quest’opera portava come sottotitolo, una dicitura che è in se stessa rivelatrice di tutta la mentalità moderna, la quale, superando la cultura umanista, dilatava il concetto di cultura a tutti gli ambiti dell’agire umano a cominciare dal lavoro [ref] Su questo argomento cfr. Cecere C., 2013, Quando il lavoro divenne un valore, in Critica Liberale, Dedalo Editore, Vol XX, n.209. [/ref]. L’Enciclopedia o dizionario ragionato delle arti e dei mestieri è un manifesto intellettuale volto alla ricomprensione dell’esperienza umana come fonte privilegiata per l’avanzamento dei singoli nella conoscenza. Lo stesso Diderot si esprime inequivocabilmente in un suo intervento sulla stessa opera affermando che: “Scopo di un’enciclopedia è infatti raccogliere le conoscenze sparse sulla faccia della terra, esporne ai nostri contemporanei il sistema generale, trasmetterle ai posteri, affinché l’opera dei secoli passati non sia stata inutile per i secoli avvenire; affinché i nostri nipoti, diventando più istruiti, diventino nello stesso tempo più virtuosi, e più felici” [ref] Diderot D., in Casini P. (a cura di) 2003, Enciclopedia, in Enciclopedia o dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri, Editori Laterza, Roma-Bari, pag. 314. [/ref]. Questa affermazione ci conferma che la diffusione della cultura fra gli uomini, una cultura che sorga dal basso della varietà delle esperienze umane, è la strada maestra per sviluppare la virtù nei singoli e di conseguenza un miglioramento di tutta la comunità. Nello stesso tempo, sembra opportuno chiedersi perché non si siano trovate soluzione realmente perseguibili perché, per esempio, la conoscenza non mantenga in vita coloro che ancora oggi muoiono di fame. È forse probabile che, oltre all’indubbio valore insito nelle considerazioni di Diderot, sia necessario ragionare ulteriormente sul ruolo non tanto della conoscenza quanto della Sapienza, al fine di produrre cambiamenti comportamentali evidenti e concreti, superando il limite dei buoni proponimenti intellettuali.

La particolarità di quest’opera risiede anche in un altro aspetto che rispecchia perfettamente il nuovo modo di avanzamento della società moderna. L’enciclopedia non è stato un lavoro ristretto ad un autore soltanto ma, al contrario, ha preso forma con il contributo di parecchi intellettuali. Questa esperienza collettiva si inseriva in un nuovo modo di intendere la trasmissione non accademica della conoscenza. Non più un rapporto tra maestro e allievo, bensì si andava sempre più profilando l’importanza del confronto e della collaborazione fra pensatori, scienziati, artisti alla ricerca di una conoscenza condivisa [ref] In effetti, persino questo scritto segue lo stesso intento, essendo il frutto della sintesi intellettuale dei suoi due autori che si pongono su piani di analisi assai diversi fra loro, eppure conciliabili. [/ref]. Nello stesso tempo, nella società civile, sorgevano i caffè, i circoli culturali e i salotti dove i borghesi condividevano le conoscenze ed imparavano, discutendo sui vari argomenti, a creare comunanza di opinioni. Attraverso questo nuovo atteggiamento si è sviluppata una società in grado di alimentare una coscienza collettiva formatasi attraverso il libero confronto delle idee. Proprio così, come aveva teorizzato John Locke, una volta che l’opinione pubblica aveva stabilito cosa fosse la virtù, questo concetto diventava il principio capace di rifondare l’identità della comunità politica.

La cultura, intesa nel senso illuministico di una condivisione delle conoscenze fra gli uomini, supporta lo sviluppo di un nuovo tipo di uomo e di cittadino. Questo nuovo individuo è colui che è in grado di comprendere gli elementi della complessità del reale e possiede gli strumenti sufficienti per far sì che la propria vita possa evolvere in autonomia e si renda utile alla costruzione dello spazio collettivo. È anche vero che tale idea fondamentale del mondo illuministico non sembra presente ancora pienamente nella prassi dell’Uomo moderno Occidentale, che pare ancora fermo alla fase individuale senza essere effettivamente passato alla collettivizzazione della coscienza. Così come Jung parlava di inconscio collettivo, sarebbe forse il caso di dedicarsi con maggiore forza politica a preparare l’avvento definitivo di una coscienza collettiva visibile dei comportamenti concreti delle persone. E questo vale per l’Occidente quanto per quell’Oriente che si sta sempre più occidentalizzando…

In definitiva questo uomo moderno, capace di uno sguardo complessivo sulle scienze e sulle tecniche utili all’umanità, in grado di apprezzare l’arte e la filosofia per la loro portata di trasmissione di conoscenze, attento alla ricerca storica come fonte di riconoscimento della propria appartenenza di specie, è un soggetto incline all’amore per la ricerca, ma ancora lontano dall’amore per l’altro se stesso. Il desiderio di sempre maggiori conoscenze porta ognuno ad aprire la propria mente verso una consapevole accoglienza del nuovo, anche se non lo ha ancora reso più disponibile a riconoscere se stesso nei propri simili.

Un profeta del neoliberismo

«Nietzsche, il ribelle aristocratico. Biografia intellettuale e bilancio critico», un libro di Domenico Losurdo. Bollati Boringhieri ripubblica il monumentale studio che quando uscì fece molto discutere.

Com­pren­dere Nie­tzsche è come ten­tare di abbrac­ciare il mare. Vale per molti pen­sa­tori, certo, ma a mag­gior ragione per un clas­sico della filo­so­fia come lui, ete­ro­dosso e asi­ste­ma­tico come nes­sun altro (fin dal suo scri­vere afo­ri­stico). Eppure si tratta del filo­sofo più inter­pre­tato del Nove­cento, sostan­zial­mente attra­verso due meto­do­lo­gie distanti (ma in fondo con­nesse) come il giorno e la notte. Quella erme­neu­tica, che si con­cen­tra sul «ritmo musi­cale della sua prosa», sull’eccedenza teo­rica, sul gioco funam­bo­lico (e spesso oscuro) delle inter­pre­ta­zioni in cui il sog­getto inter­pre­tante piega i pre­sunti «auto­frain­ten­di­menti» del filo­sofo inter­pre­tato, spesso con­for­man­dolo al pro­prio pen­siero (un per­corso che si dipana da Hei­deg­ger a Gianni Vat­timo, pas­sando per Foucault).

Oppure quella storico-filologica, ade­rente al testo del pen­sa­tore, in stretta con­nes­sione con il con­te­sto sto­rico, alla ricerca di costanti idee di fondo che pos­sano con­sen­tirne una com­pren­sione meto­dica e coe­rente. Que­sto secondo metodo è inte­res­sato a repe­rire «fatti» storico-ideologici che, comun­que, non garan­ti­scono rispetto al rischio che l’interprete possa for­zare il grande clas­sico, soprat­tutto uno come Nie­tzsche, con­vinto egli per primo che «esi­stono solo inter­pre­ta­zioni, non fatti».

Anche il secondo metodo, quindi, non pro­duce cer­tezze, ma con­sente a chi lo applica di per­ve­nire a inter­pre­ta­zioni fuori dal coro (che vor­rebbe vedere in Nie­tzsche un pro­to­na­zi­sta oppure un pro­feta del post­mo­der­ni­smo), mag­gior­mente suf­fra­gate dalla stretta atti­nenza ai testi e con­te­sti del filo­sofo, e quindi di get­tare luce là dove la notte rischia di far appa­rire tutte le vac­che nere.

È que­sto il caso di Dome­nico Losurdo, di cui Bol­lati Borin­ghieri ripub­blica, in una nuova edi­zione ampliata dalle rispo­ste ai cri­tici, il monu­men­tale Nie­tzsche, il ribelle ari­sto­cra­tico. Bio­gra­fia intel­let­tuale e bilan­cio cri­tico (2 volumi, 608+624 pagine, 58 euro).

Sono pas­sati dodici anni dalla sua uscita, e nel frat­tempo que­sto volume, capace di susci­tare un’incredibile mole di discus­sioni e pole­mi­che, è stato tra­dotto in tutte le prin­ci­pali lin­gue del mondo. La Frank­fur­ter All­ge­meine Zei­tung ha scritto che «non ci sono molti libri su Nie­tzsche dai quali si può impa­rare tanto come da que­sto», men­tre Die Zeit, in un empito enfa­tico, ha par­lato di «un avve­ni­mento intel­let­tuale senza pari», e per­sino il cele­bre sto­rico Ernst Nolte si è spinto a scri­vere che «a mia cono­scenza in que­sto campo non c’è nulla che, per dimen­sione e ambi­zione, possa essere para­go­nato anche solo lon­ta­na­mente a que­sto libro».

Il monu­men­tale lavoro di scavo filo­lo­gico ope­rato da Losurdo parte da una pre­messa teo­rica di fondo: il grande filo­sofo tede­sco è «totus poli­ti­cus». Nel senso che la maniera per com­pren­dere la gran­dezza e l’unitarietà del suo straor­di­na­rio pen­siero, che altri­menti risul­te­rebbe disper­sivo e con­trad­dit­to­rio, con­si­ste pro­prio nel por­tare alla luce il fondo poli­tico che sog­giace a ogni sua spe­cu­la­zione, anche quella più appa­ren­te­mente con­fi­nata nei mean­dri della teo­resi pura. Ciò pre­messo, il libro rie­sce a dimo­strare come il punc­tum cru­cis della spe­cu­la­zione nie­tzscheana sia rin­trac­cia­bile nella sua essenza rea­zio­na­ria: in ogni fase e su ogni nodo cri­tico della sua spe­cu­la­zione, Nie­tzsche com­batte in maniera radi­cale ma geniale tutto ciò che odora di rivo­lu­zione e di demo­cra­zia, di ugua­glianza e di visione mora­li­stica del mondo umano.

In tal senso, per esem­pio, si può com­pren­dere l’affascinante per­corso pole­mico che il filo­sofo ha intrat­te­nuto con alcuni dei grandi nemici sto­rici. Socrate con la sua visione otti­mi­stica della ragione umana, per cui cia­scuno poteva aspi­rare a miglio­rare la pro­pria con­di­zione di par­tenza sta­bi­lita dal fato. Gesù, la cui mise­ria nichi­li­stica con­si­steva nel rife­rirsi a un dio che non c’è, in nome del quale teo­riz­zare quell’uguaglianza e fra­ter­nità fra gli uomini che rap­pre­sen­tano delle illu­sioni con­tro­na­tura. Mar­tin Lutero, la cui idea fune­sta di far leg­gere il testo sacro a tutti i fedeli, spez­zando il mono­po­lio del clero, con­tra­stava con quell’ideale di gerar­chia tanto caro a Nie­tzsche. Oppure Rous­seau che, col suo Con­tratto sociale, ini­ziò la ter­ri­bile illu­sione per cui il popolo tutto potesse e dovesse con­tri­buire alla for­ma­zione del governo.

Que­sto Nie­tzsche «rea­zio­na­rio» è anche quello che, per Losurdo, acco­muna nella sua con­danna impie­tosa socia­li­smo e cri­stia­ne­simo par­tendo da un topos cele­bre della sua filo­so­fia: l’eterno ritorno dell’identico. Que­sto, infatti, si fonda su una visione cir­co­lare del tempo e della realtà che non con­sente all’uomo e alla sua ragione di ope­rare cam­bia­menti rispetto al mec­ca­nico e ripe­ti­tivo fluire delle cose, sta­bi­lito in maniera insin­da­ca­bile dal fato. Socia­li­smo e cri­stia­ne­simo, invece, come molte delle uto­pie sal­vi­fi­che del con­sesso umano, fon­dan­dosi sulla visione lineare del tempo, riten­gono di poter per­ve­nire, attra­verso un per­corso di reden­zione (o di rivo­lu­zione), a una sal­vezza finale che metta fine al pec­cato ori­gi­nale o alla società dello sfruttamento.

Ogni ten­ta­zione rivo­lu­zio­na­ria oppure di affer­mare una visione mora­li­stica del mondo, rap­pre­senta in realtà l’arma con cui i «mal­riu­sciti» e i «preti» vogliono ribal­tare l’ordine natu­rale delle cose. Risiede qui il nerbo dell’utopia di Kant, illu­so­ria­mente con­vinta che la ragione possa pre­va­lere sul ter­ri­bile gioco della natura e del fato.

Si può cer­ta­mente vedere in lui un «mae­stro del sospetto» (Ricoeur), ma sol­tanto a patto di com­pren­dere che egli intende spaz­zare i fiori ideo­lo­gici con cui il potere vuole abbel­lire la con­di­zione dei subor­di­nati, per affer­mare la piena legit­ti­mità delle catene attra­verso le quali il più forte domina sul più debole. In tal senso Losurdo vede in Nie­tzsche un ante­si­gnano dell’opposizione alla grande ipo­cri­sia delle guerre giu­sti­fi­cate come «uma­ni­ta­rie», ma anche un pro­feta del neo­li­be­ri­smo più sel­vag­gio, feno­meni per­fet­ta­mente con­sen­titi da quell’«innocenza del dive­nire» che impone al mondo umano guerre e con­trap­po­si­zioni costanti che gli uomini non devono cer­care di masche­rare con l’ipocrisia o debel­lare con la morale.

Come non ripen­sare all’aforisma 259 di Al di là del bene e del male, dove Nie­tzsche scrive che «la vita è essen­zial­mente appro­pria­zione, vio­la­zione, sopraf­fa­zione di tutto quanto è estra­neo e più debole», e anche «lo sfrut­ta­mento con­cerne l’essenza del vivente», per­ché «è una con­se­guenza di quella carat­te­ri­stica volontà di potenza che è, appunto, la volontà della vita».

Alla fine si impone una que­stione cru­ciale a cui non risponde nep­pure Losurdo: dob­biamo forse pren­dere mesta­mente atto di una vit­to­ria filo­so­fica di Nie­tzsche? E non tanto per­ché avrebbe distrutto il sog­getto e le grandi nar­ra­zioni, come riten­gono in molti, ma per­ché ha sco­per­chiato come nes­sun altro quel fondo di cru­deltà e volontà di potenza che per­vade il mondo umano, in virtù del quale è irrea­li­stico col­ti­vare pro­getti sal­vi­fici o di reden­zione che pog­gino su una visione morale del mondo. Visione a cui gli stessi pro­ta­go­ni­sti non sono in grado di tener fede. Se non altro per­ché umani, troppo umani.